I Promessi Sposi: un classico da conservare o da ripensare?

di Viola Sommer, 2B

Capolavoro intramontabile o lettura ormai distante dagli studenti? I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni sono tornati al centro dell’attenzione dopo la proposta di modificare il loro ruolo all’interno del programma di letteratura italiana.

Negli ultimi mesi si è infatti aperto un dibattito sulla proposta avanzata dalla commissione tecnica del Ministero dell’Istruzione di modificare il programma di letteratura italiana, eliminando l’obbligo di studiare i Promessi Sposi nelle scuole superiori, oppure spostandone l’approfondimento dal secondo al quarto anno. La proposta ha attirato molta attenzione poiché il romanzo di Alessandro Manzoni è uno dei testi più rappresentativi del programma scolastico, ormai da decenni.

Chi approva la proposta sostiene che il romanzo sia molto complesso per la maggior parte degli studenti, sia per il linguaggio utilizzato che per la distanza storica. Per questo motivo, si ritiene che la scuola potrebbe offrire testi più vicini alla sensibilità e all’esperienza dei giovani, così da rendere il percorso di studio più coinvolgente e il rapporto con la letteratura più immediato. Molti docenti e studenti favorevoli alla proposta osservano inoltre che un programma flessibile, che si apra alla contemporeaneità, permetterebbe di affrontare autori moderni che parlano in modo diretto ai giovani.

Dall’altra parte, però, numerosi studiosi e insegnanti ritengono che I Promessi Sposi rappresentino una parte fondamentale del patrimonio culturale italiano e che non dovrebbero essere trascurati. Sebbene alcuni classici possano risultare impegnativi, essi offrono una comprensione più ampia della storia, della lingua e della società. Inoltre, molti dei temi affrontati da Manzoni continuano a essere attuali: la giustizia, la paura, la solidarietà, il rapporto con il potere e la responsabilità individuale. Secondo questa prospettiva, rinunciare ai Promessi Sposi significherebbe perdere un’opportunità importante di formazione, non solo dal punto di vista scolastico, culturale, ma anche personale.

Esiste poi una posizione intermedia, condivisa da chi non si schiera né a favore né contro la proposta. Secondo questi osservatori, il problema non risiede nel romanzo in sé, ma nel modo in cui viene presentato e affrontato nelle scuole. Più che eliminare il testo, sarebbe quindi necessario trovare nuove strategie per renderlo più accessibile e coinvolgente per gli studenti.

Anche se successivamente il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha preso le distanze da questa proposta, dichiarando che non intende  ridimensionare il ruolo del romanzo nel programma scolastico, il dibattito rimane comunque significativo. La questione sui Promessi Sposi non riguarda infatti solo lo studio dei testi classici a scuola, ma anche il modo in cui vengono proposti. Il dibattito invita a riflettere su come conciliare tradizione e  modernità, cercando un equilibrio che  permetta agli studenti di imparare dal passato senza però, perdere il contatto con il presente.

 

Papato nell’era dei social: il Vaticano tra caos mediatico e tensioni globali

Passato un anno dalla morte di papa Francesco e la successiva elezione del nuovo pontefice, non mancano le speculazioni online riguardo alle posizioni del papa e il confronto tra le due linee di pensiero.

Le polemiche sulla morte di Papa Francesco. Papa Francesco è morto il 21 aprile 2025. Quest’anno è stato commemorato il primo anniversario della sua dipartita con celebrazioni nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, dove è sepolto. Il decesso, avvenuto a causa di un ictus dopo una polmonite, si è verificato durante il Giubileo, proprio il giorno dopo Pasqua. Online sono sorte molte teorie del complotto riguardo alla data così particolare della morte: Papa Francesco infatti è scomparso durante l’Anno Santo, da lui stesso inaugurato il 24 dicembre 2024. La sua morte è avvenuta precisamente il Lunedì dell’Angelo, subito dopo le celebrazioni pasquali. Molte persone nella rete hanno avanzato ipotesi di teorie del complotto, che circolavano già da settimane riguardo al reale stato di salute del Pontefice. Alcune tra le fake news più note che circolavano sul web in quel periodo riguardavano in particolare i suoi problemi di salute e i ricoveri al Policlinico Gemelli tra febbraio e aprile 2025. Secondo alcune analisi una parte significativa dei contenuti falsi è stata diffusa da profili falsi o bot. La maggior parte dei complottisti sosteneva che il papa fosse già morto mesi prima dell’annuncio ufficiale. Persino dopo che il papa riapparì in pubblico dopo il ricovero, durante alcune apparizioni pasquali, molti cospirazionisti continuarono a sostenere questa tesi diffondendo la voce infondata che la persona affacciata dal balcone di Piazza San Pietro fosse un sosia del papa. Secondo molti la Chiesa ha nascosto la morte del pontefice per gestire la “sede vacante” e la scelta del successore lontano dagli occhi del pubblico. Alcune teorie proponevano addirittura la possibilità di una morte decisa a tavolino o di un prolungamento artificiale della vita. In seguito all’improvvisa popolarità sui social media in merito a queste notizie, numerosi Influencer e complottisti hanno tentato di fare irruzione al Policlinico Gemelli durante i ricoveri del Papa, diffondendo video virali su presunti insabbiamenti.

Il nuovo pontefice. L’8 maggio 2025 è stato ufficialmente eletto Papa Leone XIV come successore di Francesco. Ormai è passato un anno da quando è emerso il fumo bianco dal camino della cappella Sistina, simbolo della decisione del conclave, e non mancano certo sulla rete persone che tentano di confrontare i diversi approcci e atteggiamenti delle due figure religiose. Molti hanno notato come sia evidente una transizione tra uno stile pastorale e informale ad un approccio più istituzionale e tradizionale, pur mantenendo continuità su temi sociali e di dialogo. Leone XIV mantiene una apparenza più formale nell’abbigliamento, riscoprendo i paramenti tradizionali, rispetto alla semplicità di Bergoglio, avendo indossato ad esempio la mozzetta rossa e paramenti tradizionali fin dalla prima apparizione, distanziandosi dallo stile più sobrio di Francesco, che scelse una semplice veste bianca. Nonostante le differenze nel vestiario, Leone XIV si presenta come un continuatore del percorso di dialogo e apertura pastorale di Francesco, inclusa l’attenzione alle donne nella Chiesa. Leone XIV appare inoltre più orientato di Francesco verso un ruolo istituzionale e una maggiore centralità dei simboli tradizionali della fede. Entrambi hanno ribadito dai primi giorni in seguito alla loro elezione l’importanza della pace, soprattutto in questo periodo, sebbene Leone XIV abbia assunto posizioni più nette su questioni internazionali, come quelle sulla NATO.

Rapporto tra la Chiesa e gli Stati Uniti. Passato un anno, la maggior parte delle persone riconosce in Papa Leone stile e pensieri già apprezzati in Papa Francesco. Non è facile però dimenticare le preoccupazioni generali sorte un anno fa durante il periodo di decisione del Conclave: l’elezione di Papa Leone XIV, primo papa statunitense della storia, ha immediatamente suscitato nelle persone (fedeli e laiche) dubbi e preoccupazioni di natura geopolitica e simbolica: la sua origine americana, in un tempo in cui i rapporti tra l’America e il resto del mondo sono tesi e incrinati, avrebbe influito sulle sue azioni? Dentro e fuori il Vaticano è sempre esistita infatti una certa cautela verso l’idea di un pontefice americano. Per decenni si era ritenuto improbabile che la Chiesa eleggesse un papa proveniente dalla principale superpotenza mondiale, per evitare di ampliare il potere del continente americano anche in ambito religioso. Nel caso di Leone XIV, questa preoccupazione è stata un po’ attenuata dalla sua biografia “internazionale”: pur essendo nato a Chicago, ha vissuto come missionario per molti anni in Perù, con una forte esperienza latinoamericana e un profilo considerato più ecclesiale che politico. All’inizio, Trump ha accolto l’elezione con sorpresa ma anche con orgoglio nazionale, parlando di “grande onore” per gli Stati Uniti. Con il passare dei mesi, le tensioni sono diventate più esplicite. Leone XIV ha insistito pubblicamente sulla necessità di “costruire ponti”, dichiarando anche di non avere paura di sollevare questioni delicate con Trump se necessario. 

