Papato nell’era dei social: il Vaticano tra caos mediatico e tensioni globali

Passato un anno dalla morte di papa Francesco e la successiva elezione del nuovo pontefice, non mancano le speculazioni online riguardo alle posizioni del papa e il confronto tra le due linee di pensiero.

Le polemiche sulla morte di Papa Francesco. Papa Francesco è morto il 21 aprile 2025. Quest’anno è stato commemorato il primo anniversario della sua dipartita con celebrazioni nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, dove è sepolto. Il decesso, avvenuto a causa di un ictus dopo una polmonite, si è verificato durante il Giubileo, proprio il giorno dopo Pasqua. Online sono sorte molte teorie del complotto riguardo alla data così particolare della morte: Papa Francesco infatti è scomparso durante l’Anno Santo, da lui stesso inaugurato il 24 dicembre 2024. La sua morte è avvenuta precisamente il Lunedì dell’Angelo, subito dopo le celebrazioni pasquali. Molte persone nella rete hanno avanzato ipotesi di teorie del complotto, che circolavano già da settimane riguardo al reale stato di salute del Pontefice. Alcune tra le fake news più note che circolavano sul web in quel periodo riguardavano in particolare i suoi problemi di salute e i ricoveri al Policlinico Gemelli tra febbraio e aprile 2025. Secondo alcune analisi una parte significativa dei contenuti falsi è stata diffusa da profili falsi o bot. La maggior parte dei complottisti sosteneva che il papa fosse già morto mesi prima dell’annuncio ufficiale. Persino dopo che il papa riapparì in pubblico dopo il ricovero, durante alcune apparizioni pasquali, molti cospirazionisti continuarono a sostenere questa tesi diffondendo la voce infondata che la persona affacciata dal balcone di Piazza San Pietro fosse un sosia del papa. Secondo molti la Chiesa ha nascosto la morte del pontefice per gestire la “sede vacante” e la scelta del successore lontano dagli occhi del pubblico. Alcune teorie proponevano addirittura la possibilità di una morte decisa a tavolino o di un prolungamento artificiale della vita. In seguito all’improvvisa popolarità sui social media in merito a queste notizie, numerosi Influencer e complottisti hanno tentato di fare irruzione al Policlinico Gemelli durante i ricoveri del Papa, diffondendo video virali su presunti insabbiamenti.

Il nuovo pontefice. L’8 maggio 2025 è stato ufficialmente eletto Papa Leone XIV come successore di Francesco. Ormai è passato un anno da quando è emerso il fumo bianco dal camino della cappella Sistina, simbolo della decisione del conclave, e non mancano certo sulla rete persone che tentano di confrontare i diversi approcci e atteggiamenti delle due figure religiose. Molti hanno notato come sia evidente una transizione tra uno stile pastorale e informale ad un approccio più istituzionale e tradizionale, pur mantenendo continuità su temi sociali e di dialogo. Leone XIV mantiene una apparenza più formale nell’abbigliamento, riscoprendo i paramenti tradizionali, rispetto alla semplicità di Bergoglio, avendo indossato ad esempio la mozzetta rossa e paramenti tradizionali fin dalla prima apparizione, distanziandosi dallo stile più sobrio di Francesco, che scelse una semplice veste bianca. Nonostante le differenze nel vestiario, Leone XIV si presenta come un continuatore del percorso di dialogo e apertura pastorale di Francesco, inclusa l’attenzione alle donne nella Chiesa. Leone XIV appare inoltre più orientato di Francesco verso un ruolo istituzionale e una maggiore centralità dei simboli tradizionali della fede. Entrambi hanno ribadito dai primi giorni in seguito alla loro elezione l’importanza della pace, soprattutto in questo periodo, sebbene Leone XIV abbia assunto posizioni più nette su questioni internazionali, come quelle sulla NATO.

Rapporto tra la Chiesa e gli Stati Uniti. Passato un anno, la maggior parte delle persone riconosce in Papa Leone stile e pensieri già apprezzati in Papa Francesco. Non è facile però dimenticare le preoccupazioni generali sorte un anno fa durante il periodo di decisione del Conclave: l’elezione di Papa Leone XIV, primo papa statunitense della storia, ha immediatamente suscitato nelle persone (fedeli e laiche) dubbi e preoccupazioni di natura geopolitica e simbolica: la sua origine americana, in un tempo in cui i rapporti tra l’America e il resto del mondo sono tesi e incrinati, avrebbe influito sulle sue azioni? Dentro e fuori il Vaticano è sempre esistita infatti una certa cautela verso l’idea di un pontefice americano. Per decenni si era ritenuto improbabile che la Chiesa eleggesse un papa proveniente dalla principale superpotenza mondiale, per evitare di ampliare il potere del continente americano anche in ambito religioso. Nel caso di Leone XIV, questa preoccupazione è stata un po’ attenuata dalla sua biografia “internazionale”: pur essendo nato a Chicago, ha vissuto come missionario per molti anni in Perù, con una forte esperienza latinoamericana e un profilo considerato più ecclesiale che politico. All’inizio, Trump ha accolto l’elezione con sorpresa ma anche con orgoglio nazionale, parlando di “grande onore” per gli Stati Uniti. Con il passare dei mesi, le tensioni sono diventate più esplicite. Leone XIV ha insistito pubblicamente sulla necessità di “costruire ponti”, dichiarando anche di non avere paura di sollevare questioni delicate con Trump se necessario. 

