Negli ultimi anni gli studenti della scuola secondaria di primo grado hanno continuato a preferire i licei, scelti dal 55,88% dei ragazzi, contro il 30,84% degli istituti tecnici e il 13.28% dei professionali. Tra i liceali ben il 25.8% sceglie di frequentare un liceo scientifico, seguono poi il liceo delle scienze umane e il linguistico. Il Liceo Classico, con una percentuale circa del 5% di iscritti, è a lungo sembrato in calo rispetto agli altri licei, ma, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, diversi studi e trend sembrano affermare che il numero di iscrizioni è destinato a salire molto nei prossimi anni. La causa di questa inversione di tendenza è sicuramente il profondo valore di questo percorso scolastico.
Massimo Gramellini
Secondo Massimo Gramellini, giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano, editorialista del Corriere della Sera: “è vero, il classico non ti spiega “come” funziona al mondo, ma ti abitua a chiederti “perché”. Ti aiuta a capire le cause delle cose, a scoprire conformismo degli anticonformisti, addestrare i sensi alla mente per poter apprezzare la bellezza in un tramonto o anche solo in una vetrina. Il classico è come una cyclette: mentre la usi fai fatica e ti sembra che non porti da nessuna parte. Ma quando scendi, scopri che ti ha fornito i muscoli puoi andare ovunque”.
Gramellini tocca un tasto fondamentale per il liceo classico, ovvero lo svilupparsi del pensiero critico, uno dei vantaggi più importanti che fornisce questa scuola. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale si diffonde sempre di più, anche nella vita quotidiana, il ragionamento e la riflessione permettono di governare questi nuovi strumenti digitali anziché farci governare da essi. L’Ai è sfruttata per velocizzare e ottenere soluzioni a problemi ormai anche elementari, il che né automatizza l’utilizzo, abitudine profondamente sbagliata. In un mondo ormai molto controllato dall’intelligenza artificiale, il liceo classico permette di sviluppare delle capacità comunicative, ragionamento e pensiero critico fondamentali per affermarsi in un futuro sempre più governato dalla tecnologia e dall’Ai.
Sebbene sia logico immaginare che prossimamente emergeranno le persone con più competenze in ambito tecnologico o tecnico, queste competenze rischiano di essere velocemente sorpassate da altre, in quanto in costante e velocissima crescita, mentre l’intelligenza emotiva e il pensiero critico di coloro che provengono da studi umanistici rimarranno insostituibili, anche in un mondo in continua evoluzione.
Quando gli algoritmi saranno in grado di replicare ogni competenza, la vera differenza la faranno coloro che avranno il coraggio di ragionare e analizzare il mondo con una mente libera e critica. Il Liceo Classico non si limita ad insegnare il greco e il latino, ma offre agli studenti un percorso completo, sviluppando una consapevolezza interiore diversa e un pensiero critico che permette di rispondere e reagire al meglio alle sfide della vita.
Perciò questa scuola non è solo passato, ma è presente e futuro.
Come spiegare il codice Morse o una bobina di rame alla generazione di WhatsApp e del Wi-Fi?
La risposta è custodita nelle vetrine del Museo della Radio e della Televisione RAI di Torino. Insieme ai compagni della 2D, in una recente tappa del nostro percorso sul giornalismo, mi sono ritrovata davanti a microfoni degli anni ’30 e vecchie scrivanie in legno. Oggetti che oggi definiremmo “antichi”, ma che trasudano la fatica, l’impegno e la meraviglia di un’epoca in cui ogni segnale trasmesso appariva come un miracolo tecnologico.
Una volta entrati nel museo della radio e della televisione RAI di Torino, la prima cosa che salta all’occhio è lo sviluppo televisivo e comunicativo del settore e di conseguenza si percepisce la fatica e l’impegno che ognuno nel suo piccolo metteva per rendere la trasmissione sempre più efficiente e accattivante per conquistare il pubblico.
Siamo abituati a non chiederci della provenienza e dello sviluppo di oggetti che usiamo quotidianamente, infatti vediamo la televisione oggi solo come un vetro freddo e sottile, tuttavia davanti ai microfoni degli anni ‘30, ai costumi del tempo e alla storia della televisione, ci si rende conto che dietro ogni pixel c’è una vera e propria rivoluzione che ci fa comprendere come siamo diventati ciò che siamo oggi, dimostrando che il luogo in cui siamo stati rappresenta il dietro le quinte di tutto il mondo della televisione.
