Dal “giocattolo per ricchi” all’icona italiana: viaggio nel Centro Storico Fiat di Torino

di Elena Traverso, 2B 

“Un giocattolo per ricchi, o una moda passeggera”. Così veniva definita l’automobile agli inizi del Novecento. L’equivalente di trecentomila euro per un’automobile che andava a passo d’uomo. Eppure qualcuno la comprò. È da questa curiosità che prende avvio la storia della Fiat, raccontata tra le mura del suo archivio storico a Torino.

Dalle officine all’impero industriale

Il centro storico Fiat di Torino rappresenta uno dei luoghi simbolo dell’industria automobilistica italiana:  offre ai visitatori un percorso attraverso la collezione permanente dei diversi modelli che ne hanno fatto la storia. L’edificio che oggi ospita l’archivio storico fu la prima sede della Fiat, fondata nel 1899. Attraverso fotografie, manifesti, modelli e documenti originali, il museo racconta la nascita dell’automobile e la crescita di un’azienda destinata a diventare protagonista dello sviluppo industriale italiano All’inizio la costruzione delle automobili era interamente artigianale e i costi erano elevatissimi. Ben presto, però, Fiat ampliò la propria attività producendo non solo automobili, ma anche motori per camion, trattori, motoscafi e aerei, diventando un punto di riferimento per molti settori dei trasporti.

La pubblicità come arte

Uno degli aspetti più interessanti della visita riguarda la comunicazione. Per convincere il pubblico ad acquistare un prodotto così innovativo non bastava costruire buone automobili: bisognava anche raccontarle. Nacquero così le prime campagne pubblicitarie. In un’epoca in cui la figura del grafico pubblicitario non era ancora definita, furono artisti affermati a realizzare manifesti destinati a promuovere il marchio. Tra questi spicca il nome di Plinio Codognato, autore di celebri opere pubblicitarie.

Anche le corse automobilistiche e i saloni dell’auto divennero strumenti fondamentali per dimostrare l’affidabilità dei veicoli e conquistare la fiducia dei potenziali clienti. In quegli anni Fiat collaborava inoltre con aziende importanti come Pirelli e iniziò a sperimentare nuove soluzioni tecniche, tra cui l’aerodinamica, che cambiò profondamente l’aspetto delle vetture.

Dante Giacosa: l’uomo che inventò la 500

Il museo dedica uno spazio speciale a Dante Giacosa,  uno tra i più grandi progettisti della Fiat, considerato l’artefice dei modelli più famosi, tra cui la 500 e la 600, automobili che contribuirono alla motorizzazione di milioni di famiglie.

Comunicare in tempo di guerra

La visita mostra inoltre come Fiat abbia saputo adattare la propria comunicazione ai diversi momenti storici. I manifesti degli anni Trenta e Quaranta riflettono il clima politico dell’epoca, mentre nel dopoguerra la grafica pubblicitaria assunse uno stile più moderno ed essenziale. Particolarmente interessante è il caso della Balilla: pur essendo un modello relativamente economico, veniva presentata attraverso immagini eleganti e raffinate per trasmettere un’idea di prestigio e qualità.

Il primo manifesto Fiat fu commissionato a Giovanni Battista Carpanetto   e rappresenta una coppia di eleganti signori a bordo di una vettura ancora molto simile a una carrozza. In Italia, tra fine Ottocento e inizio Novecento, esistevano circa 164 case automobilistiche e farsi spazio tra queste promuovendo i propri modelli era fondamentale per la crescita della propria produzione. Particolarmente interessante è il caso della Balilla: pur essendo un modello relativamente economico, veniva presentata attraverso immagini eleganti e raffinate per trasmettere un’idea di prestigio e qualità.

Un altro elemento importante emerso durante la visita è l’attenzione dedicata alla formazione dei lavoratori. Fiat investiva infatti nell’istruzione dei giovani operai attraverso scuole professionali e percorsi di specializzazione, preparando personale qualificato per le esigenze dell’industria.

Il Centro Storico Fiat non racconta soltanto la storia di un’azienda, ma anche quella dell’innovazione italiana. La mostra ricorda come le tecnologie che oggi consideriamo normali siano nate grazie al coraggio di imprenditori, ingegneri e clienti che hanno creduto in un’invenzione ancora tutta da scoprire. Comprendere il passato dell’automobile significa anche capire meglio le sfide della mobilità del futuro.

 

Dai Lumière ai social: perché il cinema incanta ancora

di Camilla Balbi, 2B

Prima dei social e degli effetti speciali, il cinema era stupore e meraviglia: un’immagine che per la prima volta prendeva vita.
Nel 1895 bastò uno schermo con un treno in corsa per togliere il fiato a un’intera sala.