Il punto di rottura è arrivato nell’aprile 2026, quando Trump ha attaccato duramente il papa sui social, definendolo “debole” e “troppo liberale”, soprattutto dopo gli appelli del pontefice contro la guerra e contro l’uso della religione per giustificare conflitti internazionali.

Trump è arrivato persino a sostenere che l’elezione di Leone XIV fosse legata alla sua stessa presenza alla Casa Bianca, dichiarando: “Se non fossi presidente, Leone non sarebbe in Vaticano”. Dal canto suo, Leone XIV ha evitato in ogni modo uno scontro personale diretto, ma ha mantenuto una linea ferma: ha continuato a parlare in favore della pace, contro il “delirio di onnipotenza” e contro l’“idolatria della forza”. Anche parte dell’episcopato americano ha preso in merito al dibattito con il pontefice le distanze dagli attacchi di Trump, ricordando che “il Papa non è un rivale politico, ma il Vicario di Cristo”. Non bisogna dimenticare, inoltre, le foto controverse che Donald Trump aveva pubblicato sui siti ufficiali della casa bianca su Truth: immagini create con l’intelligenza artificiale ritraevano il presidente americano agghindato con le vesti papali. Queste foto sono state pubblicate un anno fa, durante il periodo tra la morte di Papa Francesco e le elezioni dell’attuale pontefice. A causa di questa mossa migliaia di persone sono insorte sui social a discutere: sebbene la maggior parte criticasse l’aspetto blasfemo e irrispettoso delle immagini, considerando anche il momento in cui sono state pubblicate, alcune persone hanno difeso il presidente definendo le foto “scherzi innocenti” o spiritose battute.

Papato nel mondo del cinema. Queste tensioni tra fede, comunicazione e potere ricordano molto anche il modo in cui il cinema contemporaneo ha iniziato a raccontare il Vaticano negli ultimi anni. Un esempio significativo è “Conclave”, thriller politico ambientato durante l’elezione di un nuovo pontefice e tratto dal romanzo di Robert Harris. Il film, il cui attore protagonista è Ralph Finnies, mostra un Vaticano attraversato da giochi di potere, divisioni ideologiche e pressione mediatica, mettendo in scena una Chiesa costretta a confrontarsi con il peso dell’opinione pubblica e delle tensioni globali. Pur essendo un’opera di finzione, molte delle dinamiche raccontate nel film richiamano le paure e le discussioni nate realmente dopo la morte di Papa Francesco e durante l’elezione di Leone XIV: il timore dell’influenza politica internazionale, il ruolo dei Social e la conseguente difficoltà della Chiesa nel mantenere un equilibrio tra tradizione e modernità nell’epoca dei social network.

“La Coscienza di Zeno” rivive sul palco con Alessandro Haber

di Anita Corsi e Luca Mangini, 3B

Il teatro Ivo chiesa di Genova ha ospitato dal 19 al 22 febbraio lo spettacolo “La coscienza di Zeno”, adattamento teatrale del celebre romanzo di Italo Svevo curato da Monica Codena e da Paolo Valerio, che ne è anche il regista. Lo spettacolo ha debuttato per la prima volta con successo a Trieste, città natale di Svevo.

Alessandro Haber, nei panni di Zeno ormai anziano, ci guida nel suo diario introspettivo, passando in rassegna e raccontando i momenti salienti della sua vita: il difficile rapporto con il padre e la sua morte, l’amore per Ada Malfenti e la proposta di matrimonio da lei rifiutata, le nozze con Augusta Malfenti, il difficile rapporto con il cognato Guido Speier interpretato da Emanuele Fortunati, il suo suicidio e funerale, ed infine il tradimento della moglie durante il fallimento della attività commerciale aperta con Guido. Sulla scena, in modo del tutto inedito,  si muove anche l’ alter ego giovane di Zeno, interpretato da Francesco Godina, occupato in un dialogo espressivo e dinamico con gli altri personaggi e  con Zeno stesso con frequenti rotture della quarta parete.

La scenografia ed i costumi di Marta Crisolini Malatesta in bianco e nero vogliono riportare il pubblico nell’ ambiente mitteleuropeo di Trieste di fine 800. I numerosi e rapidi cambi di scena mettono ordine tra i flashback rendendo lo spettacolo ancora più dinamico. Ma è l’ interpretazione di Haber a dare una marcia in più allo spettacolo: infatti la sua narrazione frenetica e imperfetta, che talvolta sfocia nell’ isteria, calza perfettamente con il personaggio di Zeno, sebbene talvolta sia di difficile comprensione per gli spettatori. L’ attore stesso recita con estrema espressività anche il monologo finale, riflettendo sull’intelletto umano e sull’ambivalenza dagli “ordigni” costruiti dagli uomini.

Il lato oscuro di Telegram

di Chiara Bottino, Giovanni Porceddu,Francesco Repetto, Emma Riciputi , 4B

Il 30 marzo 2026 a Perugia è stato arrestato un ragazzo di diciassette anni con l’accusa d’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. Lo studente stava progettando una strage che avrebbe compiuto in un liceo artistico di Pescara.

