“La Coscienza di Zeno” rivive sul palco con Alessandro Haber

di Anita Corsi e Luca Mangini, 3B

Il teatro Ivo chiesa di Genova ha ospitato dal 19 al 22 febbraio lo spettacolo “La coscienza di Zeno”, adattamento teatrale del celebre romanzo di Italo Svevo curato da Monica Codena e da Paolo Valerio, che ne è anche il regista. Lo spettacolo ha debuttato per la prima volta con successo a Trieste, città natale di Svevo.

Alessandro Haber, nei panni di Zeno ormai anziano, ci guida nel suo diario introspettivo, passando in rassegna e raccontando i momenti salienti della sua vita: il difficile rapporto con il padre e la sua morte, l’amore per Ada Malfenti e la proposta di matrimonio da lei rifiutata, le nozze con Augusta Malfenti, il difficile rapporto con il cognato Guido Speier interpretato da Emanuele Fortunati, il suo suicidio e funerale, ed infine il tradimento della moglie durante il fallimento della attività commerciale aperta con Guido. Sulla scena, in modo del tutto inedito,  si muove anche l’ alter ego giovane di Zeno, interpretato da Francesco Godina, occupato in un dialogo espressivo e dinamico con gli altri personaggi e  con Zeno stesso con frequenti rotture della quarta parete.

La scenografia ed i costumi di Marta Crisolini Malatesta in bianco e nero vogliono riportare il pubblico nell’ ambiente mitteleuropeo di Trieste di fine 800. I numerosi e rapidi cambi di scena mettono ordine tra i flashback rendendo lo spettacolo ancora più dinamico. Ma è l’ interpretazione di Haber a dare una marcia in più allo spettacolo: infatti la sua narrazione frenetica e imperfetta, che talvolta sfocia nell’ isteria, calza perfettamente con il personaggio di Zeno, sebbene talvolta sia di difficile comprensione per gli spettatori. L’ attore stesso recita con estrema espressività anche il monologo finale, riflettendo sull’intelletto umano e sull’ambivalenza dagli “ordigni” costruiti dagli uomini.

Chi siamo davvero? due spettacoli una sola risposta

Dalla carità dei “figli della Superba” alla morale dei Promessi Sposi, gli studenti del D’Oria hanno portato in scena l’humanitas.

di Emma Zitta, 1b

Nella notte del 27 marzo, la Notte Nazionale dei Licei Classici, al D’Oria si è affrontato un valore più attuale che mai, quello dell’humanitas, l’essere umani nel mondo di oggi tra le strade di Genova e fra le pagine dei classici.

Progetto “I figli della Superba”

Il progetto realizzato dalle classi 2C, 2F, 2H, 3C, 3F, 5C, sotto la guida della professoressa di religione Maria Letizia Borello ha fatto riscoprire i volti di chi ha reso grande Genova attraverso l’altruismo. Sei studenti hanno esposto al pubblico della notte un viaggio tra figure fondamentali della nostra amata città: dalla dedizione di Bianca Costa e della partigiana Mirella Alloisio, fino all’ingegno di Giacomo Boero e all’intelligenza di Nicolò Garaventa, storico docente del nostro liceo.

Inoltre i ragazzi e la professoressa hanno anche annunciato che nell’ottobre 2026 i nomi di tutti i “figli della Superba” verranno incisi su un muro del liceo, trasformando la memoria in qualcosa di tangibile ed eterno che accompagnerà la nostra scuola negli anni che verranno.

Rivisitazione dei Promessi Sposi

Poco distante, nella classe adiacente, la letteratura si è trasformata in spettacolo grazie agli studenti di 2C e 5F i quali hanno messo in scena una reinterpretazione dei “Promessi Sposi“, dividendo il romanzo in dieci atti non cronologici. Al centro della rappresentazione, naturalmente l’humanitas e il contrasto tra chi nelle scene la incarna, come Fra Cristoforo e Lucia, e chi invece la ripudia, come Don Rodrigo e l’avvocato Azzeccagarbugli (anche se quest’ultimo viene rappresentato in un momento di pentimento).

Egidio e la Monaca di Monza

Attraverso queste rappresentazioni i ragazzi hanno dimostrato che il romanzo di Manzoni non è solamente un obbligo scolastico, ma piuttosto uno strumento fondamentale per portare l’humanitas nel mondo di oggi il quale sembra averne dimenticato il significato.

