Da 150 anni al servizio dell’informazione. Il “Corriere della Sera” svelato dai suoi giornalisti

Novemila studenti collegati da tutta Italia, cinque classi presenti in Sala Buzzati: un dialogo con le grandi firme del Corriere della Sera, tra storia, attualità e funzione del giornalismo ai tempi delle fake news.

di Pietro Enrico Barbieri, 1b

Beppe Severgnini

Mentre varco la porta della storica Sala Albertini, dove prima di me sono entrati giornalisti e scrittori come Indro Montanelli, Oriana Fallaci e Dino Buzzati, nella mia testa rimbomba una vecchia canzone dei Baustelle, