NOI MARE. Un’identità millenaria

Intervista alla storica e archivista Giustina Olgiati sull’influenza del mare a Genova 

di Lucilla Lisciotto, 1B

L’indissolubilità del legame tra Genova e il mare permane nei secoli, riflettendosi nell’economia, nella cultura, nel commercio e nella società e si esprime in una storia costellata di maestà e dolore. L’ Archivio di Stato di Genova ne è eterno custode, ne porta al suo interno i secoli gloriosi, anche i suoi lati inediti, celati sotto il velo del tempo, che la dottoressa Giustina Olgiati ci racconta con passione e trasporto.

A Genova è sempre stato presente un porto naturale, senza il quale non sarebbe potuta esistere poiché rappresentava l’unico orizzonte di sviluppo per i Genovesi, un “mezzo di comunicazione liquido”, che consentì loro anche di entrare in contatto con altre popolazioni e culture. 

Reliquario del braccio di Sant’Anna.
Cristo Moro di Santa Maria di Castello

Il mare per i Genovesi rappresentava un elemento familiare che nei secoli “le ha dato e portato via qualcosa”. Il mare “evocava immagini di Santità”, poiché portò a Genova diverse reliquie, come il braccio di Sant’Anna e il Cristo di Santa Maria di Castello, contribuendo all’incremento della devozione religiosa. Purtroppo però attraverso il mare giunsero nei secoli i pirati, che con le loro scorrerie portarono via da Genova molte ricchezze e dignità.

L’influenza del mare sull’economia genovese

Dal punto di vista economico il mare, motore dell’economia genovese, data la scarsa produzione agricola, rappresentava l’unico mezzo di sostentamento. Questo portò i Genovesi ad affinare le abilità di mercanti e a sviluppare le competenze in materia di navigazione, dal momento che non erano ancora stati inventati i mezzi a vapore costituiva la principale via di comunicazione. Il porto di Genova  attualmente è gestito dalla Camera di Commercio, ma il suo funzionamento dipende anche dai movimenti interni dei sindacati , e ancora oggi assolve un ruolo cruciale nell’economia della città poiché deve garantirne la prosperità commerciale.

La mancanza di sicurezza nel lavoro al porto in epoca medievale

Il porto tuttavia in passato fu anche teatro di tragedie, poiché non era garantita la sicurezza delle persone che vi lavoravano, nonostante i consoli delle Corporazioni di Arti e Mestieri tentassero di limitare le sciagure. Questo è attestato dalla scarsa presenza di documenti che ne certificano l’avvenimento e dal fatto che a partire dal 1340 i “camalli”, i facchini storici del porto, godessero di una corsia riservata costituita da sette letti presso l’ospedale di Santa Maria Maddalena. Inoltre all’epoca non erano garantiti rimborsi alla famiglia della vittima, sebbene esistessero fondi per offrire sostegno alle vedove. 

A Genova in età medievale erano presenti anche altri lavori che comportavano rischi considerevoli per la vita delle persone.

Il rischio del lavoro dei marinai; le vite inghiottite dal mare

Il fatto che la prosperità economica di Genova fosse strettamente legata al mare portò molti uomini a praticare il mestiere di marinai o di mercanti, mettendo a rischio le loro vite, data l’imprevedibilità del mare. Infatti, nonostante le diverse precauzioni, come navigare soltanto in determinati periodi dell’anno per evitare venti contrari, o costruire navi la cui struttura fosse volta a prevenirne l’affondamento, spesso si verificavano dei naufragi. Inoltre, bisogna pensare che in molti casi le scialuppe di salvataggio non erano sufficienti a  salvare tutti coloro che si trovavano a bordo della nave , e molte volte ci si accorgeva di un naufragio vedendo pezzi della nave o anche cadaveri portati in braccio dalle onde, quando ormai era troppo tardi per poter prestare soccorso. Fu così che il mare avvolse tra le sue onde molte vite che la città sacrificò al suo splendore.

Le assenze dei marinai e le conseguenti modificazioni sociali e legali legate all’emancipazione femminile

La lunga assenza dei marinai provocò anche dei cambiamenti dal punto di vista sociale, poiché permise ai Genovesi, consapevoli del fatto che il ritorno di coloro che si imbarcavano non era assicurato, di organizzarsi dal punto di vista legale, ideando un sistema di leggi che permetteva alle mogli di coloro che erano partiti di disporre dei beni finanziari e materiali in caso di difficoltà economiche e provvedere a riguardo per il benessere della famiglia, ma l’indipendenza che assicuravano alle mogli dipendeva molto spesso dal tipo di rapporto che avevano instaurato. Questo perché all’epoca i matrimoni molto spesso non avvenivano per volontà degli interessati, ma erano il frutto delle macchinazioni ordite dalle rispettive famiglie allo scopo di assicurarsi prestigio, influenza politica e vantaggi economici. Inoltre la donna doveva sottostare all’autorità del marito, dopo essere stata sottomessa per tutta la vita a quella del padre o di un’altra figura maschile. Egli poteva disporne liberamente e lei non aveva potere sul suo destino, e veniva semplicemente costretta ad essere una semplice spettatrice dello spettacolo della sua vita. A testimonianza di ciò, la dottoressa Olgiati ci illustra dei documenti presenti all’interno dell’Archivio che custodiscono la storia del matrimonio del XVII secolo, avvenuto tra una Spinola e un D’Oria, durante il quale lei subì continuamente la sua ira, che spesso si manifestava con atti di violenza, e si concluse con un divorzio. Dal documento che lo testimonia ci giunge il respiro dell’oppressione che le donne dovettero subire in tali condizioni, portando alla luce storie intrise di dolore che ci implorano di essere raccontate. 

Tuttavia, a volte tra gli sposi si sviluppava un rapporto basato sul rispetto e sulla stima reciproca, che spesso poteva evolversi in amore, e in questi casi l’uomo poteva assicurare alla moglie una maggiore indipendenza economica poiché nutriva una maggiore fiducia nei suoi confronti, consegnandole lo scettro per governare sulla sua vita.

L'Archivio di Stato di Genova: un tesoro millenario minacciato dal declassamento - Polis SA Magazine
L’Archivio di Stato di Genova

Ad esempio è questo il caso di Buscarello Ghisolfi, considerato “la versione genovese di Marco Polo”, il quale viaggiava spesso per mare, nelle cui mani affidò la sua vita, sapendo che probabilmente l’avrebbe scagliata negli abissi oscuri o trasportato verso terre lontane. Egli concesse a sua moglie in sua assenza la piena custodia e la massima libertà di gestione dei beni finanziari e il documento che attesta la sua volontà in merito è attualmente custodito all’interno dell’Archivio di Stato di Genova.

