Dal podio al parcheggio: la storia della FIAT tra gloria e sopravvivenza

di Edoardo Messina, 2D

Cosa è rimasto della Torino che insegnava al mondo come si costruiscono le icone? Entrare nel Centro Storico FIAT oggi non è solo un omaggio alla meccanica, ma un bagno di realtà che mette a nudo una verità scomoda: la distanza abissale tra un passato di dominio globale e un presente fatto di pragmatismo e utilitarie.

Quando l’Italia dettava le regole

Le sale di Via Chiabrera sono lo specchio di un’epoca in cui il marchio non si limitava a produrre automobili, ma definiva lo standard tecnologico mondiale. Non si parla solo di numeri, ma di una rilevanza storica che vedeva Torino al centro di ogni innovazione: dai motori che solcavano i cieli alle carrozzerie che vincevano i concorsi d’eleganza. In quegli anni, la FIAT era il simbolo di una nazione che non aveva paura di competere con i giganti stranieri, superandoli spesso in audacia e stile.

Il divario: il mito della Delta e la realtà della Panda

Il punto di rottura appare chiaro quando si confrontano i simboli della gloria passata con il listino attuale. Basta

 soffermarsi sulla Lancia Delta., forte dei suoi sei titoli mondiali rally consecutivi conquistati tra il 1987 e il 1992, per ricordare un periodo in cui l’ingegneria italiana era sinonimo di invincibilità e desiderio. Era il tempo in cui si osava, si rischiava, si vinceva.

Oggi, quella spinta sembra essersi esaurita, almeno nel segmento di massa, nella rassicurante, ma modesta, sagoma di una Fiat Panda. Certo, il gruppo Stellantis mantiene marchi di prestigio come Alfa Romeo e Maserati; ma sono eccezioni che confermano la regola, non la smentiscono.

Si è passati dall’auto che faceva sognare le generazioni, all’auto che serve semplicemente a spostarsi nel traffico. Se da un lato la Panda è un successo di vendite, dall’altro rappresenta l’accettazione di un ruolo secondario: non più leader dell’innovazione, ma specialista della sopravvivenza urbana. Viene da chiedersi se non si tratti di una decadenza: il design si è fatto funzione, l’emozione si è trasformata in abitudine. O è semplicemente cambiato il mondo e con esso le ambizioni?

Un archivio che interroga il futuro

Uscendo dal museo, il contrasto tra i prototipi futuristici del passato e le auto standardizzate di oggi lascia un retrogusto amaro. La domanda che resta sospesa tra i corridoi è brutale: l’industria italiana ha smesso di puntare all’eccellenza o si è semplicemente arresa alle logiche del risparmio?

Il Centro Storico non è solo un cimitero di metallo lucido, ma un monito. Ci ricorda che per essere rilevanti non basta vendere migliaia di pezzi; bisogna tornare a produrre qualcosa che, una volta spento il motore, lasci ancora il segno nel cuore di chi guarda.

Un nuovo capitolo nell’eterna storia dell’Uomo e della Luna

di Chiara Bottino, Giovanni Porceddu, Francesco Repetto, Emma Riciputi, 4B

 

C’è una tensione primitiva che lega l’uomo alla Luna. Fin dalle prime comunità di uomini, il nostro satellite non è stato solo una luce nel buio, ma l’orologio cosmico che scandiva il tempo, le maree e i cicli della vita. L’11 aprile 2026, con il rientro della navicella Orion, siamo tornati a guardare il cielo con la meraviglia e la curiosità che provavano i nostri antenati. Come riportato da Elena Dusi (Artemis, il ritorno dalla Luna – Repubblica), i quattro astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen hanno superato indenni un rientro a 2.700 gradi, dopo dieci giorni di viaggio e un’orbita intorno alla Luna, spingendosi dove mai nessun essere umano era mai arrivato e aggiungendo un altro tassello nella ricerca primordiale di ciò che siamo e di ciò che ci circonda.

Anticamente, questa tensione si placava nella religione: i Greci la chiamavano Selene, una divinità d’argento che attraversava il cielo su un carro. La Luna era il confine tra l’umano e il divino. Per secoli poeti l’hanno celebrata e citata nei loro scritti:

«È tramontata la luna / insieme alle Pleiadi

la notte è al suo mezzo  il tempo passa / io dormo sola.»   Saffo

Si aprì un nuovo capitolo nel rapporto con il nostro satellite quando Galileo Galilei, puntando verso il cielo il proprio cannocchiale, descrisse un pianeta “scabro e diseguale”, fatto non di etere, ma di valli e montagne. Improvvisamente quel mondo lontano divenne molto più vicino a noi.

