NOI MARE. Il porto è ancora il cuore economico di Genova?

120.000 posti di lavoro e 12,8 miliardi di euro: un’intervista all’Autorità Portuale per scoprire perché il porto resta il motore di Genova.

di Thomas Bergamo, 1B

Il mare costituisce da sempre l’anima dell’economia di Genova. Quando si pensa alla nostra città il pensiero va subito al porto e al legame tra la città, i suoi abitanti e il sistema portuale, per questo motivo mi sono rivolto all’ Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, che gestisce questa grande realtà.
Ho contattato via e-mail Ports of Genoa e ho potuto rivolgere le mie domande alla Dottoressa Silvia Martini, Responsabile Ufficio Relazioni con il Pubblico.

Negli ultimi 10 anni ci sono stati cambiamenti significativi nei traffici di merci e passeggeri?
Sì, negli ultimi dieci anni il sistema dei Ports of Genoa ha vissuto trasformazioni molto rilevanti con un grande impatto occupazionale ed economico. Oggi il porto è il primo in Italia per volumi complessivi, grazie a oltre 63 milioni di tonnellate di merci movimentate, 2,8 milioni di TEU e più di 5 milioni di passeggeri in un anno. Il traffico container è cresciuto in modo costante, diventando una componente centrale dei traffici marittimi. Il traffico passeggeri, sia traghetti sia crociere, ha avuto un andamento più movimentato: è cresciuto fino al 2019, ha subito un forte calo durante la pandemia, ed è poi tornato a crescere tra il 2022 e il 2023, anche se con alcune flessioni dovute ai lavori in corso sulle infrastrutture. Parallelamente, il porto è stato interessato da grandi interventi infrastrutturali, come la nuova diga foranea, l’ampliamento dei terminal e l’aumento dei fondali, che hanno migliorato la capacità di accogliere navi sempre più grandi. In sintesi, il porto è diventato più moderno, più efficiente e sempre più orientato alla containerizzazione e all’intermodalità.

Le merci sono cambiate per tipologia e quantità?
Sì, sia la tipologia sia la quantità delle merci sono cambiate in modo significativo. La crescita più evidente riguarda le merci containerizzate, che oggi rappresentano una componente fondamentale dei traffici. Le merci alla rinfusa, sia liquide sia solide, mostrano invece un andamento più variabile, fortemente influenzato dalle dinamiche dei mercati energetici e dai cicli produttivi delle industrie. Accanto a questi segmenti, continuano a crescere le merci convenzionali, tra cui le automobili nuove e il traffico ro-ro, per cui l’area di Savona–Vado è particolarmente rilevante. Nel complesso, il sistema portuale movimenta più di 63 milioni di tonnellate all’anno, con una forte diversificazione merceologica.

Il porto è ancora una risorsa per l’occupazione diretta e l’indotto?

Sì, e molto più di quanto spesso si immagina. Il sistema dei Ports of Genoa genera oggi circa 71.000 posti di
lavoro in Liguria e altri 50.000 nel resto d’Italia, contribuendo in modo decisivo all’economia nazionale. Il suo impatto economico complessivo è stimato in circa 12,8 miliardi di euro di produzione e 5,3 miliardi di euro di valore aggiunto. Dal punto di vista occupazionale, il porto è un vero e proprio “distretto produttivo” che comprende:

  • circa 700 ettari di aree portuali;
  • 100 accosti operativi e 35 terminal;
  •  oltre 300 case di spedizione;
  • circa 65 aziende di costruzione e riparazione navale, un settore altamente specializzato che dà lavoro a migliaia di persone tra operai, tecnici e ingegneri.

Negli ultimi vent’anni è stato fatto anche un grande lavoro su sicurezza e formazione:  gli infortuni sul lavoro in porto si sono ridotti da circa 500 a meno di 100 all’anno;· ogni anno vengono rilasciati centinaia di attestati di formazione professionale a lavoratori portuali e addetti alla logistica.

Il porto svolge anche una funzione sociale e culturale, avvicinando le nuove generazioni a questo mondo: nel solo 2023 più di 840 studenti hanno partecipato a visite guidate e iniziative educative dedicate alla portualità e alla logistica.

Chiudo l’intervista con una certezza: il porto di Genova è ancora – e lo sarà anche in futuro – una risorsa fondamentale per l’occupazione diretta, per l’indotto e per la vita economica e sociale della città e del territorio. Ora so che il porto siamo anche noi: i nostri genitori che ci lavorano, le aziende che ne dipendono, gli studenti che lo visitano per capire il proprio futuro. Il mare resta l’anima di Genova, e questa anima batte più forte che mai.