Genova e gli scambi culturali e commerciali: apertura mentale e ricchezza culturale

Qui la dottoressa Olgiati ci racconta un’altra storia affascinante legata a Buscarello Ghisolfi, e i documenti che si riferiscono a essa ci permettono anche di comprendere come i Genovesi in età medievale fossero dotati di una particolare apertura mentale nei confronti di altre culture e religioni, abituati a viaggiare e ad interfacciarsi con persone appartenenti a civiltà aventi usi e costumi differenti dalle loro, con cui intrattenne estremamente moderna, poiché non rifiutano ciò che è diverso, ma lo accolgono. Dalle testimonianze di Jacopo D’Oria, ultimo annalista genovese, emerge il fatto che i Genovesi fossero abituati al contatto con gli stranieri, poiché quando l’ambasceria dei Tartari, guidata da Buscarello Ghisolfi, sostò a Genova, che all’epoca costituiva il punto d’incontro tra diversi fronti culturali,  prima di essere condotta dal Pontefice, dal re di Francia e dal re d’Inghilterra, lo storico nelle sue testimonianze non si soffermò sulla sua descrizione.

I Genovesi si sospinsero fino al Mar Nero, al Mar Egeo, navigarono per tutto il Mediterraneo, sospingendosi al confine del mondo conosciuto, e nella città si intrecciano in un mosaico complesso e variopinto elementi importati da altre nazioni con cui Genova intratteneva rapporti diplomatici e commerciali. Genova alla fine è come il mare, in essa sfociano  la gloria e lo splendore delle altre culture, che ne arricchiscono la corona di spuma.

L’influenza proveniente da altre culture si legge soprattutto nella lingua, poiché i Genovesi appresero durante i viaggi le lingue delle loro destinazioni, come la Turchia o l’Arabia, dal cui linguaggio derivarono alcuni vocaboli del dialetto parlato in Liguria. Anche i Genovesi esportarono in tutto il Mediterraneo termini relativi alla navigazione. A Genova furono particolarmente importanti le influenze dei paesi esteri dal punto di vista del costume e dell’artigianato. Si utilizzavano infatti anche stoffe provenienti dall’oriente, e i gusti dei cittadini in fatto di vasellame avevano subito l’influsso della Spagna islamica. Genova nel corso dei secoli intrattenne spesso rapporti pacifici con le altre civiltà, come fece anche a partire dalla Seconda Crociata, instaurando rapporti commerciali con i Turchi. 

Genova, il monopolio commerciale sul Mediterraneo e le colonie commerciali

I Genovesi fondarono diversi insediamenti nel corso dei secoli allo scopo di instaurare un monopolio commerciale sul Mediterraneo, i quali erano controllati dalla città attraverso varie forme di governo. Mentre in Corsica, data l’ostilità dei suoi abitanti, fu addirittura attuato un governo di tipo militare, nel Mar Nero, i Genovesi mantenevano un controllo diretto sul Sud della Crimea, dove intorno al 1300 sorse una colonia fortificata che in seguito assunse grande prestigio: Caffa. Alcune colonie dell’Egeo furono governate dalla dinastia dei Gattilusio, a cui erano state donate dall’imperatore bizantino, l’isola di Chio fu posta sotto il controllo di un Comitato di Investitori a cui veniva inviato un podestà proveniente direttamente da Genova.

Le colonie furono mezzi di importanti scambi culturali, che arricchirono enormemente l’identità di Genova, il che fu possibile anche grazie ai fenomeni di migrazione veicolati dallo Stato. Ad esempio se un mercante voleva andare ad abitare a Caffa, per pagare tasse inferiori, avrebbe dovuto sposare una donna indigena, il che favorì anche l’integrazione culturale tra Genova e gli abitanti delle colonie. Per Genova era vantaggioso avere mercanti originari della città all’interno delle colonie del Mar Nero per mantenere un’influenza della cultura latina a oriente e pertanto incoraggiavano l’emigrazione attraverso la prospettiva di tasse meno care. Viceversa, giunsero a Genova molti uomini provenienti da altre colonie, che spesso erano stati acquistati dai Genovesi come schiavi, che all’epoca rappresentavano simboli di ricchezza e potere, che però potevano acquisire la cittadinanza genovese e sposare persone originarie di Genova, e in tal modo entrare in possesso della piena libertà. Abbiamo testimonianza per esempio di un giovane schiavo cinese che sposò una ragazza genovese di 23 anni, e fu adottato dalla città come suo cittadino. Tutto ciò conferì alla società genovese un carattere multietnico.

Il mare come mezzo di diffusione della peste nera
Genova, peste, sotterranei e leggende - Genova Cultura
Domenico Fiasella, La peste di Genova. Pinacoteca della Fondazione Franzoni

Il mare tuttavia non fu sempre un mezzo attraverso cui Genova ottenne prosperità economica e ricchezza dal punto di vista culturale, infatti cavalcando le onde giunse nel 1348 la sciagura della peste nera, probabilmente attraverso gli scambi commerciali, che squarciò la quiete della città funestando le vite dei suoi abitanti, scatenando sentimenti di paura e atroce dolore che inflissero ferite cocenti alla città, il cui grido sofferente echeggia nei secoli di storia. Di questo periodo oscuro, della paura dei Genovesi a riguardo, abbiamo conservati all’interno dell’Archivio i testamenti risalenti all’epoca, che erano stati dettati da persone sotto l’effetto della paura della peste, che come un angelo dalle ali nere ogni giorno strappava e sfigurava vite umane, il che è testimoniato dalla presenza all’interno dei documenti della frase “metu pestis”, ossia “per paura della peste”. La città reagì istituendo un lazzaretto, dove i malati di peste venivano isolati, e istituì delle leggi che specificavano l’obbligo dei cittadini di denunciare un malato di peste affinché non diffondesse la malattia.

Genova al vertice dello splendore economico e culturale

Genova raggiunse l’apice dello splendore e della prosperità economica nel Medioevo, epoca in cui era immersa nel fulgore della gloria. Il suo splendore economico e culturale è ritratto in  un’ode scritta da un poeta anonimo intorno al 1200, custodita nell’Archivio Storico del Comune di Genova, che canta ad un mercante di Brescia che non ha mai visto Genova e la bellezza eterna della città, dove anche le donne appartenenti a ceti inferiori  rifulgevano di un nobile splendore, il che significava che Genova colmava ogni cosa della sua bellezza luminosa. Questo scritto racchiude in sé l’orgoglio di Genova, canta la forza del suo cuore pulsante, del suo spirito ardente, città eterna sposa del dio azzurro, da cui fu amata e tradita, benedetta e ferita, e che conserviamo ancora oggi nella nostra identità con orgoglio e passione.

«Zenoa è ben de tal poer                                                            «Genova ha una grande forza,
che no è da maraveiare                                                               non c’è da meravigliarsi
se voi no lo poei savere                                                               se voi non la potete valutare
per da loitam oir contar:                                                              sentendone parlare da lontano:
che e’ mesmo chi ne son nao                                                    io stesso che ci sono nato
no so ben dir pinnamente                                                           non saprei dire adeguatamente
ni distinguer lo so stao                                                                né descrivere la sua condizione
tanto è nobel e posente.»                                                            tanto è nobile e potente.»

 

 

NOI MARE. Porto Antico: custodire il Mediterraneo

Il  direttore generale racconta la sua visione per il Waterfront Genovese e lancia un appello per il Mediterraneo.

di Alice Johnston, 1B

Vincenzo Monaco è il direttore generale del Porto Antico di Genova. In questa intervista ci svela alcuni progetti per l’area del Waterfront genovese e richiama la nostra attenzione alla migliore tutela del Mediterraneo.