La Luna divenne poi uno specchio delle passioni umane, quando il Romanticismo cercava in essa  una risposta al dolore dell’esistenza. Caspar David Friedrich la dipinse come l’unica testimone della solitudine, come una lucUn uomo e una donna davanti alla luna - Wikipediae malinconica che eternizza l’eredità umana. In Italia, Giacomo Leopardi diede voce a questa stessa tensione: la sua Luna è distante, una confidente a cui rivolgere domande che non hanno risposta, che evoca nel poeta il ricordo del passato e della giovinezza.

Il primo a portarci sulla Luna fu, nel 1902, Georges Méliès. Il regista realizzò Le Voyage dans la lune, il primo film di fantascienza della storia, basato sui racconti di Jules Verne. Méliès immaginò una capsula sparata da un cannone

che si conficca nell’occhio di una Luna antropomorfa, ancora una volta personificata. Le voyage dans la lune - PressInBag - Testata GiornalisticaQuel fotogramma è diventato il simbolo dell’avanguardia umana. Il regista francese ci avvertiva che lo stesso progresso che lo aiutò a realizzare il film a breve ci avrebbe portato a conoscere da vicino la nostra “sorella” del cielo, come la chiamava San Francesco.

Nel XX secolo, la Luna divenne l’arena della Guerra Fredda. La tensione si trasformò in competizione geopolitica tra USA e URSS. Quello che innumerevoli artisti avevano sognato e rappresentato divenne realtà il 20 luglio 1969. Neil Armstrong descrisse la “magnifica desolazione” del suolo lunare e noi ci conoscemmo un po’ meglio.

Oggi, la missione Artemis II non è più solo una corsa per la bandiera, ma il risultato di uno studio profondo. I dati della cronaca del 2026 sono chiari, tra i traguardi principali spicca il record di distanza dalla Terra per un essere umano, con il raggiungimento di oltre 406.711 km durante il sorvolo del lato nascosto della Luna. Il successo della navicella Orion ha confermato l’efficacia dello scudo termico nel proteggere l’equipaggio durante un rientro atmosferico a 2.700 gradi e a una velocità di 38.000 km/h, validando inoltre l’integrazione con il modulo di servizio europeo dell’ESA e garantendo la sicurezza dei sistemi di supporto vitale per le future missioni di allunaggio previste dal 2028.

Nel frattempo, per la seconda metà del 2026, la Cina ha previsto un allunaggio per testare robot che, muovendosi con passi e salti, possano esplorare i crateri permanentemente in ombra del pianeta. Il direttore della NASA Jared Isaacman sostiene che “Siamo di nuovo nel business della Luna”, mentre Trump avverte che il prossimo passo sarà Marte.

La triste verità è che la civiltà umana, oggi come sempre nella propria storia, progredisce solo per guerre e per ottenere soldi e potere. La riuscita della missione Artemis II riguarda tutta l’umanità, presente e passata: dalla notte dei tempi guardiamo al cielo sopra di noi con curiosità mista a terrore, colti dall’insondabile fascino dei suoi astri. Purtroppo però non siamo e probabilmente mai saremo in grado di apprezzare questi traguardi, troppo intenti a contare e goderci i proventi dei nostri successi, o a invidiare e tentare di superare quelli degli altri.

 

Siamo tutti contro natura? Perché la cultura è la nostra vera biologia

Quando la storia incontra la scienza

di Jacopo Di Muzio e Tommaso Fioroni, 3d

Il 27 marzo si è tenuta a Palazzo Ducale la seconda giornata diLa Storia in Piazza”, con una mattinata tutta dedicata agli studenti. Durante questo evento è stata esplorata la storia attraverso la filosofia, le scienze e l’antropologia. L’obiettivo degli organizzatori era stimolare i giovani, mettendo in discussione le certezze che diamo per scontate. 

