Michael: ciò che i fan vogliono vedere o la realtà dei fatti?

di Margherita Manzone, 2B

Il mese scorso nelle sale di tutto il mondo è uscito il film “Michael”, la biografia del cantante Michael Jackson. Solo dopo pochi giorni sono sorte alcune perplessità, se non addirittura una sorta di sgomento riguardo alla pellicola. Il pubblico si divide: chi dice che è un film spettacolare e celebrativo; chi dice che non parla del vero Jackson.

locandina del film

Con un punteggio di 7,7/10 (con oltre 95mila voti) su IMDb, uno dei siti più noti riguardo alle recensioni cinematografiche, Michael sembra essersi meritato un posto nella top 100 dei film più popolari del momento, ma anche nei cuori di molti fan. È Jaafar Jackson (nipote del cantante) a interpretare il Re del pop. Negli ultimi anni è diventato una figura emergente nel panorama musicale e cinematografico, attirando crescente attenzione mediatica.

La trama della pellicola 

Michael è un bambino pieno di sogni e di talento. Balla e canta in modo unico, si esibisce con i fratelli nel gruppo Jackson 5 e interpreta la musica come un meraviglioso strumento per cambiare il mondo. Cresce con il mito di Peter Pan e sogna di fare del bene attraverso la musica, ma si trova a crescere con un padre opprimente, che non esita a tirare fuori la cinta per imporre il suo volere. Ma Michael è destinato a diventare un’icona, la sua ascesa da solista va di pari passo con l’intima urgenza di avere sempre maggiore emancipazione dalla figura paterna, fino al “divorzio professionale” decretato via fax dal suo nuovo avvocato Branca, che gli starà accanto tutta la vita e oltre. Nel frattempo, tra un animale esotico e l’altro nella sua villa, il suo successo non si arresta, anzi spicca il volo: Off the Wall, Thriller e Bad, il resto è storia.    

Jaafar Jackson

Il commento dei critici 

Tuttavia, il film ha ricevuto non poche critiche: riguardano la mancanza di approfondimento sulle reali lotte e la complessità di Michael Jackson, risultando a tratti simile a una santificazione piuttosto che a un documentario veritiero. Molti ritengono che il film si concentri troppo sulla somiglianza fisica e sui movimenti di Jaafar Jackson, quasi come uno spettacolo di Las Vegas, piuttosto che esplorare la profondità del personaggio. La narrazione è vista come una semplificazione estrema, che evita di approfondire i lati oscuri, le pressioni e le complesse vicende personali. La critica nota una mancanza di coraggio nel mostrare la vera storia, preferendo una versione edulcorata che non soddisfa chi cercava un ritratto intimo del genio e della fatica di Michael. 

Tuttavia, il problema più grande secondo la critica riguarda la mancanza di riferimenti e eventi molto rilevanti nella vita del cantante: i capi di accusa per pedofilia, in particolare relativamente al caso di Jordan Chandler.

L’opinione dei fan 

Numerose sono state le persone a ribattere alle accuse dei critici, specialmente sui social, dove coloro che non hanno rilievo nell’ambito della critica possono esporre le loro idee. Si rivolgono ai fatti: nel 1993 il padre di Jordan è stato registrato mentre diceva, testuali parole, “Vincerò contro Michael e avrò tutto ciò che voglio, la sua carriera sarà finita”. Successivamente, con un accordo di 23 milioni di dollari pagato dall’assicurazione di Michael, trenta bambini sono stati interrogati e hanno tutti quanti negato un qualsiasi tipo di abuso e Chandler ha rifiutato di presentarsi a testimoniare al processo penale. Nel 2005, il cantante è stato assolto da tutti e quattordici i capi di accusa e si è scoperto che la famiglia che lo accusava aveva una storia documentata di frodi e cause false intentate a personaggi milionari. L’FBI ha indagato sulla questione per tredici anni, ma nulla che lo potesse mettere in una situazione di colpevolezza è mai stati trovato.

 

“Non si diventa Michael Jackson solo perché si è talentuosi, come vuol far credere il film. Lo si diventa perché quel tipo di successo è l’unica cosa che può lavar via l’angoscia esistenziale di essere una nullità.”  