Mi ha particolarmente colpito il grande progresso tecnologico, gli oggetti su cui mi sono soffermata maggiormente sono raggruppati in una vetrina, sullo sfondo si possono notare delle formule matematiche, probabilmente indicano al visitatore quanta matematica e fisica ci fossero dietro quegli apparecchi, in primo piano invece gli oggetti cilindrici con fili di rame vengono chiamate bobine, servivano a prendere l’elettricità da una batteria e a trasformarla in una scossa molto potente, capace di creare una scintilla, senza di essa non partiva nessuna onda radio, come un predecessore del Wi-Fi.
Poco più in là mi sono fermata davanti ad una vecchia scrivania in legno, dove un rullo di carta passava tra ingranaggi di ottone, al tempo era la postazione del telegrafo, mostrava il codice Morse, una sequenza di punti e linee che facevano viaggiare le notizie ad una velocità allora impensabile, potremmo classificarlo come un vecchio antenato di WhatsApp.
Guardando questi oggetti, ho capito che la comunicazione non è sempre stata immateriale, prima che diventasse un segnale invisibile, ci furono molteplici tentativi, oggetti che per quanto al giorno d’oggi possano essere considerati antichi, erano e restano affascinanti.
Il museo non espone solo macchinari ma ti dà la possibilità di osservare dai costumi di scena, fino ai televisori in bianco e nero che erano capaci di far rimanere l’intera Italia davanti ad un unico schermo. In questi ultimi anni si è perso il senso della meraviglia che c’era un tempo, dove ogni segnale trasmesso appariva un miracolo tecnologico.
Non ho potuto fare a meno di domandarmi se tra 100 anni o più ci saranno i nostri smartphone o computer in quelle vetrine.
Ma la Costituzione ha qualcosa a che fare con la nostra vita di ogni giorno? Studiando i diritti fondamentali abbiamo scelto di approfondire l’articolo 9: ci è sembrato importante perché ci spinge a tutelare tutto ciò che ci circonda e che fa parte della nostra vita, riconoscendo il fatto che ognuno di noi deve avere cura e rispetto per tutto ciò che costituisce il nostro pianeta.
L’articolo 9 della costituzione italiana afferma infatti che bisogna tutelare l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.
Per comprendere a fondo questo concetto abbiamo deciso di intervistare alcune persone esperte in tema di tutela ambientale e della biodiversità, sia per apprendere nuove curiosità, per esempio sugli animali in via d’estinzione, sia per conoscere quali sono i piccoli gesti che si possono fare, anche nella vita quotidiana, per contribuire a salvaguardare l’ambiente.
Per approfondire il tema della biodiversità abbiamo deciso di intervistare Renzo Massa, presidente di Genova Made, un’associazione con sede sulla passeggiata di Nervi che si occupa di ripristinare le piante presenti nel territorio, con lo slogan “fare bella Genova”.
Gli abbiamo domandato come ognuno di noi possa contribuire per proteggere l’ambiente: Massa suggerisce di compiere delle azioni molto semplici, che però fanno la differenza, per esempio tenendo pulita la città, non gettando i rifiuti per terra oppure, nel caso dei proprietari di cani, prendendo le giuste precauzioni per le deiezioni dei loro animali.
Abbiamo intervistato anche Roberta Parodi, responsabile dei servizi educativi e dell’esperienza di visita dell’Acquario di Genova, struttura che permette ai visitatori di scoprire il mondo marino e le principali minacce rivolte agli ecosistemi acquatici, avvicinando il grande pubblico alla natura e promuovendo la conservazione degli ambienti.
Ci è stato spiegato che l’Acquario è responsabile per il recupero delle specie marine in difficoltà con particolare attenzione alla tartarughe comuni, caretta caretta, perché spesso rimangono intrappolate negli oggetti di pesca oppure mangiano la plastica, confondendola con le meduse; quindi vengono recuperate, accolte in Acquario e curate fino alla loro guarigione e al rilascio in mare. L’Acquario ospita e protegge anche il pesce sega, che è un animale ad alto rischio di estinzione.
L’obiettivo finale della visita all’Acquario è quello di informare ed educare i visitatori spingendoli a mutare il proprio comportamento nei confronti dell’ambiente.
