DIRITTI IN AZIONE | Art. 2 – Il diritto alla vita: la voce del primario Lorella Mazzarello sul territorio genovese

La culla per la vita e il rispetto dei diritti dell’uomo 

di Noa Braggio, Laura Grimaldi, Grazia Raito, Ludovica Zocchi, 2d.

Una bambina, un nome e la scelta della madre: è questo il caso della dottoressa Lorella Mazzarello, primario di pediatria dell’ospedale Villa Scassi di Genova, che ci ricorda l’importanza di parlare delle culle per la vita. Le culle per la vita tutelano i diritti inviolabili del neonato, promuovendo anche la solidarietà sociale attuando l’articolo 2 della Costituzione italiana che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. L’articolo della Costituzione  è rilevante poiché oggi più che mai si tende a dimenticare il valore della dignità, del diritto e della solidarietà che sono elementi  importantissimi per il mantenimento della società. La scelta di intervistare Lorella Mazzarello è motivata dalla presenza della culla per la vita che a Genova è attiva solamente in due ospedali: Villa Scassi e Galliera. Abbiamo svolto l’intervista dopo che la dottoressa ci ha dato la sua disponibilità  e per questo la ringraziamo per il suo contributo e il suo tempo prezioso. 

▶️ Qui la nostra videointervista

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Meno abbandoni del previsto: i dati ci sorprendono

Grazie a questa intervista abbiamo potuto approfondire alcuni elementi importanti sul funzionamento e mantenimento delle culle per la vita. Attribuiamo grande importanza non solo al funzionamento e al mantenimento della culla ma anche a quello successivo ovvero il processo di affidamento del bambino e il senso di responsabilità che tutti i collaboratori sanitari offrono dal momento in cui il bambino viene accolto. Durante questa esperienza i dati che ci hanno maggiormente colpito sono stati  sicuramente quelli legati alla Culla per la vita, che ha registrato un unico ritrovamento avvenuto nel 2021. Inoltre, la dottoressa ci ha voluto raccontare un episodio che l’ha colpita particolarmente e che ha catturato la nostra attenzione ovvero un caso di una bambina trovata in  determinate circostanze: con sé  aveva  tutto ciò che le era stato dato dalla madre insieme a  un foglietto di carta in cui era segnato il suo nome che ovviamente i medici hanno mantenuto per il rispetto della madre. Non siamo solo rimaste colpite dalle parole della dottoressa ma ci siamo accorte anche che le nostre attese erano diverse rispetto a ciò che abbiamo scoperto nel corso di questa esperienza: ci aspettavamo infatti molti più abbandoni all’interno della culla. Abbiamo scoperto anche che molto spesso le mamme preferiscono partorire direttamente in ospedale in incognito se sanno di non potersi prendere cura del neonato.

Un gesto d’amore: comprendere la Culla per la vita 

Il principio costituzionale si ricollega al territorio grazie al lavoro che ogni giorno la dottoressa Lorella Mazzarello svolge, offrendo assistenza sanitaria a soggetti più fragili: i bambini. 

A seguito di questa esperienza abbiamo imparato non solo come funziona una culla per la vita ma anche il suo valore umano. Abbiamo compreso tramite le parole della dottoressa quanto sia importante questo servizio e soprattutto, come ha voluto specificare lei stessa, come questa scelta non debba  essere vista come un abbandono bensì come un gesto di amore incondizionato, la speranza di dare al proprio figlio un futuro migliore o semplicemente la possibilità di vivere, di vedere la bellezza di questo mondo, di provare emozioni, di innamorarsi e tutto quello che la vita ci regala ogni giorno. Tramite questa intervista, la nostra comprensione dell’articolo costituzionale è cambiata: non lo abbiamo visto solo come un principio teorico, ma lo abbiamo vissuto e osservato negli occhi della dottoressa Lorella Mazzarello, nella gioia con cui raccontava il proprio lavoro, nel modo in cui ci ha accolte e ci ha ringraziato di porre la nostra attenzione su questo tema.

Cosa rimane dopo l’intervista

Al termine dell’intervista, durante il viaggio di ritorno, abbiamo avuto la possibilità di riflettere su ciò che avevamo vissuto e  ci siamo poste nuove domande.

Qual è il futuro del bambino accolto nella culla per la vita?

Come affronterà un giorno la scelta della madre?

Come si combatte il giudizio di chi vede l’abbandono dove c’è invece amore?

e soprattutto: come si insegna a una società intera a fare lo stesso?

Non abbiamo risposte. Ma forse, per ora, bastano le domande.

“Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza”, la Fondazione Carige lancia il suo nuovo progetto

Nella mattinata del 19 marzo la Fondazione Carige ha presentato il suo nuovo progetto “Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” in collaborazione con la Camera di Commercio, con il fine di sensibilizzare i giovani nei confronti della sicurezza a seguito della tragedia di Crans-Montana.

di Virginia Sabatini e Riccardo Veneziani, 3D.

Lorenzo Cuocolo, presidente della Fondazione, ha ospitato Maurizio Caviglia, Segretario Generale della Camera di Commercio di Genova, e l’ingegnere Roberto Orvieto, specializzato in sicurezza antincendio, per il lancio del progetto rivolto alle scuole secondarie di secondo grado, che si basa sulla collaborazione tra gli enti accomunati dal desiderio di agire in prevenzione di eventi terribili come quello avvenuto nel locale “Le Costellation” il primo gennaio del 2026. È proprio durante la riunione straordinaria indetta due giorni dopo l’incendio che sono stati presi due provvedimenti inerenti ad esso. Il primo consiste nell’investimento di 30.000 euro nell’acquisto della bromelina, farmaco utilizzato per la cura di gravi ustioni, donata all’ospedale genovese “Villa Scassi”; il secondo invece riguarda l’iniziativa indirizzata agli studenti, vera protagonista della conferenza.

