Il lato oscuro di Telegram

di Chiara Bottino, Giovanni Porceddu,Francesco Repetto, Emma Riciputi , 4B

Il 30 marzo 2026 a Perugia è stato arrestato un ragazzo di diciassette anni con l’accusa d’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. Lo studente stava progettando una strage che avrebbe compiuto in un liceo artistico di Pescara.

Il ragazzo frequentava gruppi web neonazisti e odiatori e aveva contatti con il vertice del gruppo Telegram
Werwolf Division“. Dall’ispezione del contenuto della memoria del cellulare da parte delle forze di polizia, oltre al materiale terroristico e alla ricerca di potenziali armi, è risalito che il giovane non fosse solo ma avesse contatti con altri ragazzi del centro-nord Italia. L’indagine, avviata nel mese di ottobre 2025 dalla Sezione Anticrimine di L’Aquila, originata dalla pregressa attività antiterrorismo (indagine “IMPERIUM”) conclusa nel luglio 2025 dalla Sezione Anticrimine
Carabinieri di Brescia e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo è una delle ultime strategie attuate per contrastare il fenomeno di diffusione dell’odio, di fanatismo e di incitazioni alla violenza da parte di forum e comunità online estremiste e indottrinanti.
Telegram è uno dei principali veicoli per questo tipo di criminalità, e non solo: l’app è diventata I’hub principale per la diffusione di materiale pornografico non controllato e per il narcotraffico 2.0.

Grazie a sistemi di messaggistica criptata, canali a tempo e ľuso di criptovalute, i vendor operano in un semi anonimo quasi totale, la droga viene ordinata tramite semplici bot e consegnata direttamente a domicilio o tramite “dead drop” (punti di ritiro nascosti). Telegram si promuove come libero dai controlli delle chat, per questo viene utilizzata da milioni
di utenti che si sentono più protetti nell’uso rispetto ad altre app di messaggistica come Whatsapp. Ma questa “libertà” lascia spazio all’utilizzo da parte di criminali in totale anonimato, per questo Pavel Durov, fondatore e CEO di Telegram, è stato arrestato la sera del 24 agosto 2024 all’aeroporto di Le Bourget, nei pressi di Parigi, appena sbarcato dal suo jet privato proveniente dall’Azerbaigian. L’arresto è scaturito da un mandato di ricerca emesso dalle autorità francesi nell’ambito di un’indagine preliminare gestita dall’ufficio per la violenza sui minori (OFMIN). Le accuse principali riguardano la mancata moderazione dei contenuti sulla piattaforma e la scarsa collaborazione con le forze dell’ordine: secondo la magistratura francese, Telegram sarebbe diventato un porto sicuro per attività criminali quali pedopornografia, traffico di stupefacenti
frode e apologia di terrorismo, proprio a causa del rifiuto di Durov di fornire dati o intercettazioni
previste dalla legge. Dopo alcuni giorni di custodia cautelare, I miliardario è stato incriminato e rilasciato sotto cauzione di 5 milioni di euro, con l’obbligo di risiedere in Francia e di presentarsi periodicamente in commissariato. Telegram è attualmente sotto indagine nell Unione Europea per sospette violazioni del Digital Services Act (DSA). Le autorità di Bruxelles sospettano che la piattaforma abbia sottostimato ili numero di utenti (dichiarando meno di 45 milioni) per evitare i
rigidi controlli previsti per le grandi piattaforme. Inoltre, Ila Commissione contesta a Telegram l’insufficienza dei sistemi di moderazione dei contenuti illegali e la mancata cooperazione con i regolatori, inadempienze che potrebbero costare alla società multe fino al 6% del fatturato globale.

L’inquietante vicenda dello studente di Perugia dimostra come il radicalismo digitale possa trasformarsi in minaccia reale per la comunità. Il caso evidenzia l’urgenza di colmare il vuoto normativo che ha permesso a Telegram di operare per anni al di fuori dei radar istituzionali: senza una moderazione incisiva e una cooperazione diretta con le forze dell’ordine, la promessa di libertà della piattaforma rischia di rimanere un pericoloso paravento per il fanatismo e la pianificazione del terrore tra i giovanissimi.