 

Michael Jackson

 

Michael nel 2002 ha accusato pubblicamente Sony e Tommy Mottola di cospirare contro gli artisti, definendoli cattivi, razzisti e molto diabolici. La sera prima della morte del cantante hanno intercettato una sua chiamata col figlio Prince in cui diceva che molte persone lo volevano morto. Il giorno dopo è deceduto per mano del suo stesso medico personale (che ha avuto come pena solo quattro anni di carcere, di cui solo due scontati). Dopo la sua morte, la Sony ha comprato tutto il catalogo musicale, dal valore di miliardi di dollari.  

La domanda sorge quindi spontanea: quali accuse avrebbero dovuto introdurre nel film, se non ci sono mai state delle accuse fondate?  

Il “critico-fan”: Alessio de Santa 

Alessio de Santa

Critico cinematografico che espone il suo parere sui social, Alessio de Santa trova un compromesso tra l’idea dei critici e del pubblico. In un video, dice di essere stato da ragazzo un fan di Michael, di conseguenza per lui il film è perfetto: ci sono le canzoni, Jaafar Jackson è molto credibile; il film conferma la sua idea che il Re del Pop fosse una leggenda.  Tuttavia, se deve dare un giudizio più critico, afferma che questo non è il film adatto per raccontare il vero Michael. Questo ce lo dice anche la figlia del cantante, dove in un video esorta il pubblico ad andare a vedere la pellicola, ma che quello non è suo padre. Questo perché nel film mancano molte cose controverse della vita del cantante, ma de Santa giustifica tale assenza dicendo che non si possono raccontare trent’anni di vita in due ore di film. Questo problema si riscontra spesso nelle biografie di personaggi importanti (si è visto nel film dedicati a Bob Marley e Freddie Mercury). Vedere cosa decide di tagliare il regista della vita del personaggio è importante per capire l’intento del film.

 

La prima pagina di giornale col soprannome dispregiativo di Jackson

Il regista trova il tempo di mostrare duecento canzoni cantate dal vivo, ma decide di non raccontare i lati negativi del cantante: se durante un concerto Michael  non riusciva a stare sulle punte lo si vedeva piangere dietro le quinte; ha deciso di sottoporsi a decine di interventi chirurgici al viso, dovute sicuramente al Lupus, ma anche alla sua insicurezza. I giornali all’epoca lo chiamavano “Wacko Jacko” (Michael lo strambo). Secondo de Santa, dopo vent’anni dalla morte del cantante ci meritavamo di sapere di più di queste tematiche. Era una persona estremamente sola, quindi ossessionato dall’idea di piacere agli altri. Auto costretto ad essere sempre performante, timido ma egomaniaco, egoista e drammaticamente insicuro. Alessio De Manca avrebbe voluto vedere questo.  Il regista infatti trova il tempo di mostrare duecento canzoni cantate dal vivo, ma decide di non raccontare i lati negativi del cantante: se durante un concerto Michael  non riusciva a stare sulle punte, lo si vedeva piangere dietro le quinte; ha deciso di sottoporsi a decine di interventi chirurgici al viso,

“Non si diventa Michael Jackson solo perché si è talentuosi, come vuol far credere il film. Lo si diventa perché quel tipo di successo è l’unica cosa che può lavar via l’angoscia esistenziale di essere una nullità.”  

 

 

Una notte, mille voci. Il Classico si racconta

Una serata speciale dedicata alla cultura e alla riflessione sull’Humanitas, in cui gli studenti, veri protagonisti, hanno presentato spettacoli, letture e progetti, mostrando come il Liceo Classico sia ancora oggi un punto di riferimento vivo e attuale.

di Andrea Bolioli, Thomas Bergamo e Leonardo Scarrone, 1B.

La sera del 27 marzo presso il nostro Liceo Classico “A. D’Oria” tutte le classi hanno partecipato alla XII edizione della Notte Nazionale del Liceo Classico.

Un’alunna della classe 3D mentre recita la poesia “Connessioni Invisibili”

In un’epoca in cui la cultura classica viene relegata in un angolo dalla moderna civiltà, l’idea di realizzare, a livello nazionale, un’iniziativa che coinvolge tutti i Licei Classici d’Italia contemporaneamente, rappresenta qualcosa di magico ed unico per noi che abbiamo deciso di vivere questa scelta di studi.

La NNLC, ideata dal Professore Rocco Schembra, propone spettacoli, letture, concerti e attività create dagli studenti stessi.
Il tema di quest’anno è stato “Homo Sum…”, con lo scopo di esplorare l’Humanitas contemporanea.