L’articolo 9 riguarda e impegna noi tutti. Prendersi cura dell’ambiente oggi significa garantire un futuro migliore alle prossime generazioni. La costituzione fa parte della nostra vita quotidiana.
Intervista alla storica e archivista Giustina Olgiati sull’influenza del mare a Genova
di Lucilla Lisciotto, 1B
L’indissolubilità del legame tra Genova e il mare permane nei secoli, riflettendosi nell’economia, nella cultura, nel commercio e nella società e si esprime in una storia costellata di maestà e dolore. L’ Archivio di Stato di Genova ne è eterno custode, ne porta al suo interno i secoli gloriosi, anche i suoi lati inediti, celati sotto il velo del tempo, che la dottoressa Giustina Olgiati ci racconta con passione e trasporto.
A Genova è sempre stato presente un porto naturale, senza il quale non sarebbe potuta esistere poiché rappresentava l’unico orizzonte di sviluppo per i Genovesi, un “mezzo di comunicazione liquido”, che consentì loro anche di entrare in contatto con altre popolazioni e culture.
Reliquario del braccio di Sant’Anna.Cristo Moro di Santa Maria di Castello
Il mare per i Genovesi rappresentava un elemento familiare che nei secoli “le ha dato e portato via qualcosa”. Il mare “evocava immagini di Santità”, poiché portò a Genova diverse reliquie, come il braccio di Sant’Anna e il Cristo di Santa Maria di Castello, contribuendo all’incremento della devozione religiosa. Purtroppo però attraverso il mare giunsero nei secoli i pirati, che con le loro scorrerie portarono via da Genova molte ricchezze e dignità.
L’influenza del mare sull’economia genovese
Dal punto di vista economico il mare, motore dell’economia genovese, data la scarsa produzione agricola, rappresentava l’unico mezzo di sostentamento. Questo portò i Genovesi ad affinare le abilità di mercanti e a sviluppare le competenze in materia di navigazione, dal momento che non erano ancora stati inventati i mezzi a vapore costituiva la principale via di comunicazione. Il porto di Genova attualmente è gestito dalla Camera di Commercio, ma il suo funzionamento dipende anche dai movimenti interni dei sindacati , e ancora oggi assolve un ruolo cruciale nell’economia della città poiché deve garantirne la prosperità commerciale.
La mancanza di sicurezza nel lavoro al porto in epoca medievale
Il porto tuttavia in passato fu anche teatro di tragedie, poiché non era garantita la sicurezza delle persone che vi lavoravano, nonostante i consoli delle Corporazioni di Arti e Mestieri tentassero di limitare le sciagure. Questo è attestato dalla scarsa presenza di documenti che ne certificano l’avvenimento e dal fatto che a partire dal 1340 i “camalli”, i facchini storici del porto, godessero di una corsia riservata costituita da sette letti presso l’ospedale di Santa Maria Maddalena. Inoltre all’epoca non erano garantiti rimborsi alla famiglia della vittima, sebbene esistessero fondi per offrire sostegno alle vedove.
A Genova in età medievale erano presenti anche altri lavori che comportavano rischi considerevoli per la vita delle persone.
Il rischio del lavoro dei marinai; le vite inghiottite dal mare
Il fatto che la prosperità economica di Genova fosse strettamente legata al mare portò molti uomini a praticare il mestiere di marinai o di mercanti, mettendo a rischio le loro vite, data l’imprevedibilità del mare. Infatti, nonostante le diverse precauzioni, come navigare soltanto in determinati periodi dell’anno per evitare venti contrari, o costruire navi la cui struttura fosse volta a prevenirne l’affondamento, spesso si verificavano dei naufragi. Inoltre, bisogna pensare che in molti casi le scialuppe di salvataggio non erano sufficienti a salvare tutti coloro che si trovavano a bordo della nave , e molte volte ci si accorgeva di un naufragio vedendo pezzi della nave o anche cadaveri portati in braccio dalle onde, quando ormai era troppo tardi per poter prestare soccorso. Fu così che il mare avvolse tra le sue onde molte vite che la città sacrificò al suo splendore.