Naturale non significa giusto

L’argomento principale che è stato affrontato è lo smontaggio dei luoghi comuni. Per Telmo Pievani, il relatore della conferenza, troppo spesso utilizziamo la parola naturale per giustificare visioni politiche o morali, come la famiglia naturale o disastro naturale. Ha citato la fallacia naturalistica, concetto elaborato dal filosofo G.E. Moore nel 1903, ovvero l’errore di passare dalla descrizione di come il mondo è a come dovrebbe essere. La natura non è perfetta: è intrisa di infanticidi, violenza e discriminazione e perciò non sempre ciò che è naturale è giusto nel senso in cui lo intendiamo. Il termine normale infatti vuol dire che qualcosa in quanto naturale è la norma, e chi è diverso da quello standard è contro natura.

Cosa succede nel cervello quando incontriamo l’altro

La natura umana tuttavia, ricorda Pievani, non è una natura deterministica. Spesso si sente dire che abbiamo la guerra nel DNA, che siamo portati naturalmente a farla, ma nulla potrebbe essere più falso. La natura, infatti, non ci impone comportamenti fissi, come esseri umani, non abbiamo istinti animali. A supporto di questa tesi è stato presentato un esperimento neuroscientifico in cui a una persona viene mostrato un individuo di un fenotipo diverso. La percezione di un volto sconosciuto fa scattare subito l’amigdala, la zona del nostro cervello associata alla minaccia, alla paura. Subito dopo invece scattano le aree prefrontali, che analizzano la situazione e ci aiutano a capire che non c’è nessun pericolo. Si è evidenziata dunque una sorta di conflitto tra due aree del nostro cervello e quale delle due prevalga dipende solo dalla cultura e da come siamo stati educati. Lo dimostra il fatto che mostrando un personaggio famoso seppure di un fenotipo diverso, l’amigdala non scatta, perché riconosciamo già quella persona.

Nativi climatici e nativi IA: la doppia sfida della nostra generazione

In conclusione Pievani ha riflettuto sull’impatto dell’uomo sulla natura e come noi studenti siamo nativi climatici, eredi di un mondo ecologicamente più fragile e nativi IA.  L’Intelligenza Artificiale infatti è una delle tecnologie più recenti che sta trasformando il nostro modo di vivere. Il professor Pievani lancia un invito ad usare con responsabilità questa nuova tecnologia poiché in solo tre anni l’IA ha consumato l’1,5% di tutta l’energia terrestre. L’IA non va utilizzata per scopi inutili perché su di noi, in quanto nativi climatici, ricadranno le conseguenze. Il messaggio finale per noi studenti è un monito: l’IA manca di buon senso e spirito critico, qualità umane fondamentali per evitare decisioni disastrose, come dimostrato dal caso di Stanislav Petrov, il militare sovietico che nel 1983 scelse di non rispondere a un allarme missilistico rivelatosi poi falso, evitando così un attacco nucleare.  

In un breve arco di tempo il professor Telmo Pievani ha ridisegnato i confini tra ciò che siamo e ciò che scegliamo di essere. La natura ci vincola meno di quanto pensiamo; la cultura, invece, ci responsabilizza molto di più. In un’epoca di crisi climatica e intelligenza artificiale, questa responsabilità ricade esattamente su di noi.

NOI MARE. Un’identità millenaria

Intervista alla storica e archivista Giustina Olgiati sull’influenza del mare a Genova 

di Lucilla Lisciotto, 1B

L’indissolubilità del legame tra Genova e il mare permane nei secoli, riflettendosi nell’economia, nella cultura, nel commercio e nella società e si esprime in una storia costellata di maestà e dolore. L’ Archivio di Stato di Genova ne è eterno custode, ne porta al suo interno i secoli gloriosi, anche i suoi lati inediti, celati sotto il velo del tempo, che la dottoressa Giustina Olgiati ci racconta con passione e trasporto.

A Genova è sempre stato presente un porto naturale, senza il quale non sarebbe potuta esistere poiché rappresentava l’unico orizzonte di sviluppo per i Genovesi, un “mezzo di comunicazione liquido”, che consentì loro anche di entrare in contatto con altre popolazioni e culture. 

Reliquario del braccio di Sant’Anna.
Cristo Moro di Santa Maria di Castello

Il mare per i Genovesi rappresentava un elemento familiare che nei secoli “le ha dato e portato via qualcosa”. Il mare “evocava immagini di Santità”, poiché portò a Genova diverse reliquie, come il braccio di Sant’Anna e il Cristo di Santa Maria di Castello, contribuendo all’incremento della devozione religiosa. Purtroppo però attraverso il mare giunsero nei secoli i pirati, che con le loro scorrerie portarono via da Genova molte ricchezze e dignità.

