Cloni, coscienza e intelligenza artificiale: la 2E in scena alla Notte del Liceo Classico

Con “sIamo umAni”, gli studenti del D’Oria esplorano i confini dell’umanità tra letteratura e tecnologia

di Eleonora Birardi, 1B

In occasione della XII edizione della Notte Nazionale del Liceo Classico, venerdì 27 marzo 2026, la classe 2 E del  Liceo Andrea D’Oria ha portato in scena lo spettacolo “sIamo umAni”, dedicato al tema dell’intelligenza artificiale e al rapporto tra uomo, tecnologia e identità.

L’ispirazione letteraria
l'IA della 2H
l’AI della 2E

L’idea è nata dalla lettura di due testi: il romanzo Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro che racconta la storia di ragazzi cresciuti in una scuola apparentemente normale, ma in realtà destinati a diventare cloni donatori di organi, e il saggio Essere umani di Madhumita Murgia, dedicato al rapporto tra tecnologia e identità umana.

Dopo aver discusso insieme i due libri, gli studenti hanno scritto un testo originale e costruito una sceneggiatura per trasformare le loro riflessioni in uno spettacolo teatrale. In scena compaiono i personaggi del romanzo, in particolare i cloni, ma anche la figura dello scienziato che li ha creati, a cui gli studenti hanno voluto dare voce.

 

Una domanda fondamentale: che cos’è l’umanità oggi?
I cloni della 2E

La rappresentazione si apre con alcune ragazze sedute attorno a un tavolo, impegnate a trovare il modo di unire i due romanzi in un’unica messa in scena. A quel punto si rivolgono anche all’intelligenza artificiale, che restituisce la trama del romanzo. Da qui nasce una riflessione più ampia: chi ha creato i cloni? E soprattutto, per quale ragione gli umani li temono?

Entrano così in scena i cloni, che si interrogano sul proprio destino e sulla paura che gli uomini provano nei loro confronti. Una delle frasi più significative dello spettacolo è:

Se il mondo ha imparato ad usarci, noi abbiamo imparato a sentire.

I cloni chiedono risposte, vogliono essere riconosciuti come esseri umani.

A questo punto, gli studenti seduti al tavolo introducono anche un confronto con Frankenstein, per riflettere sui limiti della creazione artificiale e sulle responsabilità di chi dà vita a qualcosa di nuovo senza prevederne le conseguenze.

Lo spettacolo si conclude con una riflessione sui pro e i contro dell’intelligenza artificiale: da una parte le sue potenzialità, dall’altra il rischio che algoritmi e sistemi digitali possano invadere la privacy e limitare i diritti fondamentali dell’uomo.

La chiusura è affidata alla canzone Essere umani di Marco Mengoni, scelta come simbolo di tutto il percorso. Il testo, che parla del bisogno di sentirsi vivi, fragili e autentici in un mondo sempre più dominato dalla perfezione artificiale, risuona come una risposta diretta alle domande che i cloni pongono in scena: non è la perfezione a renderci umani, ma la capacità di provare, sbagliare e cercare.

 

 

 

Le infinite possibilità dell’umano secondo i filosofi greci

Una notte in cui gli studenti del liceo D’Oria hanno fatto loro il concetto di humanitas

di Alessandro Delaini Viscoli, 1B

L’humanitas, non solo una semplice parola latina, ma soprattutto una domanda: che cosa vuol dire essere umani?

Questo è il quesito a cui risponde il concetto di humanitas, ossia l’insieme dei principi filosofici e morali che rendono l’uomo degno di tale nome, distinguendolo dagli animali. Lhumanitas, inoltre, riconosce nell’incontro di opinioni contrastanti la vera essenza degli esseri umani.

Durante la  “Notte Nazionale Dei Licei Classici” di venerdì 27 marzo 2026 gli studenti e le studentesse del Liceo Classico Andrea D’Oria hanno proposto una serie di spettacoli incentrati sull’humanitas, il tema nazionale di quest’anno, esibendosi in svariate performance: dal canto fino al teatro passando per il balletto.

Le prime esibizioni della serata si sono svolte nell’aula magna. Si è trattato principalmente di esibizioni musicali, alcune al pianoforte (che proprio grazie al costante utilizzo degli studenti rimane accordato e utilizzabile), altre con il violino oppure cantate. Due di queste esibizioni sono state arricchite da coreografie che, con i loro significati simbolici, hanno reso gli spettacoli ancora più completi. L’ultimo spettacolo che si è tenuto in aula magna è stato “Il dialogo sul tempo” che ha esplorato il concetto di humanitas mediante le più famose citazioni di Seneca e di altri filosofi dell’antica Grecia, messe in correlazione con i problemi della società moderna.