La serata ha infatti dimostrato che l’humanitas non è un concetto astratto ma continua a vivere nei secoli, nei gesti di chi ha fatto del bene e nelle scelte dei famosi personaggi della letteratura, con l’obiettivo di diventare un valore concreto per questo mondo e per quello che sarà.

Inferno in villa: la Commedia diventa una tragedia

Genova, Villa Pallavicino delle Peschiere si trasforma in un palco per l’Inferno dantesco. L’iniziativa, promossa da Palazzo Foundation, ha scelto gli studenti del Liceo D’Oria come destinatari di un progetto nato dalla volontà di coniugare storia, arte e cultura per renderle vive e accessibili alle nuove generazioni.

di Emma Benvenuto, Elisa Candelo e Ilaria Canobbio, 3d.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Così inizia la Commedia di Dante e così inizia lo spettacolo “ItinerDANTE-Siamo Inferno” di Eugenio Di Fraia, attore e realizzatore del progetto insieme ad Angelo Marrone, ideatore ed esecutore della colonna sonora che accompagna l’intera performance. La rappresentazione “ItinerDANTE” porta in giro per l’Italia, tra teatri, palazzi e luoghi naturali, l’esecuzione teatrale di alcuni canti presi dall’opera più importante della letteratura italiana.

Come fece lo stesso Dante per le sue opere, questo spettacolo non parla ad ogni pubblico nello stesso modo: canti, interpretazioni e location variano per poter arrivare direttamente e con forza allo spettatore.

Eugenio Di Fraia nel percorso che ha intrapreso con “ItinerDANTE” si è trovato a contatto con un pubblico sempre diverso, fino a quello reduce dalla pandemia, per il quale ha deciso di esibirsi all’aperto per la volontà di rivedere le stelle che in qualche modo il covid ci aveva negato. Così attraverso un’opera che dà molta importanza agli astri ha fornito al suo pubblico la possibilità di stare all’aperto e rivedere il cielo.

Allo stesso modo, in base alla situazione in cui porta il suo spettacolo, sceglie canti diversi, in diverso ordine e diverso numero. Per l’occasione dell’esibizione a Villa Pallavicino delle Peschiere, parte di un progetto che tende ad avvicinare i giovani al teatro e far conoscere questa storica villa genovese, Eugenio Di Fraia afferma di aver scelto in base alla popolarità dei canti come spesso fa quando si trova in contesti scolastici.

Solitamente il pubblico si aspetta di vedere i canti più famosi come il V di Paolo e Francesca, il XXVI di Ulisse,  il XXXIII del conte Ugolino e ovviamente il primo canto, proemio dell’intera opera: i quattro che non si possono non far vedere in uno spettacolo sull’Inferno.

L’attore spiega poi di aver aggiunto altri canti meno famosi ma a cui lui è particolarmente affezionato come il venticinquesimo, dedicato alle metamorfosi dei ladri nella settima bolgia. Qui le anime si fondono con i serpenti e scambiano forma umana e bestiale in un turbine di trasformazioni grottesche e violente. Un canto reso visivamente potentissimo dall’abilità recitativa di Eugenio Di Fraia e capace di sorprendere proprio perché estraneo alle aspettative di chi conosce la Commedia solo nei suoi episodi più celebri.

Lo stupore che tende a suscitare nei presenti è un altro elemento chiave delle sue esibizioni, per questo ha curato con particolare attenzione un impatto visivo diverso da quello a cui ci si aspetterebbe di assistere in una rappresentazione teatrale con Dante Alighieri come protagonista: vestiti grigi lacerati, anziché la toga rossa.

Particolare attenzione quindi è fornita anche ai personaggi: nonostante ci sia un solo attore in scena, Eugenio Di Fraia dà voce e corpo a tutti: Dante, Virgilio e le anime dannate. È proprio nel passaggio da un personaggio all’altro che emerge con più forza il dinamismo dell’Inferno: ogni anima ha la sua postura, la sua voce, la sua disperazione.

Le parole dei vari personaggi vengono interpretate con tragicità, la quale viene spesso a mancare nella lettura dell’opera, che nella maggior parte dei casi avviene in ambito scolastico. Le urla, il contatto con il pubblico, gli sguardi, il movimento convulsivo o rassegnato di un’anima in balia della sua pena diventano sensazioni tanto forti e vere da permettere allo spettatore di sentirsi parte della vicenda narrata da Dante.