Il punto di rottura è arrivato nell’aprile 2026, quando Trump ha attaccato duramente il papa sui social, definendolo “debole” e “troppo liberale”, soprattutto dopo gli appelli del pontefice contro la guerra e contro l’uso della religione per giustificare conflitti internazionali.

Trump è arrivato persino a sostenere che l’elezione di Leone XIV fosse legata alla sua stessa presenza alla Casa Bianca, dichiarando: “Se non fossi presidente, Leone non sarebbe in Vaticano”. Dal canto suo, Leone XIV ha evitato in ogni modo uno scontro personale diretto, ma ha mantenuto una linea ferma: ha continuato a parlare in favore della pace, contro il “delirio di onnipotenza” e contro l’“idolatria della forza”. Anche parte dell’episcopato americano ha preso in merito al dibattito con il pontefice le distanze dagli attacchi di Trump, ricordando che “il Papa non è un rivale politico, ma il Vicario di Cristo”. Non bisogna dimenticare, inoltre, le foto controverse che Donald Trump aveva pubblicato sui siti ufficiali della casa bianca su Truth: immagini create con l’intelligenza artificiale ritraevano il presidente americano agghindato con le vesti papali. Queste foto sono state pubblicate un anno fa, durante il periodo tra la morte di Papa Francesco e le elezioni dell’attuale pontefice. A causa di questa mossa migliaia di persone sono insorte sui social a discutere: sebbene la maggior parte criticasse l’aspetto blasfemo e irrispettoso delle immagini, considerando anche il momento in cui sono state pubblicate, alcune persone hanno difeso il presidente definendo le foto “scherzi innocenti” o spiritose battute.

Papato nel mondo del cinema. Queste tensioni tra fede, comunicazione e potere ricordano molto anche il modo in cui il cinema contemporaneo ha iniziato a raccontare il Vaticano negli ultimi anni. Un esempio significativo è “Conclave”, thriller politico ambientato durante l’elezione di un nuovo pontefice e tratto dal romanzo di Robert Harris. Il film, il cui attore protagonista è Ralph Finnies, mostra un Vaticano attraversato da giochi di potere, divisioni ideologiche e pressione mediatica, mettendo in scena una Chiesa costretta a confrontarsi con il peso dell’opinione pubblica e delle tensioni globali. Pur essendo un’opera di finzione, molte delle dinamiche raccontate nel film richiamano le paure e le discussioni nate realmente dopo la morte di Papa Francesco e durante l’elezione di Leone XIV: il timore dell’influenza politica internazionale, il ruolo dei Social e la conseguente difficoltà della Chiesa nel mantenere un equilibrio tra tradizione e modernità nell’epoca dei social network.

Come comprendere meglio la storia del nostro paese? Semplice, al Museo della Rai!

di Ludovica Dolcini, 2D

«La RAI − Radiotelevisione Italiana inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive.»

La televisione ha da sempre fatto parte della nostra vita quotidiana: la troviamo nei bar, nelle case, nei centri sportivi. Guardarla è un’occasione per stare in compagnia con amici e parenti, oppure per dedicare tempo a se stessi. Dopo la sua invenzione, sono nati i primi canali ed è proprio il 3 gennaio 1954 che da uno studio televisivo a Torino, va in onda il primo canale della Rai.

La sua missione

Lo scopo della Rai è di unire le persone con uno strumento di intrattenimento, perciò sono nati programmi come La Domenica Sportiva, il più longevo della storia della Rai dedicato allo sport, tra cui prevalentemente il calcio. Inoltre molte trasmissioni sono state create con fini istruttivi ed educativi: la televisione ha aiutato la diffusione della lingua in un’Italia con tanto analfabetismo e meno ‘unita’ dal punto di vista linguistico. Infatti la Rai ha proposto programmi che sono passati alla storia: Telescuola e Non è mai troppo tardi.
Entrambi sono programmi televisivi sperimentali realizzati con il sostegno del Ministero della Pubblica Istruzione rivolti ai ragazzi impossibilitati a frequentare la scuola obbligatoria e agli adulti analfabeti, aiutando così nel secondo caso, circa un milione e mezzo di italiani ad ottenere la licenza elementare. Tutto ciò è stato merito del maestro Alberto Manzi, della professoressa Maria Grazia Puglisi e di molti altri che hanno saputo insegnare e allo stesso tempo intrattenere gli spettatori e i loro piccoli grandi alunni.

Un nuovo modo di trasmettere: la televisione a colori

Nel 1977 comincia una nuova epoca per la storia della televisione, ovvero le trasmissioni televisive a colori. Quest’innovazione comporta maggiore coinvolgimento, rendendo l’esperienza visiva molto più realistica, e permettendo così a scenografi e costumisti di sbizzarrirsi con le più particolari composizioni di colori.

È anche grazie a ciò che esordiscono e ottengono grande successo conduttori come Raffaella Carrà, Corrado, Johnny Dorelli e molti altri ancora, esibendosi con costumi accattivanti e iconici.

L’evoluzione della televisione in un edificio: il Museo della Rai

”Abbracciamo il presente, valorizziamo il passato, ci apriamo al futuro.”
Il Museo della Radio e Televisione Rai, situato a Torino, è il luogo in cui sono concentrati i 70 e passa anni della Rai. L’ingresso accoglie i visitatori con un’imponente struttura blu, il famosissimo Albero Azzurro, del canale per bambini Rai Yoyo e i vari personaggi e oggetti di scena del programma Melevisione. Qui ci si perde immediatamente nei ricordi della propria infanzia e senza dubbio anche nella nostalgia: non è un caso vedere adulti, anziani e anche ragazzi farsi scattare foto vicino al proprio personaggio preferito di quando si era bambini.
Proseguendo la visita, si entra in una grande stanza dove innumerevoli strumenti come il telegrafo, le prime trasmissioni senza fili, telecamere raccontano l’evoluzione della televisione fino ai giorni nostri. Nella parte centrale della stanza, attira l’attenzione il famoso pianoforte rosa degli anni trenta di Fred Buscaglione; il pubblico ha inoltre la possibilità di sedersi e mostrare le proprie abilità utilizzando uno strumento che ha segnato un’intera epoca. Ai lati della stanza sono presenti i costumi utilizzati dai più famosi conduttori della Rai ed è interessante notare quanto sia cambiata la cultura dello spettacolo dagli anni ’80 ad oggi, semplicemente guardando su diversi schermi i programmi del passato, ad esempio il celeberrimo Canzonissima in confronto ai festival contemporanei come Sanremo 2026.
Il Museo della Rai non è un luogo in cui la storia della televisione si apprende passivamente, ma al contrario mette a disposizione del visitatore tutti gli strumenti necessari per assumere il ruolo del giornalista, dell’intervistato e addirittura del regista. Questa guida perciò permette di osservare da più punti di vista la parte che conosciamo meglio dalla TV, ovvero quella in scena, ma anche l’ambiente a noi più sconosciuto: la zona dietro le quinte.