Nella seconda parte della serata, gli spettatori si sono spostati nelle aule della scuola dove alcune classi hanno messo in scena i loro spettacoli. Tra loro la 4B che si è esibita con lo spettacolo “La scuola di Atene” ispirato scenograficamente al celebre affresco di Raffaello Sanzio: La scuola di Atene

In scena c’erano gli otto filosofi e intellettuali più famosi di tutto l’affresco. I protagonisti erano posizionati e abbigliati in modo estremamente preciso, con gli stessi abiti e colori del dipinto. 

Gli otto protagonisti de La scuola di Atene. Da sinistra: Pitagora, Ipazia, Eraclito, Socrate, Platone, Aristotele, Zoroastro e Diogene.

Lo spettacolo iniziava con un discorso di Raffaello che introduceva il suo lavoro, illustrando come il suo affresco incarni perfettamente il concetto di humanitas, poiché celebra l’abilità dell’uomo di raggiungere la verità attraverso la ragione.

I personaggi quindi cominciavano a parlare uno alla volta. Ognuno illustrava la propria linea di pensiero e le proprie convinzioni, che spesso andavano a scontrarsi con quelle dei “colleghi”. Spesso ci sono state delle battute o delle piccole critiche rivolte agli altri personaggi. Ad esempio Platone affermava: “Eraclito scrive delle cose troppo deprimenti: se gli chiedi come sta ti risponde che non era lo stesso di due secondi fa. Simpatico proprio come la sabbia nel costume”. Oppure Aristotele, che contrastava il pensiero del maestro Platone dicendo: “Per lui la verità sta nelle idee perfette, nel modo oltre la realtà, per lui il mondo sensibile non corrisponde alla realtà e non è quindi degno di essere studiato. Io invece indico la terra, perché credo che la verità sia qui in basso, nei nostri sensi, che sono infallibili”. Le battute ironiche e il linguaggio moderno catalizzavano l’attenzione dello spettatore e spesso riuscivano a strappargli una risata.

La serata si è poi conclusa in aula magna con un finto processo inscenato dai ragazzi di quinta contro l’humanitas. In questo processo l’imputato veniva accusato di trattare gli uomini come automi per amore del progresso. Il testimone principale era una ragazza del liceo classico che ha parlato della gioia della scoperta, dello studio della storia antica e della bellezza di identificarsi nei poemi classici. L’umanità è stata quindi dichiarata colpevole e condannata a tornare a scuola per riscoprire la bellezza di imparare e di conoscere come si è arrivati dove siamo.

Una parola, una notte, tanti modi espressivi possibili per uno stesso significato. Possiamo scegliere il nostro, ma prima dobbiamo ricordarci cosa vuole dire essere umani.

DIRITTI IN AZIONE | Art. 9 – Tutela dell’ambiente: la voce di Edoardo Brodasca sul territorio e il Posidonia Green Festival

Sotto la superficie: chi difende il Mar Ligure quando nessuno guarda

Edoardo Brodasca, fondatore del Posidonia Green Festival, racconta chi protegge il Mar Ligure ogni giorno e perché anche le istituzioni devono fare la loro parte.

di Alice Celada, Alice Crosa di Vergagni, Giulia Pedemonte, Laura Pezzotta, 2d

In un periodo storico caratterizzato da inquinamento, cambiamento climatico e sfruttamento eccessivo delle risorse naturali,  la fragilità degli ecosistemi marini diventa sempre più evidente. Vivendo in una città che si affaccia sul mare e che ha proprio in questo una delle sue principali risorse, ci siamo chiesti quali conseguenze possano avere le strutture e le attività umane su un ambiente così delicato come quello della Riviera Ligure.

L’articolo 9 della Costituzione italiana ci richiama direttamente a queste responsabilità:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica […] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.”

Questo principio assume oggi un valore fondamentale e ci invita a riflettere sull’importanza del territorio in cui viviamo e sulla necessità di proteggerlo.

Un esempio concreto di impegno è rappresentato dal Posidonia Green Festival, un eco-festival internazionale dedicato all’importanza della protezione del Mar Ligure, che promuove la responsabilità verso l’ecosistema marino.

Durante il nostro lavoro abbiamo scoperto il contributo di numerosi cittadini e associazioni che, anche lontano dai riflettori, si dedicano alla tutela del mare e alla sensibilizzazione attraverso iniziative come questo festival. È emerso inoltre che, per ottenere risultati efficaci, è indispensabile anche il coinvolgimento attivo dello Stato e degli enti pubblici.

