di Matilde Procopio e Maria Sole Venturino, 2B
Se ciò che chiamiamo “naturale” viene usato per giustificare guerre, disuguaglianze e comportamenti umani, siamo davvero sicuri che “seguire la natura” sia sempre la cosa giusta… oppure è solo il modo più comodo per evitare di interrogarci sulle nostre responsabilità?
Un interrogativo stimolante che ci siamo posti venerdì 27 Marzo, quando nella suggestiva sede di Palazzo Ducale, abbiamo assistito a una conferenza tenuta da Telmo Pievani nell’ambito degli eventi previsti dalla manifestazione La storia in piazza

A noi e ad altre classi di diverse scuole di Genova è stata data la possibilità di partecipare alla conferenza intitolata “Siamo tutti contro-natura”.
Il titolo già suggerisce l’argomento principale dell’incontro, ovvero il rapporto tra uomo e natura e come quest’ultima possa essere interpretata da diversi punti di vista. Fin dall’inizio, Telmo Pievani ha evidenziato quanto l’aggettivo “naturale” sia ambiguo e spesso ideologico. Quando parliamo di “famiglia naturale” o di “guerra come istinto naturale”, cosa intendiamo davvero? Che qualcosa è giusto perché esiste da sempre? Questo modo di pensare è pericoloso: in natura esiste anche la violenza, ma ciò non significa che sia un modello da seguire. Confondere “naturale” con “giusto” o “normale” è un errore profondamente radicato nella nostra cultura.
Vediamo lo stesso equivoco anche nel linguaggio quotidiano e sui social, dove spesso si sostiene che alcune azioni umane, come la guerra, siano “nel nostro DNA”, che vengono fatte per natura, come per cercare di giustificarsi, dicendo che, in fondo, non è tutta colpa nostra. Oppure si parla di eventi, le pandemie, come di una “punizione della natura”. Proprio per queste ragioni, Pievani ha messo in discussione l’uso di questa parola: “naturale” non è una spiegazione, ma spesso un modo superficiale e fuorviante di interpretare la realtà.
Allo stesso modo, non esiste una natura umana fissa o determinata. Pievani ci spiega che, seguendo le intuizioni di Charles Darwin, l’essere umano non è programmato per essere né violento né cooperativo, ma possiede entrambe le possibilità, in un equilibrio dinamico tra egoismo e collaborazione. Un ruolo fondamentale è svolto dalla cultura, che modula persino i nostri meccanismi biologici. Lo dimostra, ad esempio, un esperimento condotto a New York, in cui le reazioni di paura verso il “diverso” vengono attivate automaticamente ma poi corrette dal cervello, e possono addirittura scomparire se il volto è familiare: “natura e cultura non sono separate, ma profondamente intrecciate!” afferma Pievani.
Fin dalle origini, infatti, gli esseri umani trasformano l’ambiente attraverso la tecnologia, dal fuoco all’agricoltura. Un esempio è la capacità di digerire il latte in età adulta. Questo processo, definito “costruzione di nicchia”, descrive una specie che cambia il proprio ambiente e poi si adatta ai cambiamenti che ha prodotto. Questo modello evolutivo è rappresentato per esempio dal castoro.
Oggi questi cambiamenti riguardano tutto il pianeta: l’attività umana ha modificato profondamente l’ambiente. Un esempio sono le zanzare ormai adattate al microclima della metropolitana di Londra, che mostrano come anche gli ambienti artificiali possano influenzare l’evoluzione. Allo stesso tempo, tecnologie come l’intelligenza artificiale ci costringono ad affermare che gli esseri umani sono capaci di pensare, dubitare e prendere decisioni in modo critico, a differenza delle macchine, che seguono regole precise.
In conclusione, non siamo “contro natura”: siamo parte di una natura in continua evoluzione, che trasformiamo attraverso cultura e tecnologia.