L’evento si è svolto in tre parti, nelle quali i veri protagonisti sono stati sempre gli studenti che, visibilmente emozionati, hanno coinvolto tutto il pubblico nei loro spettacoli e nelle rappresentazioni.

Il programma ha avuto inizio nella splendida Aula Magna del nostro Liceo, intitolata al compianto storico Preside Salvatore Di Meglio. L’aula era gremita di studenti e di genitori che hanno assistito alla serata, ed è stato entusiasmante vedere tanta partecipazione e coinvolgimento.

La serata si è aperta con la recitazione della poesia “Connessioni Invisibili” che mette in relazione “solitudine e speranza“, esplorando i legami spirituali ed emotivi che legano le persone all’universo. Il sottofondo scelto, Idea 10 di Gibran Alcocer, ha trasmesso a tutti noi un senso di legame profondo e un momento di riflessione al pubblico attento e presente. La scelta della musica ha rappresentato un valore aggiunto al brano, perché l’unione tra il testo, il suono e la danza è stata davvero giusta e coerente.
Gli spettatori ancora emozionati, sono stati deliziati dal brano Run Away di Aurora, una canzone che unisce vulnerabilità alla ricerca della libertà: parla del desiderio di fuga interiore, infatti, il protagonista del brano desidera fuggire dagli altri per seguire i suoi desideri profondi. Un tema che molti di noi hanno sentito vicino: il desiderio di scappare, di lasciare tutto per seguire davvero ciò che si vuole.

Gli alunni della classe 5A mentre recitano la poesia “Phenomenal Woman” di Maya Angelou

Mentre alcuni di noi forse stavano ancora vagando con la fantasia alla ricerca dei sogni evocati con il brano precedente, è stata la volta della poesia “Phenomenal Woman” di Maya Angelou che celebra la fiducia, l’orgoglio e la forza interiore delle donne, rispecchiando in pieno il tema della serata. La poesia di Angelou spiega come molte persone credano ancora che il valore di una donna dipenda dal suo aspetto fisico.  L’anima di questo brano ci ha riportato a considerare la posizione della donna nella nostra società, in cui spesso i diritti esistono solo sulla carta ed è stato impossibile non pensare a tutte le società in cui la donna è umiliata, usata, sfruttata e maltrattata.

Ancora scossi da quanto ascoltato, siamo stati raggiunti dalle note di “A psychopath’s misery” di Pranza, un brano pubblicato nel 2024, che esplicita l’angoscia e il terrore provato dall’autore, con note dolenti e gravi che aumentano di intensità, creando l’impressione di un’accelerazione per una fuga da qualcosa o qualcuno, e per i presenti non è stato possibile non collegare il pensiero al brano precedente.
A questo punto è stato il momento di abbandonare l’aula Magna per dirigersi nelle aule per seguire altri spettacoli e rappresentazioni messe in scena dagli studenti in maniera magistrale.
Noi abbiamo seguito in particolare la programmazione “L’Humanitas, l’ultima eclissi” e la presentazione da parte delle classi dell’indirizzo artistico espressivo della nostra scuola, del progetto “Professione Arte“, realizzato dai nostri compagni insieme ai professori.
Le classi hanno indagato la storia di alcuni dei monumenti più importanti di Genova, perché la conoscenza dell’arte permette di comprendere l’uomo e il profondo della sua anima.
Gli studenti hanno anche analizzato la parte pratica che sta dietro l’allestimento di una mostra recandosi a palazzo Lomellino, dove hanno avuto un incontro con i curatori della mostra delle opere di Plinio Nomellini. I due professionisti hanno spiegato quali sono le strategie utilizzate per allestire una mostra, partendo dal reperimento delle opere da esporre, cercando il giusto contesto, passando anche per il reperimento dei fondi per poter allestire la mostra.
Successivamente i nostri compagni a Palazzo Ducale hanno avuto la fortuna di essere guidati dalla direttrice del Palazzo, Ilaria Bonacossa, nella visita della mostra Moby Dick, La balena. Questa mostra esponeva sia opere contemporanee sia reperti più antichi, legati alla figura della Balena nella storia.