Lo abbiamo scoperto visitando il Museo del Cinema, a Torino, suggestivamente allestito all’interno della Mole Antonelliana. Oggi siamo abituati a scorrere svogliatamente decine di video al giorno, ed è difficile immaginare lo stupore di chi si trovò davanti a quelle prime immagini in movimento. Quando il treno dei Fratelli Lumière apparve sullo schermo, diversi spettatori scattarono in piedi o si spostarono, certi che stesse davvero piombando verso di loro. Da quella sera, la storia del cinema ebbe inizio.
Erano gli ultimi anni dell’Ottocento quando Auguste e Louis Lumière presentarono il cinematografo. Funzionava in modo semplice ma rivoluzionario: catturava immagini in movimento e le proiettava su uno schermo. Qualcosa che prima sembrava impossibile.
Il cinema si rivelò subito qualcosa di più di un semplice intrattenimento: fu il primo grande mezzo moderno di aggregazione sociale, ancora prima della televisione. Le persone non andavano in sala solo per vedere un film, ma andavano anche per stare insieme. In quelle sale buie si mescolavano età, mestieri e classi sociali diverse, accomunati dalle stesse immagini. Si rideva tutti insieme, ci si commuoveva, e uscendo si continuava a parlare di quello che si era appena visto.
In un’epoca con poche forme di intrattenimento, il cinema rappresentava svago e socialità. Proprio questa capacità di unire le persone trasformò il cinematografo in uno dei fenomeni culturali più rivoluzionari della storia.
Oggi siamo abituati a vedere tutto da soli, sul telefono o sul computer, spesso facendo anche altre cose nello stesso momento. Il cinema è diverso. Quando entri in una sala, ci sono tante persone sconosciute sedute vicino a te che guardano esclusivamente la stessa storia. Tutti condividono le stesse emozioni, anche senza conoscersi.
E’ proprio questo che ha reso il cinema straordinario: non è solo un passatempo, ma un’esperienza. Guardare un film in sala ci abitua anche a prestare più attenzione. Non scorriamo velocemente le immagini come facciamo sui social, ma ci fermiamo davvero a osservare. In questo modo impariamo a comprendere le emozioni dei personaggi, ad immergersi nei suoni avvolgenti delle proiezioni e ad essere catturati da immagini coinvolgenti.
La visita al museo del Cinema ci fa riflettere su come il cinema abbia ancora oggi un grande valore.
In un tempo in cui tutti sembrano non interessarsi agli altri e i social consentono solo una vicinanza apparente, il cinema ci ricorda che condividere emozioni ed esperienze ci fa sentire più vicini.

Se il basket non è più solo un “gioco da ragazzi”

di Stella Medusei, 2B

Il basket femminile è nato solo cinque anni dopo quello maschile, nel 1896. Eppure, per decenni, i riflettori si sono accesi quasi solo per gli uomini. Oggi, però, le cose stanno cambiando. Tale sport permise agli studenti delle scuole del Massachusetts di tenersi in forma anche durante il periodo invernale, quando le temperature erano più rigide. Il basket, per entrambi i sessi, richiede dinamicità, attenzione, equilibrio, fluidità nei movimenti, precisione e la capacità di saper giocare in squadra, poiché un minimo errore può rompere il ritmo del gioco.

Il basket femminile: questione di dettagli

Dal punto di vista tecnico la pallacanestro femminile e quella maschile si differenziano in un minimo dettaglio: nella prima, la palla ha un peso e un diametro minore della palla da gioco che utilizzano i maschi. Il basket femminile è sempre più diffuso anche a livello internazionale: in Italia il campionato più importante è la Serie A1, gestita dalla Lega Basket Femminile (LBF), mentre i campionati minori sono la Serie B, C e la Promozione, gestiti dai comitati FIP, in Europa è la FIBA Women’s EuroBasket e nel mondo la WNBA.

Un po’ di teoria 

Durante le partite di pallacanestro femminile, le due squadre avversarie giocano con cinque giocatrici a testa in un campo indoor, ovvero situato all’interno di una struttura. La durata di ogni singola partita è di 40 minuti divisi in 4 tempi; l’obiettivo è fare punto nel canestro opposto. Ogni giocatore possiede un ruolo definito e che varia in base alla propria posizione nel campo: ala grande, ala piccola, guardia, centro, swingman o guardia-ala e molti altri.