Ad illustrare più dettagliatamente gli argomenti e le modalità della proposta è stato l’ingegner Orvieto, che innanzitutto ha tenuto a specificare che non si tratterà di lezioni, ma di un trasferimento di esperienze da parte di autorità quali vigili del fuoco, psicologi e tecnici professionisti del settore. Il progetto “Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” prevederà degli incontri, svolti in orario curricolare, dove sarà approfondita la regolamentazione della sicurezza aiutando così i ragazzi a riconoscere situazioni di pericolo all’interno dei locali in modo tale da saperle prevenire. Inoltre verranno fornite le indicazioni per contattare i soccorsi qualora necessario. Orvieto segnala l’utilità dell’applicazione Where Are U, che geolocalizza il dispositivo al momento della chiamata. Gli altri principali aspetti che verranno trattati saranno il comportamento dei materiali soggetti alla combustione e il triangolo del fuoco, i quali saranno esposti dai pompieri, e la reazione emotiva delle persone coinvolte, della quale si occuperanno degli psicologi selezionati.

Il progetto, prima di essere divulgato nelle scuole di Genova e di Imperia, si rivolgerà al Liceo Classico Andrea D’Oria, con il quale la Fondazione collabora da tempo e del quale sono stati invitati degli studenti ad assistere alla presentazione. È infatti intervenuta la preside, Maria Aurelia Viotti, per ringraziare e rimarcare l’importanza della trasmissione di competenze pratiche alle nuove generazioni al fine di fornire loro gli strumenti per proteggersi da eventuali pericoli. Si tratta di un percorso che nasce già come concreto, un provvedimento necessario a seguito di un disastro che ha scosso non solo la Svizzera, ma tutta l’Europa ed anche la stessa città di Genova.

Erano presenti anche altri esponenti delle principali istituzioni a dimostrare il loro sostegno nei confronti dell’iniziativa, come Stefano Balleari, Presidente del Consiglio Regionale della Liguria, che ha portato i saluti del Presidente della Regione Marco Bucci, ed Erica Venturini in rappresentanza del Comune di Genova e della Sindaca Silvia Salis.

Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” arriverà nelle scuole a partire da mercoledì 8 aprile al ritorno dalle vacanze pasquali.

 

Inferno in villa: la Commedia diventa una tragedia

Genova, Villa Pallavicino delle Peschiere si trasforma in un palco per l’Inferno dantesco. L’iniziativa, promossa da Palazzo Foundation, ha scelto gli studenti del Liceo D’Oria come destinatari di un progetto nato dalla volontà di coniugare storia, arte e cultura per renderle vive e accessibili alle nuove generazioni.

di Emma Benvenuto, Elisa Candelo e Ilaria Canobbio, 3d.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Così inizia la Commedia di Dante e così inizia lo spettacolo “ItinerDANTE-Siamo Inferno” di Eugenio Di Fraia, attore e realizzatore del progetto insieme ad Angelo Marrone, ideatore ed esecutore della colonna sonora che accompagna l’intera performance. La rappresentazione “ItinerDANTE” porta in giro per l’Italia, tra teatri, palazzi e luoghi naturali, l’esecuzione teatrale di alcuni canti presi dall’opera più importante della letteratura italiana.

Come fece lo stesso Dante per le sue opere, questo spettacolo non parla ad ogni pubblico nello stesso modo: canti, interpretazioni e location variano per poter arrivare direttamente e con forza allo spettatore.

Eugenio Di Fraia nel percorso che ha intrapreso con “ItinerDANTE” si è trovato a contatto con un pubblico sempre diverso, fino a quello reduce dalla pandemia, per il quale ha deciso di esibirsi all’aperto per la volontà di rivedere le stelle che in qualche modo il covid ci aveva negato. Così attraverso un’opera che dà molta importanza agli astri ha fornito al suo pubblico la possibilità di stare all’aperto e rivedere il cielo.

Allo stesso modo, in base alla situazione in cui porta il suo spettacolo, sceglie canti diversi, in diverso ordine e diverso numero. Per l’occasione dell’esibizione a Villa Pallavicino delle Peschiere, parte di un progetto che tende ad avvicinare i giovani al teatro e far conoscere questa storica villa genovese, Eugenio Di Fraia afferma di aver scelto in base alla popolarità dei canti come spesso fa quando si trova in contesti scolastici.

Solitamente il pubblico si aspetta di vedere i canti più famosi come il V di Paolo e Francesca, il XXVI di Ulisse,  il XXXIII del conte Ugolino e ovviamente il primo canto, proemio dell’intera opera: i quattro che non si possono non far vedere in uno spettacolo sull’Inferno.

L’attore spiega poi di aver aggiunto altri canti meno famosi ma a cui lui è particolarmente affezionato come il venticinquesimo, dedicato alle metamorfosi dei ladri nella settima bolgia. Qui le anime si fondono con i serpenti e scambiano forma umana e bestiale in un turbine di trasformazioni grottesche e violente. Un canto reso visivamente potentissimo dall’abilità recitativa di Eugenio Di Fraia e capace di sorprendere proprio perché estraneo alle aspettative di chi conosce la Commedia solo nei suoi episodi più celebri.

Lo stupore che tende a suscitare nei presenti è un altro elemento chiave delle sue esibizioni, per questo ha curato con particolare attenzione un impatto visivo diverso da quello a cui ci si aspetterebbe di assistere in una rappresentazione teatrale con Dante Alighieri come protagonista: vestiti grigi lacerati, anziché la toga rossa.

Particolare attenzione quindi è fornita anche ai personaggi: nonostante ci sia un solo attore in scena, Eugenio Di Fraia dà voce e corpo a tutti: Dante, Virgilio e le anime dannate. È proprio nel passaggio da un personaggio all’altro che emerge con più forza il dinamismo dell’Inferno: ogni anima ha la sua postura, la sua voce, la sua disperazione.

