Il lavoro è un diritto e un dovere, come sancisce l’articolo 4 della Costituzione della Repubblica Italiana, il quale dichiara che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ma cè anche il diritto di tornare a casa. Perché ancora oggi si muore sul lavoro, ci si ferisce gravemente, si rischia di non tornare. I casi, solo in Italia, ogni anno sono centinaia. Solo pochi giorni fa un giovane studente lavoratore di 22 anni è morto stritolato dal macchinario con cui stava lavorando.
Di lavoro quindi e di sicurezza sul lavoro abbiamo parlato con Maurizio Calà, Segretario Generale della CGIL Liguria, con Andrea Piccardo dell’Azienda TECNE Spa del Gruppo Autostrade per l’Italia e con Federica Ornano dello Studio Ornano.
Maurizio Calà ha evidenziato l’importanza di non trattare il lavoro come una merce, spiegando come la CGIL si occupi di vigilare e verificare, anche tramite i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, come le aziende applichino le leggi previste a loro tutela.
Si è parlato anche di come sia possibile ridurre le morti sul lavoro date le statistiche che vedono le morti sul lavoro in aumento.
Andrea Piccardo, coordinatore per la sicurezza di Tecne ha spiegato quali sono le figure presenti nell’azienda che si occupano della sicurezza sul lavoro e quali sono i format e aggiornamenti di cui tenere conto. L’intervistato ha anche spiegato come il suo ruolo possa essere importante per la salute e come possa agevolare la sicurezza dei lavoratori.
Abbiamo infine sentito il parere di Federica Ornano, che lavora per uno studio di progettazione e direzione lavori ma si occupa anche della sicurezza dei lavoratori.
Dai barconi alle scuole: l’istruzione dei migranti per l’uguaglianza
Barconi e cadaveri che affondano, insieme alle ultime speranze di raggiungere un’esistenza più sicura. La vita dei migranti è così: tutta dolore e poche certezze. Partono, lasciandosi alle spalle la famiglia e la realtà che conoscono. Viaggiano in condizioni terribili, affrontano gravi pericoli e spesso muoiono.
Una famigli di immigrati costretti a vivere sulla strada.Un barcone che trasporta dei migranti.
Eppure, ogni anno, migliaia di persone, unite da un comune desiderio di libertà, continuano ad abbandonare le proprie case. Vogliono un futuro migliore per sè stessi e per i propri figli: credono di poterlo trovare lontano, specialmente nei ricchi Stati dell’Europa Nord-Occidentale. Eppure, percorrendo le vie delle grandi metropoli, non è raro vedere molti migranti che chiedono l’elemosina. Appaiono sciupati, impoveriti, disperati…come se la miseria li avesse inseguiti dal loro Paese di nascita. I cittadini locali spesso, invece di comprendere le loro difficoltà e sostenerli, preferiscono voltarsi da un’altra parte. Ignorarli sembra comodo, così mentre le classi medio-alte della collettività divengono cieche e prive di empatia, gli immigrati cadono nell’oblio. Vengono travolti dal vortice dell’indifferenza, diventano invisibili, quasi fossero parte integrante dell’ambiente cittadino.
Ma esistono ancora persone che riescono a distinguere le sagome scure sullo sfondo di una limpida vita quotidiana. Non considerano i migranti degli errori da nascondere ed evitare, per preservare l’idea di una società perfetta. Al contrario ritengono che la loro presenza renda il mondo più vario e vogliono aiutarli ad integrarsi. Il loro proposito è rendere reali tutte le aspettative che gli extracomunitari nutrivano nei confronti della propria nuova vita all’estero. Diversi enti no-profit permettono ai migranti di raggiungere i propri obbiettivi: trovare un impiego, creare una situazione stabile per la propria famiglia…Nessuno deve essere trascurato o lasciato indietro.
Alcuni migranti reggono uno striscione con il simbolo della comunità di Sant’Egidio.
Con solidarietà e frequente assistenza i volontari rappresentano degli ideali che riassumono al meglio l’articolo 3 della Costituzione Italiana. Nella legge fondamentale dello Stato Italiano, infatti si afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di razza,lingua, religione […]. Troppe volte i migranti vengono denigrati ed esclusi, soltanto perchè appartengono ad una nazionalità diversa. Associazioni come la comunità di Sant’Egidio, formatasi nel 1968 a Roma, difendono i diritti fondamentali degli emarginati, costruendo un mondo più tollerante e pronto ad abbracciare culture differenti.
Sicuramente l’istruzione è un mezzo fondamentale per organizzare una realtà così aperta e progressista. Perciò il gruppo di Sant’Egidio ha ideato un’iniziativa che ormai si protrae da circa quarant’anni a Genova: la scuola d’italiano per migranti. Il progetto è riconosciuto a livello internazionale, infatti i corsi tenuti dai maestri della comunità terminano con un esame vero e proprio, come quelli di inglese che si tengono negli istituti pubblici. Grazie ai corsi pomeridiani tenuti in diversi edifici, molte tra le persone più sconfortate sono riuscite a imparare la lingua e a ritrovare la speranza.
Un bambino immigrato studia con cura.