Il nostro gruppo ha deciso di approfondire il tema della tutela dell’ambiente marino concentrandosi sul mare della Riviera Ligure. A tal fine abbiamo intervistato Edoardo Brodasca, divulgatore scientifico e fondatore del Posidonia Green Festival e del Posidonian Green Project, scelto per il suo forte impegno nella difesa dell’ecosistema.

Dall’intervista sono emersi aspetti fondamentali, tra cui i principali problemi legati all’inquinamento e l’importanza di azioni concrete, sia individuali che istituzionali.

Questa esperienza ci ha permesso di comprendere come l’articolo 9 non sia solo una norma, ma un invito ad agire. Ne usciamo con una maggiore consapevolezza dell’importanza del mare per le nostre vite e con lo stimolo a contribuire attivamente alla sua tutela.

 Guarda la videointervista 

È necessario concedere il consenso ai cookies statistiche, marketing per visualizzare questo contenuto.

 

DIRITTI IN AZIONE | Una testimonianza della Costituzione: vivere l’Articolo 3 all’Istituto Gaslini-Meucci

“La crescita personale è più importante del risultato finale”  –  il preside Gabriele Baroni

di Federica Campi, Ludovica Dolcini, Edoardo Messina, Mario Zingirian, 2d

L’Articolo 3 della Costituzione dichiara che tutti i cittadini hanno diritto a una pari dignità sociale e di conseguenza anche a un’istruzione che riesca a trasmettere a chiunque la migliore conoscenza possibile, affinché ognuno capisca in che maniera può aiutare la società a progredire.

I protagonisti                                                                  
Gabriele Baroni

Per capire meglio il concetto di “buona istruzione”, il gruppo si è  recato alla sede situata nel quartiere di Marassi dell’Istituto Professionale di Stato per l’Istruzione Superiore (I.P.S.I.S.) Gaslini-Meucci per intervistare Gabriele Baroni, il preside del plesso. Dopodiché l’intervista si è allargata ad altri membri della scuola che si sono mostrati disponibili ad esporre come vivano questo principio nella loro quotidianità; questo momento ha coinvolto la professoressa Lucy Principato e gli alunni Luigi Graziano e Mattia Morelli. L’istituto è stato scelto per questa indagine perché attualmente ha un gran numero di studenti stranieri tra gli iscritti e ciò è certamente un ottimo spunto da cui partire se si vuole comprendere come sia affrontato il tema di fornire a tutti una valida istruzione, iniziando da basi differenti.

Dietro le quinte                                                                                                                              

Inizialmente si voleva denunciare un’applicazione non ideale del principio costituzionale; il gruppo ha reperito l’indirizzo email del preside dell’Istituto Gaslini-Meucci, presente sul sito web della scuola. La risposta è arrivata subito ed è stata seguita dalla mail della professoressa Principato che ha gentilmente messo a disposizione alcune attrezzature utili all’intervista. I pregiudizi che il gruppo poteva avere a causa delle maldicenze purtroppo frequenti sul plesso sono stati fugati dall’accoglienza del preside e del personale che in modo cordiale hanno aiutato a disporre l’attrezzatura e ad impostare il lavoro sul posto. A riprese concluse, lo staff dell’Istituto si è reso disponibile per un’ulteriore conversazione, nella quale il gruppo ha spiegato in modo più preciso il tema dell’intervista, ringraziando per la collaborazione.

Dentro una scuola che affronta le difficoltà

“La scuola è l’Articolo 3, il luogo dove si possono appianare le differenze […]
Lo stereotipo è il punto di partenza […]
Non bisogna guardare la prestazione finale, ma il passaggio che la scuola permette di fare”

In queste parole e più approfonditamente nell’intervista intera, il Dirigente Scolastico, Gabriele Baroni, spiega come lui e il personale si impegnino per far valere il concetto costituzionale di istruzione, partendo da una situazione non facile, per consentire agli studenti di compiere il “passaggio” permesso dall’istituto. Perciò il suo obiettivo quotidiano è contribuire a rendere questo cammino il più formativo possibile assieme ai docenti e ai collaboratori scolastici.

Mai fermarsi alla prima impressione

L’esperienza ha insegnato che talora, dove si crede che ci sia una forma di disagio educativo e sociale, ci sono delle persone che lavorano sodo per migliorare la situazione. Spesso non ne parliamo perché ognuno di noi tende a pensare in modo estremamente superficiale, quasi non rendendoci conto che nulla è ben definito e chiaro alla prima impressione. Ragion per cui è fondamentale comprendere a fondo una situazione prima di giudicarla o parlare di come viene trattata. Incontrare il preside, i professori e gli alunni dell’Istituto Gaslini-Meucci è stata un’esperienza molto formativa e arricchente. Inoltre è stata di grande aiuto per capire che, anche se la Costituzione sembra essere considerata sempre meno, ci sia ancora chi si impegna sul serio per promuoverne il rispetto, anche indirettamente e in contesti impegnativi.

