Le immagini come specchio della realtà

di Alice Celada, 2D

Quelle che credevamo essere semplici immagini, sono in realtà un potentissimo specchio di ciò che siamo. È questo il pensiero sul quale si fonda il “Progetto cinema” presentato ad alcune delle classi del liceo D’Oria, martedì 22 aprile. Il percorso, tra cinema, identità e rappresentazione, è stato in grado di guidare lo sguardo dei ragazzi, invitandoli a non far passare nulla inosservato e quindi trasformando la semplice visione in consapevolezza, partendo proprio dall’idea che “il cinema serve a comprendere ciò che ci circonda”. Facendo ciò, si è andati a guardare dietro la macchina da presa quelle che sono le più semplici scelte narrative che però nascondono i più importanti messaggi culturali. Il centro del progetto è semplice, ma incisivo: le immagini non sono mai neutre; ricostruendo la realtà riescono ad influenzare gli spettatori e inevitabilmente a cambiare il loro sguardo sul mondo. Dalle prime riflessioni sulla visione eurocentrica, fino all’analisi del linguaggio cinematografico, emerge una verità chiara: guardare è anche un atto politico e sociale.

Uno dei passaggi più forti è stata sicuramente l’analisi della rappresentazione della donna, in particolare nella pubblicità degli anni ‘60, con il concetto di male gaze, ovvero la figura femminile che diventa oggetto di desiderio sotto lo sguardo maschile e nulla di più. Attraverso esempi iconici come Marilyn Monroe, simbolo sicuramente di fascino, ma soprattutto di un sistema che l’ha intrappolata, gli studenti capiscono come il cinema possa non solo riflettere ma anche diffondere e consolidare stereotipi.

Ma il progetto esplora anche il cambiamento. Dalla rivolta di Stonewall alla progressiva inclusione di personaggi LGBTQ+ nel cinema, si traccia un percorso di emancipazione. Film come Philadelphia di Jonathan Demme o Brokeback Mountain di Ang Lee diventano strumenti per raccontare storie prima invisibili, rompendo il silenzio e ridefinendo i modelli culturali.

Il risultato? Un progetto che allo stesso tempo stimola, provoca e coinvolge, rendendo gli studenti spettatori attivi e facendoli interrogare sui meccanismi della rappresentazione. Perché alla fine, capire le immagini significa capire noi stessi e solo così possiamo cambiarle o accettarle consapevolmente.

 

Un dizionario conquistato: le parole hanno una memoria

di Mario Zingirian, 2 D

“Per voi dire suolo o sangue è normale, ma nel 1946 non lo era affatto”     
Demetrio Paolin
Demetrio Paolin
Lo scrittore Demetrio Paolin

La citazione non si riferisce all’evoluzione della lingua, nel dizionario del tempo queste parole esistevano ed erano ben conosciute. Eppure evitarle significava essere dalla parte dei “liberatori”, perché questi vocaboli erano adoperati dai fascisti, rappresentavano pienamente il loro ideale nazionalista e col tempo erano divenuti di fatto un identificativo. Era sufficiente pronunciarne uno per essere etichettato come uno di loro. Infatti proprio come ogni disciplina ha un linguaggio tecnico, ogni gruppo di individui ha un vocabolario specifico di cui si appropria. L’identità di qualsiasi persona, scienza e persino di qualsiasi tempo è contraddistinta da un codice linguistico diverso.

Dopo la liberazione, utilizzare il gergo degli oppressori sconfitti era visto come un atto di cattivo gusto, una rievocazione di un male sepolto. Dunque nell’immediato dopoguerra si sviluppò il fenomeno inverso all’identità di linguaggio.

Ma tra gli intellettuali del tempo c’era anche Cesare Pavese, che a causa del suo mestiere, non riusciva a sopportare che certe parole fossero evitate per non richiamare i ricordi del fascismo. Perciò nei suoi scritti di quel periodo, tra cui si ricorda la poesia “Tu non sai le colline” (1945) e l’articolo “Ritorno all’uomo” (1945) l’autore sottolineava volontariamente questi vocaboli, proprio come se tentasse di riconquistare una parte della lingua che un’enorme parte del popolo stava provando a seppellire.