La Rai: cos’è al giorno d’oggi?

In una società in cui tutto cambia velocemente, le notizie della televisione ci permettono di stare sempre aggiornati su ogni cosa che ci circonda. La Rai, grazie ai suoi numerosi inviati, ci fornisce 24 ore su 24 informazioni aggiornate sulla situazione mondiale, utile in un periodo di continue guerre in cui viviamo. Inoltre ha una gamma di trasmissioni davvero vastissima: da telegiornali a radio, includendo anche programmi televisivi culturali che si basano sulla società odierna, sull’antropologia, sulle città e le loro storie, ma che approfondiscono anche arte, letteratura, filosofia, storia e musica contemporanea.
La Rai mostra una continua evoluzione tecnologica delle trasmissioni, inizialmente solo uditive con le prime radio, successivamente visive e cariche di notizie provenienti da ogni parte del pianeta. In conclusione è la prova che uno strumento possa unire una comunità, informandoci in qualsiasi ambito possibile e creando una rete d’informazioni che ci renda tutti partecipi e coinvolti.

Una notte, mille voci. Il Classico si racconta

Una serata speciale dedicata alla cultura e alla riflessione sull’Humanitas, in cui gli studenti, veri protagonisti, hanno presentato spettacoli, letture e progetti, mostrando come il Liceo Classico sia ancora oggi un punto di riferimento vivo e attuale.

di Andrea Bolioli, Thomas Bergamo e Leonardo Scarrone, 1B.

La sera del 27 marzo presso il nostro Liceo Classico “A. D’Oria” tutte le classi hanno partecipato alla XII edizione della Notte Nazionale del Liceo Classico.

Un’alunna della classe 3D mentre recita la poesia “Connessioni Invisibili”

In un’epoca in cui la cultura classica viene relegata in un angolo dalla moderna civiltà, l’idea di realizzare, a livello nazionale, un’iniziativa che coinvolge tutti i Licei Classici d’Italia contemporaneamente, rappresenta qualcosa di magico ed unico per noi che abbiamo deciso di vivere questa scelta di studi.

La NNLC, ideata dal Professore Rocco Schembra, propone spettacoli, letture, concerti e attività create dagli studenti stessi.
Il tema di quest’anno è stato “Homo Sum…”, con lo scopo di esplorare l’Humanitas contemporanea.

L’evento si è svolto in tre parti, nelle quali i veri protagonisti sono stati sempre gli studenti che, visibilmente emozionati, hanno coinvolto tutto il pubblico nei loro spettacoli e nelle rappresentazioni.

Il programma ha avuto inizio nella splendida Aula Magna del nostro Liceo, intitolata al compianto storico Preside Salvatore Di Meglio. L’aula era gremita di studenti e di genitori che hanno assistito alla serata, ed è stato entusiasmante vedere tanta partecipazione e coinvolgimento.

La serata si è aperta con la recitazione della poesia “Connessioni Invisibili” che mette in relazione “solitudine e speranza“, esplorando i legami spirituali ed emotivi che legano le persone all’universo. Il sottofondo scelto, Idea 10 di Gibran Alcocer, ha trasmesso a tutti noi un senso di legame profondo e un momento di riflessione al pubblico attento e presente. La scelta della musica ha rappresentato un valore aggiunto al brano, perché l’unione tra il testo, il suono e la danza è stata davvero giusta e coerente.
Gli spettatori ancora emozionati, sono stati deliziati dal brano Run Away di Aurora, una canzone che unisce vulnerabilità alla ricerca della libertà: parla del desiderio di fuga interiore, infatti, il protagonista del brano desidera fuggire dagli altri per seguire i suoi desideri profondi. Un tema che molti di noi hanno sentito vicino: il desiderio di scappare, di lasciare tutto per seguire davvero ciò che si vuole.

Gli alunni della classe 5A mentre recitano la poesia “Phenomenal Woman” di Maya Angelou

Mentre alcuni di noi forse stavano ancora vagando con la fantasia alla ricerca dei sogni evocati con il brano precedente, è stata la volta della poesia “Phenomenal Woman” di Maya Angelou che celebra la fiducia, l’orgoglio e la forza interiore delle donne, rispecchiando in pieno il tema della serata. La poesia di Angelou spiega come molte persone credano ancora che il valore di una donna dipenda dal suo aspetto fisico.  L’anima di questo brano ci ha riportato a considerare la posizione della donna nella nostra società, in cui spesso i diritti esistono solo sulla carta ed è stato impossibile non pensare a tutte le società in cui la donna è umiliata, usata, sfruttata e maltrattata.

Ancora scossi da quanto ascoltato, siamo stati raggiunti dalle note di “A psychopath’s misery” di Pranza, un brano pubblicato nel 2024, che esplicita l’angoscia e il terrore provato dall’autore, con note dolenti e gravi che aumentano di intensità, creando l’impressione di un’accelerazione per una fuga da qualcosa o qualcuno, e per i presenti non è stato possibile non collegare il pensiero al brano precedente.
A questo punto è stato il momento di abbandonare l’aula Magna per dirigersi nelle aule per seguire altri spettacoli e rappresentazioni messe in scena dagli studenti in maniera magistrale.
Noi abbiamo seguito in particolare la programmazione “L’Humanitas, l’ultima eclissi” e la presentazione da parte delle classi dell’indirizzo artistico espressivo della nostra scuola, del progetto “Professione Arte“, realizzato dai nostri compagni insieme ai professori.
Le classi hanno indagato la storia di alcuni dei monumenti più importanti di Genova, perché la conoscenza dell’arte permette di comprendere l’uomo e il profondo della sua anima.
Gli studenti hanno anche analizzato la parte pratica che sta dietro l’allestimento di una mostra recandosi a palazzo Lomellino, dove hanno avuto un incontro con i curatori della mostra delle opere di Plinio Nomellini. I due professionisti hanno spiegato quali sono le strategie utilizzate per allestire una mostra, partendo dal reperimento delle opere da esporre, cercando il giusto contesto, passando anche per il reperimento dei fondi per poter allestire la mostra.
Successivamente i nostri compagni a Palazzo Ducale hanno avuto la fortuna di essere guidati dalla direttrice del Palazzo, Ilaria Bonacossa, nella visita della mostra Moby Dick, La balena. Questa mostra esponeva sia opere contemporanee sia reperti più antichi, legati alla figura della Balena nella storia.

La diapositiva dedicata a Moby Dick

Infine le classi e i docenti sono stati in visita all’Abbazia di San Giuliano, storica sede operativa dei Carabinieri che qui svolgono la fondamentale funzione di rendere sicuri i trasferimenti delle opere d’arte esposte nelle mostre della nostra città.
In occasione di tale visita, gli studenti hanno scoperto che l’Abbazia custodisce uno dei più ricchi patrimoni religiosi italiani, la cui cura e il mantenimento sono assicurati da una cooperazione delle diocesi italiane.
Questo progetto ha messo in luce un aspetto che i visitatori spesso ignorano:  tutto il lavoro che sta dietro l’allestimento di una mostra. Di fronte ad un’opera, ci fermiamo a guardarla, raramente ci chiediamo come sia arrivata fin lì.

Il grande successo di pubblico, di studenti, docenti e visitatori esterni ha ancora una volta evidenziato come la cultura classica sappia ancora parlare al presente. L’appuntamento è già all’anno prossimo, alla tredicesima edizione.