L’influenza del mare sull’economia genovese

Dal punto di vista economico il mare, motore dell’economia genovese, data la scarsa produzione agricola, rappresentava l’unico mezzo di sostentamento. Questo portò i Genovesi ad affinare le abilità di mercanti e a sviluppare le competenze in materia di navigazione, dal momento che non erano ancora stati inventati i mezzi a vapore costituiva la principale via di comunicazione. Il porto di Genova  attualmente è gestito dalla Camera di Commercio, ma il suo funzionamento dipende anche dai movimenti interni dei sindacati , e ancora oggi assolve un ruolo cruciale nell’economia della città poiché deve garantirne la prosperità commerciale.

La mancanza di sicurezza nel lavoro al porto in epoca medievale

Il porto tuttavia in passato fu anche teatro di tragedie, poiché non era garantita la sicurezza delle persone che vi lavoravano, nonostante i consoli delle Corporazioni di Arti e Mestieri tentassero di limitare le sciagure. Questo è attestato dalla scarsa presenza di documenti che ne certificano l’avvenimento e dal fatto che a partire dal 1340 i “camalli”, i facchini storici del porto, godessero di una corsia riservata costituita da sette letti presso l’ospedale di Santa Maria Maddalena. Inoltre all’epoca non erano garantiti rimborsi alla famiglia della vittima, sebbene esistessero fondi per offrire sostegno alle vedove. 

A Genova in età medievale erano presenti anche altri lavori che comportavano rischi considerevoli per la vita delle persone.

Il rischio del lavoro dei marinai; le vite inghiottite dal mare

Il fatto che la prosperità economica di Genova fosse strettamente legata al mare portò molti uomini a praticare il mestiere di marinai o di mercanti, mettendo a rischio le loro vite, data l’imprevedibilità del mare. Infatti, nonostante le diverse precauzioni, come navigare soltanto in determinati periodi dell’anno per evitare venti contrari, o costruire navi la cui struttura fosse volta a prevenirne l’affondamento, spesso si verificavano dei naufragi. Inoltre, bisogna pensare che in molti casi le scialuppe di salvataggio non erano sufficienti a  salvare tutti coloro che si trovavano a bordo della nave , e molte volte ci si accorgeva di un naufragio vedendo pezzi della nave o anche cadaveri portati in braccio dalle onde, quando ormai era troppo tardi per poter prestare soccorso. Fu così che il mare avvolse tra le sue onde molte vite che la città sacrificò al suo splendore.

Le assenze dei marinai e le conseguenti modificazioni sociali e legali legate all’emancipazione femminile

La lunga assenza dei marinai provocò anche dei cambiamenti dal punto di vista sociale, poiché permise ai Genovesi, consapevoli del fatto che il ritorno di coloro che si imbarcavano non era assicurato, di organizzarsi dal punto di vista legale, ideando un sistema di leggi che permetteva alle mogli di coloro che erano partiti di disporre dei beni finanziari e materiali in caso di difficoltà economiche e provvedere a riguardo per il benessere della famiglia, ma l’indipendenza che assicuravano alle mogli dipendeva molto spesso dal tipo di rapporto che avevano instaurato. Questo perché all’epoca i matrimoni molto spesso non avvenivano per volontà degli interessati, ma erano il frutto delle macchinazioni ordite dalle rispettive famiglie allo scopo di assicurarsi prestigio, influenza politica e vantaggi economici. Inoltre la donna doveva sottostare all’autorità del marito, dopo essere stata sottomessa per tutta la vita a quella del padre o di un’altra figura maschile. Egli poteva disporne liberamente e lei non aveva potere sul suo destino, e veniva semplicemente costretta ad essere una semplice spettatrice dello spettacolo della sua vita. A testimonianza di ciò, la dottoressa Olgiati ci illustra dei documenti presenti all’interno dell’Archivio che custodiscono la storia del matrimonio del XVII secolo, avvenuto tra una Spinola e un D’Oria, durante il quale lei subì continuamente la sua ira, che spesso si manifestava con atti di violenza, e si concluse con un divorzio. Dal documento che lo testimonia ci giunge il respiro dell’oppressione che le donne dovettero subire in tali condizioni, portando alla luce storie intrise di dolore che ci implorano di essere raccontate. 