All’inizio Pavese fu molto criticato, anche dai suoi stessi colleghi, che non capivano perché nel mezzo di quella nuova speranza egli stesse risvegliando di fatto la triste epoca appena conclusa. A ciò contribuì anche l’altra intenzione dello scrittore stesso di denunciare tutti coloro che non avevano fatto nulla per ostacolare il regime; anche Pavese si riconobbe in questo insieme e ne prese atto pubblicamente. Proprio dal debito che sentiva di avere con l’Italia, nacque il desiderio di aiutare in qualche maniera la ricostruzione del Paese e lo fece nel suo settore, adoperando parole disprezzate come terra, sangue, patria, nazione, stirpe, disciplina e molte altre. Le immise nelle sue opere come se avessero lo stesso peso degli altri vocaboli, il suo fine era ottenere questo risultato.

Così facendo, lo scrittore ha avviato un processo di recupero che ha gradualmente reintegrato i termini, proprio come se nulla fosse accaduto, esattamente come voleva lui. All’operazione piano piano aderirono altri autori che compresero l’importanza di conservare la lingua. Tra costoro si possono citare Beppe Fenoglio, Elio Vittorini e Vasco Pratolini. Progressivamente la gente smise di vedere il fascismo in quelle parole, gli intellettuali erano stati capaci di ricontestualizzarle e di pulire una macchia della storia che le corrompeva.   

Per cui se il vocabolario italiano dispone nuovamente di certe parole, libere dal loro ingombro ideologico, restituite alla lingua comune come se nulla le avesse mai contaminate, è soprattutto merito di un uomo incompreso da molti, ma con un obiettivo ben chiaro per se stesso: restituire alla nazione ciò che sentiva di non aver dato negli anni precedenti.

“Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro”       

Cesare Pavese

NOI MARE: il mare che siamo

Un progetto giornalistico della Classe 1B sul legame tra Genova e il mare

Il mare di Genova non è solo acqua che lambisce il porto: è vita, storia, lavoro e sogni. È il filo invisibile che unisce la città, raccontato attraverso le voci di chi lo vive ogni giorno.

Con “Noi Mare“, un progetto nato tra i banchi di scuola, vi portiamo in un viaggio tra le onde della città: interviste e storie che svelano come il mare definisce l’identità genovese, tra tradizioni, mestieri, leggende, sport e luoghi che custodiscono secoli di vita portuale.

Abbiamo raccolto le voci di chi il mare lo vive davvero: chi ne porta i sapori sulle tavole, chi ne custodisce le spiagge, chi ne attraversa le rotte. Chi lo governa dalle istituzioni e chi lo trasforma in cura e speranza. Ogni storia è un pezzo di Genova che prende forma.

Ogni articolo è frutto della nostra curiosità di giovani reporter e delle storie che abbiamo raccolto sul campo: dal porto che pulsa di attività, alle spiagge che custodiscono ricordi, fino alle iniziative di chi reinterpreta il mare ogni giorno.

E’ un invito a guardare con occhi nuovi questa distesa blu che ci accompagna da sempre: gli occhi di una classe che ha deciso di raccontarne il ruolo nella nostra identità e di scoprire che, in fondo, il mare siamo anche noi.

➡️ Segui il nostro reportage “Noi Mare”.

Tutti gli articoli saranno pubblicati nella sezione La Redazione del D’Oria su Agoraliceodoria.it

Storia del Liceo Classico Andrea d’Oria di Genova

Il Liceo Classico Andrea D’Oria di Genova nacque nel 1623 con le Scuole Pie. Trasformato in Scuole Civiche durante la Rivoluzione Francese, divenne un’istituzione pubblica di prestigio…

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