Le parole dei vari personaggi vengono interpretate con tragicità, la quale viene spesso a mancare nella lettura dell’opera, che nella maggior parte dei casi avviene in ambito scolastico. Le urla, il contatto con il pubblico, gli sguardi, il movimento convulsivo o rassegnato di un’anima in balia della sua pena diventano sensazioni tanto forti e vere da permettere allo spettatore di sentirsi parte della vicenda narrata da Dante.

Il coinvolgimento, sostenuto dalla colonna sonora di Angelo Marrone, è tale da far dimenticare che si tratta di un poema secolare. Questa chiave di lettura dà giustizia ai versi infernali di Dante, che spesso vengono letti dimenticandosi che per le anime dannate non è una commedia, come è per Dante, ma una tragedia eterna.

Anche la conclusione dello spettacolo è una sorpresa e per l’occasione è stato proposto il trentatreesimo canto del Paradiso, la cui interpretazione, oltre ad instillare un forte senso di solennità, va al di là del sentimento religioso e riesce a trasmettere un messaggio di speranza, perché qualsiasi sia la selva, l’essenziale è ritrovare la via.

 

DIRITTI IN AZIONE. Ascoltare chi soffre e ricevere un sorriso. L’articolo 32 e la tutela della salute.

 

di Matilde Procopio, Camilla Balbi, Marilù Segalerba, Filippo Cresta,  2B

I diritti esistono se esercitati e messi in pratica, se possono essere usati come pioli per spingersi verso una società migliore, verso una democrazia più partecipe, verso un futuro di autentiche ed eque opportunità.

L’articolo 32 della costituzione italiana stabilisce che la Repubblica tuteli la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisca cure gratuite agli indigenti. Oltre a riconoscere la salute non solo come un bene personale, ma anche come qualcosa che riguarda l’intera società, incentiva l’innovazione scientifica.

Disegno di Filippo Cresta, 2B

La tutela della salute è essenziale per tutti: garantire cure, prevenzione e accesso ai servizi sanitari, significa proteggere sia il singolo cittadino sia la comunità. Per approfondire questo tema, abbiamo deciso di mettere a confronto sanità pubblica e sanità privata, per capire quale delle due rispecchi maggiormente i principi dell’articolo 32 oppure se, attraverso una collaborazione equilibrata, possano entrambe contribuire a rendere effettivo il diritto alla salute. È partito così il nostro “viaggio” alla scoperta di due realtà che sembrano apparentemente distanti…

Qui il nostro video servizio con un confronto tra sanità pubblica e sanità privata

Abbiamo approfondito il valore e le criticità della sanità pubblica con l’aiuto del dottor Luca Timossi, medico urologo e responsabile della struttura di urologia dell’Ospedale Internazionale Evangelico Genova.

Luca Timossi, medico urologo e responsabile della struttura di urologia dell’Ospedale Internazionale Evangelico Genova.

Secondo il dottor Timossi, lavorare in un sistema sanitario pubblico significa prima di tutto far parte di una squadra. La sanità, a suo avviso, dovrebbe essere garantita in modo equo e uguale a chiunque: non solo ai cittadini italiani, ma anche a turisti, studenti stranieri, persone che fuggono dalle guerre o che si trovano in condizioni di estrema precarietà e cercano rifugio in Italia. La principale difficoltà del sistema sanitario pubblico è sicuramente la carenza di risorse economiche. Questo comporta il rischio di non riuscire a garantire a tutti un’assistenza adeguata. La sanità pubblica resta in gran parte gratuita per il cittadino, anche se sostenuta attraverso il pagamento delle tasse, e proprio per questo richiede una gestione attenta ed efficiente delle risorse. Secondo il dottore, concentrando meglio le risorse economiche si potrebbe migliorare il sistema pubblico. Ad esempio, si potrebbe intervenire sulla distribuzione delle strutture ospedaliere: Genova presenta un numero elevato di ospedali rispetto alla popolazione residente. Una riorganizzazione, con eventuale riduzione dei doppioni di reparti e una successiva ristrutturazione delle strutture, permetterebbe di limitare gli sprechi e ridurre la spesa. 

Abbiamo successivamente domandato al dottore, quale fosse l’aspetto più frustrante del sulla suo lavoro, e quale invece fosse quello più gratificante. Timossi ha affermato che uno degli aspetti più frustranti  è non avere sempre a disposizione i fondi necessari per acquistare nuove tecnologie, che consentirebbero di lavorare meglio e di offrire un servizio più efficiente al paziente. L’aspetto più gratificante, invece, secondo il dottor Timossi è sicuramente il rapporto con il paziente. Fare il medico lascia un segno per tutta la vita, soprattutto per la riconoscenza che si riceve dalle persone curate.

Pur riconoscendo la necessità di migliorare il servizio pubblico, anche attraverso maggiori investimenti da parte dei governi nella sanità, il dottore afferma che, se dovesse tornare indietro, sceglierebbe comunque di lavorare nel sistema sanitario pubblico.

Francesco Berti Riboli, medico urologo e amministratore delegato della clinica privata Villa Montallegro di Genova. 

“Ricevere un sorriso o anche solo uno sguardo è la migliore ricompensa che un medico possa mai ottenere…” 

Abbiamo parlato di sanità privata con il  Dottor Francesco Berti Riboli, medico urologo e amministratore delegato della clinica privata Villa Montallegro di Genova. 