Può raccontarci il suo percorso professionale e come è arrivato a diventare direttore generale del Porto Antico?

Ho avuto la fortuna di lavorare sempre sul mare. Ho iniziato con dieci anni nel settore della navigazione: prima con TOREMAR, poi sono passato a Tirrenia a Napoli. Dopodiché è arrivata l’esperienza più lunga e formativa: sedici anni a Venezia con Vela, la società che si occupa di turismo e marketing della città. Lì vendevamo i biglietti per i vaporetti, eravamo proprietari delle aziende di trasporto pubblico e organizzavamo le grandi manifestazioni veneziane come il Carnevale. Gestivamo anche spazi per attività congressuali e fieristiche, un po’ come facciamo qui al Porto Antico. Dopo Venezia ho fatto cinque anni come direttore della Confcommercio di Treviso, poi è arrivata l’opportunità del Porto Antico. Stavano cercando un direttore generale, ho fatto la selezione, l’ho vinta e sono qui da un anno e mezzo. Oggi il mio ruolo è quello di coordinare l’attività degli uffici e fare da cuscinetto tra questi e il consiglio di amministrazione. Il Porto Antico è stato riqualificato da Renzo Piano nel 1992 e comprende l’area del padiglione turistico e delle darsene nel Waterfront di Levante. Gestiamo un’ampia gamma di attività: il centro congressi, l’affitto di posti barca, spazi per l’Acquario, eventi, realtà commerciali come Eataly, The Space Cinema, Old Wild West, e attività corporate come Iliad e Carstream. I ricavi da queste attività vengono reinvestiti nella manutenzione dell’area“.

Come ha plasmato la sua visione sul legame tra  Genova e il mare?

Io ho avuto la fortuna di essere sempre sul mare, quindi questo legame è comunque legato alla mia persona. Qui a Genova l’ho ritrovato, avendo la fortuna di gestire quest’area iconica e  bellissima. Uno dei miei obiettivi è farla conoscere di più, perché spesso si hanno delle sensazioni ma non delle certezze su quello che avviene dietro a queste aree. Questo legame è indissolubile e straordinariamente affascinante.”

Secondo lei, questo legame ha la stessa importanza oggi come in passato?

Sono qua da un anno e mezzo, quindi so poco del passato. Secondo me è un legame indissolubile, c’era ieri, c’è oggi e ci sarà per sempre. Genova è il primo porto d’Italia, questo rapporto è economico ma anche di vita. Indissolubile.”

C’è un modo in cui le persone di Genova potrebbero aiutare a dare vita al Porto e al legame tra Genova e il mare?

Il modo migliore è venire da noi. Il Porto Antico è un luogo che viene frequentato per  vari eventi, attività sportive, i giochi dei bambini, fare una passeggiata, prendere un aperitivo, leggere un libro… Tutte le volte che si viene al Porto Antico si riaccende vivo il rapporto con il mare e le emozioni che ti trasferisce! Vedendo le statistiche, il 70% dei nostri frequentatori è genovese, una buona percentuale.”

Quanto è importante l’Acquario di Genova?

Senz’altro è molto importante per la città  da un punto di vista economico e di promozione turistica. Tra l’altro è l’acquario con il maggiore volume d’acqua d’Europa. Però l’Acquario non è solo divertimento: è  anche studio, ricerca. È un piccolo sacrificio che viene chiesto a questi pesci per un progetto più ampio che è quello di salvare il mare e il pianeta. L’Acquario non è soltanto un  luogo di attrazione ma anche un luogo di studio, di crescita culturale, di crescita della sensibilità nei confronti del mare e del pianeta. Credo che il percorso scientifico sia indissolubile accanto al lato di meraviglia e stupore che crea”.

Secondo lei, dato che il Mar Mediterraneo viene ogni giorno inquinato come il resto dei mari e questo è un problema a livello sia genovese che nazionale, ci sono dei modi in cui potremmo  aiutare a diminuire l’inquinamento del Mediterraneo?

Ci sono tantissimi modi. C’è la famosa diminuzione della plastica con la  raccolta differenziata. L’abbiamo introdotta anche noi recentemente in Porto Antico. L’inquinamento dipende anche dal riscaldamento globale e da tutta una serie di azioni. Quindi ci sono tantissime cose da fare; dipendono dai paesi europei ma anche da ciò che facciamo tutti noi con gesti  quotidiani: consumo dell’acqua, uso della plastica, riciclo, corretto smaltimento dei mozziconi di sigaretta, delle lattine, della plastica stessa… insomma piccoli gesti quotidiani che però possono aiutare moltissimo. Quando vado in una spiaggia o vado sott’acqua con la maschera cerco di portare via qualsiasi spazzatura che trovo in giro. Potremmo organizzare più attività tramite le  associazioni di volontariato per la pulizia delle spiagge. Ci sono veramente tantissimi modi. Anche voi giovani avete una sensibilità maggiore rispetto a quella che avevamo noi alla vostra età. Purtroppo vi stiamo consegnando un pianeta che ha molti più problemi rispetto a quello che ci è stato consegnato a noi.

Ci sono delle nuove idee o nuovi modi in cui potremmo sfruttare la risorsa del mare e del Porto Antico negli anni futuri? Ci sono nuovi progetti per l’area del Porto Antico?

In generale dobbiamo affrontare e iniziare un percorso legato all ESG (Environmental, Social e Governance) mi riferisco ai criteri di sostenibilità ambientale, sociale e di gestione di queste attività. Quindi stiamo provando a capire come misurare l’impatto che la società Porto Antico ha nei confronti dell’ambiente e della società. Stiamo facendo un piano investimenti che dovrà rispettare determinati parametri di sostenibilità ambientale come rendere gli eventi sempre più sostenibili. Vogliamo allargare il progetto della raccolta differenziata a tutti i nostri conduttori e stiamo introducendo dei sistemi per favorire la mobilità pubblica rispetto a quella privata.”

Se potesse lasciare un messaggio ai giovani del liceo D’Oria e di Genova, quale sarebbe?

Quello che dico ai miei figli: seguire le proprie passioni perché non c’è nulla di più bello, perché sono spesso legate a cose che ci riescono meglio; confrontarsi con il mondo, perché è molto arricchente. Io vedo purtroppo molte persone che nascono, vivono e rimangono nello stesso luogo creando un legame molto forte con il territorio ma anche perdendosi molte esperienze formative. Secondo me, è molto bello il confronto non solo nazionale ma anche internazionale. Bisogna cercare questo confronto e viverlo sempre come un’opportunità”.

NOI MARE. Aldo Spinelli: «Il porto, l’impresa e il futuro»

L’imprenditore si racconta: “Genova può raddoppiare i volumi, ma servono infrastrutture e coraggio

di Riccardo Viotti, 1B

 

Il Sig. Aldo Spinelli

Aldo Spinelli,  uno dei massimi esponenti della logistica italiana e figura storica del sistema portuale genovese, fondatore del Gruppo Spinelli, imprenditore al centro del dibattito pubblico degli ultimi anni, ci ha accolto per una conversazione a tutto campo sul presente e sul futuro del porto di Genova.