La scienza in Antartide

La vita alla stazione Concordia
Riccardo Scipinotti e Gabriele Carugati raccontano la quotidianità e la ricerca scientifica nella base più remota del pianeta

di Maddalena Pastorini, IIE

Il continente antartico rappresenta l’ultima frontiera dell’esplorazione scientifica terrestre, un laboratorio naturale dove condizioni estreme e isolamento totale permettono ricerche impossibili da realizzare in qualsiasi altro luogo del pianeta. Attraverso un webinar recentemente organizzato dal CICAP, abbiamo avuto l’opportunità di entrare virtualmente nella stazione Concordia, base di ricerca situata sul plateau antartico e gestita dal PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in  Antartide).     

       

 

 

 

 

A guidarci sono stati Riccardo Scipinotti e Gabriele Carugati, che hanno saputo trasmettere con passione e competenza la straordinarietà di questa esperienza umana e scientifica.

Scipinotti ha illustrato come la stazione, cogestita da Italia e Francia, ospiti fino a 32 persone durante l’estate antartica e solo 16 durante il lungo inverno polare quando le temperature percepite possono scendere fino a -96°C. Le tute rosse distinguono il personale italiano, quelle blu quello francese, in un esempio concreto di collaborazione internazionale.

La vita quotidiana alla base richiede un’organizzazione meticolosa. L’approvvigionamento idrico rappresenta una sfida costante, infatti la neve viene sciolta e sottoposta a complessi processi di trattamento e depurazione che permettono un elevato riutilizzo delle risorse idriche, riducendo al minimo gli sprechi; il cibo è conservato in container, mentre una serra idroponica permette di coltivare vegetali attraverso tecniche innovative che non prevedono l’utilizzo del terreno. Particolarmente toccante è il dettaglio del “Pizza Day” del sabato, raccontato con evidente affetto da Scipinotti: un appuntamento fisso che permette agli scienziati di scandire il tempo e mantenere un senso di normalità in un ambiente dove il sole scompare per mesi. La sala comune diventa il cuore pulsante della convivenza, dove si rafforzano i legami umani necessari per affrontare l’isolamento estremo. Questi dettagli rivelano quanto sia complessa la gestione dell’aspetto psicologico della missione, forse ancora più impegnativo di quello logistico o scientifico.

L’aspetto scientifico della missione, brillantemente esposto da Carugati e Scipinotti, è infatti straordinario. L’asterlab ospita una strumentazione astronomica che permette l’osservazione di corpi celesti lontani, tra cui pianeti extrasolari, sfruttando le condizioni atmosferiche uniche dell’Antartide, dove l’aria secca e l’assenza di inquinamento luminoso offrono una visibilità impareggiabile. L’Agenzia Spaziale Europea ha scelto Concordia come sito per analizzare gli effetti fisiologici e psicologici dell’isolamento prolungato sul corpo umano, con particolare riferimento al deterioramento muscolare che caratterizza le missioni spaziali di lunga durata. La stazione raccoglie anche dati sismologici per mezzo di apparecchiature sismografiche di altissima sensibilità che, grazie alla stabilità del substrato ghiacciato, registrano movimenti tellurici contribuendo allo studio globale dei terremoti e dei movimenti della crosta terrestre. La possibilità di condurre ricerche in un ambiente così remoto e incontaminato offre dati impossibili da ottenere altrove, rendendo Concordia un laboratorio naturale unico al mondo.

In un’epoca in cui spesso cerchiamo comfort e sicurezza, questi ricercatori scelgono deliberatamente l’estremo opposto, dimostrando una forma di coraggio che va ben oltre la semplice avventura. 

Quello che colpisce maggiormente è la dimensione  umana di questa impresa. Quando pensiamo alla ricerca scientifica, immaginiamo laboratori, strumenti sofisticati, dati e pubblicazioni. Raramente riflettiamo sul fatto che dietro ogni scoperta ci sono persone che vivono e cercano di mantenere la propria sanità mentale in condizioni proibitive. Il modo in cui Scipinotti ha descritto la serra idroponica non come un semplice esperimento scientifico, ma come un’ancora di normalità e speranza, rivela quanto sia profondo il legame tra scienza e umanità. Questi studiosi vivono quattro mesi senza sole, a temperature che possono uccidere in pochi minuti senza protezione adeguata, isolati dal resto del mondo, eppure continuano a lavorare, a fare ricerca, a mantenere vivo lo spirito di scoperta. Grazie a relatori come Riccardo Scipinotti e Gabriele Carugati, che con la loro testimonianza diretta ci hanno permesso di viaggiare virtualmente fino all’estremità del mondo, abbiamo potuto comprendere che la scienza non è solo teoria ed esperimenti, ma è anche e soprattutto passione, dedizione e un profondo desiderio di spingere oltre i confini della conoscenza umana, anche quando questo significa vivere ai confini stessi della sopravvivenza.​​​​​​​​​​​​​​​​

“Scrivo di ciò che mi fa arrabbiare”

Incontro al Book Pride con Simone Biundo, poeta contemporaneo

di Stella Medusei e Carolina Vassallo, 2B 

Il Book Pride è un evento organizzato con lo scopo di dare visibilità a piccoli e medi editori e stimolare i lettori attraverso incontri con scrittori contemporanei.