Secondo il dottor Berti Riboli, sanità pubblica e sanità privata non solo non devono competere, ma è fondamentale che si integrino in un percorso organizzativo virtuoso, a disposizione dei cittadini, che devono poter trovare risposte adeguate ai propri bisogni di salute. Il sistema regolatorio — normative, leggi, certificazioni e relativi controlli — deve rimanere saldamente pubblico: è intuitivo che le regole e le garanzie debbano essere stabilite e vigilate dallo Stato. In condizioni di difficoltà organizzativa o di ristrettezze economiche, il settore privato può però muoversi con maggiore agilità. Per questo, secondo il dottore, è opportuno instaurare un rapporto congiunto tra pubblico e privato per far fronte a una sfida di popolazione che invecchia auspicabilmente, ma non necessariamente in buona salute e il cui costo non potrà che crescere. La popolazione genovese, in particolare, è un esempio significativo: si dice che quella di oggi sarà, in larga parte, anche quella del 2050. Questo non rappresenta necessariamente un disvalore, ma è un dato con cui confrontarsi. Se ci troviamo di fronte a una popolazione che invecchia più precocemente, sarà necessario mettere in campo strutture e organizzazioni ancora più efficienti. Questo fenomeno comporta un aumento della domanda assistenziale, accompagnato però da una riduzione dell’offerta lavorativa. Si alza così il numero delle persone che necessitano di cure, mentre si abbassa il numero di coloro che scelgono di lavorare nel settore sanitario.

  • Quanto è importante investire nelle tecnologie all’avanguardia, come la chirurgia robotica per tutelare la salute di un domani? Le macchine e l’intelligenza artificiale potranno mai sostituire completamente il lavoro dei medici?

Secondo Berti Riboli al fianco di una persona che soffre, di una persona che ha bisogno di salute, la tecnologia, compresa l’intelligenza artificiale può e deve fare molto. Tuttavia, resterà sempre fondamentale la presenza di un uomo al capezzale di un altro uomo. L’assistenza sanitaria è uno dei pochi ambiti non completamente sottoposti al cosiddetto fenomeno dell’“erosione tecnologica dell’occupazione”, cioè quel processo per cui le macchine sostituiscono il lavoro umano. 

Il progresso tecnologico ha già migliorato fortemente la qualità dell’assistenza: basti pensare, negli ultimi cinquant’anni, all’introduzione della TAC, dell’ecografia, della risonanza magnetica nucleare, dell’endoscopia dell’apparato digerente. Tutto questo ha determinato un significativo miglioramento della qualità della vita: le diagnosi sono più precoci, le cure più efficaci. Tuttavia, il progresso tecnologico potrà sostituire solo in parte l’uomo. La sanità privata, essendo strutturalmente più snella, riesce spesso a garantire percorsi più organizzati  e più veloci. Abbiamo chiesto al dottore quale fosse, secondo lui, la principale carenza  del sistema sanitario, in particolare per quanto riguarda il personale infermieristico, e cosa si potrebbe fare per affrontare questa situazione. Lui afferma, che la causa è indubbiamente demografica. Negli anni del boom economico si diplomavano circa 500.000 studenti all’anno, e circa il 5% di loro — quindi circa 25.000 giovani — sceglieva una carriera assistenziale. Oggi i nati sono molti meno e anche il numero complessivo di studenti è diminuito. Anche se la percentuale di chi scegliesse questo percorso salisse al 6 o al 7%, non ci sarebbero comunque abbastanza persone per coprire il fabbisogno. Per questo motivo è necessario sfruttare la tecnologia per migliorare le performance di chi già lavora nel sistema. Inoltre, secondo il dottore, è importante fare riferimento anche al lavoro foresto: l’importazione di personale infermieristico rappresenta un’opportunità, perché il lavoro è il primo fattore che favorisce l’integrazione. Naturalmente esiste una barriera linguistica, che non va sottovalutata: queste persone devono poter frequentare corsi di lingua, per poi perfezionarla nel tempo. 

Il messaggio che il dottor Berti Riboli vuole lasciare ai giovani che pensano di intraprendere una carriera sanitaria è chiaro: aiutare una persona a risolvere i propri problemi di salute, rassicurarla e accompagnarla è una grande responsabilità. Non è solo una responsabilità di risultato, ma anche di metodo. È una carriera prettamente umanistica e scientifica, e chi si sente pronto ad assistere un’altra persona dovrebbe scegliere questa strada con consapevolezza e convinzione.

Le due interviste ci hanno mostrato realtà diverse, ma non opposte, poiché entrambe pongono al centro la stessa realtà : il paziente, la persona e il bisogno concreto di cura. Il settore privato evidenza l’agilità organizzativa della sanità, presenta una maggiore innovazione tecnologica e una capacità elevata e rapida di adattamento verso i cambiamenti demografici. Il settore pubblico, invece, testimonia l’importanza dell’equità e ci ricorda che la salute deve essere garantita a tutti, senza distinzioni. L’invecchiamento della popolazione, la carenza di personale sanitario e la necessità di investire in nuove tecnologie, rappresentano sfide comuni. Di fronte a questi cambiamenti, è chiaro che pubblico e privato non devono competere, ma collaborare formando un rapporto congiunto. Concludendo il nostro “viaggio”, abbiamo capito che il diritto alla salute non è solo un principio scritto nella Costituzione. È nel rapporto tra medico e paziente, nella capacità di ascolto e nella presenza accanto a chi soffre, che l’articolo 32 prende davvero vita.

Una nota spagnola al Liceo D’Oria

di Ludovica Dufour, 2B

Vi siete mai chiesti come varino i sistemi scolastici tra un Paese e l’altro? Le differenze sono molteplici e di vario genere e anche Stati vicini all’Italia ne presentano alcune. Mercoledì 25 febbraio abbiamo incontrato Marta Queralt Romero, studentessa universitaria spagnola che sta frequentando il suo dottorato in Scienze dell’educazione qui in Italia.

Abbiamo avuto quindi la possibilità di rivolgere a Marta domande riguardo al sistema scolastico spagnolo e alla sua futura professione, utili da un lato per avvicinarsi a una realtà diversa dalla nostra, quella spagnola, e dall’altro per affacciarsi al mondo del lavoro di cui anche noi a breve faremo parte.

