“Bisogna raccontare il sangue per placarlo”: Demetrio Paolin racconta il suo Pavese

di Tommaso Alberto Marante, 2B

Nella mattinata di venerdì 6 febbraio 2026 lo scrittore Demetrio Paolin dell’Associazione Piccoli Maestri (un’associazione di scrittori che si occupa di visitare le scuole per condividere con gli studenti i capolavori letterari più importanti e indimenticabili della loro vita) è stato ospite del nostro liceo per condividere con le classi 2B e 2D  un’analisi della poetica di Cesare Pavese e per confrontarsi sulla lettura di alcune sue opere (i romanzi La casa in collina, La luna e i falò e  alcune liriche tratte da “La terra e la morte”).

Demetrio Paolin, insegnante e scrittore, è nato a Canelli, un paesino nelle Langhe, colline che hanno fatto da palcoscenico a diverse opere di Cesare Pavese e dunque hanno legato Paolin ai suoi romanzi e alla sua poesia. Durante la sua visita “il nostro piccolo maestro” ci ha raccontato di aver cominciato il suo percorso di scuola superiore con il liceo scientifico, ma di aver anche cominciato a nutrire un interesse per il mondo della letteratura intorno al terzo anno di liceo, grazie alla sua professoressa di italiano.  Dopo la scoperta, proprio sui banchi di scuola, delle liriche  di Guido Cavalcanti, è infatti scoppiata la sua passione per la letteratura, alimentata dalla conoscenza approfondita di Primo Levi e soprattutto di Cesare Pavese, in un percorso universitario compiuto sotto il magistero di Marziano Guglielminetti.

Ed è proprio a Cesare Pavese che Paolin ha dedicato la sua lezione, coinvolgendo gli studenti in un’interessante riflessione sul pensiero del poeta, incentrata in particolare sul romanzo La casa in collina, spiegando come Pavese si rispecchiasse nel personaggio di Corrado, il protagonista, un intellettuale, con idee giuste e nette, ma con un’indole più  tendente all’osservazione che all’azione, refrattaria a mettersi in gioco: infatti Corrado ammira l’opera dei partigiani, ma preferisce osservare da lontano, piuttosto che aiutarli concretamente.

“[…] mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscire mai più […].

Perciò il personaggio di Corrado in La casa in collina è stato definito da Paolin come un “nicodemista“, un individuo che non esprime il suo parere, ma sta in silenzio per timore.  Paolin lo ha descritto come l’incarnazione della “codardia” e della “vergogna”, mostri con i quali Pavese ha dovuto fare i conti molte volte, nonché parole chiave di molte sue liriche, e ha spiegato che Corrado è stato costruito appositamente dallo scrittore in modo tale da non suscitare empatia nel lettore.

” […] L’esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto che esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l’inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.[…]”

Paolin ha spiegato che Pavese non ha scelto di combattere, ma di “raccontare il sangue e placarlo”, cioè descrivere gli orrori della guerra nella consapevolezza che sia necessario “dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso”.

 “[…] Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione […].

La casa in collina  è stato pubblicato nel 1948: la Seconda Guerra Mondiale si era conclusa da pochi anni e certe frasi contenute nel suo romanzo (ad esempio “Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista”)  risultavano scomode e impopolari, così come il personaggio di Corrado, perché ricordavano che era stara “una guerra civile“, non tutti erano stati eroici, come Cate o Tono, tanti erano stati i Corradi, nonostante i proclami trionfali del dopoguerra.

Per concludere la sua visita, Paolin ha dato agli studenti la possibilità di rivolgergli domande o commenti riguardo a Cesare Pavese, rendendo la lezione più interattiva e stimolante. Uno studente gli ha chiesto come avrebbe definito  la scrittura di Pavese, se avesse potuto usare una sola parola. Paolin ha risposto che la scrittura del poeta si sarebbe potuta definire come una scrittura “pastosa” in quanto uno dei tratti distintivi di Pavese è appunto il suo modo di scrivere complesso, quasi criptico, anche in quanto “impastato” di paesaggio, di richiami ancestrali e mitologici, di dialetto, di piemontesità.