Fondato nel 1963 da Aldo Spinelli come azienda di trasporti, il Gruppo Spinelli è cresciuto negli anni fino a diventare uno dei principali operatori della logistica italiana. Le sue attività spaziano dal trasporto container alla gestione di terminal portuali, dai servizi di noleggio e riparazione container allo sviluppo di centri intermodali, con sedi operative a Genova, La Spezia, Livorno e Reggio Emilia.

Fin dall’inizio, Spinelli ci porta indietro nel tempo, ricordando l’enorme trasformazione vissuta dal settore marittimo. ‘’Si caricava e scaricava quasi all’aperto, senza tutti i controlli di oggi” racconta. Una rivoluzione, quella della containerizzazione, che ha cambiato per sempre la logistica: sigilli, tracciabilità, procedure standardizzate. ‘’Ha reso tutto più ordinato, ma anche più complesso. La sicurezza è diventata il cuore dell’operatività’’.

GPT Genoa Port Terminal del Gruppo Spinelli

Il suo sguardo si sposta poi sull’evoluzione dell’export italiano, che ha camminato di pari passo con quella dei porti. Impianti moderni, mezzi più sicuri, una logistica interna sempre più efficiente. ‘’Oggi la merce viaggia sigillata e il trasporto terrestre è cresciuto allo stesso ritmo del marittimo’’, sottolinea.

A cambiare, però, non è stata solo l’organizzazione a terra. Anche il mare è diventato un luogo di cambiamenti: le navi sono cresciute in modo esponenziale. I container restano gli stessi, da 20 o 40 piedi, ma le portacontainer superano ormai i 360 metri di lunghezza. ‘’Gli scali devono adeguarsi. Chi non lo fa resta fuori dal gioco’’, avverte Spinelli.

Nave_Cargo_Hapag-Lloyd_in_partenza_dal_porto_di_Genova

È qui che entra in scena Genova, al centro delle sue riflessioni. Con una visione insieme ottimista e realista, prevede: ‘’I traffici cresceranno almeno del 5% nei prossimi anni. Se l’economia tiene, Genova può raddoppiare i volumi. Ma per farlo servono infrastrutture, tecnologia, personale. Senza investimenti è impossibile competere’’.

La geopolitica è l’altro grande tema della conversazione, un fattore che oggi determina più che mai i flussi commerciali. ‘’I grandi esportatori di oggi, domani, possono non esserlo più. Lombardia, Veneto, Emilia: queste regioni industriali dipendono dal mare più di quanto non appaia’’, osserva.

A ricordare l’importanza del porto di Genova non sono solo i traffici, ma anche il suo impatto socioeconomico: una realtà che dà lavoro, tra diretto e indotto, a circa 64.000 persone. ‘’È una realtà enorme e rappresenta il futuro dei traffici italiani”, afferma Spinelli.

Sulle rotte globali e le prospettive di lungo periodo, sulla cosiddetta rotta artica, spesso dipinta come alternativa ai tradizionali corridoi marittimi, Spinelli non ha dubbi: ‘’Affascinante, sì, ma non sostituirà le rotte tradizionali. Non per costi, non per volumi, non per sicurezza. Al massimo potrà integrare in casi specifici’’.

Più concreta appare ai suoi occhi la partita del Mediterraneo, che secondo Spinelli può tornare competitivo rispetto ai grandi porti del Nord Europa, a una condizione, però: investimenti strutturali. ‘’I porti del nord Europa avrebbero dovuto fare il cambiamento radicale che stiamo facendo noi almeno 30 anni fa’’, ricorda con fermezza.

E poi c’è stato il COVID, la prova più dura degli ultimi decenni. Un passaggio che, per Spinelli, ha chiarito una volta per tutte la centralità del mare. ‘’È stato l’unico mezzo di trasporto che non si è fermato. Ha tenuto in piedi forniture e logistica’’.

Conclude dicendo: ‘’L’Italia non dovrebbe dimenticare: abbiamo quasi 8.000 km di costa. Nessun altro sistema garantisce questa continuità. E Genova, qui dentro, resta un punto centrale’’.

NOI MARE. Maggie Pescetto, una donna da vento

Una grande atleta olimpica che insegue il suo sogno ci dimostra il suo amore per la città di Genova.
di Marta Cordone, 1B

Genova, oltre ad essere una città ricca di storia che la rende affascinante e motivo di orgoglio dei suoi abitanti, è anche un luogo che facilita la pratica degli sport acquatici grazie al suo affaccio sul Mar Ligure. 

Maggie Pescetto, atleta dello Yacht Club Italiano, ha partecipato alle Olimpiadi del 2024, gareggiando con il suo kitesurf, ed ogni giorno è sempre più orgogliosa e grata di essere potuta crescere a Genova e quindi di aver iniziato il suo percorso fin da piccola nella sua città.

Durante gli allenamenti Maggie ha la possibilità di vedere la città da un altro punto di vista che, secondo lei, la rende ancora più speciale. Le piace moltissimo quando passa davanti a Boccadasse con il suo kitefoil a tutta velocità, è “un’esperienza davvero unica, vedere le case colorate soprattutto durante le giornate soleggiate provoca molta allegria e felicità”.

Spiaggia di Boccadasse, Genova

L’atleta è entrata nella Nazionale Italiana di kitesurf all’età di 17 anni. Dopo essersi laureata all’Università IULM di Milano ha ottenuto la medaglia d’argento al Campionato Open in Africa nel 2022 e ha partecipato a campionati italiani, europei e mondiali avendo gloriosi successi. Nel 2024, ha rappresentato l’Italia ai Giochi Olimpici di Parigi.

Maggie Pescetto

Maggie Pescetto descrive il suo legame con il mare fondamentale per la sua vita. Ogni volta che non è a Genova, per partecipare a regate a livello internazionale, dentro di sé vorrebbe subito ritornare, perché la sua città è il suo luogo felice dove ha coltivato moltissime amicizie importanti per lei. Inoltre lei afferma che  “sicuramente crescere in una città di mare ha influenzato profondamente il mio rapporto con l’acqua. Sento di non riuscire a stare lontana dal mare”

“Una delle emozioni più importanti che ho provato”, dice Maggie, “è stato tornare a casa dopo un lungo periodo e vedere dopo tanto tempo la mia famiglia, il circolo e i miei amici, che mi hanno sempre sostenuta nei miei traguardi e obiettivi”.

Durante le Olimpiadi le mancava anche il gusto della vera focaccia e del pesto, che la fa sentire subito a casa ricordandole quelle piccole abitudini che la riportano subito nel suo posto del cuore.

Tuttavia rimane una “donna da vento” che ama la sfida del mare come racconta in questa intervista:

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Maggie Pescetto è una ragazza che simboleggia il grandissimo amore dei velisti genovesi per il proprio mare, che è un simbolo di divertimento ma anche di orgoglio per chi abita in questa meravigliosa e sorprendente città.