GUARDA LA VIDEOINTERVISTA

È necessario concedere il consenso ai cookies statistiche, marketing per visualizzare questo contenuto.

DIRITTI IN AZIONE | Art. 2 – Il diritto alla vita: la voce del primario Lorella Mazzarello sul territorio genovese

La culla per la vita e il rispetto dei diritti dell’uomo 

di Noa Braggio, Laura Grimaldi, Grazia Raito, Ludovica Zocchi, 2d.

Una bambina, un nome e la scelta della madre: è questo il caso della dottoressa Lorella Mazzarello, primario di pediatria dell’ospedale Villa Scassi di Genova, che ci ricorda l’importanza di parlare delle culle per la vita. Le culle per la vita tutelano i diritti inviolabili del neonato, promuovendo anche la solidarietà sociale attuando l’articolo 2 della Costituzione italiana che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. L’articolo della Costituzione  è rilevante poiché oggi più che mai si tende a dimenticare il valore della dignità, del diritto e della solidarietà che sono elementi  importantissimi per il mantenimento della società. La scelta di intervistare Lorella Mazzarello è motivata dalla presenza della culla per la vita che a Genova è attiva solamente in due ospedali: Villa Scassi e Galliera. Abbiamo svolto l’intervista dopo che la dottoressa ci ha dato la sua disponibilità  e per questo la ringraziamo per il suo contributo e il suo tempo prezioso. 

▶️ Qui la nostra videointervista

È necessario concedere il consenso ai cookies statistiche, marketing per visualizzare questo contenuto.
Meno abbandoni del previsto: i dati ci sorprendono

Grazie a questa intervista abbiamo potuto approfondire alcuni elementi importanti sul funzionamento e mantenimento delle culle per la vita. Attribuiamo grande importanza non solo al funzionamento e al mantenimento della culla ma anche a quello successivo ovvero il processo di affidamento del bambino e il senso di responsabilità che tutti i collaboratori sanitari offrono dal momento in cui il bambino viene accolto. Durante questa esperienza i dati che ci hanno maggiormente colpito sono stati  sicuramente quelli legati alla Culla per la vita, che ha registrato un unico ritrovamento avvenuto nel 2021. Inoltre, la dottoressa ci ha voluto raccontare un episodio che l’ha colpita particolarmente e che ha catturato la nostra attenzione ovvero un caso di una bambina trovata in  determinate circostanze: con sé  aveva  tutto ciò che le era stato dato dalla madre insieme a  un foglietto di carta in cui era segnato il suo nome che ovviamente i medici hanno mantenuto per il rispetto della madre. Non siamo solo rimaste colpite dalle parole della dottoressa ma ci siamo accorte anche che le nostre attese erano diverse rispetto a ciò che abbiamo scoperto nel corso di questa esperienza: ci aspettavamo infatti molti più abbandoni all’interno della culla. Abbiamo scoperto anche che molto spesso le mamme preferiscono partorire direttamente in ospedale in incognito se sanno di non potersi prendere cura del neonato.

Un gesto d’amore: comprendere la Culla per la vita 

Il principio costituzionale si ricollega al territorio grazie al lavoro che ogni giorno la dottoressa Lorella Mazzarello svolge, offrendo assistenza sanitaria a soggetti più fragili: i bambini. 

A seguito di questa esperienza abbiamo imparato non solo come funziona una culla per la vita ma anche il suo valore umano. Abbiamo compreso tramite le parole della dottoressa quanto sia importante questo servizio e soprattutto, come ha voluto specificare lei stessa, come questa scelta non debba  essere vista come un abbandono bensì come un gesto di amore incondizionato, la speranza di dare al proprio figlio un futuro migliore o semplicemente la possibilità di vivere, di vedere la bellezza di questo mondo, di provare emozioni, di innamorarsi e tutto quello che la vita ci regala ogni giorno. Tramite questa intervista, la nostra comprensione dell’articolo costituzionale è cambiata: non lo abbiamo visto solo come un principio teorico, ma lo abbiamo vissuto e osservato negli occhi della dottoressa Lorella Mazzarello, nella gioia con cui raccontava il proprio lavoro, nel modo in cui ci ha accolte e ci ha ringraziato di porre la nostra attenzione su questo tema.