Una situazione in evoluzione 
Nonostante il basket sia lo sport più seguito dopo il calcio, quello femminile è nettamente meno seguito, sia dai tifosi, sia dagli sponsor. Tuttavia, la situazione si sta evolvendo: infatti, negli ultimi tempi, la pallacanestro femminile ha raggiunto sempre più spettatori e spettatrici durante le partite. Nascono sempre più nuovi talenti che scalano le classifiche, come A’ja Wilson, ala dei Las Vegas Aces. Ella ha acquisito più volte il titolo di MVP e ha dimostrato di avere un’abilità difensiva eccellente. A’ja Wilson, assieme a molte altre atlete, è il chiaro esempio che, anche negli sport che sono sempre stati definiti prevalentemente maschili, le donne possono mostrare il loro valore e la loro validità, senza sentirsi inferiori.

Dove possono giocare le appassionate di basket a Genova?

A Genova le due squadre che promuovono la pallacanestro giovanile anche per le femmine sono la A.S.D. Ardita Juventus 1906 e il Basket Pegli. Entrambe garantiscono alle ragazze e ai ragazzi un ambiente sano e famigliare nel quale poter crescere. Attraverso qualsiasi sport di squadra nascono nuovi legami, dai quali sorgono diverse amicizie e conoscendo sempre più persone ci rendiamo conto di cosa sia davvero la realtà.

Come affrontare gli stereotipi nello sport?

Non solo negli sport ma anche in ambienti lavorativi e sociali, i pregiudizi di genere purtroppo resistono. Per questo le giovani atlete potrebbero essere spronate dall’esempio di tutte coloro che hanno raggiunto il successo o sono riuscite a realizzare le loro passioni, rimanendo se stesse e senza farsi distogliere dai propri obiettivi. Molte campionesse, nonostante nel loro passato abbiano subito derisioni per i loro valori, al giorno d’oggi sono riuscite a trasmettere gli stessi ideali e farli diventare la “normalità”.


 

 

Papato nell’era dei social: il Vaticano tra caos mediatico e tensioni globali

Passato un anno dalla morte di papa Francesco e la successiva elezione del nuovo pontefice, non mancano le speculazioni online riguardo alle posizioni del papa e il confronto tra le due linee di pensiero.

Le polemiche sulla morte di Papa Francesco. Papa Francesco è morto il 21 aprile 2025. Quest’anno è stato commemorato il primo anniversario della sua dipartita con celebrazioni nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, dove è sepolto. Il decesso, avvenuto a causa di un ictus dopo una polmonite, si è verificato durante il Giubileo, proprio il giorno dopo Pasqua. Online sono sorte molte teorie del complotto riguardo alla data così particolare della morte: Papa Francesco infatti è scomparso durante l’Anno Santo, da lui stesso inaugurato il 24 dicembre 2024. La sua morte è avvenuta precisamente il Lunedì dell’Angelo, subito dopo le celebrazioni pasquali. Molte persone nella rete hanno avanzato ipotesi di teorie del complotto, che circolavano già da settimane riguardo al reale stato di salute del Pontefice. Alcune tra le fake news più note che circolavano sul web in quel periodo riguardavano in particolare i suoi problemi di salute e i ricoveri al Policlinico Gemelli tra febbraio e aprile 2025. Secondo alcune analisi una parte significativa dei contenuti falsi è stata diffusa da profili falsi o bot. La maggior parte dei complottisti sosteneva che il papa fosse già morto mesi prima dell’annuncio ufficiale. Persino dopo che il papa riapparì in pubblico dopo il ricovero, durante alcune apparizioni pasquali, molti cospirazionisti continuarono a sostenere questa tesi diffondendo la voce infondata che la persona affacciata dal balcone di Piazza San Pietro fosse un sosia del papa. Secondo molti la Chiesa ha nascosto la morte del pontefice per gestire la “sede vacante” e la scelta del successore lontano dagli occhi del pubblico. Alcune teorie proponevano addirittura la possibilità di una morte decisa a tavolino o di un prolungamento artificiale della vita. In seguito all’improvvisa popolarità sui social media in merito a queste notizie, numerosi Influencer e complottisti hanno tentato di fare irruzione al Policlinico Gemelli durante i ricoveri del Papa, diffondendo video virali su presunti insabbiamenti.