NOTTEDORIA: quando il liceo classico prende vita tra musica e talenti

Cosa ci hanno raccontato le canzoni della NotteDoria

di Margherita Giachero e Isabella Morando, 1B

La Notte Nazionale del Liceo Classico è un’iniziativa importante, ideata dal prof Rocco Schembra nel 2015, per tutti i licei classici, perché apre le porte a persone di tutte le età, offrendo l’occasione di trascorrere una serata piacevole e di riscoprire il valore di questo indirizzo, spesso evitato perché considerato troppo impegnativo. Al Liceo Classico Andrea D’Oria, la Notte Nazionale rappresenta un evento di grande importanza, atteso ogni anno con entusiasmo dagli studenti, docenti e visitatori. Il tema centrale dell’evento, quest’anno, era “l’humanitas“, alla quale si collegava la frase di Terenzio sono un essere umano, nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me” che ha fatto da bussola per tutta la serata. Guerra, relazioni tossiche, identità, libertà: ogni esibizione ha scelto un pezzo di umanità da raccontare, in musica, in danza o in scena.

Non sono mancate infatti rappresentazioni ispirate alla tradizione letteraria del passato, come scene tratte da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni o diverse interpretazioni come ad esempio la “Scuola di Atene” ispirata al celebre affresco di Raffaello. Queste rappresentazioni dimostrano come i ragazzi sappiano unire creatività e conoscenze acquisite durante il loro percorso scolastico.

La serata è diventata così un’occasione unica per mostrare non solo i talenti degli studenti, ma anche il valore del liceo classico, capace di unire tradizione e conoscenza in un’esperienza coinvolgente e aperta a tutti.

Per questo motivo, gli studenti hanno scelto di cantare e suonare brani ispirati a questo concetto di umanità, come ”Behind the Wall”, “Zombie” e “Sola”, canzoni che affrontano temi come la sofferenza, la solidarietà e il desiderio di un mondo più giusto. Inoltre sulle note di “Mirò” e “Je Suis Musicè andata in scena una danza: se le canzoni avevano raccontato l’humanitas con le parole, il movimento l’ha espressa con il corpo, in un linguaggio che non ha bisogno di traduzione.

La canzone “Zombie” dei The Cranberries
“Zombie” dei The Cranberries

Questo brano, interpretato da Rebecca Vaccari, Ginevra Trigona, Giulio Auxilia e Max Lupo Wilkinson Lepore, è uno dei brani più ricordati degli anni ’90. La band voleva denunciare la guerra, in particolare il conflitto in Irlanda del Nord di quel periodo. Questa canzone denuncia proprio quei concetti che si oppongono a quello di “humanitas”, la guerra, l’odio e la morte, che annullano la nostra umanità facendoci diventare, appunto, “zombie”.

Behind the Wall” di Tracy Chapman

Cantata da Alice Villa (4D) la canzone ci regala un messaggio diverso, incentrato sulla violenza ma in un ambiente domestico. Il brano descrive dal punto di vista di una persona esterna l’indifferenza che le autorità avevano in queste situazioni e denuncia il silenzio delle persone che non intervengono alla vista di scene di violenza. Si collega all’humanitas mettendo in luce quanto sia importante non restare indifferenti e avere empatia verso chi soffre.

Alice Villa con “Behind the Wall”
Change” dei Deftones, “Mann Gegen Mann” dei Rammstein e “Sola” di Nina Zilli

I tre brani, i primi due suonati alla batteria da Max Lupo Wilkinson Lepore (1F) e il terzo cantato da Rebecca Farina (5F), affrontano questioni che ci toccano più da vicino. “Change”  tratta di come una persona, prima cara, all’improvviso cambi con il tempo fino a diventare quasi estranea, senza che ne capiamo il motivo, e di come possa farci del male senza che ce ne rendiamo conto.

Sola“, del 2015, è un inno all’indipendenza e alla riscoperta di se stessi che incoraggia a interrompere relazioni tossiche e sbagliate per ritrovare la libertà. Il testo suggerisce l’abbandono di una situazione evidenziando che è meglio restare soli piuttosto che in una relazione che nasconde la propria identità. Esprime il valore dell’umanità attraverso la fragilità dell’individuo: la protagonista, infatti, sceglie la solitudine per rispetto di se stessa.

Mann Gegen Mann” invece è un brano dei Rammstein del 2005. Significa letteralmente “uomo contro uomo” (il titolo è stato ispirato da “Mujer contra mujer“, “donna contro donna” dei Mecano) e tratta dell’omosessualità maschile. A differenza dei brani precedenti, che affrontavano temi riguardanti conflitti tra paesi o nei rapporti, questo parla, in modo quasi ironico, della scoperta e della comprensione di se stessi.

“Mann Gegen Mann” e “Change”
Your Power” di Billie Eilish

Interpretata da Aurora Sabbia (3F), denuncia l’abuso di potere all’interno di una relazione. In un rapporto capita spesso che una persona abbia più potere dell’altra: questa canzone si rivolge a chi approfitta di questa situazione per manipolare e controllare. Dovrebbe rendere consapevoli tutti coloro che abusano della propria posizione, invitandoli a riflettere sul danno che causano.

Labour” di Paris Paloma e “Don’t look back in anger” degli Oasis

Questi due brani spostano il punto di vista sulla rabbia. “Labour” interpreta la rabbia delle donne che spesso vengono “usate” per sostenere tutto il carico, di lavoro ed emotivo, di coppie o famiglie intere. Il brano si focalizza in particolare sull’esaurimento che troppo peso può causare in una persona. La seconda canzone invece è un suggerimento a lasciar andare il passato, non rimanere legati ad eventi o persone, e pensare al presente senza rabbia o rimpianti. 

In conclusione, la Notte del Liceo Classico ha mostrato quanto l’humanitas di Terenzio, concetto antico ma ancora attualissimo, sia importante nella vita di tutti i giorni. Ognuno di noi la sente in modo diverso, e grazie all’impegno di tutta la scuola durante la Notte Nazionale si è riusciti a esplorare l’humanitas in tutte le sue forme.

Inferno in villa: la Commedia diventa una tragedia

Genova, Villa Pallavicino delle Peschiere si trasforma in un palco per l’Inferno dantesco. L’iniziativa, promossa da Palazzo Foundation, ha scelto gli studenti del Liceo D’Oria come destinatari di un progetto nato dalla volontà di coniugare storia, arte e cultura per renderle vive e accessibili alle nuove generazioni.

di Emma Benvenuto, Elisa Candelo e Ilaria Canobbio, 3d.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Così inizia la Commedia di Dante e così inizia lo spettacolo “ItinerDANTE-Siamo Inferno” di Eugenio Di Fraia, attore e realizzatore del progetto insieme ad Angelo Marrone, ideatore ed esecutore della colonna sonora che accompagna l’intera performance. La rappresentazione “ItinerDANTE” porta in giro per l’Italia, tra teatri, palazzi e luoghi naturali, l’esecuzione teatrale di alcuni canti presi dall’opera più importante della letteratura italiana.

Come fece lo stesso Dante per le sue opere, questo spettacolo non parla ad ogni pubblico nello stesso modo: canti, interpretazioni e location variano per poter arrivare direttamente e con forza allo spettatore.

Eugenio Di Fraia nel percorso che ha intrapreso con “ItinerDANTE” si è trovato a contatto con un pubblico sempre diverso, fino a quello reduce dalla pandemia, per il quale ha deciso di esibirsi all’aperto per la volontà di rivedere le stelle che in qualche modo il covid ci aveva negato. Così attraverso un’opera che dà molta importanza agli astri ha fornito al suo pubblico la possibilità di stare all’aperto e rivedere il cielo.