Le sono state poste moltissime domande, ad esempio come è organizzata la scuola in Spagna, che, inaspettatamente, ha un sistema scolastico assai diverso dal nostro. I cicli si dividono in scuola dell’infanzia, fino ai 6 anni, scuola primaria, fino ai 12 anni, scuola secondaria, fino ai 16 anni, e “bachillerato”, che dura solo due anni ed è paragonabile in parte al nostro liceo. La differenza più sostanziale però sta nella distribuzione delle materie: fino alla scuola secondaria compresa, non vengono distinti diversi indirizzi ma tutti gli studenti seguono gli stessi corsi. Il “bachillerato” invece presenta diversi orientamenti, tra cui quello scientifico, quello umanistico e quello artistico. Secondo Marta uno degli aspetti migliori della scuola spagnola è proprio il fatto che gli studenti non debbano fare una scelta così importante come la decisione del percorso liceale troppo presto; anche se in Italia questo è quasi un rito di passaggio, dal suo punto di vista quando i ragazzi arrivano al momento di scegliere la scuola superiore non sono abbastanza maturi e ciò potrebbe portare a ripensamenti in futuro. Il “bachillerato”, secondo la sua opinione, è più efficace perché gli studenti, in media, sanno già che professione o percorso universitario vogliono intraprendere in seguito. Tuttavia Marta rimpiange la mancanza in Spagna di un indirizzo analogo al nostro liceo classico, da cui è affascinata. Bisogna infatti sapere che l’Italia è l’unico Paese in cui questo tipo di liceo esiste: in Spagna Marta si è limitata a studiare il latino alla scuola secondaria e non ha mai avuto un approccio al greco; in altri paesi non viene studiata nessuna delle due lingue. 

 Un’altra domanda che le è stata posta è se nel suo Paese ci sono differenze nel rapporto che hanno i professori con gli studenti rispetto a quello che ha notato esserci in Italia. “They are closer to the students” (“loro sono più vicini agli studenti”) ci ha detto Marta, che è rimasta stupita all’inizio dalla formalità che è invece tipica del rapporto che hanno alunni e docenti in Italia. 

Marta ha anche parlato del corso di laurea a cui è stata affiancata, motivo della sua presenza a Genova: “Scienze dell’educazione” è una facoltà poco conosciuta, che tra gli sbocchi professionali ha la figura dell’educatore nei servizi per l’infanzia (dagli 0 ai 6 anni) e quella dell’educatore socio-pedagogico (che si occupa di tutte le fasce di età). Si sta inoltre occupando di un tema attualmente assai importante, ovvero come le tecnologie e l’intelligenza artificiale possano essere adottate costruttivamente nell’ambito dell’educazione. 

In seguito le è stato anche chiesto come si sta trovando qui in Italia: Marta ha risposto che fin da subito è rimasta affascinata dalle forti tradizioni che sono ancora presenti nella nostra cultura. 

Viva quindi la cultura italiana e il liceo classico!

La scuola fa notizia ha chiuso i battenti, ma il lavoro dei nostri studenti non è andato perduto

L’archivio recuperato degli articoli pubblicati dal 2018 al 2025 su “La scuola fa notizia” trova spazio nella Redazione del D’Oria.

Per sette anni, le voci del Liceo Classico Andrea D’Oria hanno trovato spazio sulle pagine di Lascuolafanotizia.it, la piattaforma editoriale nata dalla collaborazione tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito  e l’Agenzia di Stampa DIRE per promuovere il giornalismo scolastico in Italia. Dal 2018 al 2025, studentesse e studenti dell’indirizzo umanistico si sono cimentati con articoli, reportage e approfondimenti, imparando sul campo il mestiere della scrittura giornalistica e della comunicazione digitale, con il prezioso supporto di giornalisti e docenti.

I primi articoli della Redazione del D’Oria quando nel 2018 ci fu il crollo del ponte Morandi.

Un patrimonio costruito anno dopo anno, notizia dopo notizia.

Quando il Ministero ha cessato di sostenere l’iniziativa e l’Agenzia DIRE ha deciso di chiudere il canale, quei testi, quelle idee, quella memoria hanno rischiato di svanire per sempre. La chiusura è stata improvvisa: nessun preavviso e nessun tempo per organizzare un salvataggio ordinato. Eppure non ci siamo arresi. È stato proprio grazie alla collaborazione con l’Agenzia DIRE che – rivelatasi determinante anche dopo la chiusura – siamo riusciti a ottenere un backup pressoché integrale dei contenuti: tutti i testi sono stati recuperati insieme a un buon numero di immagini.

Nel frattempo, a gennaio abbiamo dato vita su questa piattaforma alla sezione dedicata alla Redazione del D’Oria: un nuovo spazio in cui le studentesse e gli studenti dell’indirizzo umanistico possono continuare a scrivere, raccontare e misurarsi con il giornalismo, esattamente come hanno sempre fatto. Un luogo che guarda avanti, ma che non dimentica da dove viene. Ed è proprio qui che oggi annunciamo con soddisfazione la disponibilità dell’archivio completo dei testi prodotti dalla redazione tra il 2018 e il 2025: oltre 700 articoli da rileggere, riscoprire e da cui ripartire, tutti accessibili su Agoraliceodoria.it.

La scuola fa notizia è stata molto più di un progetto didattico: è stata una palestra in cui imparare a guardare il mondo con occhi critici, a scegliere le parole con cura, a capire che informare è un atto di responsabilità. Chiuderla è stata una perdita reale. Conservarne la memoria per continuare da dove ci siamo fermati è il modo migliore per onorare chi ci ha lavorato.

La Redazione di Agoraliceodoria.it

Il Palazzo dei Misteri

La redazione del Corriere della Sera, tra memoria e futuro

di Alice Johnston, 1B     

Come può un palazzo che esiste da oltre cent’anni celare dei misteri?