Il ragazzo frequentava gruppi web neonazisti e odiatori e aveva contatti con il vertice del gruppo Telegram
Werwolf Division“. Dall’ispezione del contenuto della memoria del cellulare da parte delle forze di polizia, oltre al materiale terroristico e alla ricerca di potenziali armi, è risalito che il giovane non fosse solo ma avesse contatti con altri ragazzi del centro-nord Italia. L’indagine, avviata nel mese di ottobre 2025 dalla Sezione Anticrimine di L’Aquila, originata dalla pregressa attività antiterrorismo (indagine “IMPERIUM”) conclusa nel luglio 2025 dalla Sezione Anticrimine
Carabinieri di Brescia e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo è una delle ultime strategie attuate per contrastare il fenomeno di diffusione dell’odio, di fanatismo e di incitazioni alla violenza da parte di forum e comunità online estremiste e indottrinanti.
Telegram è uno dei principali veicoli per questo tipo di criminalità, e non solo: l’app è diventata I’hub principale per la diffusione di materiale pornografico non controllato e per il narcotraffico 2.0.

Grazie a sistemi di messaggistica criptata, canali a tempo e ľuso di criptovalute, i vendor operano in un semi anonimo quasi totale, la droga viene ordinata tramite semplici bot e consegnata direttamente a domicilio o tramite “dead drop” (punti di ritiro nascosti). Telegram si promuove come libero dai controlli delle chat, per questo viene utilizzata da milioni
di utenti che si sentono più protetti nell’uso rispetto ad altre app di messaggistica come Whatsapp. Ma questa “libertà” lascia spazio all’utilizzo da parte di criminali in totale anonimato, per questo Pavel Durov, fondatore e CEO di Telegram, è stato arrestato la sera del 24 agosto 2024 all’aeroporto di Le Bourget, nei pressi di Parigi, appena sbarcato dal suo jet privato proveniente dall’Azerbaigian. L’arresto è scaturito da un mandato di ricerca emesso dalle autorità francesi nell’ambito di un’indagine preliminare gestita dall’ufficio per la violenza sui minori (OFMIN). Le accuse principali riguardano la mancata moderazione dei contenuti sulla piattaforma e la scarsa collaborazione con le forze dell’ordine: secondo la magistratura francese, Telegram sarebbe diventato un porto sicuro per attività criminali quali pedopornografia, traffico di stupefacenti
frode e apologia di terrorismo, proprio a causa del rifiuto di Durov di fornire dati o intercettazioni
previste dalla legge. Dopo alcuni giorni di custodia cautelare, I miliardario è stato incriminato e rilasciato sotto cauzione di 5 milioni di euro, con l’obbligo di risiedere in Francia e di presentarsi periodicamente in commissariato. Telegram è attualmente sotto indagine nell Unione Europea per sospette violazioni del Digital Services Act (DSA). Le autorità di Bruxelles sospettano che la piattaforma abbia sottostimato ili numero di utenti (dichiarando meno di 45 milioni) per evitare i
rigidi controlli previsti per le grandi piattaforme. Inoltre, Ila Commissione contesta a Telegram l’insufficienza dei sistemi di moderazione dei contenuti illegali e la mancata cooperazione con i regolatori, inadempienze che potrebbero costare alla società multe fino al 6% del fatturato globale.

L’inquietante vicenda dello studente di Perugia dimostra come il radicalismo digitale possa trasformarsi in minaccia reale per la comunità. Il caso evidenzia l’urgenza di colmare il vuoto normativo che ha permesso a Telegram di operare per anni al di fuori dei radar istituzionali: senza una moderazione incisiva e una cooperazione diretta con le forze dell’ordine, la promessa di libertà della piattaforma rischia di rimanere un pericoloso paravento per il fanatismo e la pianificazione del terrore tra i giovanissimi.

“La Lingua Greca nel parlare quotidiano”, il greco dall’epoca classica ad oggi

Di Alexandra Delrio, 3B

“Arrivato in Italia dalla Grecia ho capito che non sarebbe stato difficile imparare la lingua, perché l’italiano è greco!” Così il consigliere di supporto della Comunità Ellenica di Genova e Liguria ha concluso il convegno “La Lingua Greca nel parlare quotidiano“, tenutosi il 9 febbraio 2026 presso il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi, in occasione della Giornata Internazionale della Lingua Greca. 

Giornata che nasce proprio in Italia, in particolare a Napoli, da un’iniziativa dell’ex Presidente della Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche in Italia, il Prof. Giannis Korinthios. Si tenne per la prima volta nel 2015 e coinvolse licei classici, comunità greche in Italia, università ed associazioni filelleniche. Dato il grande successo che riscosse, nel 2017 fu ufficialmente riconosciuta dal governo ellenico e nel 2025 fu proclamata dall’UNESCO. Il Prof. Korinthios scelse la data del 9 febbraio in onore dell’anniversario di morte del poeta Dionysios Solomos, autore dell’”Inno alla Libertà” (1823), da cui è tratto l’inno nazionale greco.