Allo stesso modo, in base alla situazione in cui porta il suo spettacolo, sceglie canti diversi, in diverso ordine e diverso numero. Per l’occasione dell’esibizione a Villa Pallavicino delle Peschiere, parte di un progetto che tende ad avvicinare i giovani al teatro e far conoscere questa storica villa genovese, Eugenio Di Fraia afferma di aver scelto in base alla popolarità dei canti come spesso fa quando si trova in contesti scolastici.

Solitamente il pubblico si aspetta di vedere i canti più famosi come il V di Paolo e Francesca, il XXVI di Ulisse,  il XXXIII del conte Ugolino e ovviamente il primo canto, proemio dell’intera opera: i quattro che non si possono non far vedere in uno spettacolo sull’Inferno.

L’attore spiega poi di aver aggiunto altri canti meno famosi ma a cui lui è particolarmente affezionato come il venticinquesimo, dedicato alle metamorfosi dei ladri nella settima bolgia. Qui le anime si fondono con i serpenti e scambiano forma umana e bestiale in un turbine di trasformazioni grottesche e violente. Un canto reso visivamente potentissimo dall’abilità recitativa di Eugenio Di Fraia e capace di sorprendere proprio perché estraneo alle aspettative di chi conosce la Commedia solo nei suoi episodi più celebri.

Lo stupore che tende a suscitare nei presenti è un altro elemento chiave delle sue esibizioni, per questo ha curato con particolare attenzione un impatto visivo diverso da quello a cui ci si aspetterebbe di assistere in una rappresentazione teatrale con Dante Alighieri come protagonista: vestiti grigi lacerati, anziché la toga rossa.

Particolare attenzione quindi è fornita anche ai personaggi: nonostante ci sia un solo attore in scena, Eugenio Di Fraia dà voce e corpo a tutti: Dante, Virgilio e le anime dannate. È proprio nel passaggio da un personaggio all’altro che emerge con più forza il dinamismo dell’Inferno: ogni anima ha la sua postura, la sua voce, la sua disperazione.

Le parole dei vari personaggi vengono interpretate con tragicità, la quale viene spesso a mancare nella lettura dell’opera, che nella maggior parte dei casi avviene in ambito scolastico. Le urla, il contatto con il pubblico, gli sguardi, il movimento convulsivo o rassegnato di un’anima in balia della sua pena diventano sensazioni tanto forti e vere da permettere allo spettatore di sentirsi parte della vicenda narrata da Dante.

Il coinvolgimento, sostenuto dalla colonna sonora di Angelo Marrone, è tale da far dimenticare che si tratta di un poema secolare. Questa chiave di lettura dà giustizia ai versi infernali di Dante, che spesso vengono letti dimenticandosi che per le anime dannate non è una commedia, come è per Dante, ma una tragedia eterna.

Anche la conclusione dello spettacolo è una sorpresa e per l’occasione è stato proposto il trentatreesimo canto del Paradiso, la cui interpretazione, oltre ad instillare un forte senso di solennità, va al di là del sentimento religioso e riesce a trasmettere un messaggio di speranza, perché qualsiasi sia la selva, l’essenziale è ritrovare la via.

 

Una nota spagnola al Liceo D’Oria

di Ludovica Dufour, 2B

Vi siete mai chiesti come varino i sistemi scolastici tra un Paese e l’altro? Le differenze sono molteplici e di vario genere e anche Stati vicini all’Italia ne presentano alcune. Mercoledì 25 febbraio abbiamo incontrato Marta Queralt Romero, studentessa universitaria spagnola che sta frequentando il suo dottorato in Scienze dell’educazione qui in Italia.

Abbiamo avuto quindi la possibilità di rivolgere a Marta domande riguardo al sistema scolastico spagnolo e alla sua futura professione, utili da un lato per avvicinarsi a una realtà diversa dalla nostra, quella spagnola, e dall’altro per affacciarsi al mondo del lavoro di cui anche noi a breve faremo parte.

Le sono state poste moltissime domande, ad esempio come è organizzata la scuola in Spagna, che, inaspettatamente, ha un sistema scolastico assai diverso dal nostro. I cicli si dividono in scuola dell’infanzia, fino ai 6 anni, scuola primaria, fino ai 12 anni, scuola secondaria, fino ai 16 anni, e “bachillerato”, che dura solo due anni ed è paragonabile in parte al nostro liceo. La differenza più sostanziale però sta nella distribuzione delle materie: fino alla scuola secondaria compresa, non vengono distinti diversi indirizzi ma tutti gli studenti seguono gli stessi corsi. Il “bachillerato” invece presenta diversi orientamenti, tra cui quello scientifico, quello umanistico e quello artistico. Secondo Marta uno degli aspetti migliori della scuola spagnola è proprio il fatto che gli studenti non debbano fare una scelta così importante come la decisione del percorso liceale troppo presto; anche se in Italia questo è quasi un rito di passaggio, dal suo punto di vista quando i ragazzi arrivano al momento di scegliere la scuola superiore non sono abbastanza maturi e ciò potrebbe portare a ripensamenti in futuro. Il “bachillerato”, secondo la sua opinione, è più efficace perché gli studenti, in media, sanno già che professione o percorso universitario vogliono intraprendere in seguito. Tuttavia Marta rimpiange la mancanza in Spagna di un indirizzo analogo al nostro liceo classico, da cui è affascinata. Bisogna infatti sapere che l’Italia è l’unico Paese in cui questo tipo di liceo esiste: in Spagna Marta si è limitata a studiare il latino alla scuola secondaria e non ha mai avuto un approccio al greco; in altri paesi non viene studiata nessuna delle due lingue. 

 Un’altra domanda che le è stata posta è se nel suo Paese ci sono differenze nel rapporto che hanno i professori con gli studenti rispetto a quello che ha notato esserci in Italia. “They are closer to the students” (“loro sono più vicini agli studenti”) ci ha detto Marta, che è rimasta stupita all’inizio dalla formalità che è invece tipica del rapporto che hanno alunni e docenti in Italia. 

Marta ha anche parlato del corso di laurea a cui è stata affiancata, motivo della sua presenza a Genova: “Scienze dell’educazione” è una facoltà poco conosciuta, che tra gli sbocchi professionali ha la figura dell’educatore nei servizi per l’infanzia (dagli 0 ai 6 anni) e quella dell’educatore socio-pedagogico (che si occupa di tutte le fasce di età). Si sta inoltre occupando di un tema attualmente assai importante, ovvero come le tecnologie e l’intelligenza artificiale possano essere adottate costruttivamente nell’ambito dell’educazione. 

In seguito le è stato anche chiesto come si sta trovando qui in Italia: Marta ha risposto che fin da subito è rimasta affascinata dalle forti tradizioni che sono ancora presenti nella nostra cultura. 

Viva quindi la cultura italiana e il liceo classico!

Otello: il femminicidio riscritto da Dacia Maraini

di Chiara Scalera Caserza, 2B

In un mondo circondato dalla violenza e dall’indifferenza, il teatro non resta in silenzio.

Otello” nasce proprio dal bisogno di smuovere la coscienza delle persone. È una tragedia scritta da William Shakespeare nel 1603, riadattata poi in chiave moderna da Dacia Maraini, con la regia di Giorgio Pasotti. La rappresentazione è stata messa in scena il 20 e il 21 Gennaio 2026 al Teatro Ivo Chiesa di Genova.

