Torino e la storia del cinema

di Laura Grimaldi, 2D

A Torino ci possiamo immergere nella storia del cinema mondiale: uno sguardo alle storie più lontane e più vicine al nostro tempo. Una guida ci ha accompagnati nella visita del Museo Nazionale del Cinema, ospitato all’interno della Mole Antonelliana.

Si inizia dalle origini del cinema: “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” dei fratelli Lumière. La maggior parte delle persone conosce questo cortometraggio: un treno in arrivo alla stazione. Al giorno d’oggi può sembrare solo un semplice video, ma per l’epoca (1896) era una novità: un treno che stava arrivando in stazione e che sembra quasi uscire dallo schermo. Ma non dobbiamo pensare che sia soltanto l’unico, esistono altri cortometraggi simili a questo che danno inizio alla storia del cinema. Da lì si sale e si inizia a conoscere cosa c’è dietro un film. Si parte dalla sceneggiatura, l’idea della storia: si possono vedere oggetti rappresentativi che danno l’idea del mondo cinematografico. In seguito si passa alla macchina da ripresa. Lì si possono ammirare le vecchie cineprese: imponenti macchine, poste su un binario che venivano spostate per far vedere e rendere reale la scena. Si arriva poi allo spazio dedicato ai costumi di scena… Veri e propri abiti probabilmente indossati sul set del film. E alla fine di questo settore troviamo il green screen, un tendone verde utilizzato per ingannare il pubblico con effetti speciali.

Proseguendo il percorso troviamo un rullo con un effetto ottico: il pubblico che lo prova vive l’esperienza visiva di cadere giù da una montagna. Una sensazione che lascia a bocca aperta. Continuando troviamo una sagoma dedicata al “Mago di Oz“. Ognuno può osservare attraverso una videocamera come la protagonista Dorothy saltella all’infinito seguita da altre persone. Qui l’occhio ci inganna: sembra che lei vada avanti, ma in verità rimane ferma sul posto.

Ora si entra nel magico mondo del cinema e degli attori più amati dal pubblico. Si possono ammirare le sceneggiature originali, come ad esempio quella de “Il padrino 2“, quella di “Psycho” e molte altre. Inoltre, si possono osservare i vestiti originali indossati dalla famosissima attrice Marilyn Monroe. Per rimanere in tema, si possono vedere anche la sciarpa e il cappello originale del regista Federico Fellini, donati da colui che ha firmato veri e propri capolavori del cinema italiano. Dentro al museo sono conservati anche i costumi originali di molti film.

Alla fine della visita guidata, è possibile prendere l’ascensore per salire sulla cima della Mole Antonelliana: una meraviglia per gli occhi, con la giornata giusta. Dalla cima possiamo ammirare la bellezza di Torino. Insomma, una vera e propria immersione nel mondo del cinema e nello stupore dello sguardo.

La redazione di otto: fino all’infinito

“Otto non è solo un numero ma è un infinito girato di 90 gradi”

di Dorotea Dighero, 2d

Come potrebbe essere un giornale dell’Università? Scopriamolo.

La prima cosa che colpisce quando entri dentro la realtà di Otto è la passione travolgente di tutte le persone che fanno parte del team.

Otto nasce dal lavoro della sezione Comunicazione digitale e Media Relations dell”Università di Torino che non è solo un posto dove dare esami, ma soprattutto un luogo dove si può discutere e crescere.

I redattori lavorano in armonia e non si fermano alla superficie degli avvenimenti ma approfondiscono e raccontano sotto punti di vista nuovi. Otto si ferma a spiegare i dettagli, questo aiuta noi studenti a capire meglio il mondo in cui viviamo.

L’ambizione di Otto è che chiunque legga gli articoli possa sentirsi parte di una comunità.