I relatori del convegno hanno parlato dell’importanza della lingua greca in ambiti come quello della medicina, dell’arte e della comunicazione: il greco infatti non appartiene al passato, si è evoluto insieme all’uomo e vive ancora oggi in centinaia di lingue; l’italiano ha ereditato oltre ottomila termini di origine greca pur derivando dal latino. Gran parte della terminologia scientifica e del linguaggio tecnico musicale utilizza prefissi, radici o suffissi greci, i quali conferiscono una precisa sfumatura di significato ad ogni parola. Nel corso della conferenza si sono esibiti i maestri Emiliano Calamaro e Matteo Bariani con un brano tradizionale greco, il “Syrtaki”, ed un brano tratto dalla “Cavalleria rusticana”, in omaggio alla musica greca e italiana. 

 

Sono stati approfonditi anche i temi della politica, della religione e della storia rispettivamente da una docente universitaria, la professoressa Serena Perrone, dal Coordinatore Ufficio Cultura e Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici ed Edilizia di Culto, Padre Mauro de Gioia, e da un giornalista professionista, Paolo Zerbini, i quali hanno analizzato più dettagliatamente il rapporto tra la lingua e la cultura greca e l’influenza che quest’ultima ha avuto nel corso degli anni sulle altre civiltà. 

Tra il pubblico si contavano più di un centinaio di ospiti che hanno assistito alla presentazione con entusiasmo, a dimostrazione del fatto che nel corso dei secoli il greco non ha mai smesso di brillare di vitalità. L’ellenista Francisco Rodríguez Adrados infatti sosteneva che “tutte le lingue sono segretamente considerate greche, prese in prestito dalla madre delle lingue, il greco.”

 

“Come fare cose con le parole”: il Certamen Classicum Philosophicum

di Giovanni Porceddu, 4^B

 

Nel mese di aprile ho partecipato alla V edizione del “Certamen Classicum Philosophicum”, ospitato dal Liceo Classico e Musicale Cavour di Torino ed organizzato  dal professor Luca Pucci, affiancato dal collega Francesco Pelliccio.  Si tratta di una competizione nazionale che si incentra, di anno in anno, su diversi argomenti di carattere etico-comportamentale, sociale ed esperienziale, divisa nelle categorie di greco, latino e filosofia/cultura. Il tema di quest’anno, “Come fare cose con le parole. I poteri del linguaggio tra retorica, filosofia e sociologia”, deve il proprio titolo all’omonima raccolta di lezioni tenute da J.L. Austin ad Harvard nel 1955, un testo fondamentale per la filosofia del linguaggio del Novecento.

Raccolta di lezioni tenute da Austin ad Harvard nel 1955

Chi sceglie di cimentarsi con greco e latino traduce una versione e scrive un breve commento. Chi, invece, affronta la prova di filosofia/cultura, produce un elaborato piuttosto libero, a partire dal commento di alcuni passi scelti fra i più importanti testi filosofici dalla Grecia classica all’età umanistico-rinascimentale.

 

Nei mesi precedenti la competizione si è svolto un ciclo di lezioni tenute da professori universitari e di laboratori relativi. Ho apprezzato soprattutto la conferenza dello storico della filosofia Federico Maria Petrucci (UniTo), dal titolo: “Un discorso policefalo: filosofia e persuasione nel mito di Platone”. Il professore ha evidenziato la presenza, all’interno di alcune opere del filosofo greco, di discorsi di carattere retorico, contenenti messaggi tecnici rivestiti di un mantello letterario. L’analisi si è incentrata in particolar modo sul dialogo “Timeo”, nel quale, alla luce dell’inevitabile scissione esistente fra linguaggio e realtà, non si esclude l’ipotesi che il filosofo, per parlare a chi non è in grado di cogliere il vero, possa addirittura utilizzare la menzogna. In questa prospettiva viene meno la superiorità del λόγος rispetto al μῦϑος, dal momento che l’obiettivo del parlante non è la totale aderenza alla realtà, irrealizzabile per i limiti strutturali del linguaggio stesso, ma la trasmissione efficace di conoscenze e valori, secondo metodi discorsivi adatti all’interlocutore.

Io ho partecipato nella sezione di filosofia/cultura. I brani proposti erano estratti del “Fedro” di Platone, della “Retorica” di Aristotele, delle “Lettere a Lucilio” di Seneca e delle “Confessioni” di Sant’Agostino. Ho individuato un processo di progressivo svincolamento del linguaggio dalla realtà: se in Platone le parole devono contenere almeno in parte la verità per poterla rievocare, per il padre della patristica il linguaggio è un semplice sistema di segni che il bambino impara ad associare ad oggetti fisici per poter entrare a far parte del mondo degli adulti. Nel libro I delle “Confessioni” Agostino attribuisce anche rilevanza al contesto in cui avviene la comunicazione: tale riflessione mi ha permesso di collegarmi all’attualità, evidenziando come spesso si verifichi il processo contrario, per cui la parola modifica la realtà sociale in cui viene proferita.

Sono stato accompagnato dalla professoressa Dolcino il giorno precedente le prove, che abbiamo sostenuto nell’Aula Magna del Liceo Cavour il mattino del 14 aprile. Il pomeriggio stesso alcuni studenti ci hanno guidato in una visita del centro di Torino, e alla sera abbiamo potuto assistere ad un concerto degli alunni delle sezioni musicali del liceo ospitante.