Il nuovo pontefice. L’8 maggio 2025 è stato ufficialmente eletto Papa Leone XIV come successore di Francesco. Ormai è passato un anno da quando è emerso il fumo bianco dal camino della cappella Sistina, simbolo della decisione del conclave, e non mancano certo sulla rete persone che tentano di confrontare i diversi approcci e atteggiamenti delle due figure religiose. Molti hanno notato come sia evidente una transizione tra uno stile pastorale e informale ad un approccio più istituzionale e tradizionale, pur mantenendo continuità su temi sociali e di dialogo. Leone XIV mantiene una apparenza più formale nell’abbigliamento, riscoprendo i paramenti tradizionali, rispetto alla semplicità di Bergoglio, avendo indossato ad esempio la mozzetta rossa e paramenti tradizionali fin dalla prima apparizione, distanziandosi dallo stile più sobrio di Francesco, che scelse una semplice veste bianca. Nonostante le differenze nel vestiario, Leone XIV si presenta come un continuatore del percorso di dialogo e apertura pastorale di Francesco, inclusa l’attenzione alle donne nella Chiesa. Leone XIV appare inoltre più orientato di Francesco verso un ruolo istituzionale e una maggiore centralità dei simboli tradizionali della fede. Entrambi hanno ribadito dai primi giorni in seguito alla loro elezione l’importanza della pace, soprattutto in questo periodo, sebbene Leone XIV abbia assunto posizioni più nette su questioni internazionali, come quelle sulla NATO.

Rapporto tra la Chiesa e gli Stati Uniti. Passato un anno, la maggior parte delle persone riconosce in Papa Leone stile e pensieri già apprezzati in Papa Francesco. Non è facile però dimenticare le preoccupazioni generali sorte un anno fa durante il periodo di decisione del Conclave: l’elezione di Papa Leone XIV, primo papa statunitense della storia, ha immediatamente suscitato nelle persone (fedeli e laiche) dubbi e preoccupazioni di natura geopolitica e simbolica: la sua origine americana, in un tempo in cui i rapporti tra l’America e il resto del mondo sono tesi e incrinati, avrebbe influito sulle sue azioni? Dentro e fuori il Vaticano è sempre esistita infatti una certa cautela verso l’idea di un pontefice americano. Per decenni si era ritenuto improbabile che la Chiesa eleggesse un papa proveniente dalla principale superpotenza mondiale, per evitare di ampliare il potere del continente americano anche in ambito religioso. Nel caso di Leone XIV, questa preoccupazione è stata un po’ attenuata dalla sua biografia “internazionale”: pur essendo nato a Chicago, ha vissuto come missionario per molti anni in Perù, con una forte esperienza latinoamericana e un profilo considerato più ecclesiale che politico. All’inizio, Trump ha accolto l’elezione con sorpresa ma anche con orgoglio nazionale, parlando di “grande onore” per gli Stati Uniti. Con il passare dei mesi, le tensioni sono diventate più esplicite. Leone XIV ha insistito pubblicamente sulla necessità di “costruire ponti”, dichiarando anche di non avere paura di sollevare questioni delicate con Trump se necessario. 

Il punto di rottura è arrivato nell’aprile 2026, quando Trump ha attaccato duramente il papa sui social, definendolo “debole” e “troppo liberale”, soprattutto dopo gli appelli del pontefice contro la guerra e contro l’uso della religione per giustificare conflitti internazionali.

Trump è arrivato persino a sostenere che l’elezione di Leone XIV fosse legata alla sua stessa presenza alla Casa Bianca, dichiarando: “Se non fossi presidente, Leone non sarebbe in Vaticano”. Dal canto suo, Leone XIV ha evitato in ogni modo uno scontro personale diretto, ma ha mantenuto una linea ferma: ha continuato a parlare in favore della pace, contro il “delirio di onnipotenza” e contro l’“idolatria della forza”. Anche parte dell’episcopato americano ha preso in merito al dibattito con il pontefice le distanze dagli attacchi di Trump, ricordando che “il Papa non è un rivale politico, ma il Vicario di Cristo”. Non bisogna dimenticare, inoltre, le foto controverse che Donald Trump aveva pubblicato sui siti ufficiali della casa bianca su Truth: immagini create con l’intelligenza artificiale ritraevano il presidente americano agghindato con le vesti papali. Queste foto sono state pubblicate un anno fa, durante il periodo tra la morte di Papa Francesco e le elezioni dell’attuale pontefice. A causa di questa mossa migliaia di persone sono insorte sui social a discutere: sebbene la maggior parte criticasse l’aspetto blasfemo e irrispettoso delle immagini, considerando anche il momento in cui sono state pubblicate, alcune persone hanno difeso il presidente definendo le foto “scherzi innocenti” o spiritose battute.

