Ma è davvero “naturale”? La risposta di Telmo Pievani

di Matilde Procopio e Maria Sole Venturino, 2B

Se ciò che chiamiamo “naturale” viene usato per giustificare guerre, disuguaglianze e comportamenti umani, siamo davvero sicuri che “seguire la natura” sia sempre la cosa giusta… oppure è solo il modo più comodo per evitare di interrogarci sulle nostre responsabilità?

Un interrogativo stimolante che ci siamo posti venerdì 27 Marzo, quando nella suggestiva sede di Palazzo Ducale, abbiamo assistito a una conferenza tenuta da Telmo Pievani nell’ambito degli eventi previsti dalla manifestazione La storia in piazza

Filosofo della scienza, saggista, divulgatore, professore presso l'università degli Studi di Padova e visiting scientist presso l'American Museum of Natural History di New York. Dal 2017 fino al 2019 è stato presidente della Società Italiana di Biologia Evoluzionistica.
Filosofo della scienza, saggista, divulgatore, professore presso l’università degli Studi di Padova.

A noi e ad altre classi di diverse scuole di Genova è stata data la possibilità di partecipare alla conferenza intitolata “Siamo tutti contro-natura”.

Il titolo già suggerisce l’argomento principale dell’incontro, ovvero il rapporto tra uomo e natura e come quest’ultima possa essere interpretata da diversi punti di vista. Fin dall’inizio, Telmo Pievani ha evidenziato quanto l’aggettivo “naturale” sia ambiguo e spesso ideologico. Quando parliamo di “famiglia naturale” o di “guerra come istinto naturale”, cosa intendiamo davvero? Che qualcosa è giusto perché esiste da sempre? Questo modo di pensare è pericoloso: in natura esiste anche la violenza, ma ciò non significa che sia un modello da seguire. Confondere “naturale” con “giusto” o “normale” è un errore profondamente radicato nella nostra cultura.

Vediamo lo stesso equivoco anche nel linguaggio quotidiano e sui social, dove spesso si sostiene che alcune azioni umane, come la guerra, siano “nel nostro DNA”, che vengono fatte per natura, come per cercare di giustificarsi, dicendo che, in fondo, non è tutta colpa nostra. Oppure si parla di eventi, le pandemie, come di una “punizione della natura”. Proprio per queste ragioni, Pievani ha messo in discussione l’uso di questa parola: “naturale” non è una spiegazione, ma spesso un modo superficiale e fuorviante di interpretare la realtà.

Allo stesso modo, non esiste una natura umana fissa o determinata. Pievani ci spiega che, seguendo le intuizioni di Charles Darwin, l’essere umano non è programmato per essere né violento né cooperativo, ma possiede entrambe le possibilità, in un equilibrio dinamico tra egoismo e collaborazione. Un ruolo fondamentale è svolto dalla cultura, che modula persino i nostri meccanismi biologici. Lo dimostra, ad esempio, un esperimento condotto a New York, in cui le reazioni di paura verso il “diverso” vengono attivate automaticamente ma poi corrette dal cervello, e possono addirittura scomparire se il volto è familiare: “natura e cultura non sono separate, ma profondamente intrecciate!” afferma Pievani.

Fin dalle origini, infatti, gli esseri umani trasformano l’ambiente attraverso la tecnologia, dal fuoco all’agricoltura. Un esempio è la capacità di digerire il latte in età adulta. Questo processo, definito “costruzione di nicchia”, descrive una specie che cambia il proprio ambiente e poi si adatta ai cambiamenti che ha prodotto. Questo modello evolutivo è rappresentato per esempio dal castoro.

Oggi questi cambiamenti riguardano tutto il pianeta: l’attività umana ha modificato profondamente l’ambiente. Un esempio sono le zanzare ormai adattate al microclima della metropolitana di Londra, che mostrano come anche gli ambienti artificiali possano influenzare l’evoluzione. Allo stesso tempo, tecnologie come l’intelligenza artificiale ci costringono ad affermare che gli esseri umani sono capaci di pensare, dubitare e prendere decisioni in modo critico, a differenza delle macchine, che seguono regole precise.