Tra le tante iniziative proposte dal Book Pride genovese, due classi del liceo D’Oria hanno approfittato, il 3 ottobre scorso, della possibilità di incontrare un poeta contemporaneo, Simone Biundo, e di  partecipare  alla presentazione del suo nuovo libro, intitolato “Così”. A introdurre e moderare l’incontro è stata Ilaria Crotti, dell’Associazione culturale FalsoDemetrio. 

La 2B e la 2D al Book Pride

Simone Biundo, nato a Genova nel 1990, oltre a essere un poeta, insegna lettere alle medie, si occupa di editing e di comunicazione in ambito letterario e artistico. E’ un poeta “vivo”,  come dice scherzando, per introdurre l’incontro, un poeta in carne ed ossa, diversamente da tutti i poeti che si studiano a scuola.  Il poeta vivo, però, di poesia non vive – aggiunge ironico – con un gioco di parole.  E’ un poeta giovane e irriverente.

Il poemetto “Così” è un testo che affronta temi che, secondo Biundo, provocano rabbia. Tra questi la maggior parte sono argomenti attuali: l’impressione del tempo che fugge e divora tutto ciò che ci sta più a cuore, l’indifferenza che proviamo verso guerre che non toccano il nostro Paese, anche se causano sofferenza e morte, lo stress con il quale affrontiamo quotidianamente la vita.

La vita – sostiene Biundo –  è priva di senso se non siamo noi stessi a conferirglielo, ecco perché  dobbiamo crearci un’idea di ciò che succede intorno a noi. Dobbiamo essere consapevoli e non farci catturare dalla “cancellazione”, non fare finta che le cose che ci disturbano o sono ingiuste non esistano. Siamo bombardati dalle immagini, da parole vuote. La poesia invece sceglie e pondera la parola.

L’incontro con Simone Biundo e Ilaria Crotti dell’Associazione culturale FalsoDemetrio

La poesia naturalmente  non vende o vende pochissimo, non ha una utilità pratica, ma – come quasi tutto quello che “non serve” è ciò che è più importante per vivere. La sua poesia non è poesia lirica, l’espressione di un sentimento interiore, ma piuttosto l’espressione di un disagio della civiltà.

Per realizzare “Così”, come per ogni opera, il poeta si è imposto delle regole: bisogna darsi dei limiti.  In questo caso l’uso di un ritmo caratterizzato da pause, versi endecasillabi, la scelta del non utilizzare aggettivi e di inserire il turpiloquio per avere un riscontro inatteso e, infine, l’adozione di tempi lunghi. All’interno del poemetto  tutti i  verbi sono stati usati al tempo presente per esprimere la contrazione del tempo: il poeta non vuole rievocare il passato e non ha alcuna idea su ciò che avverrà. Il titolo è stato scelto in base al significato della parola “così”, apparentemente una parola vuota, ma continuamente ricorrente, che può indicare qualcosa di doveroso (E’ così!), ma anche, come congiunzione conclusiva, la fine di un discorso.

Dall’Orestea ai Mannon: ritratto della violenza familiare

La prima nazionale dello spettacolo “Il lutto si addice ad Elettra”

di Alexandra Delrio, Giulia Portalupi, Bianca Stefanelli, Federica Tanca e Chiara Torazza, 3B

La prima nazionale dello spettacolo Il lutto si addice ad Elettra’ di Eugene O’Neill, con la regia di David Livermore, propone un racconto che racchiude in sé temi come il complesso di Edipo e la riflessione sull’inevitabilità del destino, rievocando le stesse emozioni che muovevano gli eroi antichi.

Non possiamo definire questo spettacolo un adattamento del mito nel senso stretto del termine: scenografia, ambientazione temporale e sottotrame sono state completamente rielaborate, al punto da trasformare la tragedia classica in una vicenda parallela, ambientata in un contesto moderno, ma carico dello stesso πάθος dell’antichità.Colpisce come il mito si rifletta in questa nuova narrazione, capace di fondere l’antico pensiero classico con le dinamiche della società moderna.

Trama Il racconto è incentrato sul tradimento di Christine Mannon nei confronti di Ezra Mannon, che muore assassinato dalla sua stessa moglie.