Il palazzo di via Solferino 28 non è un semplice edificio storico, ma un’immensa struttura le cui mura celano agli occhi della maggioranza delle persone i suoi  “misteri”: la storia intricata e affascinante trattenuta al suo interno e le sfide e i pesi di coloro che attualmente ci lavorano. Questo palazzo è il simbolo del giornalismo italiano. 

Fu scelto da Luigi Albertini come sede per la redazione del Corriere della Sera. Qui sono stati ospitati i grandi nomi della cultura e della politica, come lo stesso Albertini, Dino Buzzati, Oriana Fallaci, Giovanni Spadolini, Indro Montanelli, Enzo Biagi… Ancora oggi Via Solferino 28 rimane un luogo identitario del giornalismo.

Scalone nell’ingresso della sede di Via Solferino

 Il 27 febbraio 2026, la classe 1B del Liceo D’Oria ha visitato questo luogo straordinario accompagnata dai propri docenti. Grazie alla preparazione in merito e a diverse visite guidate, la classe è stata in grado di cogliere numerosi aspetti nascosti della vita del Corriere.

La classe 1B nella sala Buzzati

Lavorare al Corriere non è affatto una cosa semplice: oltre ai normali impegni del giornalista, scrittore o editore, si aggiunge la responsabilità data da oltre un secolo di storia racchiusa tra le sue mura. Quando si lavora in un luogo del genere è impossibile non voler onorare coloro che hanno preceduto, eseguendo ogni compito con grande cura, per rispetto dei grandi che si sono trovati in quel posto prima di noi. Stando negli stessi luoghi dove hanno lavorato i grandi del giornalismo del proprio paese, lavorando proprio su ciò che era stata la loro passione e a cui hanno dedicato la propria vita, è impossibile non provare un senso di reverenza il quale spingerà a dare il meglio di se stessi.

Ogni giorno i vari giornalisti ed editorialisti si radunano nel prestigioso luogo di riunione della direzione del Corriere, la “Sala Albertini”. 

La Sala Albertini

Chiamata così in onore del grande e storico direttore, la sala è il cuore pulsante del giornale, dove i giornalisti discutono e progettano ogni edizione del giornale. Entrando nella sala mi sono resa subito conto dell’importanza e della solennità del luogo in cui mi trovavo. Riuscivo ad immaginare le facce dei grandi giornalisti seduti in quell’esatto luogo e mi sono sentita onorata di trovarmi là ma anche molto piccola e inadeguata davanti all’importanza storica della sala e di coloro che vi sono passati. 

Ho potuto riflettere sulla sfida che incontreranno gli aspiranti giornalisti: assicurarsi che il Corriere della Sera, insieme agli altri giornali, rimanga un luogo di cultura, di informazione affidabile, qualificato, competente e credibile, come lo è stato per decenni, non perdendo di vista coloro che hanno lottato perché fosse così. La fiducia nel giornalismo attuale è infatti fondamentale; la trasparenza, l’autenticità e la coerenza nel riportare i fatti sono il punto centrale di qualsiasi quotidiano.

La fiducia nel giornalismo contemporaneo viene purtroppo minacciata dalle nuove intelligenze artificiali. L’uso dell’AI generativa nel giornalismo comporta il rischio di amplificare pregiudizi e influenzare la scelta delle notizie, infatti l’AI, oltre alle fake news sul web, suscita emozioni negative come rabbia o paura rispetto alla verità, più complessa. Il mestiere del giornalista sta cambiando: egli deve saper distinguere le notizie vere da quelle false per poi presentare la verità al pubblico.

Il Corriere adotta un approccio basato sulla prudenza e sul controllo umano nel contesto dell’adozione dell’intelligenza artificiale in linea con l’AI Act europeo. 

La classe durante l’incontro sulla sensibilizzazione alle tematiche del giornalismo responsabile

Sebbene le specifiche linee guida interne dettagliate non siano pubbliche, dai contenuti e dagli editoriali del giornale emergono dei principi chiave tra cui la supervisione umana centrale e la trasparenza con il lettore. Il Corriere usa talvolta l’AI per sintesi o riassunti di documenti lunghi, atti giudiziari o report tecnici. 

Qualsiasi sintesi prodotta deve essere sottoposta a un fact-checking rigoroso. È infatti vietato dal Corriere pubblicare riassunti automatici senza che un giornalista abbia verificato la corrispondenza dei dati sintetizzati con le fonti originali per evitare “allucinazioni” (dati inventati dal modello). Inoltre, se la sintesi di dati è parte del pezzo finale, il quotidiano segue il principio di trasparenza, informando il lettore sull’uso di tecnologie assistive.  Il ruolo del giornalista ora assume anche questo compito: proteggere il pubblico.

 Stare al passo con il veloce avanzamento dei social e dell’AI in questi tempi è una sfida veramente difficile, ma alla portata dei professionisti del Corriere della Sera, i quali hanno dimostrato di avere una trasparenza e un metodo di lavoro straordinario per oltre 150 anni di storia della testata, messo in atto nel palazzo dei misteri. 

 

 



DIRITTI IN AZIONE. Non solo uno scenario: il paesaggio tutelato dall’Articolo 9

di Ludovica Dufour, Margherita Manzone, Viola Sommer, 2B

L’articolo 9 della Costituzione della Repubblica italiana afferma che la Repubblica tutela il paesaggio e l’ambiente, riconoscendoli come valori fondamentali. Si tratta di salvaguardare un patrimonio. Il patrimonio di tutti noi.

Per  comprendere come l’Articolo 9 della Costituzione trovi effettiva attuazione nella nostra città, abbiamo intervistato tre professionisti che, da punti di vista diversi, notano come sia mutato il paesaggio a Genova e suggeriscono come i cittadini possono collaborare alla sua conservazione:  l’architetto Alessandra Quarello del Comune di Genova, il professor Riccardo Iesu, naturalista, collaboratore dell’Acquario di Genova e la fotografa Paola Leoni.