La diapositiva dedicata a Moby Dick

Infine le classi e i docenti sono stati in visita all’Abbazia di San Giuliano, storica sede operativa dei Carabinieri che qui svolgono la fondamentale funzione di rendere sicuri i trasferimenti delle opere d’arte esposte nelle mostre della nostra città.
In occasione di tale visita, gli studenti hanno scoperto che l’Abbazia custodisce uno dei più ricchi patrimoni religiosi italiani, la cui cura e il mantenimento sono assicurati da una cooperazione delle diocesi italiane.
Questo progetto ha messo in luce un aspetto che i visitatori spesso ignorano:  tutto il lavoro che sta dietro l’allestimento di una mostra. Di fronte ad un’opera, ci fermiamo a guardarla, raramente ci chiediamo come sia arrivata fin lì.

Il grande successo di pubblico, di studenti, docenti e visitatori esterni ha ancora una volta evidenziato come la cultura classica sappia ancora parlare al presente. L’appuntamento è già all’anno prossimo, alla tredicesima edizione.

NOTTEDORIA: quando il liceo classico prende vita tra musica e talenti

Cosa ci hanno raccontato le canzoni della NotteDoria

di Margherita Giachero e Isabella Morando, 1B

La Notte Nazionale del Liceo Classico è un’iniziativa importante, ideata dal prof Rocco Schembra nel 2015, per tutti i licei classici, perché apre le porte a persone di tutte le età, offrendo l’occasione di trascorrere una serata piacevole e di riscoprire il valore di questo indirizzo, spesso evitato perché considerato troppo impegnativo. Al Liceo Classico Andrea D’Oria, la Notte Nazionale rappresenta un evento di grande importanza, atteso ogni anno con entusiasmo dagli studenti, docenti e visitatori. Il tema centrale dell’evento, quest’anno, era “l’humanitas“, alla quale si collegava la frase di Terenzio sono un essere umano, nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me” che ha fatto da bussola per tutta la serata. Guerra, relazioni tossiche, identità, libertà: ogni esibizione ha scelto un pezzo di umanità da raccontare, in musica, in danza o in scena.

Non sono mancate infatti rappresentazioni ispirate alla tradizione letteraria del passato, come scene tratte da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni o diverse interpretazioni come ad esempio la “Scuola di Atene” ispirata al celebre affresco di Raffaello. Queste rappresentazioni dimostrano come i ragazzi sappiano unire creatività e conoscenze acquisite durante il loro percorso scolastico.

La serata è diventata così un’occasione unica per mostrare non solo i talenti degli studenti, ma anche il valore del liceo classico, capace di unire tradizione e conoscenza in un’esperienza coinvolgente e aperta a tutti.

Per questo motivo, gli studenti hanno scelto di cantare e suonare brani ispirati a questo concetto di umanità, come ”Behind the Wall”, “Zombie” e “Sola”, canzoni che affrontano temi come la sofferenza, la solidarietà e il desiderio di un mondo più giusto. Inoltre sulle note di “Mirò” e “Je Suis Musicè andata in scena una danza: se le canzoni avevano raccontato l’humanitas con le parole, il movimento l’ha espressa con il corpo, in un linguaggio che non ha bisogno di traduzione.

La canzone “Zombie” dei The Cranberries
“Zombie” dei The Cranberries

Questo brano, interpretato da Rebecca Vaccari, Ginevra Trigona, Giulio Auxilia e Max Lupo Wilkinson Lepore, è uno dei brani più ricordati degli anni ’90. La band voleva denunciare la guerra, in particolare il conflitto in Irlanda del Nord di quel periodo. Questa canzone denuncia proprio quei concetti che si oppongono a quello di “humanitas”, la guerra, l’odio e la morte, che annullano la nostra umanità facendoci diventare, appunto, “zombie”.

Behind the Wall” di Tracy Chapman

Cantata da Alice Villa (4D) la canzone ci regala un messaggio diverso, incentrato sulla violenza ma in un ambiente domestico. Il brano descrive dal punto di vista di una persona esterna l’indifferenza che le autorità avevano in queste situazioni e denuncia il silenzio delle persone che non intervengono alla vista di scene di violenza. Si collega all’humanitas mettendo in luce quanto sia importante non restare indifferenti e avere empatia verso chi soffre.