Otto ha uno scopo innovativo, non è uno slogan ma diventa un giornale che vuole offrire qualche analisi in più di questo mondo complesso. L’obiettivo non è di limitarsi alla superficie ma di agire come una bussola. In un’epoca dove le informazioni sono molte, il giornale propone le notizie attraverso approfondimenti e analisi critiche. Lo scopo innovativo è proprio questo: trasformare la lettura in uno strumento di comprensione consapevole.

Otto ha circa 1000 lettori on line giornalieri. Non è solo un giornale ma un laboratorio di pensieri dove le idee trovano spazio per confrontarsi. Lo scopo di questa redazione è quello di non fermarsi mai continuando a far crescere questa realtà puntando a espandere i propri confini all’infinito.

Il nome “Otto: discorsi diretti” non è una scelta casuale. In un mondo dove la comunicazione è rallentata da linguaggi lontani il giornale sceglie i discorsi diretti. Eliminare le barriere tra chi scrive e chi legge stabilendo un dialogo onesto accorciando le distanze. Proprio per dare forma a questo dialogo, Otto propone sul suo sito la sezione “TEMI” dove la redazione sceglie di raccontare un evento specifico. Ogni fatto viene analizzato attraverso lenti fondamentali: la società, la tecnologia, la natura e l’arte. Questa sezione permette di non fermarsi alla superficie della notizia, ma di restituire ai lettori una mappa completa.

La visita è stata una bella sorpresa: i giovani dimostrano che con l’impegno e la voglia di fare si possono creare progetti solidi e innovativi. L’incontro è stato una conferma di come il futuro del giornalismo sia in buone mani.

 

 

 

Otto: il giornale che risponde ai bisogni reali

di Bianca Costa, 2D 

Il 14 Novembre 2024 a Torino nasce Otto/Discorsi diretti, un’idea di giornale innovativa. Realizzato e curato dalla sezione Comunicazione Digitale e Media Relations dell’Università di Torino è una testata giornalistica nata per valorizzare la conoscenza, la ricerca e l’innovazione attraverso un quotidiano che abbatta i muri e le distanze che si sono formate al giorno d’oggi.

Infatti il suo obiettivo è di essere come una lente attraverso la quale il lettore può conoscere la realtà delle notizie che accadono nel mondo tramite l’utilizzo di fonti certe e saperi universitari, facendo sentire l’individuo, soprattutto i giovani, parte di una comunità dove la veridicità delle informazioni viene prima di tutto.

“Otto è un giornale, una lente per scoprire, conoscere e analizzare la realtà attraverso la convergenza dei saperi universitari.”

Perché il nome Otto?

Il nome del giornale non è stato scelto casualmente, ma proprio il semplice numero in sé ha più significati di quanto si pensa: innanzitutto si chiama così per ricordare il numero della sede storica dell’ateneo, che è situata in Via Po, 8 a Torino. Oltre a questo riferimento geografico il numero otto, se capovolto, simboleggia l’infinito e la ricchezza dei saperi dell’Università. Inoltre la parola otto si legge allo stesso modo in entrambi i versi, suggerendo una coerenza che il giornale persegue. Infine è anche simbolo di discorso diretto che vuole eliminare le distanze che separano i media dalla comunità, mettendo a diretto contatto il pubblico con le fonti accademiche. Questo perché il giornale non si limita a riportare passivamente una notizia, ma la trasforma in un dibattito aperto. Ogni articolo è l’inizio di un confronto dove il rigore scientifico incontra la curiosità e i dubbi della comunità.

Come è strutturato? 

Il giornale divide i temi trattati in grandi aree di riflessioni come: arte, natura, salute, società e  tecnologia. Oltre a questi diversi temi sulla piattaforma ufficiale del giornale, le notizie non sono scritte in modo frontale, ma sono raccontate anche attraverso video, podcast e serie che con ritmo incalzante e approfondimenti rendono l’assunzione di conoscenze ancora più interattiva. Anche per questo motivo, Otto, sbarcato anche sui social, registra dai 1000 ai 2000 iscritti mensili e più di 3000 follower sulla piattaforma di Instagram.