Le assenze dei marinai e le conseguenti modificazioni sociali e legali legate all’emancipazione femminile
La lunga assenza dei marinai provocò anche dei cambiamenti dal punto di vista sociale, poiché permise ai Genovesi, consapevoli del fatto che il ritorno di coloro che si imbarcavano non era assicurato, di organizzarsi dal punto di vista legale, ideando un sistema di leggi che permetteva alle mogli di coloro che erano partiti di disporre dei beni finanziari e materiali in caso di difficoltà economiche e provvedere a riguardo per il benessere della famiglia, ma l’indipendenza che assicuravano alle mogli dipendeva molto spesso dal tipo di rapporto che avevano instaurato. Questo perché all’epoca i matrimoni molto spesso non avvenivano per volontà degli interessati, ma erano il frutto delle macchinazioni ordite dalle rispettive famiglie allo scopo di assicurarsi prestigio, influenza politica e vantaggi economici. Inoltre la donna doveva sottostare all’autorità del marito, dopo essere stata sottomessa per tutta la vita a quella del padre o di un’altra figura maschile. Egli poteva disporne liberamente e lei non aveva potere sul suo destino, e veniva semplicemente costretta ad essere una semplice spettatrice dello spettacolo della sua vita. A testimonianza di ciò, la dottoressa Olgiati ci illustra dei documenti presenti all’interno dell’Archivio che custodiscono la storia del matrimonio del XVII secolo, avvenuto tra una Spinola e un D’Oria, durante il quale lei subì continuamente la sua ira, che spesso si manifestava con atti di violenza, e si concluse con un divorzio. Dal documento che lo testimonia ci giunge il respiro dell’oppressione che le donne dovettero subire in tali condizioni, portando alla luce storie intrise di dolore che ci implorano di essere raccontate.
Tuttavia, a volte tra gli sposi si sviluppava un rapporto basato sul rispetto e sulla stima reciproca, che spesso poteva evolversi in amore, e in questi casi l’uomo poteva assicurare alla moglie una maggiore indipendenza economica poiché nutriva una maggiore fiducia nei suoi confronti, consegnandole lo scettro per governare sulla sua vita.
L’Archivio di Stato di Genova
Ad esempio è questo il caso di Buscarello Ghisolfi, considerato “la versione genovese di Marco Polo”, il quale viaggiava spesso per mare, nelle cui mani affidò la sua vita, sapendo che probabilmente l’avrebbe scagliata negli abissi oscuri o trasportato verso terre lontane. Egli concesse a sua moglie in sua assenza la piena custodia e la massima libertà di gestione dei beni finanziari e il documento che attesta la sua volontà in merito è attualmente custodito all’interno dell’Archivio di Stato di Genova.
Genova e gli scambi culturali e commerciali: apertura mentale e ricchezza culturale
Qui la dottoressa Olgiati ci racconta un’altra storia affascinante legata a Buscarello Ghisolfi, e i documenti che si riferiscono a essa ci permettono anche di comprendere come i Genovesi in età medievale fossero dotati di una particolare apertura mentale nei confronti di altre culture e religioni, abituati a viaggiare e ad interfacciarsi con persone appartenenti a civiltà aventi usi e costumi differenti dalle loro, con cui intrattenne estremamente moderna, poiché non rifiutano ciò che è diverso, ma lo accolgono. Dalle testimonianze di Jacopo D’Oria, ultimo annalista genovese, emerge il fatto che i Genovesi fossero abituati al contatto con gli stranieri, poiché quando l’ambasceria dei Tartari, guidata da Buscarello Ghisolfi, sostò a Genova, che all’epoca costituiva il punto d’incontro tra diversi fronti culturali, prima di essere condotta dal Pontefice, dal re di Francia e dal re d’Inghilterra, lo storico nelle sue testimonianze non si soffermò sulla sua descrizione.
I Genovesi si sospinsero fino al Mar Nero, al Mar Egeo, navigarono per tutto il Mediterraneo, sospingendosi al confine del mondo conosciuto, e nella città si intrecciano in un mosaico complesso e variopinto elementi importati da altre nazioni con cui Genova intratteneva rapporti diplomatici e commerciali. Genova alla fine è come il mare, in essa sfociano la gloria e lo splendore delle altre culture, che ne arricchiscono la corona di spuma.