La tragedia parla della vendetta di Iago, adirato perché Otello, un generale moro di Venezia, ha promosso a tenente Cassio a sue spese. Iago insinua nella mente del moro che l’amata moglie Desdemona lo tradisca proprio con Cassio. Per dimostrare ciò, ruba un fazzoletto rosso che Otello aveva regalato alla moglie, e lo fa ritrovare fra gli averi di Cassio. Otello, accecato dalla gelosia, uccide Desdemona sul loro letto nuziale, ma quando si accorge di essere stato manipolato, decide di togliersi la vita.

Quando Shakespeare scrive la trama, dà particolare rilievo al tema del razzismo. Otello è infatti un uomo molto ricco e potente, un abile condottiero ammirato per le sue doti militari, ma, nonostante ciò, è considerato diverso in quanto moro. Il suo matrimonio con l’amata Desdemona è dunque visto come un’unione non solo sentimentale, ma anche politica.

Nella riscrittura della Maraini, invece, emerge un altro tema, quello della violenza sulle donne. Lo spettacolo non parla infatti di un omicidio scatenato solo dalla manipolazione, ma anche dalla mutazione dell’animo di Otello che, corroso dalla gelosia, diventa possessivo e malato. Desdemona non viene uccisa solo da un coltello, ma dall’ossessione autodistruttiva del marito.

La scena con cui si conclude lo spettacolo non è più la morte di Otello, ma un momento di rottura della quarta parete. Durante tutta la rappresentazione è stato utilizzato uno specchio che rifletteva ciò che veniva proiettato sul palcoscenico, in modo da poter giocare con effetti visivi, ricreando i luoghi in cui era ambientata la storia. Alla fine, lo specchio è stato ruotato verso la platea e i riflettori sono stati rivolti sul pubblico, in modo che ogni spettatore fosse in grado di vedere la propria immagine riflessa per alcuni secondi. Anche grazie alla musica di sottofondo, si è creato un momento di tensione e di forte emozione, spezzato dall’entrata in scena del Doge. Il Doge, per tutta la durata dello spettacolo è sempre stato un personaggio dallo stampo comico, sempre pronto a strappare un sorriso nei momenti di maggiore drammaticità. Ma alla fine della rappresentazione pronuncia un discorso molto intenso rivolto alla platea. L’uomo sottolinea che il femminicidio non è un semplice raptus isolato, ma un fatto che dilania l’intera società, che molto spesso rimane indifferente o finge di non vedere ciò che sta accadendo. Accusa lo spettatore di essere rimasto a guardare mentre si consumava la tragedia, diventando colpevole tanto quanto Otello.

Questo messaggio è stato accompagnato da una messa in scena cinematografica. Sono stati utilizzati infatti effetti speciali e musiche che incorniciavano scene da grande schermo. Anche lo stile recitativo è atipico per il teatro, dato che risente della formazione televisiva della maggior parte del cast. Sul palco sono saliti infatti Giacomo Giorgio nei panni di Otello, Giorgio Pasotti in quelli di Iago, Claudia Tosoni in quelli di Desdemona, Salvatore Rancatore in quelli di Cassio, Gerardo Maffei in quelli di Brabanzio, Dalia Aly in quelli di Emilia, Andrea Papale in quelli di Roderigo e infine Diego Migeni nel ruolo del Doge.

La scelta stilistica di portare un vero e proprio film sul palco, oltre che dare l’occasione di immergersi ancora di più nella trama, è pienamente azzeccata. Infatti, il pubblico era composto per lo più da adolescenti, che erano completamente stregati dalla messa in scena, oltre che ad essere molto attenti.

Ciò che la Maraini, Pasotti e tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione dello spettacolo sono riusciti a fare è creare un modo per riscoprire e far apprezzare una delle opere più iconiche della letteratura inglese anche ad un pubblico di giovanissimi, oltre che a far uscire “trasformato” dal teatro ogni spettatore.

 

 

 

 

 

NOI MARE. Un’identità millenaria

Intervista alla storica e archivista Giustina Olgiati sull’influenza del mare a Genova 

di Lucilla Lisciotto, 1B

L’indissolubilità del legame tra Genova e il mare permane nei secoli, riflettendosi nell’economia, nella cultura, nel commercio e nella società e si esprime in una storia costellata di maestà e dolore. L’ Archivio di Stato di Genova ne è eterno custode, ne porta al suo interno i secoli gloriosi, anche i suoi lati inediti, celati sotto il velo del tempo, che la dottoressa Giustina Olgiati ci racconta con passione e trasporto.

A Genova è sempre stato presente un porto naturale, senza il quale non sarebbe potuta esistere poiché rappresentava l’unico orizzonte di sviluppo per i Genovesi, un “mezzo di comunicazione liquido”, che consentì loro anche di entrare in contatto con altre popolazioni e culture. 

Reliquario del braccio di Sant’Anna.
Cristo Moro di Santa Maria di Castello

Il mare per i Genovesi rappresentava un elemento familiare che nei secoli “le ha dato e portato via qualcosa”. Il mare “evocava immagini di Santità”, poiché portò a Genova diverse reliquie, come il braccio di Sant’Anna e il Cristo di Santa Maria di Castello, contribuendo all’incremento della devozione religiosa. Purtroppo però attraverso il mare giunsero nei secoli i pirati, che con le loro scorrerie portarono via da Genova molte ricchezze e dignità.

L’influenza del mare sull’economia genovese

Dal punto di vista economico il mare, motore dell’economia genovese, data la scarsa produzione agricola, rappresentava l’unico mezzo di sostentamento. Questo portò i Genovesi ad affinare le abilità di mercanti e a sviluppare le competenze in materia di navigazione, dal momento che non erano ancora stati inventati i mezzi a vapore costituiva la principale via di comunicazione. Il porto di Genova  attualmente è gestito dalla Camera di Commercio, ma il suo funzionamento dipende anche dai movimenti interni dei sindacati , e ancora oggi assolve un ruolo cruciale nell’economia della città poiché deve garantirne la prosperità commerciale.

La mancanza di sicurezza nel lavoro al porto in epoca medievale

Il porto tuttavia in passato fu anche teatro di tragedie, poiché non era garantita la sicurezza delle persone che vi lavoravano, nonostante i consoli delle Corporazioni di Arti e Mestieri tentassero di limitare le sciagure. Questo è attestato dalla scarsa presenza di documenti che ne certificano l’avvenimento e dal fatto che a partire dal 1340 i “camalli”, i facchini storici del porto, godessero di una corsia riservata costituita da sette letti presso l’ospedale di Santa Maria Maddalena. Inoltre all’epoca non erano garantiti rimborsi alla famiglia della vittima, sebbene esistessero fondi per offrire sostegno alle vedove. 

A Genova in età medievale erano presenti anche altri lavori che comportavano rischi considerevoli per la vita delle persone.

Il rischio del lavoro dei marinai; le vite inghiottite dal mare

Il fatto che la prosperità economica di Genova fosse strettamente legata al mare portò molti uomini a praticare il mestiere di marinai o di mercanti, mettendo a rischio le loro vite, data l’imprevedibilità del mare. Infatti, nonostante le diverse precauzioni, come navigare soltanto in determinati periodi dell’anno per evitare venti contrari, o costruire navi la cui struttura fosse volta a prevenirne l’affondamento, spesso si verificavano dei naufragi. Inoltre, bisogna pensare che in molti casi le scialuppe di salvataggio non erano sufficienti a  salvare tutti coloro che si trovavano a bordo della nave , e molte volte ci si accorgeva di un naufragio vedendo pezzi della nave o anche cadaveri portati in braccio dalle onde, quando ormai era troppo tardi per poter prestare soccorso. Fu così che il mare avvolse tra le sue onde molte vite che la città sacrificò al suo splendore.