Cosa rimane dopo l’intervista

Al termine dell’intervista, durante il viaggio di ritorno, abbiamo avuto la possibilità di riflettere su ciò che avevamo vissuto e  ci siamo poste nuove domande.

Qual è il futuro del bambino accolto nella culla per la vita?

Come affronterà un giorno la scelta della madre?

Come si combatte il giudizio di chi vede l’abbandono dove c’è invece amore?

e soprattutto: come si insegna a una società intera a fare lo stesso?

Non abbiamo risposte. Ma forse, per ora, bastano le domande.

Inferno in villa: la Commedia diventa una tragedia

Genova, Villa Pallavicino delle Peschiere si trasforma in un palco per l’Inferno dantesco. L’iniziativa, promossa da Palazzo Foundation, ha scelto gli studenti del Liceo D’Oria come destinatari di un progetto nato dalla volontà di coniugare storia, arte e cultura per renderle vive e accessibili alle nuove generazioni.

di Emma Benvenuto, Elisa Candelo e Ilaria Canobbio, 3d.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Così inizia la Commedia di Dante e così inizia lo spettacolo “ItinerDANTE-Siamo Inferno” di Eugenio Di Fraia, attore e realizzatore del progetto insieme ad Angelo Marrone, ideatore ed esecutore della colonna sonora che accompagna l’intera performance. La rappresentazione “ItinerDANTE” porta in giro per l’Italia, tra teatri, palazzi e luoghi naturali, l’esecuzione teatrale di alcuni canti presi dall’opera più importante della letteratura italiana.

Come fece lo stesso Dante per le sue opere, questo spettacolo non parla ad ogni pubblico nello stesso modo: canti, interpretazioni e location variano per poter arrivare direttamente e con forza allo spettatore.

Eugenio Di Fraia nel percorso che ha intrapreso con “ItinerDANTE” si è trovato a contatto con un pubblico sempre diverso, fino a quello reduce dalla pandemia, per il quale ha deciso di esibirsi all’aperto per la volontà di rivedere le stelle che in qualche modo il covid ci aveva negato. Così attraverso un’opera che dà molta importanza agli astri ha fornito al suo pubblico la possibilità di stare all’aperto e rivedere il cielo.

Allo stesso modo, in base alla situazione in cui porta il suo spettacolo, sceglie canti diversi, in diverso ordine e diverso numero. Per l’occasione dell’esibizione a Villa Pallavicino delle Peschiere, parte di un progetto che tende ad avvicinare i giovani al teatro e far conoscere questa storica villa genovese, Eugenio Di Fraia afferma di aver scelto in base alla popolarità dei canti come spesso fa quando si trova in contesti scolastici.

Solitamente il pubblico si aspetta di vedere i canti più famosi come il V di Paolo e Francesca, il XXVI di Ulisse,  il XXXIII del conte Ugolino e ovviamente il primo canto, proemio dell’intera opera: i quattro che non si possono non far vedere in uno spettacolo sull’Inferno.

L’attore spiega poi di aver aggiunto altri canti meno famosi ma a cui lui è particolarmente affezionato come il venticinquesimo, dedicato alle metamorfosi dei ladri nella settima bolgia. Qui le anime si fondono con i serpenti e scambiano forma umana e bestiale in un turbine di trasformazioni grottesche e violente. Un canto reso visivamente potentissimo dall’abilità recitativa di Eugenio Di Fraia e capace di sorprendere proprio perché estraneo alle aspettative di chi conosce la Commedia solo nei suoi episodi più celebri.

Lo stupore che tende a suscitare nei presenti è un altro elemento chiave delle sue esibizioni, per questo ha curato con particolare attenzione un impatto visivo diverso da quello a cui ci si aspetterebbe di assistere in una rappresentazione teatrale con Dante Alighieri come protagonista: vestiti grigi lacerati, anziché la toga rossa.

Particolare attenzione quindi è fornita anche ai personaggi: nonostante ci sia un solo attore in scena, Eugenio Di Fraia dà voce e corpo a tutti: Dante, Virgilio e le anime dannate. È proprio nel passaggio da un personaggio all’altro che emerge con più forza il dinamismo dell’Inferno: ogni anima ha la sua postura, la sua voce, la sua disperazione.

Le parole dei vari personaggi vengono interpretate con tragicità, la quale viene spesso a mancare nella lettura dell’opera, che nella maggior parte dei casi avviene in ambito scolastico. Le urla, il contatto con il pubblico, gli sguardi, il movimento convulsivo o rassegnato di un’anima in balia della sua pena diventano sensazioni tanto forti e vere da permettere allo spettatore di sentirsi parte della vicenda narrata da Dante.