In conclusione…

Durante il viaggio d’istruzione a Torino, gli alunni delle classi 2D e 2B del Liceo D’Oria hanno avuto l’opportunità di visitare la redazione di Otto. Attraverso questa esperienza hanno visto come è organizzata la redazione del giornale e come sono suddivisi i compiti e si sono resi conto, con i loro occhi, di come in questo ambito lavorativo la collaborazione e il lavoro di squadra siano fondamentali per il raggiungimento dell’obiettivo finale. Infatti senza la partecipazione e la cooperazione di docenti, ricercatori, ricercatrici, personale e studenti Otto non esisterebbe. Una volta seduti tra i banchi, abbiamo ascoltato una breve introduzione sulla nascita del giornale e tutto ciò che lo riguarda. Tuttavia vedere ciascun membro pronto a raccontare una piccola parte di ciò che fa all’interno della redazione, ci ha fatto capire una cosa fondamentale: per far vivere oggi una realtà del genere, il contributo di tante mani e lo scambio di più punti di vista sono davvero indispensabili.

 

Nell’archivio Fiat: tra i resti di un impero

di Libero Maiani 2D

Come ha fatto la Fiat a passare dall’avere il monopolio sul mercato dell’automobile Italiana all’essere una delle tante società Stellantis?

Il ruolo dell’archivio storico

A Torino, a poche fermate di metropolitana dalla stazione di Porta Nuova, è presente l’archivio storico della Fabbrica Italiana Automobili Torino. Visitando l’archivio storico della Fiat si ha la possibilità di immergersi nella storia di una delle industrie più grandi del nostro paese. Quest’istituzione permette non solo di divulgare ai visitatori la storia di una compagnia, bensì di tenere vivo il ricordo di una realtà importantissima. Camminando tra storiche automobili, manifesti pubblicitari degli anni ’30 e velivoli militari è impossibile non entrare in sintonia con una dinastia ultra-secolare, che, pur avendo attraversato periodi estremamente complicati, con le sue vetture ha caratterizzato il ventesimo secolo del nostro paese, sia dal punto di vista della produzione che dal punto di vista simbolico. Inoltre, le attività che vengono proposte, tra cui la possibilità di osservare le campagne pubblicitarie della Fiat, consentono ai più giovani di comprendere l’importanza che ebbe questa azienda, della quale non hanno conosciuto l’apice. Proprio per questo motivo si rimane molto colpiti alla vista delle splendide vecchie automobili Fiat o dell’aereo militare G-91. La maestosità di tali esemplari rende difficile credere all’incredibile declino a cui la Fiat sarebbe andata incontro qualche decennio dopo, declino che l’avrebbe portata alla mediocrità. Per questo motivo si può considerare l’archivio storico della Fiat un vero e proprio percorso attraverso l’industria italiana del secolo scorso, dove grazie alle spiegazioni di una guida si ha la possibilità di rendersi conto del contesto nel quale hanno visto la luce i prodotti Fiat, a partire dal fascismo, fino ad arrivare al processo di integrazione europea, passando per il boom economico.

Non una semplice azienda

Nonostante ciò, questa realtà, da qualche anno a questa parte, si trova in fase calante. Un tempo la Fiat dominava il mercato italiano ed europeo delle automobili, ma non solo, l’azienda produceva anche elettrodomestici, navi, treni e persino velivoli militari. Era una vera e propria istituzione, talmente potente da essere capace di influenzare i movimenti di governo. La compagnia divenne così importante che arrivò ad acquisire addirittura Alfa Romeo, unica azienda motoristica in Italia che all’epoca riusciva a tenere testa alla Fiat, conquistando così l’egemonia nella produzione di automobili. La Fiat nel 1971 contava 197.000 dipendenti, contro gli appena 40.000 di oggi. Ma com’è possibile che la Fiat sia passata dall’avere il monopolio delle automobili in Italia ad essere una delle tante società del gruppo Stellantis?