Le assenze dei marinai e le conseguenti modificazioni sociali e legali legate all’emancipazione femminile

La lunga assenza dei marinai provocò anche dei cambiamenti dal punto di vista sociale, poiché permise ai Genovesi, consapevoli del fatto che il ritorno di coloro che si imbarcavano non era assicurato, di organizzarsi dal punto di vista legale, ideando un sistema di leggi che permetteva alle mogli di coloro che erano partiti di disporre dei beni finanziari e materiali in caso di difficoltà economiche e provvedere a riguardo per il benessere della famiglia, ma l’indipendenza che assicuravano alle mogli dipendeva molto spesso dal tipo di rapporto che avevano instaurato. Questo perché all’epoca i matrimoni molto spesso non avvenivano per volontà degli interessati, ma erano il frutto delle macchinazioni ordite dalle rispettive famiglie allo scopo di assicurarsi prestigio, influenza politica e vantaggi economici. Inoltre la donna doveva sottostare all’autorità del marito, dopo essere stata sottomessa per tutta la vita a quella del padre o di un’altra figura maschile. Egli poteva disporne liberamente e lei non aveva potere sul suo destino, e veniva semplicemente costretta ad essere una semplice spettatrice dello spettacolo della sua vita. A testimonianza di ciò, la dottoressa Olgiati ci illustra dei documenti presenti all’interno dell’Archivio che custodiscono la storia del matrimonio del XVII secolo, avvenuto tra una Spinola e un D’Oria, durante il quale lei subì continuamente la sua ira, che spesso si manifestava con atti di violenza, e si concluse con un divorzio. Dal documento che lo testimonia ci giunge il respiro dell’oppressione che le donne dovettero subire in tali condizioni, portando alla luce storie intrise di dolore che ci implorano di essere raccontate. 

Tuttavia, a volte tra gli sposi si sviluppava un rapporto basato sul rispetto e sulla stima reciproca, che spesso poteva evolversi in amore, e in questi casi l’uomo poteva assicurare alla moglie una maggiore indipendenza economica poiché nutriva una maggiore fiducia nei suoi confronti, consegnandole lo scettro per governare sulla sua vita.

L'Archivio di Stato di Genova: un tesoro millenario minacciato dal declassamento - Polis SA Magazine
L’Archivio di Stato di Genova

Ad esempio è questo il caso di Buscarello Ghisolfi, considerato “la versione genovese di Marco Polo”, il quale viaggiava spesso per mare, nelle cui mani affidò la sua vita, sapendo che probabilmente l’avrebbe scagliata negli abissi oscuri o trasportato verso terre lontane. Egli concesse a sua moglie in sua assenza la piena custodia e la massima libertà di gestione dei beni finanziari e il documento che attesta la sua volontà in merito è attualmente custodito all’interno dell’Archivio di Stato di Genova.

Genova e gli scambi culturali e commerciali: apertura mentale e ricchezza culturale

Qui la dottoressa Olgiati ci racconta un’altra storia affascinante legata a Buscarello Ghisolfi, e i documenti che si riferiscono a essa ci permettono anche di comprendere come i Genovesi in età medievale fossero dotati di una particolare apertura mentale nei confronti di altre culture e religioni, abituati a viaggiare e ad interfacciarsi con persone appartenenti a civiltà aventi usi e costumi differenti dalle loro, con cui intrattenne estremamente moderna, poiché non rifiutano ciò che è diverso, ma lo accolgono. Dalle testimonianze di Jacopo D’Oria, ultimo annalista genovese, emerge il fatto che i Genovesi fossero abituati al contatto con gli stranieri, poiché quando l’ambasceria dei Tartari, guidata da Buscarello Ghisolfi, sostò a Genova, che all’epoca costituiva il punto d’incontro tra diversi fronti culturali,  prima di essere condotta dal Pontefice, dal re di Francia e dal re d’Inghilterra, lo storico nelle sue testimonianze non si soffermò sulla sua descrizione.

I Genovesi si sospinsero fino al Mar Nero, al Mar Egeo, navigarono per tutto il Mediterraneo, sospingendosi al confine del mondo conosciuto, e nella città si intrecciano in un mosaico complesso e variopinto elementi importati da altre nazioni con cui Genova intratteneva rapporti diplomatici e commerciali. Genova alla fine è come il mare, in essa sfociano  la gloria e lo splendore delle altre culture, che ne arricchiscono la corona di spuma.

L’influenza proveniente da altre culture si legge soprattutto nella lingua, poiché i Genovesi appresero durante i viaggi le lingue delle loro destinazioni, come la Turchia o l’Arabia, dal cui linguaggio derivarono alcuni vocaboli del dialetto parlato in Liguria. Anche i Genovesi esportarono in tutto il Mediterraneo termini relativi alla navigazione. A Genova furono particolarmente importanti le influenze dei paesi esteri dal punto di vista del costume e dell’artigianato. Si utilizzavano infatti anche stoffe provenienti dall’oriente, e i gusti dei cittadini in fatto di vasellame avevano subito l’influsso della Spagna islamica. Genova nel corso dei secoli intrattenne spesso rapporti pacifici con le altre civiltà, come fece anche a partire dalla Seconda Crociata, instaurando rapporti commerciali con i Turchi. 

Genova, il monopolio commerciale sul Mediterraneo e le colonie commerciali

I Genovesi fondarono diversi insediamenti nel corso dei secoli allo scopo di instaurare un monopolio commerciale sul Mediterraneo, i quali erano controllati dalla città attraverso varie forme di governo. Mentre in Corsica, data l’ostilità dei suoi abitanti, fu addirittura attuato un governo di tipo militare, nel Mar Nero, i Genovesi mantenevano un controllo diretto sul Sud della Crimea, dove intorno al 1300 sorse una colonia fortificata che in seguito assunse grande prestigio: Caffa. Alcune colonie dell’Egeo furono governate dalla dinastia dei Gattilusio, a cui erano state donate dall’imperatore bizantino, l’isola di Chio fu posta sotto il controllo di un Comitato di Investitori a cui veniva inviato un podestà proveniente direttamente da Genova.

Le colonie furono mezzi di importanti scambi culturali, che arricchirono enormemente l’identità di Genova, il che fu possibile anche grazie ai fenomeni di migrazione veicolati dallo Stato. Ad esempio se un mercante voleva andare ad abitare a Caffa, per pagare tasse inferiori, avrebbe dovuto sposare una donna indigena, il che favorì anche l’integrazione culturale tra Genova e gli abitanti delle colonie. Per Genova era vantaggioso avere mercanti originari della città all’interno delle colonie del Mar Nero per mantenere un’influenza della cultura latina a oriente e pertanto incoraggiavano l’emigrazione attraverso la prospettiva di tasse meno care. Viceversa, giunsero a Genova molti uomini provenienti da altre colonie, che spesso erano stati acquistati dai Genovesi come schiavi, che all’epoca rappresentavano simboli di ricchezza e potere, che però potevano acquisire la cittadinanza genovese e sposare persone originarie di Genova, e in tal modo entrare in possesso della piena libertà. Abbiamo testimonianza per esempio di un giovane schiavo cinese che sposò una ragazza genovese di 23 anni, e fu adottato dalla città come suo cittadino. Tutto ciò conferì alla società genovese un carattere multietnico.