Il 17 gennaio 2026 abbiamo intervistato Flavio Fusco, un insegnante-volontario. Non ha mai svolto il mestiere di professore al di fuori dell’associazione, infatti è in realtà un medico. A diciott’anni ha scoperto l’organizzazione e ha incominciato a spiegare alcuni vocaboli ad alcuni bambini extracomunitari, che risiedevano a Sampierdarena. Nella sua stessa situazione si trovano altri centoventi maestri di tutta Itlalia: fra di loro vi sono anche pensionati, universitari…tutti mossi da un profondo spirito altruistico. Il tempo che dedicano ai più deboli quest’anno ha permesso a circa milleduecento immigrati, sopratutto provenienti dal Nord Africa, di incominciare a studiare.
“La lingua è il patrimonio che permette di accedere alle chiavi del lavoro, della conoscenza e delle relazioni” afferma Fusco. “Sono i desideri di tutti, italiani o no e la scuola, con la sua lunga storia di accoglienza ed istruzione permette di aiutare le persone più fragili”. I corsi pomeridiani e mattutini aiutano sia ragazzini con difficoltà a scuola, sia adulti a comprendere meglio il mondo che li circonda, a esprimere i propri stati d’animo e giudizi.
Un gruppo di migranti davanti ad una scuola d’italiano.
Al di là della mera sopravvivenza però la scuola di Sant’Egidio insegna anche basi solide di cultura italiana per gli studenti di livello più avanzato. Letteratura, arte, architettura: gli aspetti più belli di un Paese straniero rendono possibile ai migranti percepirlo come se un po’ fosse anche il loro. Sono diversi gli alunni che dopo aver terminato le lezioni con l’associazione hanno continuato ad istruirsi, talvolta arrivando persino a conseguire la laurea.
Hanno potuto portare avanti un percorso iniziato nella propria patria, ma che si era dovuto interrompere a causa della povertà, della guerra, dei regimi totalitari che limitano l’indipendenza. “Pensate a tutto il riscatto sociale di uomini e donne che riprende a studiare” suggerisce l’insegnate-volontario “quando magari nella sua nazione per loro era impossibile”. Dopo essere arrivati a Lampedusa sui barconi o aver attraversato i Balcani a piedi, lo studio è veramente un modo di riprendersi la vita.
Abbiamo anche conosciuto Omar, un ventenne originario del Bangladesh, che ha una storia veramente intensa. E’ partito solo, da adolescente, guidato dal forte desiderio di libertà. Giunto in Libia, ha provato ripetutamente a salpare su un barcone da Tripoli, la capitale sulla costa. E’ stato catturato due volte dalla mafia libica, che lo ha imprigionato insieme ai suoi compagni di viaggio: i ragazzi erano costretti a vivere in una situazione tremenda. I trafficanti concedevano loro pochissimo cibo. “Una persona non si può salvare in questo modo – racconta il migrante”. La criminalità organizzata ha obbligato la sua famiglia a pagare un cospicuo riscatto per lasciarlo andare.
Omar e Flavio Fusco nella scuola d’Italiano.
Finalmente, al quarto tentativo il giovane è riuscito ad arrivare fino a Lampedusa: ma la traversata del Mediterraneo è stata un’esperienza straziante che lo ha ferito fisicamente alla gamba e psicologicamente nella memoria. Ancora oggi ricorda con precisione la scabbia, la paura degli altri ragazzi, i primi aiuti umanitari in Italia, il successivo trasferimento in Liguria. A Genova, è stata proprio la comunità di Sant’Egidio a sostenerlo e a permettergli di andare avanti. “Come rispetto i miei genitori, rispetto anche i volontari” racconta Omar.
Migranti salvati da una squadra di soccorso.
Le lezioni di italiano gli hanno permesso di trovare tanti lavori temporanei, ma nel suo caso il supporto dell’associazione supera il semplice insegnamento. Infatti i volontari lo hanno aiutato a ottenere il permesso di soggiorno, fornendogli una lettera da mostrare alla commissione che doveva scegliere se concederglielo. Questo episodio riprende anche l’articolo 10 della Legge Fondamentale, che recita:“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica […]” .
Una bambina immigrata a scuola.
Anche se Omar oggi è felice di vivere in Italia e sta bene, moltissime persone come lui devono ancora combattere l’intolleranza e una mentalità chiusa e razzista. E’ compito di ogni cittadino responsabile rispettare i diritti fondamentali degli extracomunitari che ci circondano, seguendo l’esempio dei volontari di Sant’Egidio. Come afferma lo stesso Flavio Fusco “bisogna essere curiosi e non lasciarsi vincere dai pregiudizi, ascoltare e farsi toccare dalle storie degli altri.” Anche i migranti hanno una voce e meritano di potersi esprimere come tutti gli altri, non di essere zittiti e dimenticati in un angolo, solo perchè vengono da lontano.
“Il cielo è più vasto del cielo perché contiene l’idea stessa del cielo. Se la mente può concepire l’infinito, allora la mente è l’infinito.” dal componimento “The Brain is wider than the Sky” di Emily Dickinson, da cui deriva anche il titolo del film.
Il documentario “Wider Than the Sky – Più grande del cielo”, diretto dal regista Valerio Jalongo, affronta il
tema dell’intelligenza artificiale, confrontandola con la mente umana e chiarendone le differenze. È basato
su un dialogo tra neuroscienziati, creatori di robot, artisti, tra cui Ameca, il robot umanoide della Engineered Arts, considerato tra i più avanzati al mondo.