Qui il video con le nostre interviste 

L’architetto Alessandra Quarello ha evidenziato l’importanza della conservazione e manutenzione delle aree verdi presenti a Genova e l’insegnamento del rispetto verso queste aree ai cittadini. Per progettare nuove zone verdi bisogna partire dal piccolo, concentrandosi su quelle già presenti e cercare di lavorare con lo spazio disponibile. Le strutture urbane possono contribuire con l’aumento di piante grazie ai tetti e le pareti “verdi”, si tratta di strutture, sia interne che esterne, dove presentano un vero e proprio ecosistema. Questo tipo di tecnologia aiuta l’assorbimento dell’acqua piovana, evitando episodi di allagamento, e dell’anidride carbonica.
La Liguria presenta molti ecosistemi diversi tra loro in un territorio piccolo: anche attraverso progetti europei si cerca di salvaguardare in particolare la fauna acquatica, ricca di microclimi diversi. Il professor Riccardo Iesu si occupa del progetto riguardante la riproduzione di una piccola tartaruga che vive soltanto nella nostra regione. Il progetto coinvolge anche enti esterni come l’acquario di Genova, l’università e la provincia di Savona. L’assenza di questa specie è un segnale d’allarme che significa che l’ambiente non è più adatto ed è stato modificato da diversi fattori.

Il professor Riccardo Iesu racconta come le tartarughe trascorrano i primi momenti di vita presso l’acquario per poi essere liberate in natura. L’obbiettivo di questi progetti è cercare di salvaguardare le specie marine ed evitarne la scomparsa. La Liguria ha avuto dei risultati di conservazione degli ecosistemi positivi con l’entrata di nuove specie nel territorio. Grazie al progetto di salvaguardia della fauna acquatica, c’è la possibilità per molte specie a rischio di continuare a vivere e adattarsi nel cambiamento dell’ecosistema.
Grazie alla fotografia si può notare il cambiamento di un paesaggio da due epoche diverse. Genova nei secoli è stata progettata e modificata sempre di più con strutture ed edifici. Paola Leoni ci ha spiegato come ha vissuto la fotografia anche grazie a suo padre fondatore dello storico Studio Leoni e come ha potuto vedere il cambiamento urbanistico in città.
Tutti e tre gli intervistati hanno spiegato come contribuiscono al cambiamento del paesaggio e come sia importante tutelarlo.

L’articolo 9 della Costituzione italiana ci insegna a rispettare l’ambiente, contribuendo anche con piccoli gesti nel nostro vivere quotidiano: un dovere di tutti i cittadini

Da 150 anni al servizio dell’informazione. Il “Corriere della Sera” svelato dai suoi giornalisti

Novemila studenti collegati da tutta Italia, cinque classi presenti in Sala Buzzati: un dialogo con le grandi firme del Corriere della Sera, tra storia, attualità e funzione del giornalismo ai tempi delle fake news.

di Pietro Enrico Barbieri, 1b

Beppe Severgnini

Mentre varco la porta della storica Sala Albertini, dove prima di me sono entrati giornalisti e scrittori come Indro Montanelli, Oriana Fallaci e Dino Buzzati, nella mia testa rimbomba una vecchia canzone dei Baustelle, Un Romantico a Milano: “Leggi, c’è un maniaco sul Corriere della Sera / La sua mano per la zingara di Brera, è nera”. Questo mi fa riflettere sull’enorme popolarità dell’istituzione che sto visitando insieme ai miei compagni, che poi è proprio la stessa cosa che abbiamo discusso poco prima nella Sala Buzzati, alla conferenza La libertà delle idee. Giornalismo, informazione e democrazia. Beppe Severgnini ha iniziato spiegando a tutti che il Corriere non è un semplice giornale, ma “parte integrante della storia d’Italia”. Ognuno degli ospiti, cronisti esperti e specializzati in diversi campi, ha poi offerto una prospettiva diversa sul mestiere di giornalista. Particolarmente interessante l’intervento di Beppe Severgnini, molto sciolto e a suo agio nel dialogo con noi studenti. Prima di oggi l’avevo visto molte volte in TV a parlare di cose molto diverse tra loro. Probabilmente questa esperienza lo aiuta a comunicare in modo così diretto e comprensibile. Dopo aver svelato a noi studenti qualche trucco per scrivere un buon testo – il suo metodo P.O.R.C.O., acronimo per: Pensa, Organizza, Rigurgita, Correggi, Ometti – ha spiegato il concetto del “giornale club”, un luogo metaforico di discussione, dibattito e scambio d’opinioni tra tutti i redattori.

Martina Pennisi

Martina Pennisi  vede l’edizione online del giornale come una specie di estensione di questo “club”, aperto anche ai lettori, che possono commentare in tempo reale e interagire tra loro, purché questo avvenga in modo educato e rispettoso nei confronti di ognuno. Il suo modo di comunicare mi è sembrato molto diverso da Severgnini, più colloquiale. Infatti lei usava spesso metafore calcistiche di facile comprensione per un pubblico giovane e forse distratto.  Venanzio Postiglione, invece, era il più elegante di tutti. L’unico a indossare giacca e cravatta, parlava lentamente e usava termini ricercati, che magari provengono dalla sua formazione classica. Non a caso ha affrontato temi complicati e storici come quello della censura, in tutte le sue forme possibili, raccontando certi episodi molto interessanti dell’epoca fascista, per la precisione il 28 novembre 1925, quando il direttore dell’epoca, Luigi Albertini, fu obbligato a lasciare la sua prestigiosa carica per non assecondare le richieste del regime di Benito Mussolini.