Lavinia, figlia di Christine ed Ezra, e la madre hanno sempre avuto un rapporto conflittuale dovuto principalmente a due ragioni: il complesso di Elettra da cui è affetta Lavinia e la repulsione che Christine prova nei confronti del marito Ezra. Lavinia è invidiosa della madre e non sopporta di vederla tradire il padre con il capitano Adam Brant, il quale finge di essere innamorato della figlia per rendere la relazione tra i due ancora più insospettabile.

Christine, innamorata di Ezra da giovane, comincia a provare ripugnanza per lui dopo il matrimonio e i gesti che il marito considerava affettuosi vengono percepiti da lei come oppressivi, in alcuni casi perfino violenti. Lei detesta Lavinia poiché la vede soltanto come frutto di una violenza. Predilige invece il fratello Orin, nato in assenza di Ezra, il quale ha un rapporto morboso con la madre, tanto da anteporre i suoi desideri alla propria felicità in molte situazioni. Orin, ignaro di quello che sta accadendo nella sua famiglia, non ascolta Lavinia, nonostante i suoi continui avvertimenti su chi fosse realmente sua madre, completamente soggiogato dalle parole manipolatorie di Christine, disposta a tutto pur di fargli credere che la sorella stia mentendo e proteggere la sua relazione segreta con Adam Brant.

Rappresentazione teatrale O’Neill illustra l’influenza di queste dinamiche familiari opprimenti sulle relazioni amorose dei due fratelli Mannon: Lavinia si rifiuta di sposare Peter, innamorato di lei da molto tempo, e Orin considera fondamentale l’opinione di sua madre su Hazel, giovane follemente innamorata di lui.

Questi due personaggi, che rappresentano il coro, sembrano essere gli unici a riconoscere il malsano rapporto tra i membri della famiglia. Infatti i figli dei Mannon, in particolar modo Lavinia, diventano sempre più come i genitori. Il regista David Livermore rappresenta scenograficamente questa trasformazione: alla morte di Christine, Lavinia indossa un vestito quasi identico a quello della madre e Orin manifesta gli stessi desideri di avventura e, in parte, di libertà del padre. In uno dei momenti di crollo di Orin, Lavinia prova a calmarlo ricordandogli la natura malvagia della madre ma il fratello sembra stare per rivelare tutto alla fidanzata Hazel: scatta tra i due un bacio, metafora che racchiude tutta la disperazione e la rabbia dei personaggi. In quel momento sembra essere presente tutta la famiglia Mannon sul palco ed è sicuramente una delle scene più intense di tutta l’opera. Ripensando all’accaduto, Orin scrive tutta la storia dei Mannon con lo scopo di pubblicarla e rendere nota la colpevolezza della sorella. Inizialmente affida la storia a Hazel Niles, ma Lavinia, rimasta sola, si appropria del fascicolo, ritrovandosi schiacciata dal peso della maledizione familiare e decidendo di rinchiudersi nella casa dei Mannon per il resto dei suoi giorni, accettando il lutto come un destino inevitabile.

La psiche dei protagonisti è stata notevolmente approfondita rispetto all’Orestea: nei personaggi creati da O’Neill è presente una complessità psicologica strutturata. E’ stato interessante trovare le corrispondenze tra i componenti della famiglia Mannon e i personaggi eschilei. Lavinia, la figlia prediletta del padre e la più grande rivale della madre, è ispirata ad Elettra, mentre Orin riprende la figura di Oreste, Ezra Mannon quella di Agamennone, Christine quella di Clitemnestra e il capitano Brant quella di Egisto.

Attori e recitazione I due ruoli principali, Christine ed Ezra Mannon, sono interpretati rispettivamente da Elisabetta Pozzi e Paolo Pierobon. Entrambi hanno recitato in maniera avvincente, coinvolgendo tutto il pubblico sia con le parole che con i gesti. La figura di Christine è forse quella che rimane più impressa, proprio perché non offre spiegazioni facili: si muove tra desiderio, colpa e solitudine senza mai risultare del tutto trasparente. La sua lotta interiore tra dolore, rabbia e desiderio di libertà la rende un personaggio complicato e indimenticabile.

Paolo Pierobon offre un’interpretazione di grande potenza drammatica quando, in punto di morte, indica Christine come sua assassina. La recitazione migliore è stata senza alcun dubbio quella di Linda Gennari, nel ruolo di Lavinia, il cuore tormentato della tragedia: a fine spettacolo ha interpretato in modo eccellente la trasformazione della protagonista nella persona che più odiava, sua madre, imitando in modo quasi perfetto i gesti e persino la risata del personaggio di Elisabetta Pozzi.