Il film trasmette sicuramente emozioni contrastanti: inquietudine, nel vedere quanti progressi ha fatto e continua a fare l’AI; fascino, nel vedere macchine così tanto capaci di simulare comportamenti umani; disagio, nel vedere la strana interazione tra uomo e Ameca. Saremmo però ipocriti se negassimo che tutto ciò non ci
spaventa nemmeno un po’. Per ora l’unica cosa a differenziarci dall’AI sono i sentimenti, ma se un giorno ciò dovesse cambiare, cosa ci renderà diversi dall’intelligenza artificiale? Cosa ci renderà unici rispetto alla tecnologia?
Nel film inoltre il regista Jalongo definisce l’AI un’intelligenza collettiva, poiché formata dall’insieme delle conoscenze umane: se in futuro queste macchine dovessero riuscire a raggiungere livelli di empatia e sensibilità tali da generare sentimenti autonomi e compiere scoperte originali, quale sarà il nostro ruolo?
Cosa resterà di noi che una macchina non potrà replicare?
Il rapporto tra il cervello umano e l’intelligenza artificiale
Ameca
Il documentario offre una visione particolare del cervello, ricordandoci che non è solo un processore di dati, ma un organo legato profondamente all’essere umano e alla sua sfera emotiva: l’intelligenza, in questo senso, non può esistere senza sentimento. L’AI, per quanto potente, può solo elaborare informazioni: non impara qualcosa perché vuole, ma perché è istruita a ottimizzare dei calcoli, forniti da noi umani. L’essere umano, invece, apprende perché sente, prova emozioni, vive: noi agiamo in determinati modi perché diamo dei valori alla nostra esistenza, amiamo perché proviamo desiderio, abbiamo memoria di eventi che ci hanno scosso o rallegrato. Tutte esperienze personali, non replicabili. L’AI quindi manca di emozioni che fanno in modo che rendono la vita degna di essere vissuta: è questa la distinzione fondamentale tra umani e macchine. La scienza dice che siamo “dentro queste macchine” perché le abbiamo costruite con le nostre conoscenze, ma le emozioni, almeno per ora, restano solo nostre.
L’intelligenza artificiale resterà sempre solo una macchina che imita il sistema dei neuroni del cervello umano o riuscirà ad avere opinioni proprie e ad avere ricordo delle esperienze passate e a provare emozioni?
Oltre le macchine: il pensiero del corpo e l’emozione
Tra neuroscienziati, studi scientifici e progressi tecnologici, nel film troviamo anche una grande parte dedicata all’arte e alla creatività. Qui danzatori e robot umanoidi svolgono una coreografia della maestra Sasha Waltz: mentre i ragazzi mettono in gioco la propria esperienza di ballerini e cercano di trasmettere un messaggio a tutti coloro che li osservano, i robot si limitano solamente ad imitare alla perfezione tutti i movimenti.
“Il corpo è estremamente preciso: se si è provato in modo profondo, il corpo pensa da solo”: la coreografa Sasha Waltz con questa frase intende affermare che l’uomo è un’entità nella quale azione ed emozione sono fuse insieme; negli umanoidi invece il movimento non è un qualcosa di naturale o istintivo, ma il risultato di un comando matematico. La nostra unicità risiede pertanto nel pensiero del corpo, che non passa da circuiti o cavi elettrici ma dalle esperienze vissute.
Opera dell’artista Refik Anadol
Su questo terreno si inserisce anche il lavoro dell’artista Refik Anadol, noto a livello internazionale per le sue opere che combinano l’uso dell’intelligenza artificiale, algoritmi e dati.
L’AI non è però creativa: non sente “l’urgenza interiore” di dar vita a un qualcosa di nuovo, non ha un’anima o dei sentimenti che le permettano di ragionare su argomenti mai studiati precedentemente. Essa è quindi più paragonabile ad “un pennello”: l’artista lo utilizza per aiutarsi nelle sue nuovi creazioni, ma nulla di più. Infatti come ci viene mostrato nel film, l’AI è capace di generare nuove connessioni estetiche o di elaborare dati, ma non è in grado di sostituire la visione umana che lo guida.
In conclusione, il viaggio attraverso “Wider Than the Sky” porta a una fondamentale consapevolezza: l’intelligenza artificiale, pur essendo uno specchio della nostra intelligenza collettiva, rimane priva di quel senso profondo che caratterizza gli esseri umani.
Tuttavia resta aperta una domanda per il futuro: arriverà mai il giorno in cui non saremo più in grado di distinguere un’emozione vera da una simulata alla perfezione?
di Silvia Alicata, Camilla De Martini, Iacopo Di Muzio e Agata Reggiardo, 3D
Quante volte si sente dire che i giovani non si interessano alla cultura? Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura di Milano, ribalta questa prospettiva. Ospite il 20 febbraio al Museo Diocesano di Genova per presentare il suo Negli occhi la bellezza. Sedici esperienze tra arte e natura da vivere prima dei 16 anni, Sacchi ha individuato il vero ostacolo nell’atteggiamento del mondo adulto: un “paternalismo” diffuso che spesso allontana i giovani dall’arte e dalla cultura. Questo approccio nasce dalla storia familiare di Sacchi, cresciuto seguendo l’esempio di una madre geografa e autrice il cui lavoro rivolto ai giovani ha ispirato il desiderio di instaurare un dialogo autentico con loro. L’opera pone l’accento sul valore del viaggio inteso come atto di conoscenza e scoperta, sottolineando come l’età dei sedici anni rappresenti una fase cruciale in cui le esperienze vissute possono cambiare radicalmente le prospettive personali.