Il Palazzo dei Misteri

La redazione del Corriere della Sera, tra memoria e futuro

di Alice Johnston, 1B     

Come può un palazzo che esiste da oltre cent’anni celare dei misteri?

Il palazzo di via Solferino 28 non è un semplice edificio storico, ma un’immensa struttura le cui mura celano agli occhi della maggioranza delle persone i suoi  “misteri”: la storia intricata e affascinante trattenuta al suo interno e le sfide e i pesi di coloro che attualmente ci lavorano. Questo palazzo è il simbolo del giornalismo italiano. 

Fu scelto da Luigi Albertini come sede per la redazione del Corriere della Sera. Qui sono stati ospitati i grandi nomi della cultura e della politica, come lo stesso Albertini, Dino Buzzati, Oriana Fallaci, Giovanni Spadolini, Indro Montanelli, Enzo Biagi… Ancora oggi Via Solferino 28 rimane un luogo identitario del giornalismo.

Scalone nell’ingresso della sede di Via Solferino

 Il 27 febbraio 2026, la classe 1B del Liceo D’Oria ha visitato questo luogo straordinario accompagnata dai propri docenti. Grazie alla preparazione in merito e a diverse visite guidate, la classe è stata in grado di cogliere numerosi aspetti nascosti della vita del Corriere.

La classe 1B nella sala Buzzati

Lavorare al Corriere non è affatto una cosa semplice: oltre ai normali impegni del giornalista, scrittore o editore, si aggiunge la responsabilità data da oltre un secolo di storia racchiusa tra le sue mura. Quando si lavora in un luogo del genere è impossibile non voler onorare coloro che hanno preceduto, eseguendo ogni compito con grande cura, per rispetto dei grandi che si sono trovati in quel posto prima di noi. Stando negli stessi luoghi dove hanno lavorato i grandi del giornalismo del proprio paese, lavorando proprio su ciò che era stata la loro passione e a cui hanno dedicato la propria vita, è impossibile non provare un senso di reverenza il quale spingerà a dare il meglio di se stessi.

Ogni giorno i vari giornalisti ed editorialisti si radunano nel prestigioso luogo di riunione della direzione del Corriere, la “Sala Albertini”. 

La Sala Albertini

Chiamata così in onore del grande e storico direttore, la sala è il cuore pulsante del giornale, dove i giornalisti discutono e progettano ogni edizione del giornale. Entrando nella sala mi sono resa subito conto dell’importanza e della solennità del luogo in cui mi trovavo. Riuscivo ad immaginare le facce dei grandi giornalisti seduti in quell’esatto luogo e mi sono sentita onorata di trovarmi là ma anche molto piccola e inadeguata davanti all’importanza storica della sala e di coloro che vi sono passati. 

Ho potuto riflettere sulla sfida che incontreranno gli aspiranti giornalisti: assicurarsi che il Corriere della Sera, insieme agli altri giornali, rimanga un luogo di cultura, di informazione affidabile, qualificato, competente e credibile, come lo è stato per decenni, non perdendo di vista coloro che hanno lottato perché fosse così. La fiducia nel giornalismo attuale è infatti fondamentale; la trasparenza, l’autenticità e la coerenza nel riportare i fatti sono il punto centrale di qualsiasi quotidiano.

La fiducia nel giornalismo contemporaneo viene purtroppo minacciata dalle nuove intelligenze artificiali. L’uso dell’AI generativa nel giornalismo comporta il rischio di amplificare pregiudizi e influenzare la scelta delle notizie, infatti l’AI, oltre alle fake news sul web, suscita emozioni negative come rabbia o paura rispetto alla verità, più complessa. Il mestiere del giornalista sta cambiando: egli deve saper distinguere le notizie vere da quelle false per poi presentare la verità al pubblico.

Il Corriere adotta un approccio basato sulla prudenza e sul controllo umano nel contesto dell’adozione dell’intelligenza artificiale in linea con l’AI Act europeo. 