Il coinvolgimento, sostenuto dalla colonna sonora di Angelo Marrone, è tale da far dimenticare che si tratta di un poema secolare. Questa chiave di lettura dà giustizia ai versi infernali di Dante, che spesso vengono letti dimenticandosi che per le anime dannate non è una commedia, come è per Dante, ma una tragedia eterna.

Anche la conclusione dello spettacolo è una sorpresa e per l’occasione è stato proposto il trentatreesimo canto del Paradiso, la cui interpretazione, oltre ad instillare un forte senso di solennità, va al di là del sentimento religioso e riesce a trasmettere un messaggio di speranza, perché qualsiasi sia la selva, l’essenziale è ritrovare la via.

 

Solo contro l’identità: Giorgio Marchesi incendia il palcoscenico con “Il fu Mattia Pascal”

di Carolina Vassallo, 2B

Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso.

Portare in scena Il fu Mattia Pascal significa confrontarsi con uno dei testi più complessi di Luigi Pirandello. La recente reinterpretazione di Giorgio Marchesi sceglie una strada originale e coraggiosa: un monologo teatrale, sostenuto in scena unicamente dall’attore e accompagnato dalle musiche dal vivo del contrabbassista Raffaele Toninelli.

Premio Nobel per la letteratura nel 1934, Luigi Pirandello ha rivoluzionato la narrativa del Novecento attraverso una riflessione profonda sull’identità e sulle “maschere” sociali che imprigionano l’individuo. Il suo stile unisce introspezione psicologica e ironia amara, mettendo in scena personaggi sospesi tra ciò che sono me ciò che gli altri vedono. Il fu Mattia Pascal rappresenta una delle espressioni più emblematiche di questa poetica.

 

Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello racconta la storia di Mattia, che dopo essere stato creduto morto decide di cambiare identità e diventare Adriano Meis. Libero dalle responsabilità e dai problemi del passato, scopre che senza un’identità riconosciuta non può davvero vivere né amare. Quando tenta di costruirsi una nuova vita, si accorge che la libertà assoluta è una forma di solitudine e prigionia. Tornato al paese d’origine, trova la sua vecchia vita ormai perduta e resta “il fu”, sospeso tra esistenza e non esistenza. La reinterpretazione teatrale e la regia di Giorgio Marchesi valorizzano il conflitto interiore del protagonista, mettendo al centro il tema dell’identità frammentata e dell’ironia amara pirandelliana.

L’allestimento si distingue per una scenografia minimalista, quasi spoglia. Sul palco domina l’essenzialità: pochi elementi scenici, luci studiate per scolpire lo spazio e creare atmosfere mutevoli. La scelta di affidare la scena a un solo attore rappresenta una circostanza atipica, soprattutto considerando che Giorgio Marchesi è noto principalmente per il suo lavoro nel cinema e nella televisione. Questa dimensione teatrale, più intima e diretta, mette alla prova la sua capacità di sostenere l’intero peso narrativo. Accanto a lui, la presenza del contrabbassista Raffaele Toninelli aggiunge un elemento di grande suggestione: le musiche eseguite dal vivo non fungono da semplice accompagnamento, ma amplificano le tensioni emotive. Il contrabbasso diventa così una voce ulteriore che contribuisce alla costruzione dell’atmosfera.

L’interpretazione di Giorgio Marchesi è il fulcro dello spettacolo. Il suo Mattia Pascal si muove costantemente tra il tragico e il comico, incarnando quella doppiezza tipicamente pirandelliana in cui il riso si intreccia al dolore. Il passaggio dalle emozioni ironiche e comiche a quelle drammatiche avviene con naturalezza, senza fratture, rendendo evidente la modernità del testo. Marchesi dimostra padronanza del ritmo e del silenzio, elementi fondamentali in un monologo.

Lo spettacolo ha riscosso un notevole successo, testimoniato da applausi convinti. Il pubblico ha mostrato di apprezzare la scelta di un allestimento essenziale ma ricco di profondità, capace di rendere attuale il pensiero pirandelliano senza tradirne la complessità.