Papato nel mondo del cinema. Queste tensioni tra fede, comunicazione e potere ricordano molto anche il modo in cui il cinema contemporaneo ha iniziato a raccontare il Vaticano negli ultimi anni. Un esempio significativo è “Conclave”, thriller politico ambientato durante l’elezione di un nuovo pontefice e tratto dal romanzo di Robert Harris. Il film, il cui attore protagonista è Ralph Finnies, mostra un Vaticano attraversato da giochi di potere, divisioni ideologiche e pressione mediatica, mettendo in scena una Chiesa costretta a confrontarsi con il peso dell’opinione pubblica e delle tensioni globali. Pur essendo un’opera di finzione, molte delle dinamiche raccontate nel film richiamano le paure e le discussioni nate realmente dopo la morte di Papa Francesco e durante l’elezione di Leone XIV: il timore dell’influenza politica internazionale, il ruolo dei Social e la conseguente difficoltà della Chiesa nel mantenere un equilibrio tra tradizione e modernità nell’epoca dei social network.

Il film queer “La più piccola” subisce la censura.

La visione vietata ai minori di 14 anni scatena le polemiche

di Gilda Agosti e Anita Corsi, 3B

Dopo pochi giorni dall’uscita nelle sale, l’Italia è mossa da un caso che sta facendo discutere critica e istituzioni. “La più piccola”, l’ultimo film della regista Hafsia Herzi, è stato segnalato dalla Commissione per la Classificazione delle Opere Cinematografiche del Ministero della Cultura, mettendo un rigido divieto ai minori di 14 anni.

Una decisione che ha immediatamente fatto scattare una lunga discussione tra la distribuzione e gli organi di controllo. Al centro della pellicola c’è Fatima, una ragazza diciassettenne che vive il difficile passaggio all’età adulta in bilico tra due mondi. Da un lato, le tradizioni di una famiglia musulmana; dall’altro, i desideri personali e la ricerca di un’identità libera e senza etichette. È un viaggio intimo, tra i corridoi dell’università di filosofia a Parigi, dove Fatima cerca di trovare il giusto equilibrio tra il suo cuore e la devozione, che secondo la critica internazionale, viene raccontato con estrema sensibilità. Nonostante il valore artistico venga riconosciuto, la Commissione ministeriale è stata irremovibile. La motivazione ufficiale parla di “riferimenti sessuali dettagliati” che, nonostante non siano pornografici, potrebbero limitare lo sviluppo emotivo dei ragazzi più giovani. Ma ciò che ha lasciato più sconvolti coloro che si occupano dei lavori sono le tematiche aggiuntive: nel verbale si legge infatti di “turpiloquio” e di “incitamento all’odio”, ovvero accuse pesanti per un’opera che nasce con l’intento di abbattere barriere, non di costruirne. Il paradosso è chiaro guardando a livello internazionale il successo del film. l’Italia mette restrizioni ma il resto del mondo promuove l’opera di Hafsia Herzi.

Il film ha ricevuto grandi riconoscimenti come il Queer Palm a Cannes, per il suo valore nel raccontare le tematiche LGBTQ+, il premio César 2026 alla protagonista Nadia Melliti come miglior attrice emergente e il premio per la miglior regia al BIF&ST di Bari. Questa differenza mette in evidenza una difficoltà del nostro sistema culturale nell’accettare temi legati all’identità di genere e alla religione quando si intrecciano in modo non convenzionale. La risposta della casa di distribuzione Fandango è stata immediata sostenendo che l’Italia sia un paese arretrato e definendo il provvedimento una forma di “censura preventiva”, la società ha annunciato ricorso d’urgenza. Secondo Fandango, vietare il film ai minori di 14 anni è il sintomo di un’Italia “arretrata quando si tratta di affrontare il tema dell’educazione sessuoaffettiva”. La regista Hafsia Herzi si è definita “profondamente rattristata” ricordando come il libro da cui è tratto il film non sia mai stato censurato in alcun Paese.

Le parole di Silvia Salis alle giovani donne

di Camilla Danero, 2d

Uno tra i nuovi ed emergenti volti della politica italiana è quello dell’ex atleta olimpica e attuale sindaca di Genova Silvia Salis.

Quattro alunni del liceo “D’Oria” si sono recati presso palazzo Tursi per intervistare la sindaca. L’incontro aveva lo scopo di capire come procede il lavoro della sua amministrazione nell’ambito di un approfondimento del quarto articolo della Costituzione Italiana, articolo che tratta il tema del lavoro.

Durante l’intervista sono stati affrontati diversi temi, tutti riguardanti lo stesso argomento ma in ambiti differenti. In particolare si è trattato dell’argomento della figura della donna nel mondo del lavoro e della società.

Che cosa ne pensa Silvia Salis della condizione odierna della donna?

A questa domanda la sindaca risponde:

Le donne vivono in un mondo dove c’è un trattamento diverso per gli uomini rispetto alle donne. Quello che deve fare una donna, soprattutto quando arriva in una posizione di potere, è quello di non dimenticarsi di tutta la fatica che stanno facendo le altre donne per raggiungere i propri sogni e i propri obiettivi”.