Il 15 aprile, prima delle premiazioni, si è tenuta una “Tavola rotonda”: sulla questione del linguaggio sono intervenuti tre esperti dagli interessi e campi d’indagine più disparati, stimolando le domande e le osservazioni del pubblico. Per primo, il neuroscienziato Andrea Marini (UniUd) ha analizzato la comunicazione umana dal punto di vista neurale. Poi il professore di filosofia e teoria dei linguaggi Alessandro Prato (UniSi) ha indagato l’origine della retorica, facendo particolare riferimento ad Aristotele. Infine la docente di greco e latino del Liceo Parini di Milano Laura Suardi ha dimostrato la simultanea eleganza e forza tagliente della politica retorica classica, concentrandosi soprattutto sulla figura di Pericle.

A prescindere dal primo posto ottenuto, la partecipazione al “Certamen Classicum Philosphicum” è stata un’importante esperienza culturale e umana, oltre che un’occasione di confronto con ragazzi provenienti da realtà molto diverse. Ho potuto inoltre fare esperienza del metodo accademico, sia durante la “Tavola rotonda”, sia nel corso dei mesi precedenti la competizione.

Ho apprezzato molto la possibilità di affrontare argomenti nuovi e approfondire la conoscenza di filosofi già studiati, nonché la costante richiesta di una rielaborazione critica dei contenuti, all’interno del loro contesto storico-culturale ed in chiave contemporanea.

 

 

NOI MARE. Il porto è ancora il cuore economico di Genova?

120.000 posti di lavoro e 12,8 miliardi di euro: un’intervista all’Autorità Portuale per scoprire perché il porto resta il motore di Genova.

di Thomas Bergamo, 1B

Il mare costituisce da sempre l’anima dell’economia di Genova. Quando si pensa alla nostra città il pensiero va subito al porto e al legame tra la città, i suoi abitanti e il sistema portuale, per questo motivo mi sono rivolto all’ Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, che gestisce questa grande realtà.
Ho contattato via e-mail Ports of Genoa e ho potuto rivolgere le mie domande alla Dottoressa Silvia Martini, Responsabile Ufficio Relazioni con il Pubblico.

Negli ultimi 10 anni ci sono stati cambiamenti significativi nei traffici di merci e passeggeri?
Sì, negli ultimi dieci anni il sistema dei Ports of Genoa ha vissuto trasformazioni molto rilevanti con un grande impatto occupazionale ed economico. Oggi il porto è il primo in Italia per volumi complessivi, grazie a oltre 63 milioni di tonnellate di merci movimentate, 2,8 milioni di TEU e più di 5 milioni di passeggeri in un anno. Il traffico container è cresciuto in modo costante, diventando una componente centrale dei traffici marittimi. Il traffico passeggeri, sia traghetti sia crociere, ha avuto un andamento più movimentato: è cresciuto fino al 2019, ha subito un forte calo durante la pandemia, ed è poi tornato a crescere tra il 2022 e il 2023, anche se con alcune flessioni dovute ai lavori in corso sulle infrastrutture. Parallelamente, il porto è stato interessato da grandi interventi infrastrutturali, come la nuova diga foranea, l’ampliamento dei terminal e l’aumento dei fondali, che hanno migliorato la capacità di accogliere navi sempre più grandi. In sintesi, il porto è diventato più moderno, più efficiente e sempre più orientato alla containerizzazione e all’intermodalità.

Le merci sono cambiate per tipologia e quantità?
Sì, sia la tipologia sia la quantità delle merci sono cambiate in modo significativo. La crescita più evidente riguarda le merci containerizzate, che oggi rappresentano una componente fondamentale dei traffici. Le merci alla rinfusa, sia liquide sia solide, mostrano invece un andamento più variabile, fortemente influenzato dalle dinamiche dei mercati energetici e dai cicli produttivi delle industrie. Accanto a questi segmenti, continuano a crescere le merci convenzionali, tra cui le automobili nuove e il traffico ro-ro, per cui l’area di Savona–Vado è particolarmente rilevante. Nel complesso, il sistema portuale movimenta più di 63 milioni di tonnellate all’anno, con una forte diversificazione merceologica.

Il porto è ancora una risorsa per l’occupazione diretta e l’indotto?

Sì, e molto più di quanto spesso si immagina. Il sistema dei Ports of Genoa genera oggi circa 71.000 posti di
lavoro in Liguria e altri 50.000 nel resto d’Italia, contribuendo in modo decisivo all’economia nazionale. Il suo impatto economico complessivo è stimato in circa 12,8 miliardi di euro di produzione e 5,3 miliardi di euro di valore aggiunto. Dal punto di vista occupazionale, il porto è un vero e proprio “distretto produttivo” che comprende:

  • circa 700 ettari di aree portuali;
  • 100 accosti operativi e 35 terminal;
  •  oltre 300 case di spedizione;
  • circa 65 aziende di costruzione e riparazione navale, un settore altamente specializzato che dà lavoro a migliaia di persone tra operai, tecnici e ingegneri.

Negli ultimi vent’anni è stato fatto anche un grande lavoro su sicurezza e formazione:  gli infortuni sul lavoro in porto si sono ridotti da circa 500 a meno di 100 all’anno;· ogni anno vengono rilasciati centinaia di attestati di formazione professionale a lavoratori portuali e addetti alla logistica.

Il porto svolge anche una funzione sociale e culturale, avvicinando le nuove generazioni a questo mondo: nel solo 2023 più di 840 studenti hanno partecipato a visite guidate e iniziative educative dedicate alla portualità e alla logistica.