La classe durante l’incontro sulla sensibilizzazione alle tematiche del giornalismo responsabile

Sebbene le specifiche linee guida interne dettagliate non siano pubbliche, dai contenuti e dagli editoriali del giornale emergono dei principi chiave tra cui la supervisione umana centrale e la trasparenza con il lettore. Il Corriere usa talvolta l’AI per sintesi o riassunti di documenti lunghi, atti giudiziari o report tecnici. 

Qualsiasi sintesi prodotta deve essere sottoposta a un fact-checking rigoroso. È infatti vietato dal Corriere pubblicare riassunti automatici senza che un giornalista abbia verificato la corrispondenza dei dati sintetizzati con le fonti originali per evitare “allucinazioni” (dati inventati dal modello). Inoltre, se la sintesi di dati è parte del pezzo finale, il quotidiano segue il principio di trasparenza, informando il lettore sull’uso di tecnologie assistive.  Il ruolo del giornalista ora assume anche questo compito: proteggere il pubblico.

 Stare al passo con il veloce avanzamento dei social e dell’AI in questi tempi è una sfida veramente difficile, ma alla portata dei professionisti del Corriere della Sera, i quali hanno dimostrato di avere una trasparenza e un metodo di lavoro straordinario per oltre 150 anni di storia della testata, messo in atto nel palazzo dei misteri. 

 

 



Da 150 anni al servizio dell’informazione. Il “Corriere della Sera” svelato dai suoi giornalisti

Novemila studenti collegati da tutta Italia, cinque classi presenti in Sala Buzzati: un dialogo con le grandi firme del Corriere della Sera, tra storia, attualità e funzione del giornalismo ai tempi delle fake news.

di Pietro Enrico Barbieri, 1b

Beppe Severgnini

Mentre varco la porta della storica Sala Albertini, dove prima di me sono entrati giornalisti e scrittori come Indro Montanelli, Oriana Fallaci e Dino Buzzati, nella mia testa rimbomba una vecchia canzone dei Baustelle, Un Romantico a Milano: “Leggi, c’è un maniaco sul Corriere della Sera / La sua mano per la zingara di Brera, è nera”. Questo mi fa riflettere sull’enorme popolarità dell’istituzione che sto visitando insieme ai miei compagni, che poi è proprio la stessa cosa che abbiamo discusso poco prima nella Sala Buzzati, alla conferenza La libertà delle idee. Giornalismo, informazione e democrazia. Beppe Severgnini ha iniziato spiegando a tutti che il Corriere non è un semplice giornale, ma “parte integrante della storia d’Italia”. Ognuno degli ospiti, cronisti esperti e specializzati in diversi campi, ha poi offerto una prospettiva diversa sul mestiere di giornalista. Particolarmente interessante l’intervento di Beppe Severgnini, molto sciolto e a suo agio nel dialogo con noi studenti. Prima di oggi l’avevo visto molte volte in TV a parlare di cose molto diverse tra loro. Probabilmente questa esperienza lo aiuta a comunicare in modo così diretto e comprensibile. Dopo aver svelato a noi studenti qualche trucco per scrivere un buon testo – il suo metodo P.O.R.C.O., acronimo per: Pensa, Organizza, Rigurgita, Correggi, Ometti – ha spiegato il concetto del “giornale club”, un luogo metaforico di discussione, dibattito e scambio d’opinioni tra tutti i redattori.

Martina Pennisi

Martina Pennisi  vede l’edizione online del giornale come una specie di estensione di questo “club”, aperto anche ai lettori, che possono commentare in tempo reale e interagire tra loro, purché questo avvenga in modo educato e rispettoso nei confronti di ognuno. Il suo modo di comunicare mi è sembrato molto diverso da Severgnini, più colloquiale. Infatti lei usava spesso metafore calcistiche di facile comprensione per un pubblico giovane e forse distratto.  Venanzio Postiglione, invece, era il più elegante di tutti. L’unico a indossare giacca e cravatta, parlava lentamente e usava termini ricercati, che magari provengono dalla sua formazione classica. Non a caso ha affrontato temi complicati e storici come quello della censura, in tutte le sue forme possibili, raccontando certi episodi molto interessanti dell’epoca fascista, per la precisione il 28 novembre 1925, quando il direttore dell’epoca, Luigi Albertini, fu obbligato a lasciare la sua prestigiosa carica per non assecondare le richieste del regime di Benito Mussolini.