La sindaca inoltre afferma di avere molta fiducia nei giovani e che questa battaglia a tutela delle donne deve diventare una battaglia degli uomini e dice:

Voi ragazzi non potete tollerare che dei vostri amici trattino le donne in un certo modo. Voi avete una grande responsabilità, potete interrompere una catena che va avanti da secoli. Voi insieme alle giovani donne potete cambiare questa società. Dovete intervenire e non lasciare correre altrimenti siete parte del problema, non basta dire ‘non lo farei’ e soprattutto bisogna sempre sostenere la solidarietà tra donne.

Insegnare alle donne ad autodifendersi può essere una soluzione alla violenza contro le donne?

A questa domanda la sindaca sostiene che l’autodifesa sia uno strumento con il quale le donne possano tutelarsi ma certamente non è una soluzione. Salis afferma che il cambiamento deve essere culturale e deve essere di tutta la società, nella consapevolezza delle donne che hanno il diritto di non essere trattate in un certo modo. Questo cambiamento sarà un percorso lungo ma necessario e nelle nostre generazioni c’è speranza.

“La Coscienza di Zeno” rivive sul palco con Alessandro Haber

di Anita Corsi e Luca Mangini, 3B

Il teatro Ivo chiesa di Genova ha ospitato dal 19 al 22 febbraio lo spettacolo “La coscienza di Zeno”, adattamento teatrale del celebre romanzo di Italo Svevo curato da Monica Codena e da Paolo Valerio, che ne è anche il regista. Lo spettacolo ha debuttato per la prima volta con successo a Trieste, città natale di Svevo.

Alessandro Haber, nei panni di Zeno ormai anziano, ci guida nel suo diario introspettivo, passando in rassegna e raccontando i momenti salienti della sua vita: il difficile rapporto con il padre e la sua morte, l’amore per Ada Malfenti e la proposta di matrimonio da lei rifiutata, le nozze con Augusta Malfenti, il difficile rapporto con il cognato Guido Speier interpretato da Emanuele Fortunati, il suo suicidio e funerale, ed infine il tradimento della moglie durante il fallimento della attività commerciale aperta con Guido. Sulla scena, in modo del tutto inedito,  si muove anche l’ alter ego giovane di Zeno, interpretato da Francesco Godina, occupato in un dialogo espressivo e dinamico con gli altri personaggi e  con Zeno stesso con frequenti rotture della quarta parete.

La scenografia ed i costumi di Marta Crisolini Malatesta in bianco e nero vogliono riportare il pubblico nell’ ambiente mitteleuropeo di Trieste di fine 800. I numerosi e rapidi cambi di scena mettono ordine tra i flashback rendendo lo spettacolo ancora più dinamico. Ma è l’ interpretazione di Haber a dare una marcia in più allo spettacolo: infatti la sua narrazione frenetica e imperfetta, che talvolta sfocia nell’ isteria, calza perfettamente con il personaggio di Zeno, sebbene talvolta sia di difficile comprensione per gli spettatori. L’ attore stesso recita con estrema espressività anche il monologo finale, riflettendo sull’intelletto umano e sull’ambivalenza dagli “ordigni” costruiti dagli uomini.

UICI: L’Unione che fa la forza

di Mario Zingirian, 2D

Leggere un libro o fare sport, azioni spesso date per scontate, sono traguardi impegnativi per chi non vede e richiedono supporti specifici e soprattutto il sostegno di un gruppo. Infatti la collaborazione permette molto spesso di arrivare a risultati che individualmente sarebbero irraggiungibili. Questo è il caso dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti (UICI), fondata a Genova nel 1920 come iniziativa indipendente. Oggi è diventata un vero baluardo per le persone con difficoltà visive, che l’associazione sostiene assiduamente e coinvolge in attività differenti e stimolanti. Infatti l’Unione si impegna a garantire agevolazioni finanziarie e aiuti di ogni genere, ad esempio i Cani Guida, agli associati. Allo stesso tempo, offre a membri e volontari la possibilità di usufruire di iniziative di vario genere e parteciparvi, tra cui la stesura di un giornale online e di più riviste e la messa in onda di una radio (SlashRadio) con annesso canale youtube.

Queste sono autentiche sfide rese decisamente più complicate dalla cecità, ma proprio per un desiderio di rivalsa, la soddisfazione nel momento della riuscita è ancora più grande.

Inoltre alcune delle 107 sezioni dell’UICI presenti in tutta Italia organizzano concorsi per le scuole di ogni grado e indirizzo, per esempio le sezioni liguri bandiscono il concorso “Ascoltami: ti racconto una storia” che consiste nel produrre un elaborato audio che racconti parola per parola un testo precedentemente prodotto dall’alunno stesso. La composizione deve contenere tre parole che l’Unione sceglie ogni anno. Tra i partecipanti ricorrenti ci sono anche alcune classi del Liceo Andrea D’Oria.