NOI MARE. Una vita tra le reti

Stefano Donati e il mestiere che sta scomparendo

di Isabella Morando, 1B

Il mare di Genova non è solo una via di commercio o un posto di lavoro: è un luogo che rappresenta parte della vita dei lavoratori e dei cittadini che vivono a contatto con esso. Il porto Antico, più precisamente vicino al Museo del Mare, è il luogo in cui l’ex pescatore Stefano Donati ha lavorato per un decennio, insieme a suo padre e suo zio che lo hanno introdotto nel mondo della pesca. Da subito ha voluto chiarire che il pescatore non è un lavoro semplice: richiede impegno, costanza, pazienza e molto studio.

Il rapporto tra un pescatore e il mare va oltre il semplice guadagno.

Che cosa le viene in mente quando pensa al mare e, in particolare, a Genova?

“Pensando al mare mi vengono in mente tanti ricordi piacevoli. Ricordo per esempio quando andavo a Monterosso con mio padre, vedevamo i delfini, passavamo intere giornate completamente circondati dal mare.” Il mestiere del pescatore non è caratterizzato solo da ricordi, ma anche dalle soddisfazioni che si possono ricavare. “Ricordo la soddisfazione di svolgere un lavoro così faticoso: una volta con mio padre abbiamo trascorso un’intera giornata provando a pescare delle ricciole che continuavano a scappare dalle reti. Dopo un giorno e una notte che continuavamo a fallire e aspettare,  siamo riusciti a catturarle. Il piacere di questi momenti è indescrivibile”.

La difficoltà del mestiere è ripagata da emozioni che non si possono esprimere a parole.

“Mentre stai pescando, sei a contatto con la natura, con l’acqua, con un mondo completamente diverso da quello terreno”

La pesca diventava ancora più particolare di notte, come ci racconta. Da aprile a maggio avveniva la pesca delle acciughe, da luglio ad ottobre la pesca sugli scogli, a dicembre la pesca delle orate. In questi mesi amava particolarmente pescare di notte. “Mi è sempre piaciuto vivere il mare di notte. La notte è magica, è scura, è strana… fa un certo effetto. Tutti dormono e tu sei lì, in mezzo al mare, a pescare, e ti senti come se fossi sopra le nuvole su un altro mondo”.

Il suo rapporto con il mare, come tutte le relazioni, non è sempre semplice. “Il mare è un amico, ma può diventare anche un nemico e per fare questo lavoro devi esserne consapevole”. Essere pescatori oggi richiede non solo di saper pescare, ma di saper rispettare il mare. Grazie alle nuove tecnologie la pesca sta cambiando sempre di più. Gli strumenti si sono rinnovati, e per questo è aumentata anche la quantità di pesce che si può pescare, causando anche una riduzione del pesce in mare. Molti pesci tipici di Genova, come le acciughe o le ricciole, vengono pescati in grandi quantità perciò non si ripopolano velocemente. “Essere pescatori oggi non richiede soltanto abilità, ma anche tanto impegno e soprattutto rispetto per il mare. È per questo che il progresso rende la pesca più efficiente ma allo stesso tempo più complicata di prima”.

Quali sono i valori più importanti che ha appreso da questo mestiere?

“Sicuramente ho imparato ad essere calmo, paziente, poco impulsivo. Questo è un lavoro destinato a scomparire. Un ragazzo non inizierà mai di sua spontanea volontà a pescare. Deve essere guidato, deve imparare questi valori. Gli si deve spiegare più che la tecnica, l’approccio che si deve avere. La pesca sarebbe un’esperienza meravigliosa per tutti e sarebbe bello poter diffondere di più l’idea di poter fare questo mestiere. La voglia di un ragazzo di pescare deve nascere dal cuore. Non si può iniziare nel modo corretto senza la più sincera volontà di farlo.

Più che un lavoro la pesca è una passione. Ci vuole passione. Se non ce l’hai,  non puoi fare il pescatore. Questa dedizione deve nascere da dentro la persona, deve essere più forte di ciò che potresti guadagnare. Se hai l’amore per questo mestiere poi puoi arrivare ad un guadagno. Non ha senso partire con il presupposto di farlo come un lavoro, perché non si ottiene nessun risultato.”

Oggi Stefano Donati gestisce la pescheria “La Lampara” a Genova. Nonostante abbia lasciato il mestiere di pescatore, continua a trasmettere i suoi valori di rispetto per il mare e per la pesca alle nuove generazioni che, forse, manterranno viva questa tradizione. 

 

NOI MARE. Il lungomare di Genova è la mia casa

Andrea Puccio otto mesi all’anno al Centro Surf Club

di Simone Repetto, 1B

 

Inizia la primavera e lui è già lì, al lavoro, perché Andrea Puccio è uno dei titolari, con il fratello Maurizio e le rispettive mogli, di uno stabilimento balneare e ristorante in Lungomare Lombardo (una strada parallela a Corso Italia), il Centro Surf Club.

Foto dello stabilimento balneare e ristorante Centro Surf Club e sullo sfondo l’Abbazia di San Giuliano
Il Centro Surf Club e sullo sfondo l’Abbazia di San Giuliano

E lì lo puoi trovare tutti i giorni, tutto il giorno, fino alla fine di ottobre, quando la stagione finisce e lui può godersi un “meritato” riposo. Ma il mare accompagna Andrea anche a stagione balneare conclusa, durante i suoi viaggi per il mondo.

Lo conosco da sempre e a lui ho pensato quando ho deciso di intervistare una persona che avesse con il mare un rapporto particolare. L’ho quindi contattato telefonicamente, siamo in inverno, e lui è fuori Genova, al caldo e ovviamente al mare! Lui mi ha risposto entusiasta: “Sull’argomento mare mi trovi particolarmente preparato!“. 

Foto di Andrea Puccio
Andrea Puccio

Innanzitutto gli chiedo se i genovesi amano il mare e lo rispettano. Mi risponde: “Quale genovese non ha mai fatto un bagno in mare? Ogni genovese ha con il mare un rapporto particolare: c’è chi ama passeggiare sul bagnasciuga, chi ama prendere il sole, chi adora praticare al mare attività sportiva e chi si ferma semplicemente ad osservarlo, magari e soprattutto durante delle belle mareggiate”

Gli domando se ritiene che il mare sia fruibile per tutti e quali modalità si potrebbero usare per migliorarne l’accessibilità. “A Genova non abbiamo molto spazio per le spiagge, lo sappiamo bene, e molte sono ricoperte di pietre o piene di scogli. Le spiagge di dimensioni più grandi sono quelle in prossimità di sbocchi di torrenti e di molte spiagge derivano da diverse azioni dell’uomo sull’ambiente. Le nostre spiagge quindi non sono facilmente raggiungibili da chiunque, proprio per via della loro conformazione. Oggigiorno c’è sempre più attenzione sul tema della disabilità, e recentemente nuove leggi sono state emanate perché tutti gli stabilimenti balneari siano obbligati ad adottare delle misure per permettere anche alle persone con disabilità di godersi il mare.” Sebbene lui parli da titolare, con tutto ciò che ne comporta dovendosi il suo stesso stabilimento adeguare a questa recente normativa, mi confida: “Queste nuove leggi sono giustissime.” 