L’influenza proveniente da altre culture si legge soprattutto nella lingua, poiché i Genovesi appresero durante i viaggi le lingue delle loro destinazioni, come la Turchia o l’Arabia, dal cui linguaggio derivarono alcuni vocaboli del dialetto parlato in Liguria. Anche i Genovesi esportarono in tutto il Mediterraneo termini relativi alla navigazione. A Genova furono particolarmente importanti le influenze dei paesi esteri dal punto di vista del costume e dell’artigianato. Si utilizzavano infatti anche stoffe provenienti dall’oriente, e i gusti dei cittadini in fatto di vasellame avevano subito l’influsso della Spagna islamica. Genova nel corso dei secoli intrattenne spesso rapporti pacifici con le altre civiltà, come fece anche a partire dalla Seconda Crociata, instaurando rapporti commerciali con i Turchi.
Genova, il monopolio commerciale sul Mediterraneo e le colonie commerciali
I Genovesi fondarono diversi insediamenti nel corso dei secoli allo scopo di instaurare un monopolio commerciale sul Mediterraneo, i quali erano controllati dalla città attraverso varie forme di governo. Mentre in Corsica, data l’ostilità dei suoi abitanti, fu addirittura attuato un governo di tipo militare, nel Mar Nero, i Genovesi mantenevano un controllo diretto sul Sud della Crimea, dove intorno al 1300 sorse una colonia fortificata che in seguito assunse grande prestigio: Caffa. Alcune colonie dell’Egeo furono governate dalla dinastia dei Gattilusio, a cui erano state donate dall’imperatore bizantino, l’isola di Chio fu posta sotto il controllo di un Comitato di Investitori a cui veniva inviato un podestà proveniente direttamente da Genova.
Le colonie furono mezzi di importanti scambi culturali, che arricchirono enormemente l’identità di Genova, il che fu possibile anche grazie ai fenomeni di migrazione veicolati dallo Stato. Ad esempio se un mercante voleva andare ad abitare a Caffa, per pagare tasse inferiori, avrebbe dovuto sposare una donna indigena, il che favorì anche l’integrazione culturale tra Genova e gli abitanti delle colonie. Per Genova era vantaggioso avere mercanti originari della città all’interno delle colonie del Mar Nero per mantenere un’influenza della cultura latina a oriente e pertanto incoraggiavano l’emigrazione attraverso la prospettiva di tasse meno care. Viceversa, giunsero a Genova molti uomini provenienti da altre colonie, che spesso erano stati acquistati dai Genovesi come schiavi, che all’epoca rappresentavano simboli di ricchezza e potere, che però potevano acquisire la cittadinanza genovese e sposare persone originarie di Genova, e in tal modo entrare in possesso della piena libertà. Abbiamo testimonianza per esempio di un giovane schiavo cinese che sposò una ragazza genovese di 23 anni, e fu adottato dalla città come suo cittadino. Tutto ciò conferì alla società genovese un carattere multietnico.
Il mare come mezzo di diffusione della peste nera
Domenico Fiasella, La peste di Genova. Pinacoteca della Fondazione Franzoni
Il mare tuttavia non fu sempre un mezzo attraverso cui Genova ottenne prosperità economica e ricchezza dal punto di vista culturale, infatti cavalcando le onde giunse nel 1348 la sciagura della peste nera, probabilmente attraverso gli scambi commerciali, che squarciò la quiete della città funestando le vite dei suoi abitanti, scatenando sentimenti di paura e atroce dolore che inflissero ferite cocenti alla città, il cui grido sofferente echeggia nei secoli di storia. Di questo periodo oscuro, della paura dei Genovesi a riguardo, abbiamo conservati all’interno dell’Archivio i testamenti risalenti all’epoca, che erano stati dettati da persone sotto l’effetto della paura della peste, che come un angelo dalle ali nere ogni giorno strappava e sfigurava vite umane, il che è testimoniato dalla presenza all’interno dei documenti della frase “metu pestis”, ossia “per paura della peste”. La città reagì istituendo un lazzaretto, dove i malati di peste venivano isolati, e istituì delle leggi che specificavano l’obbligo dei cittadini di denunciare un malato di peste affinché non diffondesse la malattia.