La scelta dei sedici siti Unesco raccontati nel volume non segue una gerarchia, ma risponde alla volontà di presentare l’Italia come un insieme di forme identitarie capaci di trasformare chi le visita. Tra i casi più sorprendenti, quello di Ivrea emerge come una testimonianza fondamentale di bellezza sociale e civile: definita dall’autore come la Silicon Valley italiana, la città rappresenta il successo del modello industriale e di welfare promosso da Adriano Olivetti.
Attraverso il racconto di questi luoghi, Sacchi invita a riscoprire il viaggio anche nelle sue forme più semplici, come l’utilizzo dei treni regionali per esplorare i territori meno celebrati ma ricchi di storia.
Durante la presentazione, Sacchi affronta le critiche delle generazioni precedenti, che attribuiscono alle nuove uno scarso interesse per la cultura. Il vero problema, secondo l’assessore alla Cultura di Milano, è invece l’atteggiamento dei più anziani, che pretendono che l’interesse parta spontaneamente dai giovani, senza che nasca da una dimensione di dialogo o di scambio autentico.
Gli interessi dei ragazzi di oggi sono moltissimi e il viaggio è tra i più sentiti. Lo stesso Sacchi lo sa bene: fin da giovane ha esplorato il mondo vivendo emozioni profonde grazie al padre fotoreporter, ed è proprio con l’intenzione di suscitare queste stesse emozioni nei giovani che ha scritto questo libro pensato più come un diario che come una guida di viaggio e come un invito concreto a osservare gli elementi naturalistici, storici e artistici che il nostro paese ha da offrire. Racconta a questo proposito un aneddoto della sua infanzia: il nonno offriva ai nipoti una ricompensa monetaria in cambio di una visita a un museo o a una galleria d’arte, una sorta di “banca della cultura” familiare per avvicinare i giovani all’arte.
Incontro con gli studenti del Liceo D’Oria, prima della presentazione del libro.
Il cuore del metodo di Sacchi, però, è lo storytelling. Raccontare, non descrivere. Lo dimostra con due esempi concreti: la storia di una tazzina di caffè rimasta su un capitello nel complesso monumentale di Santa Croce dopo un’alluvione a Firenze nel 1966, storia capace di spingere chiunque, il giorno dopo, ad andare a verificare di persona; il motivo per cui Picasso decise di esporre Guernica nella sala delle Cariatidi a Milano, una scelta carica di significato che nessuna descrizione architettonica avrebbe saputo rendere altrettanto viva. La narrazione, insomma, è la chiave per aprire una porta che la didattica tradizionale spesso tiene chiusa.
A questo si affianca un impegno concreto: Sacchi, come assessore, ha sostenuto a Milano una tessera dei musei civici annuale, al costo di soli 15 euro, convinto che l’arte debba diventare un’esperienza quotidiana e non un evento occasionale. L’obiettivo finale è lo stesso del libro: restituire ai giovani lo stupore davanti alla bellezza, e ricordare loro che il viaggio, anche quello più semplice, è uno degli strumenti più potenti per costruire la propria identità.
L’opera, diretta da Valerio Jalongo, affronta il tema dell’intelligenza artificiale, cercando di chiarirne il funzionamento e l’impatto sulla vita dell’uomo. Il documentario è basato su un dialogo tra neuroscienziati, artisti, creatori di robot e anche le macchine stesse, per spiegare il futuro dell’umanità di fronte a qualcosa di così grande.
Girato tra Europa, Stati Uniti e Giappone il documentario accosta scene di laboratorio sulla robotica alle coreografie di danza della compagnia Sasha Waltz & Guests. Probabilmente la scelta di mostrare scene danzate è un modo per contrapporre l’I.A. all’uomo, infatti la danza è un atto creativo che richiede ritmo, emozione, improvvisazione, tutto ciò che distingue l’I.A. dall’uomo.
Le parole di Ameca non sembrano solo una frase programmata, ma quasi il tentativo di capire qualcosa che nemmeno per noi è così semplice da spiegare: il bello. La bellezza non è soltanto proporzione e armonia, ma è legata ai ricordi, alle emozioni e a quello che abbiamo vissuto. È qualcosa che cambia da persona a persona, ognuno ha una propria definizione di “bello”.
Ed è proprio qui che il documentario pone una domanda esistenziale: l’intelligenza artificiale può analizzare milioni di opere d’arte e riconoscerne gli stili, ma può davvero provare qualcosa davanti a ciò che interpreta, come facciamo noi? Per ora il documentario ha sottolineato quanto I’I.A. ha la capacità di fornire risposte solo in base a moltissimi algoritmi, ma la vera domanda è: l’uomo riuscirà mai a renderla davvero simile a sé?