 

Un set tra i banchi: laboratorio di cinema in 2B

di Margherita Manzone, 2B

Luci in aula, silenzio in corridoio, ciak… azione!

I libri di testo sono chiusi, i banchi disposti al centro dell’aula sono diventati i tavolini di un ristorante, alcuni alunni sono diventati attori, altri fonici e tecnici del suono, altri videoperatori e assistenti di produzione.

Durante le ultime ore scolastiche di venerdì 30 gennaio, la classe 2B ha avuto l’opportunità di partecipare a un coinvolgente laboratorio di cinema in collaborazione con i ragazzi della scuola di teatro e cinema ZuccherArte, Marco e Leonardo. L’iniziativa si è rivelata un’esperienza formativa e originale, capace di unire apprendimento e divertimento in modo efficace. L’obiettivo dell’incontro era quello di illustrare agli studenti, in modo immersivo e dinamico, le principali tecniche cinematografiche oggi in uso e di creare un vero e proprio set per la realizzazione di un breve filmato.

 

Strumenti e inquadrature

 

Per prendere dimestichezza con i termini tecnici e con le apparecchiature utilizzate durante le riprese, il laboratorio è iniziato con una parte introduttiva dedicata agli strumenti del mestiere. Marco e Leonardo hanno mostrato diverse attrezzature professionali, spiegandone il funzionamento e soffermandosi sull’importanza di dettagli spesso sottovalutati, come il paravento per il microfono – chiamato in gergo “gatto morto” – fondamentale per ridurre i rumori esterni e migliorare la qualità dell’audio.

Successivamente, l’attenzione si è concentrata sulle diverse tipologie di inquadrature. Gli studenti hanno scoperto la differenza tra campo lungo, figura intera, primo piano e primissimo piano, facendosi aiutare da estratti di film o serie-TV famose, come Mystic River, Adolescence e Kill Bill. Non si è trattato solo di definizioni teoriche, ma di un vero e proprio viaggio nel linguaggio cinematografico, fatto di scelte visive capaci di raccontare una storia ancora prima delle parole. Per mettere alla prova gli alunni, a fine spiegazione hanno fatto qualche domanda di comprensione, dove si dovevano distinguere le varie riprese, come il dettaglio e il particolare.

Microfoni per il video: impariamo a conoscerli - Apromastore.eu

 

 

 

La ripresa del cortometraggio

Dopo la parte teorica, la classe è passata alla fase pratica, sicuramente la più attesa. L’aula è stata trasformata in un ristorante improvvisato e gli studenti hanno partecipato alla realizzazione di una breve scena: un appuntamento tra un ragazzo e una ragazza che, al termine della cena, si accorgono con sorpresa che nessuno dei due ha il portafoglio. Di fronte alla situazione imbarazzante, i due decidono di scappare, dando vita a una scena ironica e dinamica.

La sequenza è stata girata più volte, utilizzando le diverse inquadrature apprese in precedenza, per comprendere concretamente come cambia l’effetto finale a seconda delle scelte registiche. Gli studenti si sono alternati nei vari ruoli: registi, attori, fonico e comparse, sperimentando in prima persona il lavoro di squadra necessario per realizzare anche una scena apparentemente semplice. È emerso quanto il cinema sia un’arte collettiva, in cui ogni ruolo contribuisce in modo essenziale al risultato finale.

 

Il laboratorio si è rivelato un’occasione preziosa per avvicinarsi al linguaggio cinematografico in modo diretto e coinvolgente, trasformando per qualche ora la quotidianità scolastica in un’esperienza creativa e diversa dal solito. Oltre ad aver appreso nuove conoscenze tecniche, la classe ha potuto mettersi in gioco, collaborare e osservare la realtà con uno sguardo più attento, scoprendo che dietro ogni film si nasconde un lavoro accurato fatto di studio, passione e cooperazione.

Otello: il femminicidio riscritto da Dacia Maraini

di Chiara Scalera Caserza, 2B

In un mondo circondato dalla violenza e dall’indifferenza, il teatro non resta in silenzio.

Otello” nasce proprio dal bisogno di smuovere la coscienza delle persone. È una tragedia scritta da William Shakespeare nel 1603, riadattata poi in chiave moderna da Dacia Maraini, con la regia di Giorgio Pasotti. La rappresentazione è stata messa in scena il 20 e il 21 Gennaio 2026 al Teatro Ivo Chiesa di Genova.