Gli chiedo se ha mai temuto il mare durante un’emergenza. “Assolutamente sì!”. Ricorda da ragazzino, al largo di Quarto, una virata sbagliata e la barca a vela cappottata, con lui finito fuori bordo e la compagna di corso finita sotto lo scafo. La paura legata alla difficoltà di non poter aiutare l’amica perché il giubbotto di salvataggio non gli consentiva di immergersi nell’acqua per poterla liberare da quella situazione. 

Poi gli domando come ha imparato a leggere il mare e quali segnali osserva per capire se è pericoloso. “Ogni posto ha le sue caratteristiche”, mi dice. Certamente l’età e l’esperienza gli sono di aiuto. Il meteo genovese ormai non ha più segreti per lui. Al giorno d’oggi ognuno di noi è più avvantaggiato nel conoscere le previsioni atmosferiche ed Internet è sicuramente di aiuto in tutto questo.

Infine gli chiedo quale è stato il salvataggio più significativo della sua carriera. Qui si fa serio (ammetto che la chiacchierata fino ad ora è stata serena e molto divertente). Il soccorso che si è trovato a dover effettuare è stato causato da una sua imprudenza, per il fatto di aver sottovalutato il mare: giornata di mare calmo, esce in canoa con i suoi due nipoti, che porta alla boa, un po’ al largo. Purtroppo si alza il vento di Tramontana che spinge i suoi nipoti, che sono in acqua, ancora più al largo in direzioni opposte uno rispetto all’altro. Andrea deve scegliere rapidamente chi salvare per primo, consapevole che ogni secondo è prezioso. Riesce a portare in salvo entrambi, ma quella paura non l’ha mai dimenticata.

Quel giorno ho ricordato che il mare non perdona la superficialità“, mi confessa. “Anche quando sembra calmo, devi sempre rispettarlo. È questo che cerco di trasmettere a chi viene al Centro Surf Club: il mare è una cosa meravigliosa, dobbiamo goderne, ma dobbiamo rispettarlo. Sempre.

NOI MARE. La musica di Genova raccontata da Andrea Incandela

Il liutaio e presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, racconta il legame tra Genova, De André e la tradizione marinara.

di Daniele Ferro, 1B

Genova ha sempre avuto una forte tradizione musicale, profondamente legata al mare: dai canti popolari dei marinai fino ai grandi cantautori che hanno reso celebre la città in tutto il mondo. Tra questi, il nome più rappresentativo è senza dubbio Fabrizio De André, capace di raccontare Genova e il Mediterraneo come pochi altri.

Andrea Incandela

Andrea Incandela, musicista, liutaio ed esperto di strumenti, è il presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, “A casa di Andrea” in genovese, una realtà attiva nel centro storico di Genova che si occupa di concerti, produzione musicale, riparazione di strumenti e corsi di musica e pittura. Andrea Incandela ha conosciuto personalmente Fabrizio De André e, in questa intervista, racconta il legame profondo tra Genova, il mare e la musica.

Cos’è per te Genova e il mare?

Tutto. E con “tutto” ti direi pochissimo. Io non vivrei mai in una città senza mare, non potrei farlo. Sono nato a contatto con il mare, nella città Superba, che per me è la più bella del mondo. Non ho bisogno di vederlo o di andarci, non ci vado quasi mai. Ma mi basta sapere che c’è.

Chi era per te Fabrizio De André?

Un grande amico. L’ho conosciuto quando ero ragazzino. All’inizio il nostro rapporto era soprattutto legato al lavoro: gli vendevo strumenti, prestavo attrezzi e mi occupavo delle riparazioni, e lui ne era contento. Con il tempo, però, è diventata una vera amicizia. Passava spesso, abbiamo parlato tante volte di Genova e di musica. Era una persona stupenda, molto comprensiva e un grande poeta. Secondo me, dovrebbero candidarlo al premio Nobel.

Hai mai suonato o cantato insieme a Fabrizio De André?

Cantato sì, suonato no. Una volta ci siamo trovati in piazza De Ferrari e ricordo che nacque spontaneamente un coro: cantavamo tutti insieme. C’era un bar sotto i portici, il Giavotto, frequentato da Paoli, da De André, da Manfredi e da tanti altri musicisti e personaggi famosi. Andammo lì a cantare con lui: è stato un momento molto bello e particolare, perché eravamo tutti insieme.

Perché De André scrive Crêuza de mä e cosa racconta questa canzone?

Crêuza de mä nasce dal desiderio di raccontare il mare di Genova e, allo stesso tempo, il Mediterraneo come spazio di incontro. De André sceglie il dialetto genovese perché è una lingua marinara, formata dal contatto tra molti popoli del Mediterraneo, quindi perfetta per rappresentare questa realtà. 
Attraverso il dialetto e una musica ispirata alle tradizioni mediterranee, racconta un Mediterraneo “prima della globalizzazione”, fatto di viaggi e scambi. È stata una scelta controcorrente per l’epoca, ma proprio questo rende la canzone straordinaria. Crêuza de mä guarda al passato per parlare in modo universale del presente ed è una delle opere più importanti di Fabrizio De André.

Di cosa parlano i canti dei marinai genovesi?

I canti dei marinai genovesi parlano soprattutto della vita sul mare: dei viaggi lunghi e faticosi, della nostalgia per la terra, delle donne lasciate a casa, del pericolo e, a volte, anche della povertà. Raccontano un’esistenza dura, fatta di lavoro e di attesa, spesso con un tono ironico o rassegnato. Parlano di uomini comuni, di fatica quotidiana e di ritorni incerti: molti non sapevano quando sarebbero tornati. Il mare non è mai idealizzato, è una presenza necessaria ma anche crudele

Quali strumenti usavano i marinai?

Gli strumenti erano pochi e semplici, facili da portare in viaggio. Si usavano soprattutto strumenti a corda come la chitarra o il mandolino, ma anche il violino. Non mancavano percussioni improvvisate, come tamburi rudimentali o semplicemente il battito delle mani e dei piedi. Spesso, però, il canto era soprattutto vocale e corale, perché serviva anche a tenere il ritmo del lavoro a bordo.

Esistono ancora musicisti che mantengono viva questa tradizione?

Sì, questa tradizione non è scomparsa. Oggi viene portata avanti da gruppi e musicisti che lavorano sulla musica popolare ligure e mediterranea, cercando di conservarne la lingua e lo spirito. Alcuni lo fanno in modo più tradizionale, altri in maniera moderna, mescolando strumenti antichi e contemporanei. Naturalmente Fabrizio De André, con Crêuza de mä, ha avuto un ruolo fondamentale nel far riscoprire e valorizzare questa tradizione, portandola a un pubblico molto più ampio e rendendola conosciuta in tutto il mondo.