Possiamo insegnare a una macchina a simulare un’emozione, ma possiamo insegnarle a viverla? Forse è proprio questo il punto cruciale che il documentario lascia allo spettatore, non tanto chiedersi fin dove potrà arrivare la macchina, ma capire fin dove siamo disposti ad arrivare noi. L’intelligenza artificiale ormai fa parte della vita di tutti i giorni, offrendo molte possibilità in campi come la scienza, la medicina o la scuola, proprio come mostra il film, ma il suo impatto dipende sempre da come viene utilizzata. Allo stesso tempo ci obbliga però a essere responsabili e avere dei limiti, ad esempio per prendere decisioni importanti nell’ambito della politica o della medicina bisogna sempre pensare e valutare le conseguenze. Sicuramente l’I.A. farà numerosi progressi e entrerà sempre più a far parte della vita quotidiana ma ciò che ci rende umani, nonché unici sono la capacità di pensiero e le emozioni, che certamente non possono essere assorbite dall’A.I.
“Mi stavo finalmente avvicinando a ciò che mi era sempre mancato, il mistero che rende gli essere umani liberi di creare bellezza e amare la natura spirituale e l’umanità. C’è così tanto da fare per creare una conoscenza libera dal potere e dall’oppressione, per dare voce a tutta l’umanità: è come una nuova era che dobbiamo immaginare insieme”. Ameca
Nella mattinata di venerdì 6 febbraio 2026 lo scrittore Demetrio Paolin dell’Associazione Piccoli Maestri (un’associazione di scrittori che si occupa di visitare le scuole per condividere con gli studenti i capolavori letterari più importanti e indimenticabili della loro vita) è stato ospite del nostro liceo per condividere con le classi 2B e 2D un’analisi della poetica di Cesare Pavese e per confrontarsi sulla lettura di alcune sue opere (i romanzi La casa in collina, La luna e i falò e alcune liriche tratte da “La terra e la morte”).
Demetrio Paolin, insegnante e scrittore, è nato a Canelli, un paesino nelle Langhe, colline che hanno fatto da palcoscenico a diverse opere di Cesare Pavese e dunque hanno legato Paolin ai suoi romanzi e alla sua poesia. Durante la sua visita “il nostro piccolo maestro” ci ha raccontato di aver cominciato il suo percorso di scuola superiore con il liceo scientifico, ma di aver anche cominciato a nutrire un interesse per il mondo della letteratura intorno al terzo anno di liceo, grazie alla sua professoressa di italiano. Dopo la scoperta, proprio sui banchi di scuola, delle liriche di Guido Cavalcanti, è infatti scoppiata la sua passione per la letteratura, alimentata dalla conoscenza approfondita di Primo Levi e soprattutto di Cesare Pavese, in un percorso universitario compiuto sotto il magistero di Marziano Guglielminetti.
Ed è proprio a Cesare Pavese che Paolin ha dedicato la sua lezione, coinvolgendo gli studenti in un’interessante riflessione sul pensiero del poeta, incentrata in particolare sul romanzo La casa in collina, spiegando come Pavese si rispecchiasse nel personaggio di Corrado, il protagonista, un intellettuale, con idee giuste e nette, ma con un’indole più tendente all’osservazione che all’azione, refrattaria a mettersi in gioco: infatti Corrado ammira l’opera dei partigiani, ma preferisce osservare da lontano, piuttosto che aiutarli concretamente.
“[…] mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscire mai più […].
Perciò il personaggio di Corrado in La casa in collina è stato definito da Paolin come un “nicodemista“, un individuo che non esprime il suo parere, ma sta in silenzio per timore. Paolin lo ha descritto come l’incarnazione della “codardia” e della “vergogna”, mostri con i quali Pavese ha dovuto fare i conti molte volte, nonché parole chiave di molte sue liriche, e ha spiegato che Corrado è stato costruito appositamente dallo scrittore in modo tale da non suscitare empatia nel lettore.
” […] L’esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto che esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l’inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.[…]”
Paolin ha spiegato che Pavese non ha scelto di combattere, ma di “raccontare il sangue e placarlo”, cioè descrivere gli orrori della guerra nella consapevolezza che sia necessario “dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso”.
“[…] Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione […].
La casa in collina è stato pubblicato nel 1948: la Seconda Guerra Mondiale si era conclusa da pochi anni e certe frasi contenute nel suo romanzo (ad esempio “Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista”) risultavano scomode e impopolari, così come il personaggio di Corrado, perché ricordavano che era stara “una guerra civile“, non tutti erano stati eroici, come Cate o Tono, tanti erano stati i Corradi, nonostante i proclami trionfali del dopoguerra.
Per concludere la sua visita, Paolin ha dato agli studenti la possibilità di rivolgergli domande o commenti riguardo a Cesare Pavese, rendendo la lezione più interattiva e stimolante. Uno studente gli ha chiesto come avrebbe definito la scrittura di Pavese, se avesse potuto usare una sola parola. Paolin ha risposto che la scrittura del poeta si sarebbe potuta definire come una scrittura “pastosa” in quanto uno dei tratti distintivi di Pavese è appunto il suo modo di scrivere complesso, quasi criptico, anche in quanto “impastato” di paesaggio, di richiami ancestrali e mitologici, di dialetto, di piemontesità.
La citazione non si riferisce all’evoluzione della lingua, nel dizionario del tempo queste parole esistevano ed erano ben conosciute. Eppure evitarle significava essere dalla parte dei “liberatori”, perché questi vocaboli erano adoperati dai fascisti, rappresentavano pienamente il loro ideale nazionalista e col tempo erano divenuti di fatto un identificativo. Era sufficiente pronunciarne uno per essere etichettato come uno di loro. Infatti proprio come ogni disciplina ha un linguaggio tecnico, ogni gruppo di individui ha un vocabolario specifico di cui si appropria. L’identità di qualsiasi persona, scienza e persino di qualsiasi tempo è contraddistinta da un codice linguistico diverso.