In conclusione, non siamo “contro natura”: siamo parte di una natura in continua evoluzione, che trasformiamo attraverso cultura e tecnologia.

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Il 27 marzo si è tenuta a Palazzo Ducale la seconda giornata diLa Storia in Piazza”, con una mattinata tutta dedicata agli studenti. Durante questo evento è stata esplorata la storia attraverso la filosofia, le scienze e l’antropologia. L’obiettivo degli organizzatori era stimolare i giovani, mettendo in discussione le certezze che diamo per scontate. 

Naturale non significa giusto

L’argomento principale che è stato affrontato è lo smontaggio dei luoghi comuni. Per Telmo Pievani, il relatore della conferenza, troppo spesso utilizziamo la parola naturale per giustificare visioni politiche o morali, come la famiglia naturale o disastro naturale. Ha citato la fallacia naturalistica, concetto elaborato dal filosofo G.E. Moore nel 1903, ovvero l’errore di passare dalla descrizione di come il mondo è a come dovrebbe essere. La natura non è perfetta: è intrisa di infanticidi, violenza e discriminazione e perciò non sempre ciò che è naturale è giusto nel senso in cui lo intendiamo. Il termine normale infatti vuol dire che qualcosa in quanto naturale è la norma, e chi è diverso da quello standard è contro natura.

Cosa succede nel cervello quando incontriamo l’altro

La natura umana tuttavia, ricorda Pievani, non è una natura deterministica. Spesso si sente dire che abbiamo la guerra nel DNA, che siamo portati naturalmente a farla, ma nulla potrebbe essere più falso. La natura, infatti, non ci impone comportamenti fissi, come esseri umani, non abbiamo istinti animali. A supporto di questa tesi è stato presentato un esperimento neuroscientifico in cui a una persona viene mostrato un individuo di un fenotipo diverso. La percezione di un volto sconosciuto fa scattare subito l’amigdala, la zona del nostro cervello associata alla minaccia, alla paura. Subito dopo invece scattano le aree prefrontali, che analizzano la situazione e ci aiutano a capire che non c’è nessun pericolo. Si è evidenziata dunque una sorta di conflitto tra due aree del nostro cervello e quale delle due prevalga dipende solo dalla cultura e da come siamo stati educati. Lo dimostra il fatto che mostrando un personaggio famoso seppure di un fenotipo diverso, l’amigdala non scatta, perché riconosciamo già quella persona.

Nativi climatici e nativi IA: la doppia sfida della nostra generazione

In conclusione Pievani ha riflettuto sull’impatto dell’uomo sulla natura e come noi studenti siamo nativi climatici, eredi di un mondo ecologicamente più fragile e nativi IA.  L’Intelligenza Artificiale infatti è una delle tecnologie più recenti che sta trasformando il nostro modo di vivere. Il professor Pievani lancia un invito ad usare con responsabilità questa nuova tecnologia poiché in solo tre anni l’IA ha consumato l’1,5% di tutta l’energia terrestre. L’IA non va utilizzata per scopi inutili perché su di noi, in quanto nativi climatici, ricadranno le conseguenze. Il messaggio finale per noi studenti è un monito: l’IA manca di buon senso e spirito critico, qualità umane fondamentali per evitare decisioni disastrose, come dimostrato dal caso di Stanislav Petrov, il militare sovietico che nel 1983 scelse di non rispondere a un allarme missilistico rivelatosi poi falso, evitando così un attacco nucleare.  

In un breve arco di tempo il professor Telmo Pievani ha ridisegnato i confini tra ciò che siamo e ciò che scegliamo di essere. La natura ci vincola meno di quanto pensiamo; la cultura, invece, ci responsabilizza molto di più. In un’epoca di crisi climatica e intelligenza artificiale, questa responsabilità ricade esattamente su di noi.