Il mare come mezzo di diffusione della peste nera
Genova, peste, sotterranei e leggende - Genova Cultura
Domenico Fiasella, La peste di Genova. Pinacoteca della Fondazione Franzoni

Il mare tuttavia non fu sempre un mezzo attraverso cui Genova ottenne prosperità economica e ricchezza dal punto di vista culturale, infatti cavalcando le onde giunse nel 1348 la sciagura della peste nera, probabilmente attraverso gli scambi commerciali, che squarciò la quiete della città funestando le vite dei suoi abitanti, scatenando sentimenti di paura e atroce dolore che inflissero ferite cocenti alla città, il cui grido sofferente echeggia nei secoli di storia. Di questo periodo oscuro, della paura dei Genovesi a riguardo, abbiamo conservati all’interno dell’Archivio i testamenti risalenti all’epoca, che erano stati dettati da persone sotto l’effetto della paura della peste, che come un angelo dalle ali nere ogni giorno strappava e sfigurava vite umane, il che è testimoniato dalla presenza all’interno dei documenti della frase “metu pestis”, ossia “per paura della peste”. La città reagì istituendo un lazzaretto, dove i malati di peste venivano isolati, e istituì delle leggi che specificavano l’obbligo dei cittadini di denunciare un malato di peste affinché non diffondesse la malattia.

Genova al vertice dello splendore economico e culturale

Genova raggiunse l’apice dello splendore e della prosperità economica nel Medioevo, epoca in cui era immersa nel fulgore della gloria. Il suo splendore economico e culturale è ritratto in  un’ode scritta da un poeta anonimo intorno al 1200, custodita nell’Archivio Storico del Comune di Genova, che canta ad un mercante di Brescia che non ha mai visto Genova e la bellezza eterna della città, dove anche le donne appartenenti a ceti inferiori  rifulgevano di un nobile splendore, il che significava che Genova colmava ogni cosa della sua bellezza luminosa. Questo scritto racchiude in sé l’orgoglio di Genova, canta la forza del suo cuore pulsante, del suo spirito ardente, città eterna sposa del dio azzurro, da cui fu amata e tradita, benedetta e ferita, e che conserviamo ancora oggi nella nostra identità con orgoglio e passione.

«Zenoa è ben de tal poer                                                            «Genova ha una grande forza,
che no è da maraveiare                                                               non c’è da meravigliarsi
se voi no lo poei savere                                                               se voi non la potete valutare
per da loitam oir contar:                                                              sentendone parlare da lontano:
che e’ mesmo chi ne son nao                                                    io stesso che ci sono nato
no so ben dir pinnamente                                                           non saprei dire adeguatamente
ni distinguer lo so stao                                                                né descrivere la sua condizione
tanto è nobel e posente.»                                                            tanto è nobile e potente.»

 

 

NOI MARE. La musica di Genova raccontata da Andrea Incandela

Il liutaio e presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, racconta il legame tra Genova, De André e la tradizione marinara.

di Daniele Ferro, 1B

Genova ha sempre avuto una forte tradizione musicale, profondamente legata al mare: dai canti popolari dei marinai fino ai grandi cantautori che hanno reso celebre la città in tutto il mondo. Tra questi, il nome più rappresentativo è senza dubbio Fabrizio De André, capace di raccontare Genova e il Mediterraneo come pochi altri.

Andrea Incandela

Andrea Incandela, musicista, liutaio ed esperto di strumenti, è il presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, “A casa di Andrea” in genovese, una realtà attiva nel centro storico di Genova che si occupa di concerti, produzione musicale, riparazione di strumenti e corsi di musica e pittura. Andrea Incandela ha conosciuto personalmente Fabrizio De André e, in questa intervista, racconta il legame profondo tra Genova, il mare e la musica.

Cos’è per te Genova e il mare?

Tutto. E con “tutto” ti direi pochissimo. Io non vivrei mai in una città senza mare, non potrei farlo. Sono nato a contatto con il mare, nella città Superba, che per me è la più bella del mondo. Non ho bisogno di vederlo o di andarci, non ci vado quasi mai. Ma mi basta sapere che c’è.

Chi era per te Fabrizio De André?

Un grande amico. L’ho conosciuto quando ero ragazzino. All’inizio il nostro rapporto era soprattutto legato al lavoro: gli vendevo strumenti, prestavo attrezzi e mi occupavo delle riparazioni, e lui ne era contento. Con il tempo, però, è diventata una vera amicizia. Passava spesso, abbiamo parlato tante volte di Genova e di musica. Era una persona stupenda, molto comprensiva e un grande poeta. Secondo me, dovrebbero candidarlo al premio Nobel.

Hai mai suonato o cantato insieme a Fabrizio De André?

Cantato sì, suonato no. Una volta ci siamo trovati in piazza De Ferrari e ricordo che nacque spontaneamente un coro: cantavamo tutti insieme. C’era un bar sotto i portici, il Giavotto, frequentato da Paoli, da De André, da Manfredi e da tanti altri musicisti e personaggi famosi. Andammo lì a cantare con lui: è stato un momento molto bello e particolare, perché eravamo tutti insieme.

Perché De André scrive Crêuza de mä e cosa racconta questa canzone?

Crêuza de mä nasce dal desiderio di raccontare il mare di Genova e, allo stesso tempo, il Mediterraneo come spazio di incontro. De André sceglie il dialetto genovese perché è una lingua marinara, formata dal contatto tra molti popoli del Mediterraneo, quindi perfetta per rappresentare questa realtà. 
Attraverso il dialetto e una musica ispirata alle tradizioni mediterranee, racconta un Mediterraneo “prima della globalizzazione”, fatto di viaggi e scambi. È stata una scelta controcorrente per l’epoca, ma proprio questo rende la canzone straordinaria. Crêuza de mä guarda al passato per parlare in modo universale del presente ed è una delle opere più importanti di Fabrizio De André.

Di cosa parlano i canti dei marinai genovesi?

I canti dei marinai genovesi parlano soprattutto della vita sul mare: dei viaggi lunghi e faticosi, della nostalgia per la terra, delle donne lasciate a casa, del pericolo e, a volte, anche della povertà. Raccontano un’esistenza dura, fatta di lavoro e di attesa, spesso con un tono ironico o rassegnato. Parlano di uomini comuni, di fatica quotidiana e di ritorni incerti: molti non sapevano quando sarebbero tornati. Il mare non è mai idealizzato, è una presenza necessaria ma anche crudele

Quali strumenti usavano i marinai?

Gli strumenti erano pochi e semplici, facili da portare in viaggio. Si usavano soprattutto strumenti a corda come la chitarra o il mandolino, ma anche il violino. Non mancavano percussioni improvvisate, come tamburi rudimentali o semplicemente il battito delle mani e dei piedi. Spesso, però, il canto era soprattutto vocale e corale, perché serviva anche a tenere il ritmo del lavoro a bordo.

Esistono ancora musicisti che mantengono viva questa tradizione?

Sì, questa tradizione non è scomparsa. Oggi viene portata avanti da gruppi e musicisti che lavorano sulla musica popolare ligure e mediterranea, cercando di conservarne la lingua e lo spirito. Alcuni lo fanno in modo più tradizionale, altri in maniera moderna, mescolando strumenti antichi e contemporanei. Naturalmente Fabrizio De André, con Crêuza de mä, ha avuto un ruolo fondamentale nel far riscoprire e valorizzare questa tradizione, portandola a un pubblico molto più ampio e rendendola conosciuta in tutto il mondo.

Attraverso il racconto di Andrea Incandela emerge un’immagine di Genova profondamente legata al mare, non solo come spazio fisico ma come luogo culturale e musicale. Dai canti dei marinai fino a Crêuza de mä, la musica diventa memoria, identità e racconto collettivo di una città che continua, ancora oggi, a suonare.

Come cantava Fabrizio De André nei versi finali di Crêuza de mä:

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na

creuza de mä

(padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.)