Dopo la liberazione, utilizzare il gergo degli oppressori sconfitti era visto come un atto di cattivo gusto, una rievocazione di un male sepolto. Dunque nell’immediato dopoguerra si sviluppò il fenomeno inverso all’identità di linguaggio.
Ma tra gli intellettuali del tempo c’era anche Cesare Pavese, che a causa del suo mestiere, non riusciva a sopportare che certe parole fossero evitate per non richiamare i ricordi del fascismo. Perciò nei suoi scritti di quel periodo, tra cui si ricorda la poesia “Tu non sai le colline”(1945) e l’articolo “Ritorno all’uomo” (1945) l’autore sottolineava volontariamente questi vocaboli, proprio come se tentasse di riconquistare una parte della lingua che un’enorme parte del popolo stava provando a seppellire.
All’inizio Pavese fu molto criticato, anche dai suoi stessi colleghi, che non capivano perché nel mezzo di quella nuova speranza egli stesse risvegliando di fatto la triste epoca appena conclusa. A ciò contribuì anche l’altra intenzione dello scrittore stesso di denunciare tutti coloro che non avevano fatto nulla per ostacolare il regime; anche Pavese si riconobbe in questo insieme e ne prese atto pubblicamente. Proprio dal debito che sentiva di avere con l’Italia, nacque il desiderio di aiutare in qualche maniera la ricostruzione del Paese e lo fece nel suo settore, adoperando parole disprezzate come terra, sangue, patria, nazione, stirpe, disciplina e molte altre. Le immise nelle sue opere come se avessero lo stesso peso degli altri vocaboli, il suo fine era ottenere questo risultato.
Così facendo, lo scrittore ha avviato un processo di recupero che ha gradualmente reintegrato i termini, proprio come se nulla fosse accaduto, esattamente come voleva lui. All’operazione piano piano aderirono altri autori che compresero l’importanza di conservare la lingua. Tra costoro si possono citareBeppe Fenoglio, Elio Vittorini e Vasco Pratolini. Progressivamente la gente smise di vedere il fascismo in quelle parole, gli intellettuali erano stati capaci di ricontestualizzarle e di pulire una macchia della storia che le corrompeva.
Per cui se il vocabolario italiano dispone nuovamente di certe parole, libere dal loro ingombro ideologico, restituite alla lingua comune come se nulla le avesse mai contaminate, è soprattutto merito di un uomo incompreso da molti, ma con un obiettivo ben chiaro per se stesso: restituire alla nazione ciò che sentiva di non aver dato negli anni precedenti.
“Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro”
Conversazione con Demetrio Paolin su Cesare Pavese e la figura di Corrado nel romanzo “La casa in collina”
di Alice Crosa di Vergagni, 2d
«Non sei mica fascista» mi disse. Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. «Lo siamo tutti, cara Cate» dissi piano. «Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista».
Nel racconto di Cesare Pavese il protagonista è Corrado, professore di Torino durante la Seconda Guerra Mondiale che scappa dai bombardamenti sulla città trasferendosi in collina. È un personaggio che durante la narrazione riesce a colpire il lettore con i suoi atteggiamenti distaccati e freddi risultando agli occhi di molti come una figura antipatica ed egoista. Pavese ha infatti cercato di creare un personaggio, simile alla sua persona, lontano da ogni possibile comprensione da parte del pubblico, una figura che è indifferente davanti alla sofferenza di quel periodo.
Dopo la pubblicazione di questo romanzo, alla fine della guerra, Pavese venne criticato proprio per la principale connotazione del suo protagonista che rispecchiava indirettamente l’atteggiamento di tanti che hanno vissuto durante quell’epoca. In un momento in cui si cercava di dimenticare il dolore passato, Cesare Pavese con questo personaggio ricorda alle persone una delle più gravi colpe della gente davanti a tante ingiustizie, la grande indifferenza che sicuramente è nata in un primo momento a causa della paura che riempiva gli animi e che ha continuato però ad invadere le case di tutti. Dopo il ’45 molta gente che si era salvata dopo aver fatto un sospiro di sollievo ha comunque dovuto far fronte ad un problema tutt’altro che semplice da ignorare, la propria coscienza: chiunque alla fine di tutto si sarà infatti chiesto cosa avrebbe potuto fare in più per salvare qualcun altro. Corrado apre gli occhi a tutti gli indifferenti durante il conflitto mostrando loro un atteggiamento che hanno avuto per tutta la durata dello scontro ma di cui solo ora si rendono conto e di cui si vergognano.
Possiamo, quindi, biasimare Corrado? Possiamo odiare una persona che rimarca gli atteggiamenti di molti in situazioni tanto difficili? La risposta è certamente affermativa, si può infatti, ma si deve essere consapevoli del fatto che probabilmente l’indifferenza è una delle più diffuse risposte dell’uomo al pericolo, a causa del timore o di un persistente sentimento di impotenza, e che solo in pochi riescono a non provare.