Alice Villa con “Behind the Wall”
Change” dei Deftones, “Mann Gegen Mann” dei Rammstein e “Sola” di Nina Zilli

I tre brani, i primi due suonati alla batteria da Max Lupo Wilkinson Lepore (1F) e il terzo cantato da Rebecca Farina (5F), affrontano questioni che ci toccano più da vicino. “Change”  tratta di come una persona, prima cara, all’improvviso cambi con il tempo fino a diventare quasi estranea, senza che ne capiamo il motivo, e di come possa farci del male senza che ce ne rendiamo conto.

Sola“, del 2015, è un inno all’indipendenza e alla riscoperta di se stessi che incoraggia a interrompere relazioni tossiche e sbagliate per ritrovare la libertà. Il testo suggerisce l’abbandono di una situazione evidenziando che è meglio restare soli piuttosto che in una relazione che nasconde la propria identità. Esprime il valore dell’umanità attraverso la fragilità dell’individuo: la protagonista, infatti, sceglie la solitudine per rispetto di se stessa.

Mann Gegen Mann” invece è un brano dei Rammstein del 2005. Significa letteralmente “uomo contro uomo” (il titolo è stato ispirato da “Mujer contra mujer“, “donna contro donna” dei Mecano) e tratta dell’omosessualità maschile. A differenza dei brani precedenti, che affrontavano temi riguardanti conflitti tra paesi o nei rapporti, questo parla, in modo quasi ironico, della scoperta e della comprensione di se stessi.

“Mann Gegen Mann” e “Change”
Your Power” di Billie Eilish

Interpretata da Aurora Sabbia (3F), denuncia l’abuso di potere all’interno di una relazione. In un rapporto capita spesso che una persona abbia più potere dell’altra: questa canzone si rivolge a chi approfitta di questa situazione per manipolare e controllare. Dovrebbe rendere consapevoli tutti coloro che abusano della propria posizione, invitandoli a riflettere sul danno che causano.

Labour” di Paris Paloma e “Don’t look back in anger” degli Oasis

Questi due brani spostano il punto di vista sulla rabbia. “Labour” interpreta la rabbia delle donne che spesso vengono “usate” per sostenere tutto il carico, di lavoro ed emotivo, di coppie o famiglie intere. Il brano si focalizza in particolare sull’esaurimento che troppo peso può causare in una persona. La seconda canzone invece è un suggerimento a lasciar andare il passato, non rimanere legati ad eventi o persone, e pensare al presente senza rabbia o rimpianti. 

In conclusione, la Notte del Liceo Classico ha mostrato quanto l’humanitas di Terenzio, concetto antico ma ancora attualissimo, sia importante nella vita di tutti i giorni. Ognuno di noi la sente in modo diverso, e grazie all’impegno di tutta la scuola durante la Notte Nazionale si è riusciti a esplorare l’humanitas in tutte le sue forme.

NotteDoria: raccontare l’umanità attraverso pratiche universali

La notte in cui è permesso andare a letto tardi: pochi giorni dopo l’equinozio di primavera i talenti dei licei classici sbocciano.

di Pietro Enrico Barbieri, 1B

Il termine humanitas, nato dal Circolo degli Scipioni, indica tutto ciò che eleva il genere umano rispetto al regno animale. I Licei Classici di tutta Italia lo hanno incoronato come argomento centrale nella notte a loro dedicata. Il Liceo D’Oria – ispirandosi idealmente a Pericle, che durante la Pentecontaetia introdusse il diritto di andare a teatro – ha aperto le sue porte alla comunità genovese, offrendo esibizioni artistiche di vario genere, dalla musica al teatro, passando per performance miste. Parlando di musica, durante la notte del 27 marzo si sono alternati diversi generi, che vanno dal pop rock alla musica classica, fino all’heavy metal. Qualsiasi ascoltatore si sarebbe trovato a suo agio tra il pubblico dell’Aula Magna.

Le tracce, nonostante fossero tutte collegate al concetto di “Humanitas”, toccavano tematiche differenti. Per esempio la guerra: da un lato quella combattuta sul fronte, narrata dalle parole di Zombie (Auxilia-Vaccari-Trigona-Wilkinson) e dall’altro quella combattuta quotidianamente da tante donne all’interno delle mura domestiche, denunciata con Behind The Wall (Villa). Entrambe le canzoni, interpretate da voci femminili, erano molto differenti da un punto di vista musicale. Infatti “Behind the Wall” è stata cantata a cappella, proprio come fece la leggendaria Tracy Chapman, mentre “Zombie” è stata la traccia musicalmente più ricca, sottolineata da un accompagnamento di chitarra, basso e percussioni.