I progetti dell’associazione hanno origine dal sentimento di resilienza e dallo spirito di collaborazione tra persone con le stesse difficoltà, aiutate da volontari. Questo può essere uno spunto di riflessione, infatti le grandi imprese nascono da rivincite, un esempio è il Servizio Civile Universale adibito dall’UICI, che include la partecipazione di volontari per un aiuto nell’accompagnamento e più in generale nel supporto degli associati. Abbattersi è umano e comprensibile, ma è rialzandosi che si arriva ai traguardi, in qualsiasi ambito, proprio come hanno fatto i ciechi e gli ipovedenti italiani nella storia e soprattutto come fanno adesso.

Bisagno: comandante ma soprattutto uomo giusto

Chi era Aldo Gastaldi e perché il suo “Codice Cichero” rappresenta ancora oggi una lezione di giustizia e di fede per noi giovani.

di Noa Braggio, 2D

Lo chiamavano Bisagno, un uomo che sapeva guardare lontano e lottare per i propri ideali, per la propria libertà. Attraverso l’incontro avvenuto giovedì 23 aprile con il nipote Aldo e attraverso lo splendido lavoro delle studentesse e degli studenti della classe 5^ I del liceo classico D’Oria, Aldo Gastaldi è tornato a vivere tra i banchi di scuola per raccontare la propria esperienza e i propri valori. Le sue parole riemergono attraverso la presentazione curata dagli studenti che ha ripercorso le tappe fondamentali della sua vita, dalla nascita a Genova, all’arruolamento, fino ad arrivare alla coraggiosa scelta di salire sui monti.  Un momento della presentazione

Un aspetto importante però è stato il ricordo dell’uomo dietro alla divisa. Nonostante infatti fosse il comandante della divisione “Cichero”, Gastaldi interpretava il comando come un servizio: era il primo a farsi carico dei compiti più complicati e l’ultimo a sedersi a tavola, assicurandosi che ogni suo uomo avesse ricevuto la propria parte prima di pensare a se stesso. 

Questo suo modo di pensare fu alla base del famoso “Codice Cichero”, un insieme di regole etiche che Gastaldi impose ai suoi uomini per disciplinare la vita partigiana. Il codice è ciò che lo differenzia da tantissimi altri comandanti proprio perché grazie a questo la popolazione locale non vedeva nei partigiani dei ribelli allo sbaraglio, ma dei liberatori. 

 Però giovedì 23 aprile, in Aula Magna, Aldo Gastaldi non è stato l’unico partigiano a ritrovare la propria voce. Insieme a lui, attraverso le parole degli studenti e delle studentesse, molti altri compagni d’armi, come Scrivia e Bini, hanno offerto un ritratto collettivo, hanno riportato parole importanti e frasi che rappresentano dettagliatamente la figura di Bisagno:

Bisogna capire che per combattere il falso, lo sgradevole, il disonesto e l’ingiusto è necessario essere leali, onesti e giusti.” 

Ora però è importante capire cosa significhi quel codice oggi. Quali sono i valori che devono caratterizzare le nostre scelte e le nostre azioni? È possibile che in un mondo come il nostro questi valori ci permettano di costruire un futuro migliore? Da che cosa dobbiamo partire se non da noi stessi?

Bisagno ci ha fatto capire come a volte la fede e la misericordia siano tutto ciò che serva a un uomo per combattere per ciò in cui crede, anche nei momenti più difficili dove l’egoismo umano e l’istinto di sopravvivenza superano la sensibilità. 

Il nipote di Aldo GastaldiInfine ascoltare  le parole del nipote Aldo ha reso tutto più vicino. Ha trasformato questo incontro in una testimonianza viva. Ci ha ricordato che Bisagno non sognava gloria o potere ma un’Italia pulita e libera. Un’Italia che lo ha ringraziato conferendogli la medaglia d’oro per la Resistenza e definendolo “Primo Partigiano d’Italia”. Ora è per lui in atto un processo di beatificazione iniziato nel 2019 che, come ci ha tenuto a sottolineare il nipote Aldo, ha reso tutta la famiglia orgogliosa e onorata. In questo processo  Bisagno è stato definito “Servo di Dio“. Per concludere il proprio discorso il nipote ha anche ammesso di essere stato profondamente influenzato dalla fede del nonno che lo ha spinto a vedere la vita in  un modo del tutto diverso.  