Chiudo l’intervista con una certezza: il porto di Genova è ancora – e lo sarà anche in futuro – una risorsa fondamentale per l’occupazione diretta, per l’indotto e per la vita economica e sociale della città e del territorio. Ora so che il porto siamo anche noi: i nostri genitori che ci lavorano, le aziende che ne dipendono, gli studenti che lo visitano per capire il proprio futuro. Il mare resta l’anima di Genova, e questa anima batte più forte che mai.

La scienza in Antartide

La vita alla stazione Concordia
Riccardo Scipinotti e Gabriele Carugati raccontano la quotidianità e la ricerca scientifica nella base più remota del pianeta

di Maddalena Pastorini, IIE

Il continente antartico rappresenta l’ultima frontiera dell’esplorazione scientifica terrestre, un laboratorio naturale dove condizioni estreme e isolamento totale permettono ricerche impossibili da realizzare in qualsiasi altro luogo del pianeta. Attraverso un webinar recentemente organizzato dal CICAP, abbiamo avuto l’opportunità di entrare virtualmente nella stazione Concordia, base di ricerca situata sul plateau antartico e gestita dal PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in  Antartide).     

       

 

 

 

 

A guidarci sono stati Riccardo Scipinotti e Gabriele Carugati, che hanno saputo trasmettere con passione e competenza la straordinarietà di questa esperienza umana e scientifica.

Scipinotti ha illustrato come la stazione, cogestita da Italia e Francia, ospiti fino a 32 persone durante l’estate antartica e solo 16 durante il lungo inverno polare quando le temperature percepite possono scendere fino a -96°C. Le tute rosse distinguono il personale italiano, quelle blu quello francese, in un esempio concreto di collaborazione internazionale.

La vita quotidiana alla base richiede un’organizzazione meticolosa. L’approvvigionamento idrico rappresenta una sfida costante, infatti la neve viene sciolta e sottoposta a complessi processi di trattamento e depurazione che permettono un elevato riutilizzo delle risorse idriche, riducendo al minimo gli sprechi; il cibo è conservato in container, mentre una serra idroponica permette di coltivare vegetali attraverso tecniche innovative che non prevedono l’utilizzo del terreno. Particolarmente toccante è il dettaglio del “Pizza Day” del sabato, raccontato con evidente affetto da Scipinotti: un appuntamento fisso che permette agli scienziati di scandire il tempo e mantenere un senso di normalità in un ambiente dove il sole scompare per mesi. La sala comune diventa il cuore pulsante della convivenza, dove si rafforzano i legami umani necessari per affrontare l’isolamento estremo. Questi dettagli rivelano quanto sia complessa la gestione dell’aspetto psicologico della missione, forse ancora più impegnativo di quello logistico o scientifico.

L’aspetto scientifico della missione, brillantemente esposto da Carugati e Scipinotti, è infatti straordinario. L’asterlab ospita una strumentazione astronomica che permette l’osservazione di corpi celesti lontani, tra cui pianeti extrasolari, sfruttando le condizioni atmosferiche uniche dell’Antartide, dove l’aria secca e l’assenza di inquinamento luminoso offrono una visibilità impareggiabile. L’Agenzia Spaziale Europea ha scelto Concordia come sito per analizzare gli effetti fisiologici e psicologici dell’isolamento prolungato sul corpo umano, con particolare riferimento al deterioramento muscolare che caratterizza le missioni spaziali di lunga durata. La stazione raccoglie anche dati sismologici per mezzo di apparecchiature sismografiche di altissima sensibilità che, grazie alla stabilità del substrato ghiacciato, registrano movimenti tellurici contribuendo allo studio globale dei terremoti e dei movimenti della crosta terrestre. La possibilità di condurre ricerche in un ambiente così remoto e incontaminato offre dati impossibili da ottenere altrove, rendendo Concordia un laboratorio naturale unico al mondo.

In un’epoca in cui spesso cerchiamo comfort e sicurezza, questi ricercatori scelgono deliberatamente l’estremo opposto, dimostrando una forma di coraggio che va ben oltre la semplice avventura. 

Quello che colpisce maggiormente è la dimensione  umana di questa impresa. Quando pensiamo alla ricerca scientifica, immaginiamo laboratori, strumenti sofisticati, dati e pubblicazioni. Raramente riflettiamo sul fatto che dietro ogni scoperta ci sono persone che vivono e cercano di mantenere la propria sanità mentale in condizioni proibitive. Il modo in cui Scipinotti ha descritto la serra idroponica non come un semplice esperimento scientifico, ma come un’ancora di normalità e speranza, rivela quanto sia profondo il legame tra scienza e umanità. Questi studiosi vivono quattro mesi senza sole, a temperature che possono uccidere in pochi minuti senza protezione adeguata, isolati dal resto del mondo, eppure continuano a lavorare, a fare ricerca, a mantenere vivo lo spirito di scoperta. Grazie a relatori come Riccardo Scipinotti e Gabriele Carugati, che con la loro testimonianza diretta ci hanno permesso di viaggiare virtualmente fino all’estremità del mondo, abbiamo potuto comprendere che la scienza non è solo teoria ed esperimenti, ma è anche e soprattutto passione, dedizione e un profondo desiderio di spingere oltre i confini della conoscenza umana, anche quando questo significa vivere ai confini stessi della sopravvivenza.​​​​​​​​​​​​​​​​

“Scrivo di ciò che mi fa arrabbiare”

Incontro al Book Pride con Simone Biundo, poeta contemporaneo

di Stella Medusei e Carolina Vassallo, 2B 

Il Book Pride è un evento organizzato con lo scopo di dare visibilità a piccoli e medi editori e stimolare i lettori attraverso incontri con scrittori contemporanei.