La recitazione meno autentica è stata quella di Marco Foschi nel ruolo di Orin, appena tornato dalla guerra. L’attore ha recitato il ruolo di Oreste con molta foga, ma poca espressività, spesso in modo troppo dinamico e con toni che sembravano inadeguati al contesto.

“Il lutto si addice a Elettra” presenta un’atmosfera tesa che si respira dall’inizio alla fine. Non si può non restarne coinvolti: gli attori non si limitano ad interpretare una tragedia, la vivono. I personaggi non sono mai semplici da comprendere, non si lasciano classificare come “giusti” o “sbagliati”: ognuno porta con sé un peso di cui non riesce a liberarsi e proprio questa complessità li rende realistici. Anche quando vengono urlati, il dolore, il rancore e le dinamiche familiari non trovano mai davvero sfogo: restano irrisolti, come se nessuna voce fosse abbastanza forte da liberarli davvero.

Quest’opera diventa quindi un ponte tra due mondi, quello classico e quello contemporaneo, perché certi conflitti, quelli che interessano le relazioni più intime, possono essere comuni a tutti.Il lutto, in questo caso, non è solo perdita, ma una trasformazione per chi lo affronta, che può addirittura cambiare una persona radicalmente. “Il lutto si addice ad Elettra” è uno spettacolo che fa riflettere anche dopo che il sipario è stato calato.

Samuele Cornalba racconta ”Bagai”: un incontro tra realtà e immaginazione

di Gilda Agosti, Elena Giannelli, Matias Di Giacomo, Eleonora Malatesta, Federico Pellegrini e Chiara Torazza, 2B

Grazie al progetto “Leggo e incontro l’autore”, la nostra classe ha avuto l’opportunità di incontrare dal vivo Samuele Cornalba, giovane scrittore esordiente, che ha da poco pubblicato  il suo primo libro intitolato “Bagai”.

Il titolo, che in dialetto cremonese significa “ragazzi”, assume una doppia valenza: si riferisce ad Elia, il protagonista del racconto, che si trova in una fase di passaggio cruciale, l’ultimo anno di liceo, ma rappresenta anche in modo più ampio un’intera generazione di ragazzi di provincia.

Le vicende narrate sono ambientate a Pandino, un paese di novemila abitanti in provincia di Cremona, che è anche luogo natale dell’autore. Cornalba descrive questo contesto in modo autentico e personale, restituendo un ritratto riconoscibile della quotidianità in una realtà di provincia.

Prima ancora di iniziare a scrivere il racconto e di dare forma ai personaggi, Cornalba sapeva che avrebbe voluto trattare il tema dell’indifferenza. Questo si riflette soprattutto nel protagonista, Elia,che appare apatico e distante agli occhi degli altri e che, allo stesso tempo, si percepisce estraneo al mondo che lo circonda. Elia vive in uno stato di disorientamento: pur essendo all’ultimo anno di scuola superiore, non ha ancora idea di cosa voglia fare nel futuro.Attraverso di lui, l’autore mette in scena le incertezze e le paure che affliggono la sua generazione.

Elia si sente come bloccato in un “quasi”: è come se qualcosa gli mancasse per riuscire a entrare davvero in connessione con gli altri e provare empatia. La sua difficoltà a esprimersi e ad aprirsi è anche legata al dolore per la perdita della madre, un evento che ha segnato profondamente la sua crescita.

Il rapporto con il padre è complesso: lui e il figlio fanno fatica a condividere il profondo dolore che provano  e questo contribuisce ad alimentare quel senso di vuoto che Elia si porta dentro. Dopo la morte della madre, infatti, si trasferisce per un periodo a casa della zia, segno del legame fragile con il genitore rimasto.

Accanto a Elia ci sono altri personaggi significativi, come Camilla, una ragazza vivace ed espansiva, che affronta la vita con più entusiasmo e fiducia. Il suo incontro con Elia rappresenta un punto di svolta: attraverso di lei, lui inizia a mettere in discussione il proprio atteggiamento e ad aprirsi, anche se con fatica, a un cambiamento. Camilla incarna una possibilità diversa di vivere l’adolescenza, più propositiva e meno chiusa in se stessa, e il suo impatto su Elia è fondamentale per il percorso del protagonista.

Durante l’incontro, Samuele Cornalba si è mostrato molto disponibile e aperto al dialogo, rispondendo con sincerità e attenzione alle nostre domande. È stato interessante potersi  confrontare con un autore così giovane, con cui abbiamo sentito un immediata vicinanza, sia per età che per tematiche affrontate nel libro.

