Quando la mente diventa collettiva: umanità e AI a confronto nel film “Wider Than the Sky”

Cosa è che rende unico l’essere umano?

di Asia Di Calogero e Isabella Morando, 1B

“Il cielo è più vasto del cielo perché contiene l’idea stessa del cielo. Se la mente può concepire l’infinito, allora la mente è l’infinito.” dal componimento “The Brain is wider than the Sky” di Emily Dickinson, da cui deriva anche il titolo del film.

Il documentario “Wider Than the Sky – Più grande del cielo”, diretto dal regista Valerio Jalongo, affronta il
tema dell’intelligenza artificiale, confrontandola con la mente umana e chiarendone le differenze. È basato
su un dialogo tra neuroscienziati, creatori di robot, artisti, tra cui Ameca, il robot umanoide della Engineered Arts, considerato tra i più avanzati al mondo.
Il film trasmette sicuramente emozioni contrastanti: inquietudine, nel vedere quanti progressi ha fatto e continua a fare l’AI; fascino, nel vedere macchine così tanto capaci di simulare comportamenti umani; disagio, nel vedere la strana interazione tra uomo e Ameca. Saremmo però ipocriti se negassimo che tutto ciò non ci
spaventa nemmeno un po’. Per ora l’unica cosa a differenziarci dall’AI sono i sentimenti, ma se un giorno ciò dovesse cambiare, cosa ci renderà diversi dall’intelligenza artificiale? Cosa ci renderà unici rispetto alla tecnologia?
Nel film inoltre il regista Jalongo definisce l’AI un’intelligenza collettiva, poiché formata dall’insieme delle conoscenze umane: se in futuro queste macchine dovessero riuscire a raggiungere livelli di empatia e sensibilità tali da generare sentimenti autonomi e compiere scoperte originali, quale sarà il nostro ruolo?
Cosa resterà di noi che una macchina non potrà replicare?

Il rapporto tra il cervello umano e l’intelligenza artificiale

Ameca

Il documentario offre una visione particolare del cervello, ricordandoci che non è solo un processore di dati, ma un organo legato profondamente all’essere umano e alla sua sfera emotiva: l’intelligenza, in questo senso, non può esistere senza sentimento. L’AI, per quanto potente, può solo elaborare informazioni: non impara qualcosa perché vuole, ma perché è istruita a ottimizzare dei calcoli, forniti da noi umani. L’essere umano, invece, apprende perché sente, prova emozioni, vive: noi agiamo in determinati modi perché diamo dei valori alla nostra esistenza, amiamo perché proviamo desiderio, abbiamo memoria di eventi che ci hanno scosso o rallegrato. Tutte esperienze personali, non replicabili. L’AI quindi manca di emozioni che fanno in modo che rendono la vita degna di essere vissuta: è questa la distinzione fondamentale tra umani e macchine. La scienza dice che siamo “dentro queste macchine” perché le abbiamo costruite con le nostre conoscenze, ma le emozioni, almeno per ora, restano solo nostre.

L’intelligenza artificiale resterà sempre solo una macchina che imita il sistema dei neuroni del cervello umano o riuscirà ad avere opinioni proprie e ad avere ricordo delle esperienze passate e a provare emozioni?

Oltre le macchine: il pensiero del corpo e l’emozione

Tra neuroscienziati, studi scientifici e progressi tecnologici, nel film troviamo anche una grande parte dedicata all’arte e alla creatività. Qui danzatori e robot umanoidi svolgono una coreografia della maestra Sasha Waltz: mentre i ragazzi mettono in gioco la propria esperienza di ballerini e cercano di trasmettere un messaggio a tutti coloro che li osservano, i robot si limitano solamente ad imitare alla perfezione tutti i movimenti.
Il corpo è estremamente preciso: se si è provato in modo profondo, il corpo pensa da solo”: la coreografa Sasha Waltz con questa frase intende affermare che l’uomo è un’entità nella quale azione ed emozione sono fuse insieme; negli umanoidi invece il movimento non è un qualcosa di naturale o istintivo, ma il risultato di un comando matematico. La nostra unicità risiede pertanto nel pensiero del corpo, che non passa da circuiti o cavi elettrici ma dalle esperienze vissute.

Opera dell’artista Refik Anadol

Su questo terreno si inserisce anche il lavoro dell’artista Refik Anadol, noto a livello internazionale per le sue opere che combinano l’uso dell’intelligenza artificiale, algoritmi e dati.
L’AI non è però creativa: non sente “l’urgenza interiore” di dar vita a un qualcosa di nuovo, non ha un’anima o dei sentimenti che le permettano di ragionare su argomenti mai studiati precedentemente. Essa è quindi più paragonabile ad “un pennello”: l’artista lo utilizza per aiutarsi nelle sue nuovi creazioni, ma nulla di più. Infatti come ci viene mostrato nel film, l’AI è capace di generare nuove connessioni estetiche o di elaborare dati, ma non è in grado di sostituire la visione umana che lo guida.

In conclusione, il viaggio attraverso “Wider Than the Sky” porta a una fondamentale consapevolezza: l’intelligenza artificiale, pur essendo uno specchio della nostra intelligenza collettiva, rimane priva di quel senso profondo che caratterizza gli esseri umani.
Tuttavia resta aperta una domanda per il futuro: arriverà mai il giorno in cui non saremo più in grado di distinguere un’emozione vera da una simulata alla perfezione?