Venanzio Postiglione

Ho anche pensato a quante analogie ci siano tra il fascismo e le attuali dittature del mondo, come la Russia di Vladimir Putin, dove gli organi di informazione scrivono soltanto quello che vuole il governo. Ho trovato la spiegazione del “patto di fiducia” davvero illuminante, perché spiega qualcosa che noi,  nel mondo libero occidentale, tendiamo a dare per scontato, cioè che le notizie che leggiamo sulle pagine del giornale siano vere. E invece non è per niente scontato, come dimostra l’esempio di coraggio di Luigi Albertini, costretto a dimettersi dal Corriere poiché non poteva più scrivere ciò che voleva come voleva. Anche l’infodemia così diffusa su internet, specialmente dopo il Covid, dimostra che il “patto di fiducia” è ancora attuale ai giorni nostri, in cui purtroppo le fake news sono diffusissime.

I giornalisti presenti all’incontro. Da sinistra: Venanzio Postiglione, Martina Pennisi, Beppe Severgnini e Marta Serafini

Il web è poi tornato in tanti altri interventi, che hanno sottolineato la velocità con cui le informazioni viaggiano, superando la carta. Anche il Corriere si è adattato a questa continua rivoluzione tecnologica, passando dall’essere un semplice giornale stampato a una rete multimediale, con oltre 5 milioni di italiani che giornalmente visitano il suo sito. Totalmente diversa l’atmosfera evocata da Marta Serafini inviata di guerra in Ucraina e prima ancora in diversi teatri bellici in tutto il mondo. Dalle sue parole ho capito che quello del giornalista è un lavoro potenzialmente pericoloso, che ti espone a incontri straordinari e rischi imprevedibili. Il giornalista infatti, per rispettare il famoso “patto di fiducia” con il lettore, deve assistere coi propri occhi ai fatti che riporta. Essere testimoni di una guerra non è facile, e, oltre ai rischi per la propria salute e incolumità, c’è anche un rischio che non avevo considerato, quello di diventare “soldati involontari” di una delle parti in guerra. Mentre Marta Serafini parlava, ho riflettuto su quante cose orribili deve avere visto una reporter di guerra come lei. Rispetto agli altri giornalisti invitati, mi è sembrata più cinica e pragmatica. Forse le esperienze che ha vissuto l’hanno segnata in profondità. Anche il suo abbigliamento era il più sobrio, come se fosse meno interessata all’apparenza e più alla sostanza.

Marta Serafini

Il giorno dopo la nostra partecipazione alla conferenza presso la sede della Fondazione del Corriere è scoppiato l’ennesimo conflitto tra Israele, USA e Iran. Quando l’ho saputo mi trovavo all’aeroporto di Milano e mentre salivo sul volo per Parigi ho subito pensato a Marta Serafini e mi sono chiesto se magari non stesse già preparandosi a partire un’altra volta per qualche lontano paese del Medio Oriente.

 

 

 

Impressioni da una visita in redazione

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi (da Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa).

di Riccardo Viotti, 1b

Entrare nel palazzo di via Solferino, storica sede del Corriere della Sera, è stato un po’ come attraversare una porta invisibile e ritrovarsi in un’altra epoca. Appena si varca la soglia della  Sala Albertini, ci si trova davanti a un enorme tavolo antico, circondato da mobili solenni, pareti piene di quadri che custodiscono storie di decenni. Per un attimo ho avuto l’impressione di sentire il rumore delle macchine da scrivere e di immaginare i giornalisti rientrare di corsa in redazione, magari con le scarpe sporche dopo una giornata passata in strada a cercare notizie.

Prima pagina del primo numero del Corriere della Sera, pubblicato il 5 marzo 1876.

Una volta, infatti, le notizie non arrivavano con una notifica sul telefono o sul terminale delle agenzie di stampa. Bisognava cercarle di persona, parlare con le fonti, andare nei quartieri, nei bar, perfino partire per l’estero in situazioni rischiose. Di giorno si raccoglievano informazioni, la sera si scriveva il giornale che sarebbe uscito il mattino dopo (in realtà, quando nacque, il Corriere della Sera usciva a fine giornata e raccoglieva le informazioni di due giorni). Era un lavoro fatto di attesa, fatica e confronto diretto con la realtà.

 

Eppure quel luogo non è solo un ricordo del passato. Soprattutto nel periodo dopo la guerra, i giornalisti hanno avuto un ruolo fondamentale nel difendere la libertà di stampa. Ci è stato spiegato quanto fosse stato grave il silenzio dei giornali prima del secondo conflitto mondiale: quando l’informazione smette di fare domande, i regimi trovano spazio per imporsi e per zittire ogni voce diversa. Essere lì, in quelle stanze che hanno visto la nascita della democrazia, fa capire che scrivere non è solo un mestiere, ma una responsabilità verso la società.

Oggi però la realtà presenta un’immagine  completamente diversa. Accanto a quel tavolo antico ci sono monitor ovunque. Le notizie viaggiano online, sui siti e sui social. Il giornalista non deve solo cercare informazioni, ma anche orientarsi in un’enorme quantità di dati e verificare tutto con attenzione per evitare di diffondere fake news. E poi c’è la velocità: nessuno  aspetta più il giornale del giorno dopo, vogliamo sapere subito cosa sta succedendo. Gli articoli sono più brevi, spesso accompagnati da video e podcast, perché il modo di informarsi è cambiato insieme alle nostre abitudini.

Sala Dino Buzzati, un momento dell’incontro.

Durante la visita abbiamo incontrato professionisti come Beppe Severgnini, Marta Serafini e Martina Pennisi. Ascoltandoli parlare, ho capito che, nonostante gli strumenti siano diversi rispetto al passato, il cuore del giornalismo è rimasto lo stesso. Che si scriva con una macchina da scrivere o si pubblichi un contenuto sui social, l’obiettivo è sempre informare in modo corretto e onesto. Alla fine, è proprio vero che molte cose sono cambiate (la tecnologia, i tempi, il linguaggio), ma queste evoluzioni sono state necessarie per proteggere ciò che continua a contare davvero: la libertà di stampa e d’informazione che, oggi come allora, sono un presidio irrinunciabile per la democrazia.