Tra le tante iniziative proposte dal Book Pride genovese, due classi del liceo D’Oria hanno approfittato, il 3 ottobre scorso, della possibilità di incontrare un poeta contemporaneo, Simone Biundo, e di  partecipare  alla presentazione del suo nuovo libro, intitolato “Così”. A introdurre e moderare l’incontro è stata Ilaria Crotti, dell’Associazione culturale FalsoDemetrio. 

La 2B e la 2D al Book Pride

Simone Biundo, nato a Genova nel 1990, oltre a essere un poeta, insegna lettere alle medie, si occupa di editing e di comunicazione in ambito letterario e artistico. E’ un poeta “vivo”,  come dice scherzando, per introdurre l’incontro, un poeta in carne ed ossa, diversamente da tutti i poeti che si studiano a scuola.  Il poeta vivo, però, di poesia non vive – aggiunge ironico – con un gioco di parole.  E’ un poeta giovane e irriverente.

Il poemetto “Così” è un testo che affronta temi che, secondo Biundo, provocano rabbia. Tra questi la maggior parte sono argomenti attuali: l’impressione del tempo che fugge e divora tutto ciò che ci sta più a cuore, l’indifferenza che proviamo verso guerre che non toccano il nostro Paese, anche se causano sofferenza e morte, lo stress con il quale affrontiamo quotidianamente la vita.

La vita – sostiene Biundo –  è priva di senso se non siamo noi stessi a conferirglielo, ecco perché  dobbiamo crearci un’idea di ciò che succede intorno a noi. Dobbiamo essere consapevoli e non farci catturare dalla “cancellazione”, non fare finta che le cose che ci disturbano o sono ingiuste non esistano. Siamo bombardati dalle immagini, da parole vuote. La poesia invece sceglie e pondera la parola.

L’incontro con Simone Biundo e Ilaria Crotti dell’Associazione culturale FalsoDemetrio

La poesia naturalmente  non vende o vende pochissimo, non ha una utilità pratica, ma – come quasi tutto quello che “non serve” è ciò che è più importante per vivere. La sua poesia non è poesia lirica, l’espressione di un sentimento interiore, ma piuttosto l’espressione di un disagio della civiltà.

Per realizzare “Così”, come per ogni opera, il poeta si è imposto delle regole: bisogna darsi dei limiti.  In questo caso l’uso di un ritmo caratterizzato da pause, versi endecasillabi, la scelta del non utilizzare aggettivi e di inserire il turpiloquio per avere un riscontro inatteso e, infine, l’adozione di tempi lunghi. All’interno del poemetto  tutti i  verbi sono stati usati al tempo presente per esprimere la contrazione del tempo: il poeta non vuole rievocare il passato e non ha alcuna idea su ciò che avverrà. Il titolo è stato scelto in base al significato della parola “così”, apparentemente una parola vuota, ma continuamente ricorrente, che può indicare qualcosa di doveroso (E’ così!), ma anche, come congiunzione conclusiva, la fine di un discorso.

Dall’Orestea ai Mannon: ritratto della violenza familiare

La prima nazionale dello spettacolo “Il lutto si addice ad Elettra”

di Alexandra Delrio, Giulia Portalupi, Bianca Stefanelli, Federica Tanca e Chiara Torazza, 3B

La prima nazionale dello spettacolo Il lutto si addice ad Elettra’ di Eugene O’Neill, con la regia di David Livermore, propone un racconto che racchiude in sé temi come il complesso di Edipo e la riflessione sull’inevitabilità del destino, rievocando le stesse emozioni che muovevano gli eroi antichi.

Non possiamo definire questo spettacolo un adattamento del mito nel senso stretto del termine: scenografia, ambientazione temporale e sottotrame sono state completamente rielaborate, al punto da trasformare la tragedia classica in una vicenda parallela, ambientata in un contesto moderno, ma carico dello stesso πάθος dell’antichità.Colpisce come il mito si rifletta in questa nuova narrazione, capace di fondere l’antico pensiero classico con le dinamiche della società moderna.

Trama Il racconto è incentrato sul tradimento di Christine Mannon nei confronti di Ezra Mannon, che muore assassinato dalla sua stessa moglie.

Lavinia, figlia di Christine ed Ezra, e la madre hanno sempre avuto un rapporto conflittuale dovuto principalmente a due ragioni: il complesso di Elettra da cui è affetta Lavinia e la repulsione che Christine prova nei confronti del marito Ezra. Lavinia è invidiosa della madre e non sopporta di vederla tradire il padre con il capitano Adam Brant, il quale finge di essere innamorato della figlia per rendere la relazione tra i due ancora più insospettabile.