Tuttavia, a volte tra gli sposi si sviluppava un rapporto basato sul rispetto e sulla stima reciproca, che spesso poteva evolversi in amore, e in questi casi l’uomo poteva assicurare alla moglie una maggiore indipendenza economica poiché nutriva una maggiore fiducia nei suoi confronti, consegnandole lo scettro per governare sulla sua vita.

L'Archivio di Stato di Genova: un tesoro millenario minacciato dal declassamento - Polis SA Magazine
L’Archivio di Stato di Genova

Ad esempio è questo il caso di Buscarello Ghisolfi, considerato “la versione genovese di Marco Polo”, il quale viaggiava spesso per mare, nelle cui mani affidò la sua vita, sapendo che probabilmente l’avrebbe scagliata negli abissi oscuri o trasportato verso terre lontane. Egli concesse a sua moglie in sua assenza la piena custodia e la massima libertà di gestione dei beni finanziari e il documento che attesta la sua volontà in merito è attualmente custodito all’interno dell’Archivio di Stato di Genova.

Genova e gli scambi culturali e commerciali: apertura mentale e ricchezza culturale

Qui la dottoressa Olgiati ci racconta un’altra storia affascinante legata a Buscarello Ghisolfi, e i documenti che si riferiscono a essa ci permettono anche di comprendere come i Genovesi in età medievale fossero dotati di una particolare apertura mentale nei confronti di altre culture e religioni, abituati a viaggiare e ad interfacciarsi con persone appartenenti a civiltà aventi usi e costumi differenti dalle loro, con cui intrattenne estremamente moderna, poiché non rifiutano ciò che è diverso, ma lo accolgono. Dalle testimonianze di Jacopo D’Oria, ultimo annalista genovese, emerge il fatto che i Genovesi fossero abituati al contatto con gli stranieri, poiché quando l’ambasceria dei Tartari, guidata da Buscarello Ghisolfi, sostò a Genova, che all’epoca costituiva il punto d’incontro tra diversi fronti culturali,  prima di essere condotta dal Pontefice, dal re di Francia e dal re d’Inghilterra, lo storico nelle sue testimonianze non si soffermò sulla sua descrizione.

I Genovesi si sospinsero fino al Mar Nero, al Mar Egeo, navigarono per tutto il Mediterraneo, sospingendosi al confine del mondo conosciuto, e nella città si intrecciano in un mosaico complesso e variopinto elementi importati da altre nazioni con cui Genova intratteneva rapporti diplomatici e commerciali. Genova alla fine è come il mare, in essa sfociano  la gloria e lo splendore delle altre culture, che ne arricchiscono la corona di spuma.

L’influenza proveniente da altre culture si legge soprattutto nella lingua, poiché i Genovesi appresero durante i viaggi le lingue delle loro destinazioni, come la Turchia o l’Arabia, dal cui linguaggio derivarono alcuni vocaboli del dialetto parlato in Liguria. Anche i Genovesi esportarono in tutto il Mediterraneo termini relativi alla navigazione. A Genova furono particolarmente importanti le influenze dei paesi esteri dal punto di vista del costume e dell’artigianato. Si utilizzavano infatti anche stoffe provenienti dall’oriente, e i gusti dei cittadini in fatto di vasellame avevano subito l’influsso della Spagna islamica. Genova nel corso dei secoli intrattenne spesso rapporti pacifici con le altre civiltà, come fece anche a partire dalla Seconda Crociata, instaurando rapporti commerciali con i Turchi. 

Genova, il monopolio commerciale sul Mediterraneo e le colonie commerciali

I Genovesi fondarono diversi insediamenti nel corso dei secoli allo scopo di instaurare un monopolio commerciale sul Mediterraneo, i quali erano controllati dalla città attraverso varie forme di governo. Mentre in Corsica, data l’ostilità dei suoi abitanti, fu addirittura attuato un governo di tipo militare, nel Mar Nero, i Genovesi mantenevano un controllo diretto sul Sud della Crimea, dove intorno al 1300 sorse una colonia fortificata che in seguito assunse grande prestigio: Caffa. Alcune colonie dell’Egeo furono governate dalla dinastia dei Gattilusio, a cui erano state donate dall’imperatore bizantino, l’isola di Chio fu posta sotto il controllo di un Comitato di Investitori a cui veniva inviato un podestà proveniente direttamente da Genova.