Genova al vertice dello splendore economico e culturale
Genova raggiunse l’apice dello splendore e della prosperità economica nel Medioevo, epoca in cui era immersa nel fulgore della gloria. Il suo splendore economico e culturale è ritratto in un’ode scritta da un poeta anonimo intorno al 1200, custodita nell’Archivio Storico del Comune di Genova, che canta ad un mercante di Brescia che non ha mai visto Genova e la bellezza eterna della città, dove anche le donne appartenenti a ceti inferiori rifulgevano di un nobile splendore, il che significava che Genova colmava ogni cosa della sua bellezza luminosa. Questo scritto racchiude in sé l’orgoglio di Genova, canta la forza del suo cuore pulsante, del suo spirito ardente, città eterna sposa del dio azzurro, da cui fu amata e tradita, benedetta e ferita, e che conserviamo ancora oggi nella nostra identità con orgoglio e passione.
«Zenoa è ben de tal poer «Genova ha una grande forza, che no è da maraveiare non c’è da meravigliarsi se voi no lo poei savere se voi non la potete valutare per da loitam oir contar: sentendone parlare da lontano:
che e’ mesmo chi ne son nao io stesso che ci sono nato no so ben dir pinnamente non saprei dire adeguatamente ni distinguer lo so stao né descrivere la sua condizione tanto è nobel e posente.» tanto è nobile e potente.»
(Tratto dal componimento De condicione civitate Ianuae, loquendo con quedam domino de Brixa, trad. F. Toso)
C’è un porto che tutti conoscono, quello fatto di navi, gru e container che si muovono incessantemente. E poi ce n’è un altro, più silenzioso, quello dove si prendono decisioni, si gestiscono flussi, si risolvono problemi e si costruisce giorno dopo giorno il funzionamento di un sistema complesso.
Assiterminal un’associazione portuaria
Questo “porto dietro le quinte” ce lo racconta Alessandro Ferrari, direttore diAssiterminal, l’associazione nazionale che rappresenta i terminalisti portuali italiani e che svolge un ruolo cruciale per l’intera filiera della logistica marittima.
Assiterminal, spiega il dott. Ferrari, è molto più che un‘associazione a carattere nazionale. Si occupa di aiutare le aziende per gli aspetti operativi, quindi per tutto ciò che riguarda l’attività che l’azienda svolge all’interno del porto, ma svolge anche consulenza nei rapporti tra lavoratori, sindacati e il territorio. L’ingressodi Ferrari nel settore non è stato programmato: per anni ha lavorato come direttore del personale, ed era per lui un bellissimo lavoro però l’azienda stava cambiando, e quindi ha iniziato a guardarsi intorno per cercare un’attività diversa: «Cercavano una figura come la mia, proprio nel momento in cui stavo guardando altrove» ricorda «Il mondo dello shipping mi ha sempre affascinato e così ho deciso di provarci. È stato un incontro felice».
Ferrari affronta anche un tema spesso oggetto di pregiudizi: quello dell’impatto ambientale delle navi petrolifere. «Le navi che trasportano petrolio» dice «non inquinano il mare.Una nave può inquinare il mare nel momento in cui subisce un danno, quindi per esempio ha una falla, e allora c’è dispersione del carburante in mare. Ma la nave, se è intatta, mentre viaggia, l’unica forma di inquinamento che può causare è quella dei fumi. Perché il processo di combustione è più o meno analogo a quello di un’auto.
Merci alla rinfusa, foto di ubestshipping.com
Va detto, però, che le navi costruite negli ultimi quindici anni sono dotate di avanzati sistemi di filtraggio che riducono drasticamente le sostanze nocive, come previsto dalle normative internazionali. Quando si parla di merci, il dott. Ferrari sfata un’altra idea comune: la presunta marginalità delle rinfuse. Ci spiega che per “merci alla rinfusa” si intendono tantissime cose. Le rinfuse possono essere liquide, per esempio il petrolio di cui noi abbiamo ancora tantissimo bisogno perché diversamente le auto non si muoverebbero, a volte non riscalderemo le case, non si muoverebbero gli autobus, non avremo la luce nelle case; o solide, come il carbone. Ci svela poi un segreto, dal porto di Genovapassa quasi tutto l’olio di palma utilizzato dalla Ferrero.