Demetrio Paolin
Demetrio Paolin, scrittore e professore, durante l’incontro avvenuto il 6 febbraio al Liceo Classico A. D’Oria di Genova ha condiviso con gli studenti delle classi seconde del percorso Umanistico la sua passione per Cesare Pavese descrivendo la sua scrittura come “pastosa” e capace di donare al pubblico tante emozioni. Si appassiona ai racconti dell’autore quando ancora aveva sedici anni trovando come protagonisti dei libri di Pavese i luoghi in cui è cresciuto, le parole all’interno dei componimenti lo accompagnano ancora oggi dopo avergli regalato una carriera da scrittore e un amore verso i significati e le riflessioni della letteratura.
Paolin riconosce infatti l’antipatia che noi proviamo verso Corrado mostrandoci però un altro punto di vista, quello della comprensione. Spesso preferiamo infatti personaggi eroici, fieri ed empatici che vivono con uno scopo o agiscono per un bene comune, ma quanti possono dire di assomigliare a qualcuno così? Solo pochi. Giudichiamo invece personaggi distaccati, freddi ed egoisti, ma chi invece è simile a questi?Tanti.
In un mondo caratterizzato da odio e antipatie nei confronti dell’altro, Paolin ci ricorda che non siamo così diversi dalle persone che ci circondano. Le cose vanno viste e capite da più punti, non solo da uno. Possiamo giudicare le persone, ma dovremmo sempre chiederci cosa avremmo fatto di diverso, e imparare a essere comprensivi riconoscendo le azioni degli altri e le nostre.
Pavese riesce quindi a descrivere tanto di una persona nell’atteggiamento di un uomo comune portando però la gente ad odiare il personaggio che spiega molto dei loro biasimevoli sentimenti.
Sorprende, infine, la capacità di Demetrio Paolin di appassionarsi a una figura che molti non apprezzano. Paolin non scarta la vergogna che Corrado ci provoca, ma la trasforma in uno spunto di riflessione: sulla coscienza, sulla comprensione, sul giudizio che spesso rivolgiamo agli altri. Un giudizio che a volte pronunciamo sapendo, in fondo, che avremmo agito allo stesso modo; ma confessarlo fa paura: è più facile vergognarsi di Corrado che riconoscerci in lui.
Come l’ex meteorologo di Nervi racconta della fotografia della seconda onda più alta mai scattata in Liguria.
di Giulia Maria Campodonico, 1B
Il protagonista di questa storia è Vittorio Dentoni, nerviese, classe 1964, un esperto meteorologo che fin da bambino nutre una passione per le onde e per le mareggiate.
Dal maggio 2020 ha aperto un profilo Facebook chiamato “Meteo Vitto” in cui condivide molte fotografie di mareggiate e prevede il meteo della nostra città in maniera precisa e affidabile.
Durante il nostro incontro gli ho posto le seguenti domande:
Che studi ha fatto da ragazzo?
“Io mi sono diplomato in ragioneria, dopo sono andato in aeronautica militare e sono diventato meteorologo”.
Da quanto tempo è appassionato di mareggiate?
“Sono appassionato di mareggiate da quando avevo otto anni”.
Le sue previsioni del tempo partono sempre dall’osservazione del mare?
“No, la previsione del tempo è una cosa, la previsione del mare è un’altra. La previsione del mare e l’altezza delle onde sono molto più attendibili rispetto alle previsioni del tempo. Le previsioni delle onde si basano principalmente su questi tre fattori: il fetch, ovvero lo specchio di mare coperto dal vento, l’intensità del vento e la durata del vento”.
Il negozio di souvenir in passeggiata a Nervi racchiude tutte le sue passioni?
“No, il negozio di Nervi mi piace molto perché è un lavoro bellissimo e perché ho a che fare con persone che vengono da tutto il mondo. Però la mia passione rimane la meteorologia”.
Ha qualche ricordo di lei da bambino legato al mare da condividere?
“Ne ho tantissimi. Il mare è sempre stato il mio ambiente, sono canoista e ho fatto 20 anni di gare di kayak. Facevo anche surf e mi ricordo che andavo spesso con i miei amici a prendere le onde. La mia passione per tutti questi sport l’ho tramandata a mio figlio che adesso fa l’istruttore di surf”.
Ho scelto di intervistare Vittorio Dentoni perché mi ha colpito il fatto che lui abbia passioni molto diverse rispetto al lavoro che svolge tutt’oggi a Nervi. Infatti, sottolinea il fatto che le sue passioni siano rimaste le stesse di quando era un bambino e che non siano state condizionate o rivoluzionate dal suo lavoro.
Il contributo al libro “Wave Watching”
WAVE WATCHING
Vittorio ha partecipato alla stesura del libro “Wave Watching” che tratta di mareggiate, contribuendo con informazioni tecniche e fotografie. Tra queste spicca in particolare una foto riferita alla storica mareggiata del 1989.
La mareggiata del 1989: un record ligure
In quell’anno la nostra riviera fu colpita da una violenta mareggiata. Vittorio riuscì a fotografare la seconda onda più alta mai ripresa in Liguria. Grazie al fatto di aver potuto indicare l’esatto punto di scatto, fu possibile calcolare la sua altezza in maniera piuttosto precisa utilizzando i calcoli trigonometrici. L’altezza calcolata fu di poco più di 13 metri.
Il record del 1955
La foto della più alta onda registrata in Liguria risale alla mareggiata del 1955 e fu scattata alleCinque Terre. Non conoscendo l’esatto punto di scatto, non è stato possibile risalire con precisione all’altezza dell’onda, che venne comunque stimata tra i 17 e 18 metri.