Le colonie furono mezzi di importanti scambi culturali, che arricchirono enormemente l’identità di Genova, il che fu possibile anche grazie ai fenomeni di migrazione veicolati dallo Stato. Ad esempio se un mercante voleva andare ad abitare a Caffa, per pagare tasse inferiori, avrebbe dovuto sposare una donna indigena, il che favorì anche l’integrazione culturale tra Genova e gli abitanti delle colonie. Per Genova era vantaggioso avere mercanti originari della città all’interno delle colonie del Mar Nero per mantenere un’influenza della cultura latina a oriente e pertanto incoraggiavano l’emigrazione attraverso la prospettiva di tasse meno care. Viceversa, giunsero a Genova molti uomini provenienti da altre colonie, che spesso erano stati acquistati dai Genovesi come schiavi, che all’epoca rappresentavano simboli di ricchezza e potere, che però potevano acquisire la cittadinanza genovese e sposare persone originarie di Genova, e in tal modo entrare in possesso della piena libertà. Abbiamo testimonianza per esempio di un giovane schiavo cinese che sposò una ragazza genovese di 23 anni, e fu adottato dalla città come suo cittadino. Tutto ciò conferì alla società genovese un carattere multietnico.

Il mare come mezzo di diffusione della peste nera
Genova, peste, sotterranei e leggende - Genova Cultura
Domenico Fiasella, La peste di Genova. Pinacoteca della Fondazione Franzoni

Il mare tuttavia non fu sempre un mezzo attraverso cui Genova ottenne prosperità economica e ricchezza dal punto di vista culturale, infatti cavalcando le onde giunse nel 1348 la sciagura della peste nera, probabilmente attraverso gli scambi commerciali, che squarciò la quiete della città funestando le vite dei suoi abitanti, scatenando sentimenti di paura e atroce dolore che inflissero ferite cocenti alla città, il cui grido sofferente echeggia nei secoli di storia. Di questo periodo oscuro, della paura dei Genovesi a riguardo, abbiamo conservati all’interno dell’Archivio i testamenti risalenti all’epoca, che erano stati dettati da persone sotto l’effetto della paura della peste, che come un angelo dalle ali nere ogni giorno strappava e sfigurava vite umane, il che è testimoniato dalla presenza all’interno dei documenti della frase “metu pestis”, ossia “per paura della peste”. La città reagì istituendo un lazzaretto, dove i malati di peste venivano isolati, e istituì delle leggi che specificavano l’obbligo dei cittadini di denunciare un malato di peste affinché non diffondesse la malattia.

Genova al vertice dello splendore economico e culturale

Genova raggiunse l’apice dello splendore e della prosperità economica nel Medioevo, epoca in cui era immersa nel fulgore della gloria. Il suo splendore economico e culturale è ritratto in  un’ode scritta da un poeta anonimo intorno al 1200, custodita nell’Archivio Storico del Comune di Genova, che canta ad un mercante di Brescia che non ha mai visto Genova e la bellezza eterna della città, dove anche le donne appartenenti a ceti inferiori  rifulgevano di un nobile splendore, il che significava che Genova colmava ogni cosa della sua bellezza luminosa. Questo scritto racchiude in sé l’orgoglio di Genova, canta la forza del suo cuore pulsante, del suo spirito ardente, città eterna sposa del dio azzurro, da cui fu amata e tradita, benedetta e ferita, e che conserviamo ancora oggi nella nostra identità con orgoglio e passione.

«Zenoa è ben de tal poer                                                            «Genova ha una grande forza,
che no è da maraveiare                                                               non c’è da meravigliarsi
se voi no lo poei savere                                                               se voi non la potete valutare
per da loitam oir contar:                                                              sentendone parlare da lontano:
che e’ mesmo chi ne son nao                                                    io stesso che ci sono nato
no so ben dir pinnamente                                                           non saprei dire adeguatamente
ni distinguer lo so stao                                                                né descrivere la sua condizione
tanto è nobel e posente.»                                                            tanto è nobile e potente.»

 

 

Le pietre d’inciampo: memoria e riflessione sull’Olocausto

di Camilla Carratù, Gilda Agosti, Maria Giovanna Lauria, Chiara Torazza, 2B

Il ricordo della Shoah non deve essere limitato solo al 27 gennaio, Giornata della Memoria, deve vivere in noi tutti i giorni, ma spesso la nostra mente è occupata da così tanti pensieri che, camminando e guardando a terra, non ci accorgiamo neanche di piccoli frammenti di storia che abbiamo nelle nostre strade.