Guardando ai prossimi due anni, Ferrari mantiene aspettative realistiche: «Tendenzialmente sarà poco diverso da oggi perché tutti i grandi cambiamenti avvengono in periodi medio lunghi. Nel nostro porto si stanno eseguendo grandissime opere come la Diga foranea, ossia lo spostamento di 50 metri verso il mare della Diga dalla Focefino a Sampierdarena e oltre, quasi a Cornigliano, che però difficilmente da qui ai prossimi due anni sarà realizzata. Un’altra opera importante sarà l’ampliamento del collegamento per le merci, via ferrovia, che da Genova si sposteranno in Lombardia. Queste opere infrastrutturali rappresentano investimenti strategici per il futuro della logistica italiana ed europea, aumentando la capacità del porto e migliorando i collegamenti con l’entroterra.
Dopo 25 anni di esperienza con le navi, Ferrari ha un momento preferito della giornata portuale: «La sera, perché le luci sono completamente diverse». Un’osservazione poetica che rivela il legame profondo con un ambiente che molti vedono solo come luogo di lavoro e commercio.
A conclusione della nostra intervista, abbiamo chiesto al dott. Ferrari dove porterebbe qualcuno per mostrargli l’anima del porto. Non ha dubbi: lo condurrebbe a Sampierdarena in un weekend estivo. «In quei giorni transitano decine di migliaia di passeggeri diretti in Sardegna, in Sicilia, in Tunisia, in Marocco e, magari, accanto c’è una nave portacontainer. Quindi stiamo parlando del bacino di Sampierdarena, dove arrivano merci dalla Cina, dall’India, dal Vietnam, oppure partono verso gli Stati Uniti o altri paesi. Nel porto si muovono cose che arrivano e vanno ovunque.»
È in questa dimensione, dove l’umano e il mercantile si intrecciano, dove i viaggi delle persone si affiancano ai percorsi delle merci, che il porto rivela la sua vera essenza: un crocevia globale che connette continenti, economie e destini.
Riccardo Scipinotti e Gabriele Carugati raccontano la quotidianità e la ricerca scientifica nella base più remota del pianeta
di Maddalena Pastorini, IIE
Il continente antartico rappresenta l’ultima frontiera dell’esplorazione scientifica terrestre, un laboratorio naturale dove condizioni estreme e isolamento totale permettono ricerche impossibili da realizzare in qualsiasi altro luogo del pianeta. Attraverso un webinar recentemente organizzato dal CICAP, abbiamo avuto l’opportunità di entrare virtualmente nella stazione Concordia, base di ricerca situata sul plateau antartico e gestita dal PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide).
A guidarci sono statiRiccardo Scipinotti e Gabriele Carugati, che hanno saputo trasmettere con passione e competenza la straordinarietà di questa esperienza umana e scientifica.
Scipinotti ha illustrato come la stazione, cogestita da Italia e Francia, ospiti fino a 32 persone durante l’estate antartica e solo 16 durante il lungo inverno polare quando le temperature percepite possono scendere fino a -96°C. Le tute rosse distinguono il personale italiano, quelle blu quello francese, in un esempio concreto di collaborazione internazionale.
La vita quotidiana alla base richiede un’organizzazione meticolosa. L’approvvigionamento idrico rappresenta una sfida costante, infatti la neve viene sciolta e sottoposta a complessi processi di trattamento e depurazione che permettono un elevato riutilizzo delle risorse idriche, riducendo al minimo gli sprechi; il cibo è conservato in container, mentre una serra idroponica permette di coltivare vegetali attraverso tecniche innovative che non prevedono l’utilizzo del terreno. Particolarmente toccante è il dettaglio del “Pizza Day” del sabato, raccontato con evidente affetto da Scipinotti: un appuntamento fisso che permette agli scienziati di scandire il tempo e mantenere un senso di normalità in un ambiente dove il sole scompare per mesi. La sala comune diventa il cuore pulsante della convivenza, dove si rafforzano i legami umani necessari per affrontare l’isolamento estremo. Questi dettagli rivelano quanto sia complessa la gestione dell’aspetto psicologico della missione, forse ancora più impegnativo di quello logistico o scientifico.