Venanzio Postiglione

Ho anche pensato a quante analogie ci siano tra il fascismo e le attuali dittature del mondo, come la Russia di Vladimir Putin, dove gli organi di informazione scrivono soltanto quello che vuole il governo. Ho trovato la spiegazione del “patto di fiducia” davvero illuminante, perché spiega qualcosa che noi,  nel mondo libero occidentale, tendiamo a dare per scontato, cioè che le notizie che leggiamo sulle pagine del giornale siano vere. E invece non è per niente scontato, come dimostra l’esempio di coraggio di Luigi Albertini, costretto a dimettersi dal Corriere poiché non poteva più scrivere ciò che voleva come voleva. Anche l’infodemia così diffusa su internet, specialmente dopo il Covid, dimostra che il “patto di fiducia” è ancora attuale ai giorni nostri, in cui purtroppo le fake news sono diffusissime.

I giornalisti presenti all’incontro. Da sinistra: Venanzio Postiglione, Martina Pennisi, Beppe Severgnini e Marta Serafini

Il web è poi tornato in tanti altri interventi, che hanno sottolineato la velocità con cui le informazioni viaggiano, superando la carta. Anche il Corriere si è adattato a questa continua rivoluzione tecnologica, passando dall’essere un semplice giornale stampato a una rete multimediale, con oltre 5 milioni di italiani che giornalmente visitano il suo sito. Totalmente diversa l’atmosfera evocata da Marta Serafini inviata di guerra in Ucraina e prima ancora in diversi teatri bellici in tutto il mondo. Dalle sue parole ho capito che quello del giornalista è un lavoro potenzialmente pericoloso, che ti espone a incontri straordinari e rischi imprevedibili. Il giornalista infatti, per rispettare il famoso “patto di fiducia” con il lettore, deve assistere coi propri occhi ai fatti che riporta. Essere testimoni di una guerra non è facile, e, oltre ai rischi per la propria salute e incolumità, c’è anche un rischio che non avevo considerato, quello di diventare “soldati involontari” di una delle parti in guerra. Mentre Marta Serafini parlava, ho riflettuto su quante cose orribili deve avere visto una reporter di guerra come lei. Rispetto agli altri giornalisti invitati, mi è sembrata più cinica e pragmatica. Forse le esperienze che ha vissuto l’hanno segnata in profondità. Anche il suo abbigliamento era il più sobrio, come se fosse meno interessata all’apparenza e più alla sostanza.

Marta Serafini

Il giorno dopo la nostra partecipazione alla conferenza presso la sede della Fondazione del Corriere è scoppiato l’ennesimo conflitto tra Israele, USA e Iran. Quando l’ho saputo mi trovavo all’aeroporto di Milano e mentre salivo sul volo per Parigi ho subito pensato a Marta Serafini e mi sono chiesto se magari non stesse già preparandosi a partire un’altra volta per qualche lontano paese del Medio Oriente.

 

 

 

Impressioni da una visita in redazione

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi (da Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa).

di Riccardo Viotti, 1b

Entrare nel palazzo di via Solferino, storica sede del Corriere della Sera, è stato un po’ come attraversare una porta invisibile e ritrovarsi in un’altra epoca. Appena si varca la soglia della  Sala Albertini, ci si trova davanti a un enorme tavolo antico, circondato da mobili solenni, pareti piene di quadri che custodiscono storie di decenni. Per un attimo ho avuto l’impressione di sentire il rumore delle macchine da scrivere e di immaginare i giornalisti rientrare di corsa in redazione, magari con le scarpe sporche dopo una giornata passata in strada a cercare notizie.

Prima pagina del primo numero del Corriere della Sera, pubblicato il 5 marzo 1876.