Questo incontro ci ha permesso di avvicinarci alla lettura contemporanea in modo più diretto e coinvolgente e per alcuni di noi è stato anche un’occasione per riflettere sul proprio futuro e sul valore della scrittura come forma di espressione personale.

 

Il Labirinto di Creta e i miti del Mediterraneo

“Il racconto del Labirinto” di Giorgio Ieranò 

Di Chiara Bottino e Alice Moretti 3B

Un intreccio inestricabile di miti, un intero mondo di eroi e di divinità che ruotano intorno al mistero del Labirinto viene esplorato dal professor Giorgio Ieranò nel suo ultimo libro.

Venerdì 21 Marzo lo scrittore è venuto al Liceo Classico D’oria a commentare “Il racconto del labirinto” e ha risposto ai quesiti posti dagli studenti che ne hanno affrontato la lettura.

Giorgio Ieranò attualmente insegna letteratura greca all’Università di Trento dove ha fondato e dirige Dionysos, un laboratorio di ricerca sul teatro antico. Ha lavorato a molte traduzioni e adattamenti teatrali di classici e ha collaborato per anni con il Teatro della Tosse di Genova. È membro del consiglio artistico del Teatro pubblico ligure per il quale ha scritto anche il testo teatrale “Il grande racconto del labirinto”, spettacolo da cui nasce l’idea per il libro. In passato ha lavorato per diversi periodici e quotidiani nazionali.

Durante l’incontro parla poco della sua vita, ma grazie a un paio di domande capiamo molto. Quando chiediamo come è nato il suo interesse per il mito, ci racconta che i miti che il fratello, studente al liceo classico, ripassava ad alta voce avevano sostituito le favole che solitamente vengono raccontate ai bambini, per cui, fin da piccolo, sapeva molte più cose di Ulisse che di Cappuccetto Rosso.

La sue esperienza di ragazzino, ci confida, non è stata sempre semplice: era minuto e timido, in alcune occasioni anche bullizzato e deriso dai compagni più corpulenti e apparentemente sicuri di sé. I miti in quei momenti lo hanno divertito, aiutato ad evadere, ma anche a sperare ad una forma di riscatto: un giorno, se non con la forza, certamente con l’intelligenza e l’astuzia, come Ulisse avrebbe potuto sconfiggere gli arroganti, grandi e grossi come Polifemo.

Il professore continua spiegandoci di aver voluto intraprendere questo viaggio nel mito del Labirinto perché per lui ha avuto un effetto ipnotico e travolgente; su di lui ha esercitato un grande fascino la figura di Teseo: sconsiderato, impulsivo e folle, l’eroe si dimostra coraggioso nell’affrontare il Minotauro, ”smemorato” nel non mantenere la promessa fatta al padre Egeo di cambiare le vele in caso di vittoria, sbadato ( o traditore?) nel ” dimenticare” Arianna a Nasso, volubile nell’innamorarsi della sorella di quest’ultima, Fedra, e persino di divinità come Persefone.

“Il viaggio del Labirinto è stato talvolta interpretato anche come una discesa nei misteri della propria mente, una catabasi nell’oscurità dell’inconscio”. In una visione metaforica del mito si può considerare il Labirinto come uno specchio dell’anima e Teseo come l’eroe che accetta il rischio di addentrarsi nei meandri del proprio inconscio per uccidere i mostri creati dalle sue profondità .

Un filo invisibile che parte dall’isola di Creta collega tutte le vicende dei diversi protagonisti che, a modo loro, hanno vissuto un’avventura e possono narrarne solo un frammento che però fa parte di un disegno più grande componendo un puzzle di storie che ci porta in una realtà antica e leggendaria come quella del Mediterraneo, palcoscenico nel quale si fondono mito e storia. In questo contesto, Creta, con la sua posizione strategica emerge come un luogo che ospiterà la nascita di Zeus, il mito di Europa, in cui l’unione di Zeus ed Europa darà vita a Minosse e infine all’intricato mito del Labirinto.

Come l’evoluzione “ci ha reso esseri con una morale”: il Darwin Day 2025 al Liceo D’Oria

di Benedetta Lorenzon e Ginevra Venturi, 4D

Il 12 Febbraio 2025 presso il Liceo Classico Andrea D’Oria si è tenuta una conferenza in occasione del Darwin Day. Ma che cos’è il Darwin Day? Si tratta di un giorno dedicato al ricordo dello scienziato Charles Darwin, nato proprio il 12 febbraio del 1809, e delle sue incredibili scoperte in merito all’evoluzione della specie che ancora oggi forniscono importanti spunti di riflessione per comprendere l’andamento della società contemporanea. Ad introdurre il convegno, tenutosi nell’aula magna del liceo, la professoressa Martina Savio, che ha anche presentato i due relatori: Domenico Saguato, presidente dell’associazione Genova Solidale, e Bruno Sterlini, ricercatore UniGe e IIT (Istituto Italiano di Tecnologia).