Fiat 500 L -
Manifesto pubblicitario Fiat anni 70

Il declino della Fiat

I primi scricchiolii si verificarono nella prima parte degli anni ottanta, mentre il vero e proprio declino prese piede solo all’inizio del decennio successivo. Nel 1980 la Fiat fu costretta ad annunciare 14.000 licenziamenti. Questa decisione scatenò sdegno tra i lavoratori, che per protestare organizzarono scioperi e azioni di picchettaggio, che andarono avanti per 35 giorni. Nonostante ciò, la discesa ebbe inizio negli anni novanta. In questo periodo l’azienda lanciò pochissime novità, permettendo ad aziende come Volkswagen di riguadagnare terreno. Ma la vera causa del crollo è rappresentata dall’adesione dell’Italia al Mercato Unico Europeo, cioè un’unione di paesi tra i quali vige la libera circolazione delle merci. Non essendo quindi più presenti i dazi tra questi paesi, nel mercato italiano entrarono prepotentemente i prodotti europei che iniziarono a fare concorrenza alla Fiat, facendole quindi perdere il monopolio. Nonostante il lancio di modelli di successo come la Fiat “Punto” e la Fiat “Panda”, la situazione all’inizio degli anni duemila divenne disastrosa, l’azienda arrivò a perdere 5 milioni di euro al giorno. Inoltre, la morte dell’avvocato Gianni Agnelli contribuì a gravare sulla situazione. Tutti questi fattori portarono la Fiat sull’orlo del fallimento. Mentre la famiglia Agnelli era sul punto di vendere l’azienda a General Motors, intervenne per salvare la società colui che oggi è ricordato per aver risollevato la Fiat dal fondo del baratro

Marcia dei quarantamila - Wikipedia
Operai Fiat in protesta contro i licenziamenti

L’intervento di Sergio Marchionne e il salvataggio dell’azienda

La salvezza della compagnia si chiama Sergio Marchionne. Nel 2004 quest’ultimo prende le redini della Fiat, con il solo obiettivo di salvare la società. Marchionne nel 2007 si accorda con General Motors per sciogliere il vincolo di acquisto con l’azienda americana, mentre nel 2009 acquista Chrysler, colosso americano ormai sprofondato sul fondo del baratro, dando così vita alla “FCA” (Fiat Chrysler Automobiles). Marchionne riuscirà quindi a salvare la Fiat dal fallimento, e forse sarebbe stato capace di riportare l’azienda al vertice del mercato automobilistico, se solo non fosse scomparso nel 2018 a causa di un tumore ad appena 66 anni. Da quel momento l’azienda si è stabilizzata su un livello mediocre, ormai privata del suo status. La Fiat si è poi unita nel 2021 al gruppo Stellantis

La Fiat oggi

La fusione con Stellantis ha posto la parola fine ad un periodo travagliato della storia della Fiat ma al contempo ha imposto un termine ad una realtà ultra-secolare, la quale ha dato un forte contributo nel rendere l’Italia la seconda potenza industriale europea. La visita all’archivio storico Fiat è pertanto fondamentale per comprendere quello che è stato a tutti gli effetti un impero, nato dalla voglia di modernità e innovazione e finito a causa della difficoltà nello stare al passo con i tempi e nel competere con le altre case automobilistiche.

All’archivio storico c’è un pezzo di Italia

Tra tutti i grandiosi reperti custoditi nell’archivio storico, quello che mi ha impressionato maggiormente è l’incredibile collezione di manifesti pubblicitari che è esposta al secondo piano della struttura, in particolar modo quelli esposti e pubblicati durante il fascismo.

Dixit Café: La pubblicità Fiat, 1
Giuseppe Riccobaldi realizza nel 1928 per la Fiat questo celebre cartellone che prende spunto dalla rampa dello stabilimento del Lingotto.