Attraverso il racconto di Andrea Incandela emerge un’immagine di Genova profondamente legata al mare, non solo come spazio fisico ma come luogo culturale e musicale. Dai canti dei marinai fino a Crêuza de mä, la musica diventa memoria, identità e racconto collettivo di una città che continua, ancora oggi, a suonare.

Come cantava Fabrizio De André nei versi finali di Crêuza de mä:

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na

creuza de mä

(padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.)






 

NOI MARE. Da Quarto al Vespucci: il racconto di un genovese cresciuto guardando l’orizzonte.

Dal piccolo quartiere di Quarto ai porti internazionali: il percorso di Andrea Venturi, sottufficiale della Marina Militare italiana.

di Asia Di Calogero, 1B

Genova non è soltanto una città: per il marinaio Andrea Venturi è casa, identità. È cresciuto a Quarto respirando salsedine tutto il giorno e proprio per questo il mare non è stato per lui un semplice panorama, ma una presenza costante, un compagno di vita.

“Sono nato sul mare e sono sempre stato vicino all’acqua: dalla mattina alla sera respiravo aria di mare” racconta. È proprio lì che, grazie a suo padre, ha imparato ad amare tutti gli angoli di Genova: dai caruggi a tutto il centro storico, dalla storia fino alla cultura marittima. Venturi non ci ha messo infatti molto a comprendere che il suo legame con quella città era qualcosa di speciale, di intenso. Una volta cresciuto ha così deciso di realizzare il suo sogno d’infanzia, entrando nella Marina Militare Italiana: “Ancora non ci credo di aver realizzato il mio sogno…Ogni tanto pensandoci ho paura che sia tutto una finzione”.

Non finisce però qui: grazie alla sua determinazione Venturi è riuscito a diventare addirittura sottufficiale, iniziando così a ricoprire un ruolo molto importante; inoltre da ormai quattro anni naviga senza sosta da un porto all’altro sull’Amerigo Vespucci (nave scuola che simboleggia l’Italia all’estero). Svolge il suo lavoro con passione, contribuendo al mantenimento della nave in tutto il suo splendore: “Lavorare sul Vespucci è qualcosa di magico. Sapere di rappresentare il proprio paese su una delle navi più belle del mondo è una situazione impagabile, soprattutto per il me bambino; mi sento molto fortunato a riguardo”.

Tra uno scalo e un altro: lo scalo al porto di Genova

Venturi ha visto porti in ogni continente, ha visitato numerose località ed è entrato in contatto con culture lontane,  ma, nonostante ciò, le sensazioni che prova quando la nave sta per attraccare al porto di Genova sono imparagonabili a qualsiasi altra. “Qui è diverso…l’aria, la tramontana, il profumo della focaccia. Appena scendi senti qualcosa che nessun altro porto ti dà”.

Il Vespucci che fa rotta verso Genova.
Infatti tutti i rientri verso il porto della sua città gli regalano emozioni fortissime: “Quando il Vespucci entra a Genova, è come tornare dalla propria famiglia. Mi sembra sempre di essere aspettato, come se la città stessa mi abbracciasse”.

Ogni rientro a casa è speciale e unico e permette ad Andrea di “riconnettersi” al suo posto del cuore, dopo esserci stato lontano per svariato tempo, e di passare momenti in compagnia di parenti e amici di vecchia data. “Quando torno e mi metto sulla ringhiera a Priaruggia a guardare il mare, capisco che quello è il mio posto. È casa. Non posso fare a meno di pensare che la mia vita finirà lì, dove tutto è iniziato”.

 La nostalgia del mare

Celebre saluto militare del “Veliero”

Durante i periodi a casa però c’è sempre un vuoto difficile da colmare: manca l’odore del mare aperto, il ritmo della vita a bordo del vascello, la complicità con l’equipaggio, le guardie in plancia, le notti insonni, i raggi del sole sulla pelle…Tutte cose di cui Venturi non può fare a meno. “Adoro passare del tempo a casa con la mia famiglia, ma quando non sono in mare aperto mi manca tutto, anche i dettagli più insignificanti. Mi mancano i miei amici, tutte le risate e i sorrisi fatti con loro, le notti trascorse a osservare le stelle, le giornate passate con la nausea a causa delle troppe onde…So che è strano, ma solo chi vive il mare con passione può comprendere davvero”.

 Se non fosse nato a Genova… 

Deposizione del berretto sul Tricolore

Secondo Venturi, il suo legame tanto speciale con il mare è da attribuire alla sua città natale, Genova. “Se non fossi nato qui, forse non avrei preso questa strada: magari sarei un veterinario, un autista o chi lo sa, magari uno scrittore. Ma è merito di questa città se sono chi sono oggi e se ho trovato la mia strada. Qui i pescatori, gli amici, la vita sul mare ti trasmettono un amore profondo per quell’enorme cosa blu: questo amore incondizionato ti cambia per sempre.”

Questa non è una semplice storia: è la storia di un uomo che porta ovunque vada la sua città, con amore, ambizione e soprattutto passione. Genova non è solo la città che ha dato inizio al suo viaggio, ma è la luce che continua a dargli l’ispirazione per proseguirlo al meglio e il suo punto di riferimento: “Per me è come una specie di bussola…Mi aiuta a orientarmi e qualsiasi cosa succeda, so di poterci sempre tornare. È il mio porto sicuro”.

Oggi, mentre l’Amerigo Vespucci solca gli oceani, Andrea osserva l’orizzonte, con la consapevolezza che il mare prima o poi lo riporterà a casa: “Il mare è magico: è quella cosa che può allontanarti ma che allo stesso tempo ti lega a ciò che ami”.

Andrea ogni giorno con il suo lavoro e il suo viaggiare porta l’amore incondizionato per la sua terra in tutto il mondo, mostrandoci come è possibile trasformare la passione in professione. Una testimonianza di impegno, dedizione, amore per il mare e orgoglio per la Marina Italiana.

 

 

 

 

NOI MARE. Un viaggio nel tempo nel porto di Genova

Quando i camalli scaricavano a spalla e papà andava al porto in tram

di Bianca Alvarado, 1b

Giancarlo Razeto, nasce a Sori il 17 agosto 1942 da una famiglia di imprenditori che decide di chiudere il negozio di pasta fresca e aprire una fabbrica produttrice di accessori per il settore navale. La guerra, la fame e la laboriosità segnano la sua infanzia. Oggi è amministratore delegato della società F.lli Razeto e Casareto S.p.A. di Sori. La sua vita, i suoi ricordi, le sue passioni sono legate al mare e al porto di Genova.

