di Laura Dolcino

Portare in scena un testo che abbia al centro l’esigenza di pace è stata una scelta naturale, quasi immediata, in questo presente segnato dai conflitti della guerra ormai globale. Ma rappresentare La pace di Aristofane non è banale né semplice.

La sfida è stata raccolta dagli studenti del laboratorio teatrale  delle classi  quarte per l’edizione 2025-2026 del Progetto Siracusa che partecipano al XXX Festival Internazionale dei Giovani a Palazzolo Acreide (SR) il 21 maggio e replicano al Teatro della Tosse di Genova il 10 giugno 2026. I 20 studenti-attori, che hanno collaborato  a tutte le fasi del lavoro, dalla lettura e analisi del testo alla realizzazione scenica,  e hanno partecipato alle prove settimanali con costanza e impegno da novembre a maggio, portano  in scena La pace  in una nuova veste grazie alla traduzione delle prof.sse Laura Dolcino, Raffaella Pansardi e Ambra Tocco,  all’adattamento del regista Enrico Campanati e alla guida artistica della prof.ssa Paola Maria Di Stefano.

La commedia fu rappresentata alle Dionisie nel 421 a.C., dopo la morte dei due leaders guerrafondai di Atene e Sparta, Cleone e Brasida, e pochi giorni prima della firma della pace di Nicia, in quella fase illusoria della guerra del Peloponneso in cui si pensava di poter arrivare ad una pace duratura. Questo clima di rinnovato ottimismo influenzò anche gli spettacoli teatrali e la geniale fantasia di Aristofane immaginò il ritorno della Pace con una liberazione fantastica attraverso la scalata al cielo del protagonista, Trigeo. Il vecchio contadino  decide di salire sull’Olimpo per andare a chiedere agli dei  di far cessare la terribile guerra che tormenta le città della Grecia ormai da dieci anni. Tutto il prologo è occupato dal viaggio su un gigantesco scarabeo stercorario, nutrito da due schiavi che si affannano a preparargli polpette di letame e che nel frattempo informano il pubblico dell’antefatto. A cavallo di questo animale immondo, Trigeo arriva al cielo e apprende da Ermes che gli dei, disgustati dalla cattiveria umana, se ne sono andati, lasciando il potere a Polemos, la Guerra, mostro orrendo e smisurato, che ha rinchiuso Pace in una grotta e si prepara a pestare in un mortaio le città greche. Mancano i pestelli, però, Cleone e Brasida, e mentre Polemos si allontana per procurarsene uno nuovo, Trigeo ne approfitta e, con l’aiuto dei contadini attici, libera Pace (insieme  a Opora e Teoria, rispettivamente personificazioni dell’abbondanza di frutti e della gioia della festa). Tornati sulla terra, tutti godono dei benefici della pace ritrovata, mentre i guerrafondai sono ridotti in rovina. Le nozze di Trigeo con Opora chiudono  la commedia.

Trigeo non è un eroe, né un generale: è un semplice contadino. È la voce del popolo che non ha potere. Anche per questo la scelta del nostro regista è stata  quella di dare alla commedia una struttura pienamente corale: non vediamo un solo Trigeo in scena, non un solo protagonista , ma una pluralità di presenze sceniche che rappresentano il popolo sopraffatto, ma  che ha ancora la forza di sognare.

Scalare il cielo per il mito è una tipica manifestazione di ὕβρις, un atto empio, di tracotanza, tentato da giganti e mostri che vengono castigati per il loro sacrilegio. Ma nella prospettiva comica di Aristofane la violazione del limite consente di infrangere le barriere del reale per penetrare nel mondo dell’utopia, dove tutto è lecito e possibile. Trigeo intraprende un’azione che è utopia, ma anche  atto politico di disobbedienza: è finito il tempo di parlare di pace, ora si deve agire per la pace. A chi rivolgersi? Agli dei, naturalmente, da cui la sorte umana si crede dipenda. Dei governanti non ci si può fidare, sono corrotti, inetti, incapaci e vili. E’ il popolo a prendere in mano la situazione e a dimostrare che la salvezza non arriva dai potenti, ma dalla gente comune che riesce ancora ad immaginare un mondo diverso. Appare chiaro che la guerra sopravvive perché conviene a qualcuno: ai mercanti d’armi, ai demagoghi, ai politici che costruiscono consenso sul nemico.

Quando finalmente torna pace sulla terra, il coro di contadini pregusta il ritorno alle consuetudini e alla serenità della vita campestre ed esprime chiaramente l’astio nei confronti della vita militare e l’avversione verso la spocchia di tanti che si pavoneggiano nelle divise  e dietro le armi.

”Quanto bene fa la pace! Nessuno più comprava falci neppure a un soldo, mentre ora si  vendono a cinquanta dracme  e a cinque dracme si vendono le anfore per i campi! I mercanti di armi sembrano affranti. Poveri sciagurati!”

Il sogno di Trigeo è un invito a considerare la ricostruzione della pace come processo collettivo, fatto di ascolto, di empatia, di lavoro quotidiano. Così la pace, da utopia, si trasforma in una conquista possibile: un ideale che, ieri come oggi, richiede coraggio, immaginazione e impegno condiviso.

E Aristofane ci lascia in eredità la speranza che il teatro, il pensiero e la parola possano ancora cambiare il mondo.