 

 

 

Un dizionario conquistato: le parole hanno una memoria

di Mario Zingirian, 2 D

“Per voi dire suolo o sangue è normale, ma nel 1946 non lo era affatto”     
Demetrio Paolin
Demetrio Paolin
Lo scrittore Demetrio Paolin

La citazione non si riferisce all’evoluzione della lingua, nel dizionario del tempo queste parole esistevano ed erano ben conosciute. Eppure evitarle significava essere dalla parte dei “liberatori”, perché questi vocaboli erano adoperati dai fascisti, rappresentavano pienamente il loro ideale nazionalista e col tempo erano divenuti di fatto un identificativo. Era sufficiente pronunciarne uno per essere etichettato come uno di loro. Infatti proprio come ogni disciplina ha un linguaggio tecnico, ogni gruppo di individui ha un vocabolario specifico di cui si appropria. L’identità di qualsiasi persona, scienza e persino di qualsiasi tempo è contraddistinta da un codice linguistico diverso.

Dopo la liberazione, utilizzare il gergo degli oppressori sconfitti era visto come un atto di cattivo gusto, una rievocazione di un male sepolto. Dunque nell’immediato dopoguerra si sviluppò il fenomeno inverso all’identità di linguaggio.

Ma tra gli intellettuali del tempo c’era anche Cesare Pavese, che a causa del suo mestiere, non riusciva a sopportare che certe parole fossero evitate per non richiamare i ricordi del fascismo. Perciò nei suoi scritti di quel periodo, tra cui si ricorda la poesia “Tu non sai le colline” (1945) e l’articolo “Ritorno all’uomo” (1945) l’autore sottolineava volontariamente questi vocaboli, proprio come se tentasse di riconquistare una parte della lingua che un’enorme parte del popolo stava provando a seppellire.

All’inizio Pavese fu molto criticato, anche dai suoi stessi colleghi, che non capivano perché nel mezzo di quella nuova speranza egli stesse risvegliando di fatto la triste epoca appena conclusa. A ciò contribuì anche l’altra intenzione dello scrittore stesso di denunciare tutti coloro che non avevano fatto nulla per ostacolare il regime; anche Pavese si riconobbe in questo insieme e ne prese atto pubblicamente. Proprio dal debito che sentiva di avere con l’Italia, nacque il desiderio di aiutare in qualche maniera la ricostruzione del Paese e lo fece nel suo settore, adoperando parole disprezzate come terra, sangue, patria, nazione, stirpe, disciplina e molte altre. Le immise nelle sue opere come se avessero lo stesso peso degli altri vocaboli, il suo fine era ottenere questo risultato.

Così facendo, lo scrittore ha avviato un processo di recupero che ha gradualmente reintegrato i termini, proprio come se nulla fosse accaduto, esattamente come voleva lui. All’operazione piano piano aderirono altri autori che compresero l’importanza di conservare la lingua. Tra costoro si possono citare Beppe Fenoglio, Elio Vittorini e Vasco Pratolini. Progressivamente la gente smise di vedere il fascismo in quelle parole, gli intellettuali erano stati capaci di ricontestualizzarle e di pulire una macchia della storia che le corrompeva.   

Per cui se il vocabolario italiano dispone nuovamente di certe parole, libere dal loro ingombro ideologico, restituite alla lingua comune come se nulla le avesse mai contaminate, è soprattutto merito di un uomo incompreso da molti, ma con un obiettivo ben chiaro per se stesso: restituire alla nazione ciò che sentiva di non aver dato negli anni precedenti.

“Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro”       

Cesare Pavese

“Lo siamo tutti” Corrado, Pavese e la colpa dell’indifferenza: incontro con Demetrio Paolin

Conversazione con Demetrio Paolin su Cesare Pavese e la figura di Corrado nel romanzo “La casa in collina”

di Alice Crosa di Vergagni, 2d

«Non sei mica fascista» mi disse. Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. «Lo siamo tutti, cara Cate» dissi piano. «Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista».

Nel racconto di Cesare Pavese il protagonista è Corrado, professore di Torino durante la Seconda Guerra Mondiale che scappa dai bombardamenti sulla città trasferendosi in collina. È un personaggio che  durante la narrazione riesce a colpire il lettore con i suoi atteggiamenti distaccati e freddi risultando agli occhi di molti come una figura antipatica ed egoista. Pavese ha infatti cercato di creare un personaggio, simile alla sua persona, lontano da ogni possibile comprensione da parte del pubblico, una figura che è indifferente davanti alla sofferenza di quel periodo.