L’aspetto scientifico della missione, brillantemente esposto da Carugati e Scipinotti, è infatti straordinario. L’asterlab ospita una strumentazione astronomica che permette l’osservazione di corpi celesti lontani, tra cui pianeti extrasolari, sfruttando le condizioni atmosferiche uniche dell’Antartide, dove l’aria secca e l’assenza di inquinamento luminoso offrono una visibilità impareggiabile. L’Agenzia Spaziale Europea ha scelto Concordia come sito per analizzare gli effetti fisiologici e psicologici dell’isolamento prolungato sul corpo umano, con particolare riferimento al deterioramento muscolare che caratterizza le missioni spaziali di lunga durata. La stazione raccoglie anche dati sismologici per mezzo di apparecchiature sismografiche di altissima sensibilità che, grazie alla stabilità del substrato ghiacciato, registrano movimenti tellurici contribuendo allo studio globale dei terremoti e dei movimenti della crosta terrestre. La possibilità di condurre ricerche in un ambiente così remoto e incontaminato offre dati impossibili da ottenere altrove, rendendo Concordia un laboratorio naturale unico al mondo.
In un’epoca in cui spesso cerchiamo comfort e sicurezza, questi ricercatori scelgono deliberatamente l’estremo opposto, dimostrando una forma di coraggio che va ben oltre la semplice avventura.
Quello che colpisce maggiormente è la dimensione umana di questa impresa. Quando pensiamo alla ricerca scientifica, immaginiamo laboratori, strumenti sofisticati, dati e pubblicazioni. Raramente riflettiamo sul fatto che dietro ogni scoperta ci sono persone che vivono e cercano di mantenere la propria sanità mentale in condizioni proibitive. Il modo in cui Scipinotti ha descritto la serra idroponica non come un semplice esperimento scientifico, ma come un’ancora di normalità e speranza, rivela quanto sia profondo il legame tra scienza e umanità. Questi studiosi vivono quattro mesi senza sole, a temperature che possono uccidere in pochi minuti senza protezione adeguata, isolati dal resto del mondo, eppure continuano a lavorare, a fare ricerca, a mantenere vivo lo spirito di scoperta. Grazie a relatori come Riccardo Scipinotti e Gabriele Carugati, che con la loro testimonianza diretta ci hanno permesso di viaggiare virtualmente fino all’estremità del mondo, abbiamo potuto comprendere che la scienza non è solo teoria ed esperimenti, ma è anche e soprattutto passione, dedizione e un profondo desiderio di spingere oltre i confini della conoscenza umana, anche quando questo significa vivere ai confini stessi della sopravvivenza.
Il progetto Campbus, organizzato dal Corriere della Sera, ha coinvolto scuole italiane in un’esperienza pratica su tecnologie emergenti, come l’intelligenza artificiale. Gli studenti hanno creato video, podcast e interviste. Dopo la presentazione degli elaborati, il vincitore è il Liceo Classico Andrea D’Oria di Genova.
La relazione di laboratorio si configura come uno strumento che può consentire la verifica e quindi la valutazione personale e collettiva del lavoro sperimentale effettuato.
Il progetto Siracusa arrivato alla sua X edizione, porta in scena “Lisistrata” di Aristofane nell’adattamento del regista Enrico Campanati, da sempre coinvolto nella realizzazione di questa iniziativa.
Il testo, scelto direttamente dagli studenti che hanno colto da subito la grande attualità del tema della pace, sottolinea la necessità della partecipazione attiva delle donne alla costruzione di un futuro libero da conflitti.
Ventiquattro gli studenti coinvolti delle classi quarte e quinte, che hanno partecipato con passione e impegno al laboratorio annuale, con la guida delle professoresse Marina Terrana, Paola Maria Di Stefano, Laura Dolcino, Ambra Tocco.
Lo spettacolo rappresentato il 15 maggio, nel teatro antico di Palazzolo Acreide nell’ambito del Festival del teatro classico nazionale giovani, promosso dall’ INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico), ha avuto come spettatori gli studenti delle classi quarte B, D, F, G, I e delle altre scuole coinvolte.
Il viaggio ha permesso anche la visita di importanti siti del patrimonio artistico culturale, quali Pompei, la valle dei Templi di Agrigento, la Neapolis di Siracusa, Monreale, Noto, Modica e Ragusa Ibla.
Risate, riflessioni applausi e la domanda:
“E se avessero ragione le donne?
Forse è ora di piantarla con le guerre.” perché abbiamo capito che “la nostra cosa più dolce e più bella poteva essere capace di stendere a terra i più grandi e potenti eserciti, senza spargere sangue”
“La vita sarà una festa che non finisce mai. Viva la pace “