Osservare questi manifesti consente al visitatore di immergersi in un’altra epoca e capire come la Fiat si sia destreggiata nel corso degli anni per invogliare più persone possibile a comprare i suoi prodotti, spesso tramite slogan che facevano apparire il possesso dell’automobile come un mezzo per aspirare ad una vita migliore. Sono inoltre rimasto colpito dall’abilità della Fiat nel modificare il proprio stile comunicativo a seconda del periodo storico, puntando sull’eleganza e sulla sobrietà durante il fascismo, per poi virare sulla velocità e la potenza durante il boom economico. È straordinario constatare come dalle pubblicità della Fiat si riesca a intuire il periodo che stava attraversando l’Italia al momento del rilascio, e questo denota un’abilità fuori dal comune degli esperti di marketing Fiat dell’epoca nel captare ciò che passasse nella testa degli italiani. Si tratta di un aspetto estremamente affascinante, un’ulteriore conferma di come la Fiat un tempo fosse una realtà estremamente importante e inserita in profondità in tutto il tessuto sociale italiano.

Un altro reperto che si incontra nel museo e che mi ha estremamente appassionato è l’esposizione delle miniature delle automobili che venivano disegnate dagli ingegneri per studiare e perfezionare il prototipo in ogni minimo dettaglio, e di conseguenza assemblare con la massima efficienza e perizia il prodotto finale. Ciò che più colpisce è comprendere quanto lavoro ci sia dietro ad ogni automobile, anche la più semplice utilitaria. La progettazione di una vettura è un lavoro estremamente complicato, che spesso richiede la cooperazione di molti ingegneri, ma che allo stesso tempo consente alle menti più geniali di emergere, come Battista Pininfarina, che per Fiat ideerà la 124 Spider, o Dante Giacosa, che progettò la Cinquecento.

Dante Giacosa - Fiat 500 Club Italia - sito ufficiale
Dante Giacosa con la sua più grande creazione, la Fiat 500

Archivio storico a bilancio: cosa ci lascia?

Per tutti questi motivi, la visita all’archivio storico Fiat non deve essere considerata un’esclusiva degli appassionati di automobili. Noi giovani abbiamo avuto modo di toccare con mano quella che è stata la spina dorsale della produzione manifatturiera italiana del ventesimo secolo, un capitolo decisivo della storia del nostro paese, capace di dare da vivere a centinaia di migliaia di persone e di lasciare un segno duraturo nella storia dei motori. Ma soprattutto abbiamo imparato che anche i giganti, se smettono di rinnovarsi, possono cadere.

                                          

Dal podio al parcheggio: la storia della FIAT tra gloria e sopravvivenza

di Edoardo Messina, 2D

Cosa è rimasto della Torino che insegnava al mondo come si costruiscono le icone? Entrare nel Centro Storico FIAT oggi non è solo un omaggio alla meccanica, ma un bagno di realtà che mette a nudo una verità scomoda: la distanza abissale tra un passato di dominio globale e un presente fatto di pragmatismo e utilitarie.

Quando l’Italia dettava le regole

Le sale di Via Chiabrera sono lo specchio di un’epoca in cui il marchio non si limitava a produrre automobili, ma definiva lo standard tecnologico mondiale. Non si parla solo di numeri, ma di una rilevanza storica che vedeva Torino al centro di ogni innovazione: dai motori che solcavano i cieli alle carrozzerie che vincevano i concorsi d’eleganza. In quegli anni, la FIAT era il simbolo di una nazione che non aveva paura di competere con i giganti stranieri, superandoli spesso in audacia e stile.

Il divario: il mito della Delta e la realtà della Panda

Il punto di rottura appare chiaro quando si confrontano i simboli della gloria passata con il listino attuale. Basta

 soffermarsi sulla Lancia Delta., forte dei suoi sei titoli mondiali rally consecutivi conquistati tra il 1987 e il 1992, per ricordare un periodo in cui l’ingegneria italiana era sinonimo di invincibilità e desiderio. Era il tempo in cui si osava, si rischiava, si vinceva.