Parlando con Giancarlo Razeto riesco a immaginare un porto di altri tempi. Quando gli chiedo dei cambiamenti che ha visto, intravedo nei suoi occhi emozioni e malinconia: “Quando ero bambino le navi trasportavano prevalentemente passeggeri. Tra questi c’era un numero consistente di migranti che dall’Italia andavano a cercare lavoro nelle Americhe (del nord e del sud). Tutto era più lento e anche le navi viaggiavano tranquille in mezzo al mare. Per quanto riguarda le merci non esistevano i container, infatti, la merce veniva scaricata attraverso sistemi di imbragature dai cosiddetti “camalli” che la movimentavano a spalla senza l’aiuto di nessuna macchina. Mi ricordo quando per la prima volta ho assistito alla chiamata dei camalli. Quando arrivava una nave, la persona incaricata li radunava spiegando loro cosa avrebbero dovuto scaricare. A quel punto chi era disposto ad effettuare il  lavoro alzava la mano. Nel momento in cui era raggiunto il numero richiesto dei lavoratori, l’incaricato provvedeva a illustrare loro le pratiche di scarico”. Alla domanda se  la lontananza della fabbrica dal porto abbia causato criticità, risponde di no, la lontananza dal porto non li ha particolarmente penalizzati. Ricorda che quando era un bambino, suo padre si recava al porto in cerca di lavoro. Andava a contrattare direttamente con i cantieri navali e per lui era un viaggio, infatti, prendeva il treno fino a Nervi e poi il tram.

La situazione è migliorata quando hanno comprato la prima macchina aziendale, la 1100 FIAT-E, una giardinetta in dotazione anche alla Polizia, che aveva i sedili posteriori ribaltabili. Avrò avuto tredici anni. Salire su quella macchina è stata per me un’esperienza che non dimenticherò mai. Era l’unica in tutto il paese e la prima sulla quale fossi mai salito. Le prime consegne nel porto di Genova sono avvenute con questa auto. Sono dovuti passare quasi dieci anni per trasportare i nostri prodotti al porto con un  autotrasportatore. Al tempo ricordo che un carpentiere di  Sori detto “il Gamba” ha deciso di cambiare vita. Ha comprato un piccolo camion e ha iniziato a fare le consegne per noi e per altre aziende del luogo.

All’inizio in che modo la società teneva i contatti e riceveva gli ordini dai cantieri navali di Genova?

Al porto, mio padre andava direttamente negli uffici acquisti dei cantieri navali, portava con sé campioni e faceva preventivi. Intanto l’azienda cresceva e si adattava alle esigenze del mercato. Le grandi commesse per i transatlantici le abbiamo prese direttamente dall’Ansaldo proprio così ed è stata proprio l’Ansaldo a farci decollare. Oggi purtroppo le cose sono cambiate perché le grandi navi vengono costruite tutte a Monfalcone dalla Fincantieri e Genova ha perso il suo ruolo di leader in questo settore”.

Gli chiedo poi se la produzione della sua azienda sia cambiata molto dall’inizio dell’attività e mi risponde di sì, tantissimo: “siamo passati dall’attrezzatura rudimentale dell’inizio del ‘900 alle macchine a controllo numerico attuali che sono quelle che oggi mandano avanti la produzione”.

Alla domanda se secondo lui la generazione di oggi sia legata al mare come lo era la sua, la risposta negativa non sorprende. Giancarlo spiega che il tipo di lavoro che si svolge all’interno del porto è sicuramente meno attraente rispetto ad altre professioni più remunerative e meno faticose.

Che effetto gli ha fatto vedere una città di portuali e pescatori trasformarsi in una città turistica? Con voce tremante risponde: “Visto che non sono giovanissimo avrei preferito vedere il porto funzionante come un tempo. Oggi le navi da crociera invadono e portano turisti. Probabilmente la città è diventata turistica anche grazie al porto. Anche le persone che abitano nel centro storico non sono più quelle di un tempo. La prima volta che con mio padre ci siamo addentrati nel centro storico, mi ha portato a vedere la cattedrale di Genova e sono rimasto esterrefatto. La cosa che mi ha colpito di più sono state le statue dei leoni e il colore della facciata che solo successivamente ho scoperto essere tipica della nostra terra. Ai tempi i genovesi vivevano, lavoravano e godevano della bellezza del centro storico. Oggi purtroppo molte zone sono degradate”.

Qual è il ricordo più bello legato al porto?

E’ il fatto che ci andavo con mio padre. Per me lui è stato più che un padre. Tutte le cose che ho imparato sul lavoro me le ha insegnate lui. Penso di poter affermare che sono la persona che sono, grazie a lui e lo dico in senso positivo. Quando penso al porto di un tempo penso a lui”.

Se una delle sue nipoti le chiedesse consiglio, le consiglierebbe di lavorare nel settore marittimo oggi?

I tempi sono molto cambiati e fortunatamente all’interno del porto molte cose sono migliorate, per esempio le donne oggi ci lavorano, cosa impensabile ai miei tempi, quindi, direi di sì, se piace il settore. Io ho avuto la fortuna di amare il mio lavoro e per questo penso che si debba fare un lavoro che piaccia”.

NOI MARE. Storia di un lupo di mare

Intervista all’ex marinaio e istruttore di vela del Circolo Vele Vernazzolesi

di Alessandro Bega, 1B

Emanuele “Mauro” Bonamano al Circolo Vele Vernazzolesi

La nostra amata città, Genova, è per sua natura da sempre legata al mare. Molti genovesi, soprattutto in passato, vissero una vita tutt’uno con esso; il signor Emanuele Bonamano, che tutti i soci del Circolo Vele Vernazzolesi da sempre chiamano Mauro, è uno di essi.

Ex marinaio e istruttore di vela, appassionato in particolare alle regate, Mauro si avvicinò al mare sin da bambino, all’età di 12 anni, prima pescando e andando in barca per diletto, poi decidendo di voler rendere questa passione il lavoro della sua vita. 

Una vita in mare non può che essere ricca di esperienze interessanti e, alla mia domanda su quale fosse quella a lui più cara, Mauro ha risposto che trent’anni fa, o forse qualcosa in più, mentre navigava in alto mare, durante una tempesta un fulmine colpì l’imbarcazione mettendone fuori uso l’attrezzatura. Grazie a una bussola in suo possesso, Mauro e il resto dell’equipaggio riuscirono a tornare a casa; questa è tra le avventure da lupo di mare quella che il signor Bonamano ama ricordare e raccontare maggiormente. 

Regata in mare, vista dal circolo vele

Con minor entusiasmo e partecipazione parla del suo periodo in marina, durante il quale non potè imbarcarsi, dovendo lavorare per ben due anni – che a lui sembravano non passare mai – da dietro una scrivania, cosa dolorosa per lui, dato che riteneva la possibilità di navigare la parte migliore della sua vita, dimostrando davvero di essere innamorato del mare.

Ormai in pensione, da vero lupo di mare, conserva ancora oggi la sua grande passione, trascorrendo le sue giornate, che sia estate, che sia inverno, al circolo di vela scrutando l’orizzonte.

La sua opinione su Genova e sulle città in generale è invece meno sentimentale. Quel che è certo è che non gradiva tornare a terra, preferendo i periodi in mare; criticando aspramente l’inquinamento e lo sfruttamento, cosa a dir poco sofferta dal signor Bonamano, egli infatti sostiene che il mare non sia più rispettato come un tempo.

Ci vuole molta passione per fare questo lavoro” ha dichiarato Emanuele Bonamano, consigliando caldamente a chiunque ami il mare di abbracciare la vita da marinaio, una vita senz’altro difficile ma altrettanto appagante e che riassume perfettamente il rapporto dell’uomo con il mare.