A prendere per primo la parola è stato Domenico Saguato, che ha trattato l’evoluzione dell’intelligenza umana dalle origini fino ad oggi, il progressivo intervento dell’uomo sulla natura e la nascita del pensiero simbolico e del linguaggio

Ha descritto lo sviluppo dell’essere umano andando indietro nella storia di 3 milioni di anni, quando i primi ominidi cominciarono a scendere dagli alberi, per poi affrontare i successivi passi salienti della loro evoluzione: l’uomo iniziò a “scheggiare” pietre (“e non ha più smesso!”, afferma scherzosamente Saguato), da preda divenne predatore e modificò la propria organizzazione sociale in forme sempre più organizzate e complesse fino alla nascita della prima etica umana. Ad aver portato a ciò è stato sicuramente l’aumento di volume del cervello, al quale si è giunti, tra le altre cose, grazie a un radicale calo delle temperature, che ha ridotto la resa fruttifera degli alberi. A causa di ciò, da prede siamo diventati predatori: nella nostra dieta la carne si è accostata al consumo di frutti. Assumendo un maggior numero di calorie, dunque, il cervello ha potuto svilupparsi più rapidamente (dobbiamo tenere conto infatti che il 25% del fabbisogno calorico giornaliero viene bruciato dal cervello).  

Un cervello così grande però comporta alcune complicazioni: come si può facilmente intuire, infatti, è difficile per una donna partorire una progenie con un cranio di tali dimensioni. Iniziano dunque ad avvenire nascite anticipate: l’uomo è l’unica specie animale a nascere senza essere autosufficiente. Per essere accuditi, i neonati necessitano di numerose cure e, dunque, si va creando un gruppo numeroso che coadiuva la madre, all’interno del quale le relazioni tra gli uomini si fanno sempre più complesse. All’evolversi delle relazioni umane si affianca l’evolversi del cervello, e all’evolversi del cervello si affianca l’evolversi delle relazioni umane, secondo un rapporto dialettico. In questo contesto nasce l’etica. Se tra gli altri mammiferi esiste solo l’etica della madre che accudisce il figlio (grazie all’ossitocina, l’ormone mammifero dell’amore), per quanto riguarda gli uomini questo amore viene rivolto non solo al figlio, ma a tutta la tribù. La “morale dell’equità” (come lo psicologo Michael Tomasello definisce questo nuovo approccio degli uomini nei confronti dei loro simili) è il prodotto di un processo di una selezione di gruppo. Tra i vari clan esistenti, progredisce quello in cui i sentimenti di unità e coesione sono più radicati: se uniti, infatti, gli uomini riescono a procurarsi più facilmente le risorse necessarie alla propria sopravvivenza. 

Vivendo in società più complesse, i nostri antenati avevano bisogno di un mezzo di comunicazione all’avanguardia: non erano sufficienti i suoni inarticolati di cui gli animali si servono per esternare le proprie sensazioni, serviva un linguaggio in grado di esprimere i processi, un linguaggio simbolico che permettesse di fare astrazioni, elaborare concetti e immaginare mondi diversi dal nostro (importante citare a questo proposito il saggio “Etica e concezione materialistica della storia” di Karl Kautsky). 

Finito il suo intervento, Saguato lascia spazio a Sterlini, che racconta lo studio che il centro di ricerca di cui fa parte sta conducendo. L’obiettivo è coltivare in vitro parti di cervello che permettano di trovare nuove cure e, in generale, capire come funziona il nostro organo più complesso. Questo studio ha una grandissima portata innovativa, data la naturale difficoltà riscontrata nello studio del cervello (si può infatti studiare solo in modo indiretto, metodi come le biopsie non sono praticabili).

Per molti anni allo scopo di trovare cure per malattie neurologiche sono stati utilizzati come cavie i topi, in quanto possiedono molti meccanismi simili a quelli del cervello umano. Tuttavia, il limite di tale ricerca è palese.

Si iniziò dunque a capire la potenzialità che le cellule staminali (presenti fin da subito nell’embrione, in quanto permettono di creare qualsiasi parte dell’organismo) avevano per il successo di questi studi: in laboratorio queste possono essere utilizzate per creare parti di cervello. Inizialmente venivano estratte, nell’ambito dell’inseminazione artificiale, dagli embrioni: alcuni venivano impiantati, altri utilizzati per la ricerca. Questo metodo, tuttavia, possedeva limiti di natura etica. Viene dunque elaborata un’alternativa: cellule differenziate, quasi esclusivamente quelle epiteliali, iniziano a essere usate per creare cellule staminali, da cui si potranno successivamente creare parti di cervello (chiamate organoidi) utili alla ricerca.