Un dato impressionante che testimonia la potenza del mare Ligure durante le grandi mareggiate.
La scienza dietro le onde
Il lavoro di Vittorio Dentoni rappresenta un esempio perfetto di come la passione personale possa arricchire la conoscenza scientifica. Le sue fotografie non sono solo suggestive dal punto di vista estetico, ma costituiscono anche documenti scientifici preziosi per lo studio delle mareggiate e dei fenomeni meteorologici marini. Lameteorologia marina, come ci spiega Vittorio, si basa su parametri precisi e misurabili, rendendo le previsioni sulle onde più affidabili rispetto a quelle meteorologiche generali.
E mentre le onde continuano a infrangersi sulla costa di Nervi, Vittorio rimane lì, con lo stesso sguardo del bambino di otto anni, sempre in attesa dell’onda perfetta.
L’imprenditore si racconta: “Genova può raddoppiare i volumi, ma servono infrastrutture e coraggio“
di Riccardo Viotti, 1B
Il Sig. Aldo Spinelli
Aldo Spinelli, uno dei massimi esponenti della logistica italiana e figura storica del sistema portuale genovese, fondatore del Gruppo Spinelli, imprenditore al centro del dibattito pubblico degli ultimi anni, ci ha accolto per una conversazione a tutto campo sul presente e sul futuro del porto di Genova.
Fondato nel 1963 da Aldo Spinelli come azienda di trasporti, il Gruppo Spinelli è cresciuto negli anni fino a diventare uno dei principali operatori della logistica italiana. Le sue attività spaziano dal trasporto container alla gestione di terminal portuali, dai servizi di noleggio e riparazione container allo sviluppo di centri intermodali, con sedi operative a Genova, La Spezia, Livorno e Reggio Emilia.
Fin dall’inizio, Spinelli ci porta indietro nel tempo, ricordando l’enorme trasformazione vissuta dal settore marittimo. ‘’Si caricava e scaricava quasi all’aperto, senza tutti i controlli di oggi” racconta. Una rivoluzione, quella della containerizzazione, che ha cambiato per sempre la logistica: sigilli, tracciabilità, procedure standardizzate. ‘’Ha reso tutto più ordinato, ma anche più complesso. La sicurezza è diventata il cuore dell’operatività’’.
GPT Genoa Port Terminal del Gruppo Spinelli
Il suo sguardo si sposta poi sull’evoluzione dell’export italiano, che ha camminato di pari passo con quella dei porti. Impianti moderni, mezzi più sicuri, una logistica interna sempre più efficiente. ‘’Oggi la merce viaggia sigillata e il trasporto terrestre è cresciuto allo stesso ritmo del marittimo’’, sottolinea.
A cambiare, però, non è stata solo l’organizzazione a terra. Anche il mare è diventato un luogo di cambiamenti: le navi sono cresciute in modo esponenziale. I container restano gli stessi, da 20 o 40 piedi, ma le portacontainer superano ormai i 360 metri di lunghezza. ‘’Gli scali devono adeguarsi. Chi non lo fa resta fuori dal gioco’’, avverte Spinelli.
È qui che entra in scena Genova, al centro delle sue riflessioni. Con una visione insieme ottimista e realista, prevede: ‘’I traffici cresceranno almeno del 5% nei prossimi anni. Se l’economia tiene, Genova può raddoppiare i volumi. Ma per farlo servono infrastrutture, tecnologia, personale. Senza investimenti è impossibile competere’’.
La geopolitica è l’altro grande tema della conversazione, un fattore che oggi determina più che mai i flussi commerciali. ‘’I grandi esportatori di oggi, domani, possono non esserlo più. Lombardia, Veneto, Emilia: queste regioni industriali dipendono dal mare più di quanto non appaia’’, osserva.
A ricordare l’importanza del porto di Genova non sono solo i traffici, ma anche il suo impatto socioeconomico: una realtà che dà lavoro, tra diretto e indotto, a circa 64.000 persone. ‘’È una realtà enorme e rappresenta il futuro dei traffici italiani”, afferma Spinelli.
Sulle rotte globali e le prospettive di lungo periodo, sulla cosiddetta rotta artica, spesso dipinta come alternativa ai tradizionali corridoi marittimi, Spinelli non ha dubbi: ‘’Affascinante, sì, ma non sostituirà le rotte tradizionali. Non per costi, non per volumi, non per sicurezza. Al massimo potrà integrare in casi specifici’’.
Più concreta appare ai suoi occhi la partita del Mediterraneo, che secondo Spinelli può tornare competitivo rispetto ai grandi porti del Nord Europa, a una condizione, però: investimenti strutturali. ‘’I porti del nord Europa avrebbero dovuto fare il cambiamento radicale che stiamo facendo noi almeno 30 anni fa’’, ricorda con fermezza.
E poi c’è stato il COVID, la prova più dura degli ultimi decenni. Un passaggio che, per Spinelli, ha chiarito una volta per tutte la centralità del mare. ‘’È stato l’unico mezzo di trasporto che non si è fermato. Ha tenuto in piedi forniture e logistica’’.
Conclude dicendo: ‘’L’Italia non dovrebbe dimenticare: abbiamo quasi 8.000 km di costa. Nessun altro sistema garantisce questa continuità. E Genova, qui dentro, resta un punto centrale’’.