Oggi, quella spinta sembra essersi esaurita, almeno nel segmento di massa, nella rassicurante, ma modesta, sagoma di una Fiat Panda. Certo, il gruppo Stellantis mantiene marchi di prestigio come Alfa Romeo e Maserati; ma sono eccezioni che confermano la regola, non la smentiscono.

Si è passati dall’auto che faceva sognare le generazioni, all’auto che serve semplicemente a spostarsi nel traffico. Se da un lato la Panda è un successo di vendite, dall’altro rappresenta l’accettazione di un ruolo secondario: non più leader dell’innovazione, ma specialista della sopravvivenza urbana. Viene da chiedersi se non si tratti di una decadenza: il design si è fatto funzione, l’emozione si è trasformata in abitudine. O è semplicemente cambiato il mondo e con esso le ambizioni?

Un archivio che interroga il futuro

Uscendo dal museo, il contrasto tra i prototipi futuristici del passato e le auto standardizzate di oggi lascia un retrogusto amaro. La domanda che resta sospesa tra i corridoi è brutale: l’industria italiana ha smesso di puntare all’eccellenza o si è semplicemente arresa alle logiche del risparmio?

Il Centro Storico non è solo un cimitero di metallo lucido, ma un monito. Ci ricorda che per essere rilevanti non basta vendere migliaia di pezzi; bisogna tornare a produrre qualcosa che, una volta spento il motore, lasci ancora il segno nel cuore di chi guarda.

Corso Dante, Torino: qui è iniziata la storia della FIAT

La Fiat: un nome, una storia secolare

di Lorenzo Verga, 2d

Il marchio che ha accompagnato l’Italia e gli Italiani dal 1899 nasce in una via traversa di corso Dante, presso il parco del Valentino a Torino, come tante piccole realtà di costruttori automobilistici che stavano sbocciando in quel periodo.

Molte di queste erano destinate ad appassire e la Federazione Italiana dell’Automobile non aveva niente di diverso da altre case nell’anno della fondazione.

Grazie ai primi investimenti, di Giovanni Agnelli, Cesare Gatti e il Conte Emanuele di Bricherasio la Fiat iniziò a farsi spazio sviluppandosi.

La sede di corso Dante, inaugurata ufficialmente nel 1900, diventa un museo nel 1961 per volere di Vittorio Valletta, allora Presidente della Fiat.

Presenta un archivio di inestimabile valore, al cui interno compaiono documenti ufficiali, ma anche schizzi di modelli che avrebbero fatto la storia del marchio.

O pubblicità storiche che rimangono nella mente di chi le vide per la prima volta e contribuiscono alla leggenda di un modello.

La storia si costruisce con l’arte

Lo storico marchio fondato nel 1899 si racconta da oltre un secolo attraverso design e arte pubblicitaria. Proprio le pubblicità mostrano come l’azienda si sia evoluta nel corso della sua storia. Fondata negli anni caratterizzati da un crescente nazionalismo, la Fiat cerca di sfruttare quest’ultimo a proprio vantaggio.

È infatti dopo la Prima Guerra Mondiale, che la società europea spinge per ridare lustro ai caratteri classici mentre l’Italia veleggia verso l’epoca fascista.

La Fiat si adatta ingaggiando artisti di fama del tempo per disegnare i propri manifesti, come Plinio Codognato, Giuseppe del Bava, Marcello Dudovich e molti altri, mostrandosi come la prima scelta di gente altolocata e abbiente, con l’intento di diventare oggetto di desiderio anche delle classi sociali più basse.

Manifesto pubblicitario della Fiat 509, disegnato da Plinio Codognato

All’interno di questi manifesti sono raffigurati elementi della cultura classica, che esaltano l’operosità e la produttività delle fabbriche Fiat, e l’eleganza dei nuovi modelli, che inizieranno a fondersi anche nelle pubblicità con l’arte celebrativa del regime fascista.