Il coinvolgimento, sostenuto dalla colonna sonora di Angelo Marrone, è tale da far dimenticare che si tratta di un poema secolare. Questa chiave di lettura dà giustizia ai versi infernali di Dante, che spesso vengono letti dimenticandosi che per le anime dannate non è una commedia, come è per Dante, ma una tragedia eterna.

Anche la conclusione dello spettacolo è una sorpresa e per l’occasione è stato proposto il trentatreesimo canto del Paradiso, la cui interpretazione, oltre ad instillare un forte senso di solennità, va al di là del sentimento religioso e riesce a trasmettere un messaggio di speranza, perché qualsiasi sia la selva, l’essenziale è ritrovare la via.

 

Aristotele e il senso della polis: quando la ricerca diventa vita

Ciclo di letture filosofiche — Liceo Classico Statale Andrea D’Oria  Il pensiero politico di Aristotele — 12 marzo 2026 — Prof. Letterio Mauro

di Paolo Picollo, 3D

Dalla conferenza tenuta dal Professor Mauro presso l’Aula Magna è emersa una profonda riflessione sulla “Politica” di Aristotele, che ha invitato i presenti a riscoprire l’attualità di un pensiero che trascende la dimensione puramente scolastica. L’ opera aristotelica, quindi, non deve essere intesa come un trattato sistematico e concluso, poiché essa rappresenta la testimonianza diretta di un’esperienza intellettuale dinamica e collettiva. I testi giunti fino a noi appartengono infatti al corpus delle opere esoteriche: si tratta di dispense ad uso interno, usate come base di discussione, sulle quali Aristotele fondava le proprie lezioni,  motivo per cui la struttura frammentaria di questi scritti riflette fedelmente la natura stessa della scuola antica.

Il Liceo era infatti un centro di ricerca dove il sapere scaturiva dal dialogo costante tra Aristotele e i suoi allievi. Un passaggio nodale della conferenza ha riguardato la ridefinizione del concetto di polis, superando le traduzioni convenzionali che la riducono a semplice “città” o “stato” moderno e facendola emergere come una realtà spirituale e organica, rappresentata come il culmine di un processo naturale di aggregazione che vede l’essere umano unirsi dapprima nella famiglia e successivamente nel villaggio.

La città costituisce la comunità perfetta in quanto capace di raggiungere l’autarkeia, un’autosufficienza che non è meramente economica, ma soprattutto morale e finalistica. Il fine dell’organizzazione politica non risiede nella semplice sopravvivenza o nella gestione delle risorse, ma mira alla realizzazione della “vita buona”, cioè il raggiungimento della felicità attraverso l’esercizio delle virtù. Tale vocazione sociale si fonda sulla distinzione tra la phoné, la voce atta a segnalare piacere o dolore, e il logos, la parola che permette all’uomo di discernere e discutere il giusto e l’ingiusto, ponendo le basi per una convivenza civile basata sul confronto razionale tra i cittadini.

Inoltre, il Professor Mauro ha evidenziato una tensione insolubile riguardante la giustificazione della schiavitù naturale, definita come un vero “vicolo cieco” logico. La qualifica di “strumento animato” che Aristotele attribuisce allo schiavo genera infatti un ossimoro filosofico: se l’uomo è definito dal possesso del logos, come può un essere umano esserne privo per natura? Questa aporia svela il tentativo forzato di piegare l’antropologia alle necessità dell’oikos e della produzione materiale. Si crea così una frattura insanabile tra la teoria della razionalità e la realtà della sottomissione. Anche la visione della donna conferma tale chiusura e segna una distanza netta dalle aperture di Platone: nella “Repubblica”, infatti, Platone aveva ipotizzato ruoli politici inclusivi per il genere femminile. E’ proprio questo che porta la gerarchia sociale aristotelica a scontrarsi con la sua stessa definizione di essere razionale.

In conclusione, si è evidenziato come il valore della “Politica” risieda nella sua capacità di interrogare la modernità e le sue logiche spesso burocratiche. Aristotele esorta a intendere l’impegno civile come una “risposta dell’anima”, elevando la partecipazione pubblica a un atto di consapevolezza etica superiore. Rispondere alle domande del presente richiede un impegno profondo, poiché solo attraverso il confronto l’uomo può dirsi pienamente realizzato. La lezione del Professor Mauro ci restituisce così un Aristotele vivo, il cui pensiero agisce ancora oggi come uno stimolo per la nostra coscienza critica.

