di Francesca Custo, 4D
Giovedì 21 maggio 2026 si è tenuta una delle giornate del Festival del Teatro Classico dei Giovani, la più importante rassegna teatr
ale nazionale dedicata alle nuove generazioni, presso il teatro greco Akrai a Palazzolo Acreide (un comune in provincia di Siracusa, nella Val di Noto).
Si tratta di una manifestazione di portata internazionale, organizzata dalla Fondazione INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) e partecipata da giovani provenienti non solo dall’Italia ma anche dalla Grecia, dal Belgio, dalla Francia e dal Lussemburgo.

Il festival ha cadenza annuale e si sviluppa nell’arco di un mese, tra maggio e giugno. A prendervi parte, in veste di attori, sono studenti di istituti superiori, università e accademie. Ogni anno si confrontano 2000 giovani provenienti da 102 scuole diverse, che allestiscono riletture di testi classici, latini e greci. Quest’anno vi ha partecipato anche il Liceo d’Oria di Genova.
La particolarità del festival è che non si configura come una competizione a premi, ma come uno spazio di condivisione culturale e artistica. Il teatro è un luogo di dialogo tra diversi punti di vista, ancora oggi come nell’Atene del V secolo a.C., quando le rappresentazioni teatrali erano l’unica forma d’arte aperta anche agli stranieri.
Quest’anno, alla ricorrenza della trentesima edizione, il tema scelto come filo conduttore del festival è stato quello di “guerra e amore”, ad oggi molto attuale, un po’ come nella Grecia classica, scossa prima dalle guerre Persiane e, poi, da quella del Peloponneso.
La giornata è cominciata alle nove del mattino e prevedeva la messa in scena di quattro rappresentazioni, da un’ora ciascuna, con termine previsto per l’una. Abbiamo assistito a tre rappresentazioni comiche, tra cui quella inscenata dagli studenti del d’Oria e ad un’unica tragedia.
La prima rappresentazione di cui siamo stati spettatori è stata Lisistrata, di Aristofane, presentata dagli studenti del Liceo Galilei di Novara. La commedia racconta dello sciopero del sesso organizzato dalle donne ateniesi (a cui si uniscono, però, anche donne da altre città dell’Ellade) durante la guerra del Peloponneso, con l’obiettivo di convincere gli uomini a porre fine alle ostilità.
La seconda rappresentazione è stata quella allestita dagli studenti del Liceo d’Oria: la Pace di Aris
tofane
che racconta l’avventura dei cittadini ateniesi che cercano di raggiungere il
cielo volando su scarabei giganti nel tentativo di liberare la dea Eirene, prigioniera di Polemos.
Alla seconda rappresentazione è seguita la terza, questa volta di carattere tragico: l’Antigone di Sofocle, presentata dagli studenti del Polo Liceale Guerrisi-Gerace di Cittanova. Questa tragedia ruota attorno al tema della giustizia umana e divina, incarnate rispettivamente in Creonte ed Antigone, i due protagonisti.
Infine, la mattinata si è conclusa con l’Aerobato’, un adattamento di Le Nuvole di Aristofane, presentato dagli attori del Teatro Sociale di Sondrio. La commedia racconta di un vecchio cittadino oberato dai debiti che iscrive suo figlio alla scuola di pensiero di Socrate; inizialmente il ragazzo la frequenta con l’obiettivo di aiutare la famiglia a sfuggire ai creditori sfruttando l’arte retorica, ma, poi, ritorcerà questi stessi insegnamenti contro suo padre.
Il pubblico, tra cui erano presenti spettatori di tutte le età, ha apprezzato molto l’energia dei giovani attori, che si sono cimentati in questo progetto con passione e hanno recitato sotto il sole cocente di una Sicilia agli inizi della stagione estiva.
Gli studenti sono stati capaci di interpretare con grande naturalezza testi complessi e di trasmettere quegli stessi sentimenti che gli autori delle opere intendevano comunicare, nonostante la semplicità della scenografia e dei costumi.
L’essenzialità dell’allestimento ha segnato il distacco rispetto al passato: se nel teatro antico l’impatto emotivo era legato all’uso di costumi e maschere, che annullavano la mimica facciale, qui è stato dovuto proprio all’espressività degli studenti. La loro bravura è stata, quindi, amplificata dall’assenza di elementi scenici professionali.
Ma non si è conclusa qui: giovedì è stata una giornata interamente dedicata al teatro!
La sera, dopo aver lasciato Palazzolo Acreide, abbiamo assistito ad un’ultima rappresentazione tragica, questa volta interpretata da professionisti, presso il Teatro di Siracusa: l’ Alcesti di Euripide.
Per certi versi, è stato un po’
come prendere parte ad un particolare tipo di festa dionisiaca, a metà strada tra le Grandi Dionisie e le Lenee, ma vissuta più di venti secoli dopo.
È stato bello vedere ragazzi così giovani avvicinarsi al mondo del teatro, senza lasciare che questa forma d’arte si spenga e lasci, così, completamente posto al cinema. Siamo ormai tanto abituati alla perfezione della recitazione registrata da dimenticare che il teatro conserva la magia dell’evento unico ed irripetibile.
È stata un’esperienza davvero meravigliosa che mi ha profondamente segnata, anche per altre motivazioni: da studente, ascoltare e vedere interpretati dal vivo quegli stessi testi che, per mesi, abbiamo tradotto e analizzato a scuola è stata la conclusione perfetta di questo quarto anno.
Frequentare il Liceo Classico può spesso dare l’impressione di rimanere confinati in una dimensione astratta, ma esperienze come questa dimostrano l’esatto contrario: le parole che leggiamo sui libri non sono formule pol
verose né reperti cristallizzati nel tempo, ma frammenti di vita.
Inoltre, abbiamo percepito l’assoluta attualità del teatro e del mito: le inclinazioni, le passioni, la natura più intrinseca dell’uomo non cambiano nel tempo, nemmeno a distanza di millenni e questo è impressionante. Pensare che ancora oggi ci commuoviamo di fronte ad una rappresentazione tragica e ridiamo di fronte ad una comica, esattamente allo stesso modo di come facevano i nostri antenati nel V secolo a.C., mi lascia sgomenta.
C’è un neologismo inventato dallo scrittore Koenig (che scrive con l’obiettivo di dare un nome alle più particolari e oscure sfumature delle emozioni umane), che credo spieghi perfettamente questa sensazione: sonder. Tradurre la parola è complesso, ma la si può definire come l’improvvisa presa di consapevolezza che ogni singolo essere umano che ha vissuto, vive e vivrà sulla Terra possiede una vita profonda e indipendente proprio come la nostra. E in fondo, quindi, anche piuttosto simile alla nostra.
Mi sono sentita estremamente vicina a persone vissute all’incirca 2500 anni fa e a personaggi e storie costruiti su così antichi modelli di vita.
Seduta su quelle gradinate vecchie di secoli, che hanno ospitato decine di spettatori e resistito al tempo e alla natura, ho provato esattamente questo: la vertigine di sentirmi piccola ma, contemporaneamente, parte di qualcosa di immenso, universale ed eterno.