Durante la guerra, la pubblicità diventa un mezzo per promuovere le forniture militari, e su questo il marchio torinese non fa eccezione; al MAUTO, sempre a Torino, sono presenti moltissimi modelli Fiat di vetture dedicate all’ambito militare.

Uscendo dalla guerra, la Fiat cambia per sempre, e cambia anche l’informazione: con l’arrivo del televisore, le pubblicità letteralmente esplodono, diffondendosi a macchia d’olio.

Storici gli spot con la Vitti, quello della Fiat Uno (di cui al museo è possibile vederne lo schizzo su carta) e della Fiat Panda.

Un altro emblema dell’evoluzione della struttura è il suo logo: durante tutta la sua storia la Fiat lo cambia ben 25 volte.

Tutti i cambi di logo della Fiat, dal 1899 ad oggi
Le automobili, un patrimonio storico

Il marchio italiano fondato nel 1899 in Corso Dante guida da sempre il cambiamento dell’automobile.

E poi ci sono loro, le vetture. In ogni angolo del museo sono sparse auto di ogni epoca, dalle pioneristiche del primo ‘900 a quelle contemporanee, che accompagnano il visitatore lungo il percorso.

Incanta la 508 Spider/Sport, con le fitte branchie situate nella zona inferiore della scocca, tra le prime vetture da competizione della casa, vincitrice della Mille Miglia.

La Fiat 508S, al Centro Storico FIAT di corso Dante

Salendo un piano, il museo cambia completamente; al secondo livello del museo sono presenti ricostruzioni di imponenti velivoli, modellini, ma soprattutto motori, dalla stazza impressionante.

In un angolo si prende la scena una piccola stanza, al cui interno il tempo si è fermato; lo studio di Dante Giacosa, grandissimo ingegnere e designer della FIAT, padre di celeberrimi modelli come la 500, la 600 e la 128.

Al di là della teca si trovano una scrivania, documenti e schizzi, mobili d’altri tempi e un tecnigrafo, culla dei progetti di Giacosa.

Questi ultimi, disseminati in ogni dove nella stanza nella loro eleganza, completano l’atmosfera.

Lo studio di Giacosa, al Centro Storico Fiat
Impressioni finali

Entrato nel Museo, ho subito percepito un clima particolare. Ho sentito fin dai primi passi l’importanza del luogo in cui mi trovavo. Ho potuto vivere un’esperienza che ha fuso le mie più grandi passioni, la storia e l’automobilismo, con un percorso dedicato al nostro indirizzo giornalistico. Proprio quest’ultimo mi ha affascinato particolarmente, poiché ho potuto ascoltare dalla nostra guida i metodi che un’azienda usa per promuovere i suoi prodotti, oppure, come ha fatto la Fiat, per influenzare e plasmare una società. 

“Come fare cose con le parole”: il Certamen Classicum Philosophicum

di Giovanni Porceddu, 4^B

 

Nel mese di aprile ho partecipato alla V edizione del “Certamen Classicum Philosophicum”, ospitato dal Liceo Classico e Musicale Cavour di Torino ed organizzato  dal professor Luca Pucci, affiancato dal collega Francesco Pelliccio.  Si tratta di una competizione nazionale che si incentra, di anno in anno, su diversi argomenti di carattere etico-comportamentale, sociale ed esperienziale, divisa nelle categorie di greco, latino e filosofia/cultura. Il tema di quest’anno, “Come fare cose con le parole. I poteri del linguaggio tra retorica, filosofia e sociologia”, deve il proprio titolo all’omonima raccolta di lezioni tenute da J.L. Austin ad Harvard nel 1955, un testo fondamentale per la filosofia del linguaggio del Novecento.

Raccolta di lezioni tenute da Austin ad Harvard nel 1955

Chi sceglie di cimentarsi con greco e latino traduce una versione e scrive un breve commento. Chi, invece, affronta la prova di filosofia/cultura, produce un elaborato piuttosto libero, a partire dal commento di alcuni passi scelti fra i più importanti testi filosofici dalla Grecia classica all’età umanistico-rinascimentale.