Da 150 anni al servizio dell’informazione. Il “Corriere della Sera” svelato dai suoi giornalisti

Novemila studenti collegati da tutta Italia, cinque classi presenti in Sala Buzzati: un dialogo con le grandi firme del Corriere della Sera, tra storia, attualità e funzione del giornalismo ai tempi delle fake news.

di Pietro Enrico Barbieri, 1b

Beppe Severgnini

Mentre varco la porta della storica Sala Albertini, dove prima di me sono entrati giornalisti e scrittori come Indro Montanelli, Oriana Fallaci e Dino Buzzati, nella mia testa rimbomba una vecchia canzone dei Baustelle, Un Romantico a Milano: “Leggi, c’è un maniaco sul Corriere della Sera / La sua mano per la zingara di Brera, è nera”. Questo mi fa riflettere sull’enorme popolarità dell’istituzione che sto visitando insieme ai miei compagni, che poi è proprio la stessa cosa che abbiamo discusso poco prima nella Sala Buzzati, alla conferenza La libertà delle idee. Giornalismo, informazione e democrazia. Beppe Severgnini ha iniziato spiegando a tutti che il Corriere non è un semplice giornale, ma “parte integrante della storia d’Italia”. Ognuno degli ospiti, cronisti esperti e specializzati in diversi campi, ha poi offerto una prospettiva diversa sul mestiere di giornalista. Particolarmente interessante l’intervento di Beppe Severgnini, molto sciolto e a suo agio nel dialogo con noi studenti. Prima di oggi l’avevo visto molte volte in TV a parlare di cose molto diverse tra loro. Probabilmente questa esperienza lo aiuta a comunicare in modo così diretto e comprensibile. Dopo aver svelato a noi studenti qualche trucco per scrivere un buon testo – il suo metodo P.O.R.C.O., acronimo per: Pensa, Organizza, Rigurgita, Correggi, Ometti – ha spiegato il concetto del “giornale club”, un luogo metaforico di discussione, dibattito e scambio d’opinioni tra tutti i redattori.

Martina Pennisi

Martina Pennisi  vede l’edizione online del giornale come una specie di estensione di questo “club”, aperto anche ai lettori, che possono commentare in tempo reale e interagire tra loro, purché questo avvenga in modo educato e rispettoso nei confronti di ognuno. Il suo modo di comunicare mi è sembrato molto diverso da Severgnini, più colloquiale. Infatti lei usava spesso metafore calcistiche di facile comprensione per un pubblico giovane e forse distratto.  Venanzio Postiglione, invece, era il più elegante di tutti. L’unico a indossare giacca e cravatta, parlava lentamente e usava termini ricercati, che magari provengono dalla sua formazione classica. Non a caso ha affrontato temi complicati e storici come quello della censura, in tutte le sue forme possibili, raccontando certi episodi molto interessanti dell’epoca fascista, per la precisione il 28 novembre 1925, quando il direttore dell’epoca, Luigi Albertini, fu obbligato a lasciare la sua prestigiosa carica per non assecondare le richieste del regime di Benito Mussolini.

Venanzio Postiglione

Ho anche pensato a quante analogie ci siano tra il fascismo e le attuali dittature del mondo, come la Russia di Vladimir Putin, dove gli organi di informazione scrivono soltanto quello che vuole il governo. Ho trovato la spiegazione del “patto di fiducia” davvero illuminante, perché spiega qualcosa che noi,  nel mondo libero occidentale, tendiamo a dare per scontato, cioè che le notizie che leggiamo sulle pagine del giornale siano vere. E invece non è per niente scontato, come dimostra l’esempio di coraggio di Luigi Albertini, costretto a dimettersi dal Corriere poiché non poteva più scrivere ciò che voleva come voleva. Anche l’infodemia così diffusa su internet, specialmente dopo il Covid, dimostra che il “patto di fiducia” è ancora attuale ai giorni nostri, in cui purtroppo le fake news sono diffusissime.

I giornalisti presenti all’incontro. Da sinistra: Venanzio Postiglione, Martina Pennisi, Beppe Severgnini e Marta Serafini