Christine, innamorata di Ezra da giovane, comincia a provare ripugnanza per lui dopo il matrimonio e i gesti che il marito considerava affettuosi vengono percepiti da lei come oppressivi, in alcuni casi perfino violenti. Lei detesta Lavinia poiché la vede soltanto come frutto di una violenza. Predilige invece il fratello Orin, nato in assenza di Ezra, il quale ha un rapporto morboso con la madre, tanto da anteporre i suoi desideri alla propria felicità in molte situazioni. Orin, ignaro di quello che sta accadendo nella sua famiglia, non ascolta Lavinia, nonostante i suoi continui avvertimenti su chi fosse realmente sua madre, completamente soggiogato dalle parole manipolatorie di Christine, disposta a tutto pur di fargli credere che la sorella stia mentendo e proteggere la sua relazione segreta con Adam Brant.

Rappresentazione teatrale O’Neill illustra l’influenza di queste dinamiche familiari opprimenti sulle relazioni amorose dei due fratelli Mannon: Lavinia si rifiuta di sposare Peter, innamorato di lei da molto tempo, e Orin considera fondamentale l’opinione di sua madre su Hazel, giovane follemente innamorata di lui.

Questi due personaggi, che rappresentano il coro, sembrano essere gli unici a riconoscere il malsano rapporto tra i membri della famiglia. Infatti i figli dei Mannon, in particolar modo Lavinia, diventano sempre più come i genitori. Il regista David Livermore rappresenta scenograficamente questa trasformazione: alla morte di Christine, Lavinia indossa un vestito quasi identico a quello della madre e Orin manifesta gli stessi desideri di avventura e, in parte, di libertà del padre. In uno dei momenti di crollo di Orin, Lavinia prova a calmarlo ricordandogli la natura malvagia della madre ma il fratello sembra stare per rivelare tutto alla fidanzata Hazel: scatta tra i due un bacio, metafora che racchiude tutta la disperazione e la rabbia dei personaggi. In quel momento sembra essere presente tutta la famiglia Mannon sul palco ed è sicuramente una delle scene più intense di tutta l’opera. Ripensando all’accaduto, Orin scrive tutta la storia dei Mannon con lo scopo di pubblicarla e rendere nota la colpevolezza della sorella. Inizialmente affida la storia a Hazel Niles, ma Lavinia, rimasta sola, si appropria del fascicolo, ritrovandosi schiacciata dal peso della maledizione familiare e decidendo di rinchiudersi nella casa dei Mannon per il resto dei suoi giorni, accettando il lutto come un destino inevitabile.

La psiche dei protagonisti è stata notevolmente approfondita rispetto all’Orestea: nei personaggi creati da O’Neill è presente una complessità psicologica strutturata. E’ stato interessante trovare le corrispondenze tra i componenti della famiglia Mannon e i personaggi eschilei. Lavinia, la figlia prediletta del padre e la più grande rivale della madre, è ispirata ad Elettra, mentre Orin riprende la figura di Oreste, Ezra Mannon quella di Agamennone, Christine quella di Clitemnestra e il capitano Brant quella di Egisto.

Attori e recitazione I due ruoli principali, Christine ed Ezra Mannon, sono interpretati rispettivamente da Elisabetta Pozzi e Paolo Pierobon. Entrambi hanno recitato in maniera avvincente, coinvolgendo tutto il pubblico sia con le parole che con i gesti. La figura di Christine è forse quella che rimane più impressa, proprio perché non offre spiegazioni facili: si muove tra desiderio, colpa e solitudine senza mai risultare del tutto trasparente. La sua lotta interiore tra dolore, rabbia e desiderio di libertà la rende un personaggio complicato e indimenticabile.

Paolo Pierobon offre un’interpretazione di grande potenza drammatica quando, in punto di morte, indica Christine come sua assassina. La recitazione migliore è stata senza alcun dubbio quella di Linda Gennari, nel ruolo di Lavinia, il cuore tormentato della tragedia: a fine spettacolo ha interpretato in modo eccellente la trasformazione della protagonista nella persona che più odiava, sua madre, imitando in modo quasi perfetto i gesti e persino la risata del personaggio di Elisabetta Pozzi.

La recitazione meno autentica è stata quella di Marco Foschi nel ruolo di Orin, appena tornato dalla guerra. L’attore ha recitato il ruolo di Oreste con molta foga, ma poca espressività, spesso in modo troppo dinamico e con toni che sembravano inadeguati al contesto.

“Il lutto si addice a Elettra” presenta un’atmosfera tesa che si respira dall’inizio alla fine. Non si può non restarne coinvolti: gli attori non si limitano ad interpretare una tragedia, la vivono. I personaggi non sono mai semplici da comprendere, non si lasciano classificare come “giusti” o “sbagliati”: ognuno porta con sé un peso di cui non riesce a liberarsi e proprio questa complessità li rende realistici. Anche quando vengono urlati, il dolore, il rancore e le dinamiche familiari non trovano mai davvero sfogo: restano irrisolti, come se nessuna voce fosse abbastanza forte da liberarli davvero.

Quest’opera diventa quindi un ponte tra due mondi, quello classico e quello contemporaneo, perché certi conflitti, quelli che interessano le relazioni più intime, possono essere comuni a tutti.Il lutto, in questo caso, non è solo perdita, ma una trasformazione per chi lo affronta, che può addirittura cambiare una persona radicalmente. “Il lutto si addice ad Elettra” è uno spettacolo che fa riflettere anche dopo che il sipario è stato calato.