 

Nei mesi precedenti la competizione si è svolto un ciclo di lezioni tenute da professori universitari e di laboratori relativi. Ho apprezzato soprattutto la conferenza dello storico della filosofia Federico Maria Petrucci (UniTo), dal titolo: “Un discorso policefalo: filosofia e persuasione nel mito di Platone”. Il professore ha evidenziato la presenza, all’interno di alcune opere del filosofo greco, di discorsi di carattere retorico, contenenti messaggi tecnici rivestiti di un mantello letterario. L’analisi si è incentrata in particolar modo sul dialogo “Timeo”, nel quale, alla luce dell’inevitabile scissione esistente fra linguaggio e realtà, non si esclude l’ipotesi che il filosofo, per parlare a chi non è in grado di cogliere il vero, possa addirittura utilizzare la menzogna. In questa prospettiva viene meno la superiorità del λόγος rispetto al μῦϑος, dal momento che l’obiettivo del parlante non è la totale aderenza alla realtà, irrealizzabile per i limiti strutturali del linguaggio stesso, ma la trasmissione efficace di conoscenze e valori, secondo metodi discorsivi adatti all’interlocutore.

Io ho partecipato nella sezione di filosofia/cultura. I brani proposti erano estratti del “Fedro” di Platone, della “Retorica” di Aristotele, delle “Lettere a Lucilio” di Seneca e delle “Confessioni” di Sant’Agostino. Ho individuato un processo di progressivo svincolamento del linguaggio dalla realtà: se in Platone le parole devono contenere almeno in parte la verità per poterla rievocare, per il padre della patristica il linguaggio è un semplice sistema di segni che il bambino impara ad associare ad oggetti fisici per poter entrare a far parte del mondo degli adulti. Nel libro I delle “Confessioni” Agostino attribuisce anche rilevanza al contesto in cui avviene la comunicazione: tale riflessione mi ha permesso di collegarmi all’attualità, evidenziando come spesso si verifichi il processo contrario, per cui la parola modifica la realtà sociale in cui viene proferita.

Sono stato accompagnato dalla professoressa Dolcino il giorno precedente le prove, che abbiamo sostenuto nell’Aula Magna del Liceo Cavour il mattino del 14 aprile. Il pomeriggio stesso alcuni studenti ci hanno guidato in una visita del centro di Torino, e alla sera abbiamo potuto assistere ad un concerto degli alunni delle sezioni musicali del liceo ospitante.

Il 15 aprile, prima delle premiazioni, si è tenuta una “Tavola rotonda”: sulla questione del linguaggio sono intervenuti tre esperti dagli interessi e campi d’indagine più disparati, stimolando le domande e le osservazioni del pubblico. Per primo, il neuroscienziato Andrea Marini (UniUd) ha analizzato la comunicazione umana dal punto di vista neurale. Poi il professore di filosofia e teoria dei linguaggi Alessandro Prato (UniSi) ha indagato l’origine della retorica, facendo particolare riferimento ad Aristotele. Infine la docente di greco e latino del Liceo Parini di Milano Laura Suardi ha dimostrato la simultanea eleganza e forza tagliente della politica retorica classica, concentrandosi soprattutto sulla figura di Pericle.

A prescindere dal primo posto ottenuto, la partecipazione al “Certamen Classicum Philosphicum” è stata un’importante esperienza culturale e umana, oltre che un’occasione di confronto con ragazzi provenienti da realtà molto diverse. Ho potuto inoltre fare esperienza del metodo accademico, sia durante la “Tavola rotonda”, sia nel corso dei mesi precedenti la competizione.

Ho apprezzato molto la possibilità di affrontare argomenti nuovi e approfondire la conoscenza di filosofi già studiati, nonché la costante richiesta di una rielaborazione critica dei contenuti, all’interno del loro contesto storico-culturale ed in chiave contemporanea.