Il web è poi tornato in tanti altri interventi, che hanno sottolineato la velocità con cui le informazioni viaggiano, superando la carta. Anche il Corriere si è adattato a questa continua rivoluzione tecnologica, passando dall’essere un semplice giornale stampato a una rete multimediale, con oltre 5 milioni di italiani che giornalmente visitano il suo sito. Totalmente diversa l’atmosfera evocata da Marta Serafini inviata di guerra in Ucraina e prima ancora in diversi teatri bellici in tutto il mondo. Dalle sue parole ho capito che quello del giornalista è un lavoro potenzialmente pericoloso, che ti espone a incontri straordinari e rischi imprevedibili. Il giornalista infatti, per rispettare il famoso “patto di fiducia” con il lettore, deve assistere coi propri occhi ai fatti che riporta. Essere testimoni di una guerra non è facile, e, oltre ai rischi per la propria salute e incolumità, c’è anche un rischio che non avevo considerato, quello di diventare “soldati involontari” di una delle parti in guerra. Mentre Marta Serafini parlava, ho riflettuto su quante cose orribili deve avere visto una reporter di guerra come lei. Rispetto agli altri giornalisti invitati, mi è sembrata più cinica e pragmatica. Forse le esperienze che ha vissuto l’hanno segnata in profondità. Anche il suo abbigliamento era il più sobrio, come se fosse meno interessata all’apparenza e più alla sostanza.

Marta Serafini

Il giorno dopo la nostra partecipazione alla conferenza presso la sede della Fondazione del Corriere è scoppiato l’ennesimo conflitto tra Israele, USA e Iran. Quando l’ho saputo mi trovavo all’aeroporto di Milano e mentre salivo sul volo per Parigi ho subito pensato a Marta Serafini e mi sono chiesto se magari non stesse già preparandosi a partire un’altra volta per qualche lontano paese del Medio Oriente.

 

 

 

Solo contro l’identità: Giorgio Marchesi incendia il palcoscenico con “Il fu Mattia Pascal”

di Carolina Vassallo, 2B

Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso.

Portare in scena Il fu Mattia Pascal significa confrontarsi con uno dei testi più complessi di Luigi Pirandello. La recente reinterpretazione di Giorgio Marchesi sceglie una strada originale e coraggiosa: un monologo teatrale, sostenuto in scena unicamente dall’attore e accompagnato dalle musiche dal vivo del contrabbassista Raffaele Toninelli.

Premio Nobel per la letteratura nel 1934, Luigi Pirandello ha rivoluzionato la narrativa del Novecento attraverso una riflessione profonda sull’identità e sulle “maschere” sociali che imprigionano l’individuo. Il suo stile unisce introspezione psicologica e ironia amara, mettendo in scena personaggi sospesi tra ciò che sono me ciò che gli altri vedono. Il fu Mattia Pascal rappresenta una delle espressioni più emblematiche di questa poetica.

 

Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello racconta la storia di Mattia, che dopo essere stato creduto morto decide di cambiare identità e diventare Adriano Meis. Libero dalle responsabilità e dai problemi del passato, scopre che senza un’identità riconosciuta non può davvero vivere né amare. Quando tenta di costruirsi una nuova vita, si accorge che la libertà assoluta è una forma di solitudine e prigionia. Tornato al paese d’origine, trova la sua vecchia vita ormai perduta e resta “il fu”, sospeso tra esistenza e non esistenza. La reinterpretazione teatrale e la regia di Giorgio Marchesi valorizzano il conflitto interiore del protagonista, mettendo al centro il tema dell’identità frammentata e dell’ironia amara pirandelliana.

L’allestimento si distingue per una scenografia minimalista, quasi spoglia. Sul palco domina l’essenzialità: pochi elementi scenici, luci studiate per scolpire lo spazio e creare atmosfere mutevoli. La scelta di affidare la scena a un solo attore rappresenta una circostanza atipica, soprattutto considerando che Giorgio Marchesi è noto principalmente per il suo lavoro nel cinema e nella televisione. Questa dimensione teatrale, più intima e diretta, mette alla prova la sua capacità di sostenere l’intero peso narrativo. Accanto a lui, la presenza del contrabbassista Raffaele Toninelli aggiunge un elemento di grande suggestione: le musiche eseguite dal vivo non fungono da semplice accompagnamento, ma amplificano le tensioni emotive. Il contrabbasso diventa così una voce ulteriore che contribuisce alla costruzione dell’atmosfera.

L’interpretazione di Giorgio Marchesi è il fulcro dello spettacolo. Il suo Mattia Pascal si muove costantemente tra il tragico e il comico, incarnando quella doppiezza tipicamente pirandelliana in cui il riso si intreccia al dolore. Il passaggio dalle emozioni ironiche e comiche a quelle drammatiche avviene con naturalezza, senza fratture, rendendo evidente la modernità del testo. Marchesi dimostra padronanza del ritmo e del silenzio, elementi fondamentali in un monologo.

Lo spettacolo ha riscosso un notevole successo, testimoniato da applausi convinti. Il pubblico ha mostrato di apprezzare la scelta di un allestimento essenziale ma ricco di profondità, capace di rendere attuale il pensiero pirandelliano senza tradirne la complessità.