Lo studio di Sterlini in particolare usufruisce di questi organoidi per cercare di riprodurre l’ippocampo, la parte del cervello più danneggiata dagli effetti dell’alzheimer, nella speranza, attraverso il confronto con un cervello sano, di scoprire di più in merito a questa patologia. 

Alla fine della conferenza, nei presenti è maturata una maggiore consapevolezza sul processo evolutivo a cui l’uomo è stato soggetto, attraverso il ragionamento critico su questi temi.  Impossibile dunque non interrogarsi riguardo a tutti i problemi che l’uomo contemporaneo sta vivendo, dalle guerre al cambiamento climatico. Torna a questo proposito alla mente la domanda che Domenico Saguato ha posto ai presenti a fine discorso, ossia: perché, nonostante il processo evolutivo abbia portato l’uomo a vivere pacificamente in comunità, oggi si consumano tragedie quali le guerre? Dove è finita la capacità di cooperare che ci ha portati a sviluppare la nostra intelligenza?” Come Saguato ha invitato il pubblico a riflettere sulla questione, noi invitiamo voi lettori a fare lo stesso.

Ed è così che al Liceo D’Oria è stata celebrata la nascita del grande biologo e naturalista Charles Darwin (qui l’intervista a Bruno Sterlini del TG dei Ragazzi di TGCOM24).

Un viaggio attraverso la memoria. “Le tappe dell’ignominia”scandite dalle voci della Shoah.

Di Anna Cugurra, Rebecca Dufour, Emanuela Gasperini, Chiara Guatelli, Lisa Poverelli, Francesco Repetto

Per celebrare il Giorno della Memoria il Cinema Sivori, lunedì 3 febbraio, ha presentato uno spettacolo di straordinario valore storico, ma soprattutto umano: “Tu passerai per il Camino – Le tappe dell’ignominia”, che invita ognuno di noi ad una riflessione profonda e commovente, servendosi di immagini d’epoca, letture e della toccante narrazione di Rino Mario Giannini e Raffaella Burlando.

Il progetto nasce da uno studio basato su numerose testimonianze di sopravvissuti ai lager e si pone l’obiettivo di restituire memoria e sensibilizzare il pubblico sulle atrocità della Shoah.
Gli autori dello spettacolo, Claudio Cadario e Lidia Eseleva, hanno constatato l’impossibilità di riprodurre il lager sulla scena e hanno motivato la loro decisione di inserire le testimonianze all’interno della rappresentazione, senza identificare direttamente le persone, puntando su un teatro di parola.

Questa scelta è stata compiuta riflettendo sulle parole pronunciate da Goti Bauer, che sostiene che ogni ricordo relativo alla deportazione è solo un microscopico tassello in quel mosaico infinito di sofferenze umane che è stata la Shoah. La loro idea è stata quella di presentare una storia attraverso la lettura di diversi racconti, servendosi del teatro di narrazione per mettere al centro e rendere pregnante ogni parola.

Lo spettacolo include letture tratte da Primo Levi, Liliana Millu, Elie Wiesel e testimonianze di deportati liguri, per concludersi con una celebre sequenza de “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin.
A chiudere la serata vi è stato un momento di cabaret del repertorio ebraico, segno di come l’ironia possa diventare uno strumento di resistenza e memoria.

La rappresentazione è stata accompagnata da musica Yiddish/Klezmer eseguita dal vivo, alternando brani strumentali e cantati, che richiamano la sofferenza e la vita degli ebrei nei campi di concentramento, offrendo un ulteriore spunto di riflessione sulla tragedia della Shoah.

Dal 2007, “Tu passerai per il camino – Le tappe dell’ignominia” viene riproposto annualmente in diverse sedi, rivolgendo la sua forza educativa a studenti e docenti.

Lo spettacolo rende tangibile la realtà della Shoah attraverso le testimonianze dirette dei sopravvissuti, ed è proprio questa discriminante a donare potenza alla narrazione e, grazie all’ausilio delle immagini, a rivolgersi direttamente al cuore di ognuno di noi.

La rappresentazione ci ha fortemente colpiti anche a causa di alcune immagini per noi inedite e molto crude  ed è stata un’occasione preziosa per coltivare la memoria, ricordandoci l’indicibile orrore della Shoah e sfidando chi ancora oggi minimizza o nega la tragedia. Ci ha indotti a riflettere non solo su quanto accaduto, ma sulle atrocità che l’uomo è in grado di compiere se non si impegna attivamente contro l’odio e l’indifferenza.