In conclusione l’eredità di Bisagno non deve restare un concetto astratto. Deve spingerci a credere e a difendere i nostri ideali e a chiederci cosa siamo disposti a fare per la nostra libertà. Perché la libertà non è un regalo del passato ma un impegno continuo da portare a termine ogni giorno cercando di essere, prima di tutto, persone giuste. 

ANIME GEMELLE: il valore della vita umana emerge dopo le difficoltà

Un cortometraggio che racconta il sottile confine tra realtà e fantasia, accompagnando lo spettatore in un percorso di crescita e consapevolezza, in cui il dolore diventa il punto di partenza per comprendere meglio se stessi.

di Martino Piana, 1B

La notte del 27 marzo il Liceo D’Oria ha tenuto aperte le porte, come molti altri licei classici non solo a Genova ma in tutta Italia in occasione della Notte ad essi dedicata (Notte Nazionale del Liceo Classico). Tra le varie performance di diverso genere degli studenti in aula magna è stato proiettato il cortometraggio “Anime gemelle“, prodotto da Cronenter films productions, sceneggiato e interpretato dagli studenti della 4F del percorso artistico espressivo.

Il cortometraggio si collega al tema dell’humanitas, scelto per la Notte Nazionale di quest’anno perché mette al centro la crescita interiore dell’individuo.
Attraverso il dolore e il lutto, Emma, la protagonista, sviluppa consapevolezza di sé e della realtà.

La storia raccontata in questo cortometraggio parte da una situazione comune a molti ragazzi: una serata in discoteca. Emma si muove tra le luci e la musica finché non incontra un ragazzo. Tra i due l’intesa è immediata, passano molto tempo a parlare e sembra l’inizio di una normale storia d’amore. Lui sembra capirla come nessun altro, condividendo i suoi stessi gusti e il suo modo di vedere le cose. Eppure, fin dalle prime scene, si percepisce che qualcosa non torna nel modo in cui gli altri guardano Emma quando è con lui.
​Andando avanti con il racconto, si scopre che questo legame ha radici molto più profonde e tristi. Emma ha subito un forte shock a causa di un incidente d’auto avvenuto mentre tornava da scuola. Da quel momento, la sua mente ha creato una sorta di meccanismo di difesa, portandola a vedere e parlare con una persona che in realtà non esiste. Il ragazzo misterioso della discoteca non è un estraneo, ma è la proiezione di suo fratello, morto quando era ancora molto piccolo. Emma lo immagina cresciuto, come se fosse un suo coetaneo, rendendolo il suo compagno costante nelle giornate.
​Il rapporto con la realtà diventa ancora più complicato quando Emma si scontra con il mondo della scuola. Mentre lei è convinta di vivere dei momenti speciali con il fratello immaginario, alcune compagne di classe iniziano a notare il suo comportamento strano. In un corridoio della scuola, Emma viene ripresa di nascosto mentre parla e ride da sola. Il video finisce subito sui social network, accompagnato da commenti pesanti e prese in giro

Questo episodio mette in luce quanto possa essere ostile l’ambiente dei giovani quando non si comprende la sofferenza di qualcuno. Fortunatamente, Emma non è del tutto sola: le sue vere amiche cercano di proteggerla, restandole vicino e cercando di farle capire che deve affrontare quello che le sta succedendo.

​Il cortometraggio si sposta poi verso la sua conclusione in un ambiente molto simbolico: il cimitero. Qui Emma decide di affrontare il suo dolore una volta per tutte. Si siede davanti alla tomba del fratello e ha un ultimo dialogo con lui. Inizialmente Emma non lo vuole ascoltare ma la ferma e fa un discorso importante:

Tu hai la possibilità di vivere la vita che io non ho potuto avere. Non lasciare che delle persone così ti buttino giù, non lasciare che ti rendano come loro“.

Queste parole del fratello sono la parte più profonda espressa nel cortometraggio: vale la pena vivere pienamente la propria vita solo per il semplice fatto di averla.

​Il finale mostra Emma che cammina da sola, ma con un’espressione diversa sul volto. Ha capito che non può farsi condizionare dai giudizi degli altri o dai video che girano su internet. La sua crescita passa proprio attraverso l’accettazione della perdita. Il messaggio che resta è che, nonostante le difficoltà e i traumi che la vita può presentare, esiste sempre un modo per superare il dolore, specialmente se si ha il coraggio di guardare in faccia la realtà e se si può contare sull’appoggio delle persone che ci vogliono bene davvero. Emma sceglie di vivere il presente, portando con sé il ricordo del fratello ma senza lasciare che questo diventi un ostacolo per il suo futuro.

🎬 Il cortometraggio è visibile integralmente qui sotto ⬇️

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