Durante la serata sono stati esplorati argomenti di natura psicologica ed emotiva, finalizzati a sondare il mistero della mente umana e dei sentimenti che proviamo. Le canzoni maggiormente rappresentative, da questo punto di vista, sono state Sola (Farina) e Don’t Look back in Anger (Vaccari, Salanitro). Entrambe raccontano storie di introspezione personale. “Sola” è un richiamo alla solitudine, però in maniera positiva: ci invita a vedere la solitudine come mezzo per scoprire noi stessi. “Don’t Look back in Anger“, canzone icona del Britpop anni ’90, è invece un inno a non guardarsi indietro e a non rimuginare, accettando quello che è stato e vivendo la vita con più leggerezza. E’ stato molto apprezzato l’arrangiamento in stile classico rispetto all’originale, che si sposava bene con la voce femminile.

La serata ha anche trattato di temi delicati come l’omosessualità, narrati attraverso le note di Mann gegen Mann (Wilkinson) – una tra le due canzoni heavy metal suonate – e in Take me to Church(Auxilia, Vaccari, Trigona). Sebbene il titolo tragga in inganno, la canzone difende l’amore omosessuale, definito sacro e naturale, opponendosi agli ideali tradizionali delle istituzioni religiose cattoliche. La performance heavy metal è stata particolare – perché ad esibirsi era effettivamente soltanto la batteria, senza ulteriori strumenti- e adrenalinica, in stretta successione a “Zombie“.

È stata quindi la volta di Hometown Glory (Sabbia), canzone che esprime il senso di appartenenza verso il luogo in cui si è nati e cresciuti. Nonostante sia stata scritta molti anni dopo, e in un contesto culturale totalmente diverso, trova delle similitudini con la celebre poesia di Ugo Foscolo “A Zacinto“. La melodia malinconica, resa ancor più efficace dalla voce del pianoforte solo, enfatizza il messaggio universale della nostalgia per la propria terra d’appartenenza. Labour (Auxilia, Vaccari, Villa) invece è un potente inno femminista che denuncia le dinamiche distorte di una relazione tossica: le pressioni psicologiche, l’ingiusto carico di lavoro e il generalizzato senso di impotenza provato dalla protagonista.  Si può arrivare addirittura ad immaginare la possibile vittima narrata nei versi di “Behind the Wall” canticchiare il motivetto di “Labour” prima di entrare in casa. Change (in the House of Flies) (Wilkinson) mostra, in maniera aperta e senza censura, una situazione ipotetica di ambiente tossico. Il punto di vista adottato è quello di un narratore interno che descrive il deterioramento psicologico del suo partner. Con l’avanzare del tempo il protagonista è sempre più vittima del suo senso di colpa che, probabilmente, lo porterà al suicidio.

Nonostante l’ascolto delle performance sia stato piacevole, sarebbe stato preferibile che una tale varietà di canzoni e generi venisse maggiormente valorizzata da una ampia varietà di voci e interpreti. Ma di questo non si può dare colpa agli artisti che hanno avuto il coraggio di mettersi in gioco, anche a volte uscendo dalla comfort zone dei loro generi preferiti.

Tutto sommato la Notte dei Licei è riuscita a ricreare l’atmosfera di un teatro greco, ovvero un centro di aggregazione sociale, dove riflettere e discutere riguardo concetti universali che hanno a che fare con la nostra umanità.

 

 

NOI MARE. La musica di Genova raccontata da Andrea Incandela

Il liutaio e presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, racconta il legame tra Genova, De André e la tradizione marinara.

di Daniele Ferro, 1B

Genova ha sempre avuto una forte tradizione musicale, profondamente legata al mare: dai canti popolari dei marinai fino ai grandi cantautori che hanno reso celebre la città in tutto il mondo. Tra questi, il nome più rappresentativo è senza dubbio Fabrizio De André, capace di raccontare Genova e il Mediterraneo come pochi altri.

Andrea Incandela

Andrea Incandela, musicista, liutaio ed esperto di strumenti, è il presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, “A casa di Andrea” in genovese, una realtà attiva nel centro storico di Genova che si occupa di concerti, produzione musicale, riparazione di strumenti e corsi di musica e pittura. Andrea Incandela ha conosciuto personalmente Fabrizio De André e, in questa intervista, racconta il legame profondo tra Genova, il mare e la musica.