Una volta, infatti, le notizie non arrivavano con una notifica sul telefono o sul terminale delle agenzie di stampa. Bisognava cercarle di persona, parlare con le fonti, andare nei quartieri, nei bar, perfino partire per l’estero in situazioni rischiose. Di giorno si raccoglievano informazioni, la sera si scriveva il giornale che sarebbe uscito il mattino dopo (in realtà, quando nacque, il Corriere della Sera usciva a fine giornata e raccoglieva le informazioni di due giorni). Era un lavoro fatto di attesa, fatica e confronto diretto con la realtà.

 

Eppure quel luogo non è solo un ricordo del passato. Soprattutto nel periodo dopo la guerra, i giornalisti hanno avuto un ruolo fondamentale nel difendere la libertà di stampa. Ci è stato spiegato quanto fosse stato grave il silenzio dei giornali prima del secondo conflitto mondiale: quando l’informazione smette di fare domande, i regimi trovano spazio per imporsi e per zittire ogni voce diversa. Essere lì, in quelle stanze che hanno visto la nascita della democrazia, fa capire che scrivere non è solo un mestiere, ma una responsabilità verso la società.

Oggi però la realtà presenta un’immagine  completamente diversa. Accanto a quel tavolo antico ci sono monitor ovunque. Le notizie viaggiano online, sui siti e sui social. Il giornalista non deve solo cercare informazioni, ma anche orientarsi in un’enorme quantità di dati e verificare tutto con attenzione per evitare di diffondere fake news. E poi c’è la velocità: nessuno  aspetta più il giornale del giorno dopo, vogliamo sapere subito cosa sta succedendo. Gli articoli sono più brevi, spesso accompagnati da video e podcast, perché il modo di informarsi è cambiato insieme alle nostre abitudini.

Sala Dino Buzzati, un momento dell’incontro.

Durante la visita abbiamo incontrato professionisti come Beppe Severgnini, Marta Serafini e Martina Pennisi. Ascoltandoli parlare, ho capito che, nonostante gli strumenti siano diversi rispetto al passato, il cuore del giornalismo è rimasto lo stesso. Che si scriva con una macchina da scrivere o si pubblichi un contenuto sui social, l’obiettivo è sempre informare in modo corretto e onesto. Alla fine, è proprio vero che molte cose sono cambiate (la tecnologia, i tempi, il linguaggio), ma queste evoluzioni sono state necessarie per proteggere ciò che continua a contare davvero: la libertà di stampa e d’informazione che, oggi come allora, sono un presidio irrinunciabile per la democrazia.

 

Corriere della sera: la responsabilità di una firma

Dentro via Solferino, dove il giornalismo resta un atto di responsabilità.

di Emma Zitta, 1b

Siamo abituati a leggere i loro nomi alla fine di un articolo o a scorgere i loro volti sui social spesso filtrati da uno schermo che appiattisce tutto: emozioni, paure, dubbi, persino la fatica. Ma incontrare dal vivo le firme del Corriere della Sera cambia completamente la prospettiva: all’improvviso quei nomi diventano persone, sono occhi che hanno visto il fronte della guerra, mani che hanno scritto storie che hanno cambiato il mondo e menti che tentano di dare un ordine al caos. Sono, soprattutto, persone che hanno scelto di trasformare la responsabilità dell’informazione nella propria missione quotidiana, quasi sempre senza protezioni.

Campanello di entrata nella sede del Corriere in via Solferino
Sala Albertini

Varcare la soglia del palazzo di via Solferino significa attraversare un confine invisibile. Fuori resta il rumore caotico dei social dentro invece ci si immerge in un ambiente dove ogni parola ha un peso specifico, dove la storia centenaria del giornale sembra vivere nei muri, nei corridoi e perfino nel silenzio che avvolge chi lavora. È un ambiente che non  vive di nostalgia ma di una cura antica: quella che impone di verificare, di dubitare e di non accontentarsi mai della prima versione dei fatti. Ma cosa tiene in piedi una simile atmosfera nell’era delle fake news, delle notizie usa e getta e della superficialità?