Dopo la pubblicazione di questo romanzo, alla fine della guerra, Pavese venne criticato proprio per la principale connotazione del suo protagonista che rispecchiava indirettamente l’atteggiamento di tanti che hanno vissuto durante quell’epoca. In un momento in cui si cercava di dimenticare il dolore passato, Cesare Pavese con questo personaggio ricorda alle persone una delle più gravi colpe della gente davanti a tante ingiustizie, la grande indifferenza che sicuramente è nata in un primo momento a causa della paura che riempiva gli animi e che ha continuato però ad invadere le case di tutti.  Dopo il ’45 molta gente che si era salvata dopo aver fatto un sospiro di sollievo ha comunque dovuto far fronte ad un problema tutt’altro che semplice da ignorare, la propria coscienza: chiunque alla fine di tutto si sarà infatti chiesto cosa avrebbe potuto fare in più per salvare qualcun altro. Corrado apre gli occhi a tutti gli indifferenti durante il conflitto mostrando loro un atteggiamento che hanno avuto per tutta la durata dello scontro ma di cui solo ora si rendono conto e di cui si vergognano.

Possiamo, quindi, biasimare Corrado? Possiamo odiare una persona che rimarca gli atteggiamenti di molti in situazioni tanto difficili? La risposta è certamente affermativa, si può infatti, ma si deve essere consapevoli del fatto che probabilmente l’indifferenza è una delle più diffuse risposte dell’uomo al pericolo, a causa del timore o di un persistente sentimento di impotenza, e che solo in pochi riescono a non provare.

La scrittura e l'abisso. “Anatomia di un profeta” di Demetrio Paolin | Blog | Sul Romanzo
Demetrio Paolin

Demetrio Paolin, scrittore e professore, durante l’incontro avvenuto il 6 febbraio al Liceo Classico A. D’Oria di Genova ha condiviso con gli studenti delle classi seconde del percorso Umanistico la sua passione per Cesare Pavese descrivendo la sua scrittura come “pastosa” e capace di donare al pubblico tante emozioni. Si appassiona ai racconti dell’autore quando ancora aveva sedici anni trovando come protagonisti dei libri di Pavese i luoghi in cui è cresciuto, le parole all’interno dei componimenti lo accompagnano ancora oggi dopo avergli regalato una carriera da scrittore e un amore verso i significati e le riflessioni della letteratura.

Paolin riconosce infatti l’antipatia che noi proviamo verso Corrado mostrandoci però un altro punto di vista, quello della comprensione. Spesso preferiamo infatti personaggi eroici, fieri ed empatici che vivono con uno scopo o agiscono per un bene comune, ma quanti possono dire di assomigliare a qualcuno così? Solo pochi. Giudichiamo invece personaggi distaccati, freddi ed egoisti, ma chi invece è simile a questi? Tanti.

In un mondo caratterizzato da odio e antipatie nei confronti dell’altro, Paolin ci ricorda che non siamo così diversi dalle persone che ci circondano. Le cose vanno viste e capite da più punti, non solo da uno. Possiamo giudicare le persone, ma dovremmo sempre chiederci cosa avremmo fatto di diverso, e imparare a essere comprensivi riconoscendo le azioni degli altri e le nostre.

Pavese riesce quindi a descrivere tanto di una persona nell’atteggiamento di un uomo comune portando però la gente ad odiare il personaggio che spiega molto dei loro biasimevoli sentimenti.

Sorprende, infine, la capacità di Demetrio Paolin di appassionarsi a una figura che molti non apprezzano. Paolin non scarta la vergogna che Corrado ci provoca, ma la trasforma in uno spunto di riflessione: sulla coscienza, sulla comprensione, sul giudizio che spesso rivolgiamo agli altri. Un giudizio che a volte pronunciamo sapendo, in fondo, che avremmo agito allo stesso modo; ma confessarlo fa paura: è più facile vergognarsi di Corrado che riconoscerci in lui.