Cos’è per te Genova e il mare?

Tutto. E con “tutto” ti direi pochissimo. Io non vivrei mai in una città senza mare, non potrei farlo. Sono nato a contatto con il mare, nella città Superba, che per me è la più bella del mondo. Non ho bisogno di vederlo o di andarci, non ci vado quasi mai. Ma mi basta sapere che c’è.

Chi era per te Fabrizio De André?

Un grande amico. L’ho conosciuto quando ero ragazzino. All’inizio il nostro rapporto era soprattutto legato al lavoro: gli vendevo strumenti, prestavo attrezzi e mi occupavo delle riparazioni, e lui ne era contento. Con il tempo, però, è diventata una vera amicizia. Passava spesso, abbiamo parlato tante volte di Genova e di musica. Era una persona stupenda, molto comprensiva e un grande poeta. Secondo me, dovrebbero candidarlo al premio Nobel.

Hai mai suonato o cantato insieme a Fabrizio De André?

Cantato sì, suonato no. Una volta ci siamo trovati in piazza De Ferrari e ricordo che nacque spontaneamente un coro: cantavamo tutti insieme. C’era un bar sotto i portici, il Giavotto, frequentato da Paoli, da De André, da Manfredi e da tanti altri musicisti e personaggi famosi. Andammo lì a cantare con lui: è stato un momento molto bello e particolare, perché eravamo tutti insieme.

Perché De André scrive Crêuza de mä e cosa racconta questa canzone?

Crêuza de mä nasce dal desiderio di raccontare il mare di Genova e, allo stesso tempo, il Mediterraneo come spazio di incontro. De André sceglie il dialetto genovese perché è una lingua marinara, formata dal contatto tra molti popoli del Mediterraneo, quindi perfetta per rappresentare questa realtà. 
Attraverso il dialetto e una musica ispirata alle tradizioni mediterranee, racconta un Mediterraneo “prima della globalizzazione”, fatto di viaggi e scambi. È stata una scelta controcorrente per l’epoca, ma proprio questo rende la canzone straordinaria. Crêuza de mä guarda al passato per parlare in modo universale del presente ed è una delle opere più importanti di Fabrizio De André.

Di cosa parlano i canti dei marinai genovesi?

I canti dei marinai genovesi parlano soprattutto della vita sul mare: dei viaggi lunghi e faticosi, della nostalgia per la terra, delle donne lasciate a casa, del pericolo e, a volte, anche della povertà. Raccontano un’esistenza dura, fatta di lavoro e di attesa, spesso con un tono ironico o rassegnato. Parlano di uomini comuni, di fatica quotidiana e di ritorni incerti: molti non sapevano quando sarebbero tornati. Il mare non è mai idealizzato, è una presenza necessaria ma anche crudele

Quali strumenti usavano i marinai?

Gli strumenti erano pochi e semplici, facili da portare in viaggio. Si usavano soprattutto strumenti a corda come la chitarra o il mandolino, ma anche il violino. Non mancavano percussioni improvvisate, come tamburi rudimentali o semplicemente il battito delle mani e dei piedi. Spesso, però, il canto era soprattutto vocale e corale, perché serviva anche a tenere il ritmo del lavoro a bordo.

Esistono ancora musicisti che mantengono viva questa tradizione?

Sì, questa tradizione non è scomparsa. Oggi viene portata avanti da gruppi e musicisti che lavorano sulla musica popolare ligure e mediterranea, cercando di conservarne la lingua e lo spirito. Alcuni lo fanno in modo più tradizionale, altri in maniera moderna, mescolando strumenti antichi e contemporanei. Naturalmente Fabrizio De André, con Crêuza de mä, ha avuto un ruolo fondamentale nel far riscoprire e valorizzare questa tradizione, portandola a un pubblico molto più ampio e rendendola conosciuta in tutto il mondo.

Attraverso il racconto di Andrea Incandela emerge un’immagine di Genova profondamente legata al mare, non solo come spazio fisico ma come luogo culturale e musicale. Dai canti dei marinai fino a Crêuza de mä, la musica diventa memoria, identità e racconto collettivo di una città che continua, ancora oggi, a suonare.

Come cantava Fabrizio De André nei versi finali di Crêuza de mä:

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na

creuza de mä

(padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.)