La 5F del nostro Liceo Classico, seguita dalla professoressa Borello,  ha organizzato un percorso guidato sulle pietre d’inciampo nel centro di Genova per arrivare al cuore degli studenti del Liceo D’Oria.

Qui  e in videoteca il video realizzato dagli studenti di 2B, guidati dalla professoressa Dolcino

Ma cosa sono le “pietre d’inciampo” e perché si chiamano così? Le pietre d’inciampo sono dei  piccoli blocchi di pietra ricoperti da una lastra di ottone su cui sono incisi il nome e la data di deportazione di alcuni ebrei, come piccole targhe commemorative. Il loro nome è derivato dalla funzione che dovrebbero, o meglio, dovremmo fare loro assumere, ossia quella di farci proprio “inciampare” nella memoria di quel tempo per tenere sempre vivo nelle nostre anime il dramma vissuto da tanti uomini, donne e bambini.

La prima pietra ci è stata mostrata da Marco Vecchio; essa ricorda l’arresto di Giorgio Labò, uno studente di architettura che fu arruolato nel genio minatori e che, dopo l’armistizio, fu tradito da uno dei suoi compagni e in seguito catturato dalle SS tedesche. E’ stato prigioniero per 18 giorni; malgrado sia stato sottoposto a terribili torture, non rivelò mai niente negli interrogatori delle SS; venne fucilato con altri suoi nove compagni senza processo.

All’inizio di Galleria Mazzini abbiamo trovato la pietra di Riccardo Pacifici: laureato in Lettere Classiche all’Università di Venezia, divenne rabbino di Genova nel 1936 e venne arrestato nel 1943 dalle SS con la moglie e i suoi figli.

Percorsa Galleria Mazzini, ci siamo fermati in Largo Eros Lanfranco per  ascoltare da Elena Bisio, Petra Torrigiani e Agnese Dighero le storie di alcuni genovesi che hanno aiutato a nascondere degli ebrei: Francesco Repetto,  che nel 1943 ha guidato la delegazione ebraica, un’organizzazione che aiutava gli ebrei a emigrare e a stabilirsi in un nuovo paese; Pietro Boetto, cardinale e arcivescovo di Genova che forniva i beni necessari agli ebrei nascosti; Massimo Teglio, che  ha fatto parte dell’aviazione ed è riuscito a salvare circa 30.000 ebrei andando da Genova a Firenze e fornendo documenti falsi e denaro per i beni di prima necessità. Queste straordinarie persone hanno ricevuto una medaglia al valore per il coraggio dimostrato.

In via Bertola, accanto alla sinagoga di Genova,  sono situate le quattro pietre d’inciampo della famiglia Polacco: Camilla Icardi, Matilda Biasizzo e Claudia Tolomelli ci hanno raccontato la loro storia. Il padre, Albino Polacco, nel 1943 era il custode della sinagoga e venne arrestato con la moglie Linda e i due figli Carlo e Roberto. Molti persone che si trovavano all’interno della sinagoga si salvarono, invece,  grazie al gesto di una signora che dalla finestra sventolò un fazzoletto per avvisare dell’arrivo dei tedeschi.

Infine ci siamo recati davanti alla prefettura per ascoltare la storia di Ercole De Angelis, deportato al campo di Bolzano, assassinato il 18 aprile 1944; Italo Vitale, arrestato in corso Montegrappa il 10 dicembre del 1943 , fu recluso nel carcere di Milano fino alla sua deportazione ad Auschwitz, ma morì durante il terribile viaggio; Emanuele Cavaglione, gioielliere ebreo, si trasferì a Firenze per fuggire dalle deportazioni, ma fu ingannato e ucciso ad Auschwitz il 30 giugno 1944; Margherita Segre, moglie di Emanuele Cavaglione, fu arrestata col marito e portata al campo di Fossoli e morì lo stesso giorno del marito.

Le pietre d’inciampo rappresentano non solo un omaggio alle vittime delle persecuzioni naziste, ma anche un invito alla riflessione e alla memoria collettiva. Questi piccoli monumenti sparsi in tutta Europa, ci ricordano l’importanza di non dimenticare le ingiustizie del passato ed impegnarci per un futuro di rispetto e umanità.

Storia del Liceo Classico Andrea d’Oria di Genova

Il Liceo Classico Andrea D’Oria di Genova nacque nel 1623 con le Scuole Pie. Trasformato in Scuole Civiche durante la Rivoluzione Francese, divenne un’istituzione pubblica di prestigio…

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