La tragedia parla della vendetta di Iago, adirato perché Otello, un generale moro di Venezia, ha promosso a tenente Cassio a sue spese. Iago insinua nella mente del moro che l’amata moglie Desdemona lo tradisca proprio con Cassio. Per dimostrare ciò, ruba un fazzoletto rosso che Otello aveva regalato alla moglie, e lo fa ritrovare fra gli averi di Cassio. Otello, accecato dalla gelosia, uccide Desdemona sul loro letto nuziale, ma quando si accorge di essere stato manipolato, decide di togliersi la vita.

Quando Shakespeare scrive la trama, dà particolare rilievo al tema del razzismo. Otello è infatti un uomo molto ricco e potente, un abile condottiero ammirato per le sue doti militari, ma, nonostante ciò, è considerato diverso in quanto moro. Il suo matrimonio con l’amata Desdemona è dunque visto come un’unione non solo sentimentale, ma anche politica.

Nella riscrittura della Maraini, invece, emerge un altro tema, quello della violenza sulle donne. Lo spettacolo non parla infatti di un omicidio scatenato solo dalla manipolazione, ma anche dalla mutazione dell’animo di Otello che, corroso dalla gelosia, diventa possessivo e malato. Desdemona non viene uccisa solo da un coltello, ma dall’ossessione autodistruttiva del marito.

La scena con cui si conclude lo spettacolo non è più la morte di Otello, ma un momento di rottura della quarta parete. Durante tutta la rappresentazione è stato utilizzato uno specchio che rifletteva ciò che veniva proiettato sul palcoscenico, in modo da poter giocare con effetti visivi, ricreando i luoghi in cui era ambientata la storia. Alla fine, lo specchio è stato ruotato verso la platea e i riflettori sono stati rivolti sul pubblico, in modo che ogni spettatore fosse in grado di vedere la propria immagine riflessa per alcuni secondi. Anche grazie alla musica di sottofondo, si è creato un momento di tensione e di forte emozione, spezzato dall’entrata in scena del Doge. Il Doge, per tutta la durata dello spettacolo è sempre stato un personaggio dallo stampo comico, sempre pronto a strappare un sorriso nei momenti di maggiore drammaticità. Ma alla fine della rappresentazione pronuncia un discorso molto intenso rivolto alla platea. L’uomo sottolinea che il femminicidio non è un semplice raptus isolato, ma un fatto che dilania l’intera società, che molto spesso rimane indifferente o finge di non vedere ciò che sta accadendo. Accusa lo spettatore di essere rimasto a guardare mentre si consumava la tragedia, diventando colpevole tanto quanto Otello.

Questo messaggio è stato accompagnato da una messa in scena cinematografica. Sono stati utilizzati infatti effetti speciali e musiche che incorniciavano scene da grande schermo. Anche lo stile recitativo è atipico per il teatro, dato che risente della formazione televisiva della maggior parte del cast. Sul palco sono saliti infatti Giacomo Giorgio nei panni di Otello, Giorgio Pasotti in quelli di Iago, Claudia Tosoni in quelli di Desdemona, Salvatore Rancatore in quelli di Cassio, Gerardo Maffei in quelli di Brabanzio, Dalia Aly in quelli di Emilia, Andrea Papale in quelli di Roderigo e infine Diego Migeni nel ruolo del Doge.

La scelta stilistica di portare un vero e proprio film sul palco, oltre che dare l’occasione di immergersi ancora di più nella trama, è pienamente azzeccata. Infatti, il pubblico era composto per lo più da adolescenti, che erano completamente stregati dalla messa in scena, oltre che ad essere molto attenti.

Ciò che la Maraini, Pasotti e tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione dello spettacolo sono riusciti a fare è creare un modo per riscoprire e far apprezzare una delle opere più iconiche della letteratura inglese anche ad un pubblico di giovanissimi, oltre che a far uscire “trasformato” dal teatro ogni spettatore.

 

 

 

 

 

Storia del Liceo Classico Andrea d’Oria di Genova

Il Liceo Classico Andrea D’Oria di Genova nacque nel 1623 con le Scuole Pie. Trasformato in Scuole Civiche durante la Rivoluzione Francese, divenne un’istituzione pubblica di prestigio…

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