Marta Serafini, corrispondente di guerra, ci ha mostrato il vero volto di questo mestiere: essere inviati non significa cercare l’adrenalina né seguire l’immagine del reporter spericolato, ma significa piuttosto decidere ogni mattina di rischiare la propria vita per onorare un patto con il lettore: raccontare ciò che accade davvero anche quando la verità è scomoda, dolorosa o difficile da guardare. Ci ha parlato della fiducia, definendola “l’unica vera merce rimasta sul mercato” un bene fragile che si conquista lentamente e si perde in un istante. In un mondo dove tutti urlano per essere i primi, il giornalista è colui che si prende il lusso e l’onere di verificare, applicando l’autocensura non come un limite alla libertà, ma come massimo segno di rispetto per la realtà.

Storia del Corriere in via Sollferino

Questa cura verso chi legge si traduce in quella che Beppe Severgnini definisce un’evoluzione inevitabile: il digitale non ha ucciso il giornalismo, lo ha reso più “nudo”, più esposto, più vulnerabile, a volte persino feroce. Eppure proprio in questa nudità  il giornalismo ritrova la sua forza: la trasparenza, la capacità di spiegare come si lavora, perché si sceglie una notizia e non un’altra, quali criteri guidano la selezione e la gerarchia delle notizie.

La struttura portante rimane la gerarchia delle notizie che, come spiega Antonio Troiano, responsabile della redazione Cultura “rimane il valore che contraddistingue il giornale cartaceo”; il tempo è un ingrediente fondamentale: è lo spazio necessario per garantire una notizia provata, l’unico strumento che permette al lettore di sentirsi al sicuro, certo di conoscere la verità e non quello che qualcuno vuole fargli credere.

Uscendo da quel portone storico, una domanda resta sospesa nell’aria: in un’epoca in cui chiunque può pubblicare qualsiasi cosa, chi ha ancora il coraggio di restare in silenzio finché non è certo di ciò che dice? Forse la vera sfida oggi non è correre più forte degli altri, ma avere il coraggio di essere “lenti”, di prendersi il tempo necessario per capire, per ascoltare, per verificare. In un mondo che ha smesso di saper aspettare, la lentezza potrebbe essere l’ultimo gesto rivoluzionario rimasto al giornalismo.

Esito finale di “CampBus 2024”: la vittoria è nostra!

“Il vincitore della V edizione di CampBus Corriere 2024… è il liceo classico Andrea D’Oria!!”

 

Sono le 14.00 del 5 dicembre 2024 e c’è tensione nella sala conferenze del “Corriere della Sera”. Dopo aver presentato i frutti del loro lavoro con Campbus al pubblico, dopo le interviste con gli sponsor del progetto, le scuole di Roma, Bari, Milano e Genova aspettano che la giuria proclami il progetto che si è aggiudicato la vittoria nella competizione. Sale sul palco Claudia Colla, capo della Rappresentanza della Commissione Europea per il Nord Italia, con la busta contenente il nome della scuola.

La apre. Il vincitore della V edizione di Campbus Corriere 2024 è il liceo classico Andrea D’Oria!

Dopo la sorpresa iniziale, partono gli applausi del pubblico.

A conclusione di questo percorso, saliamo sul palco, e, insieme alla targa, ritiriamo gli zaini.

Il video vincitore “Ciak gpt”  è visibile sia sul canale youtube del liceo, sia nella Videoteca di Agorà.

CAMPBUS on TOUR 2024

Il progetto CampBus del Corriere della Sera,  dedicato alla relazione fra la scuola e l’innovazione tecnologica, ha scelto Genova e il liceo “D’Oria”, dopo Milano, Roma e Bari, come quarta tappa del suo viaggio in Italia per portare spunti di didattica digitale.

Il bus colorato e “intelligente”  da oggi fino al 25 ottobre 2024, in contemporanea con il Festival della Scienza, porterà molte attività che animeranno la nostra scuola dalla mattina al pomeriggio, con un unico filo conduttore: la tecnologia e il suo utilizzo nella didattica in presenza, del presente e del futuro.

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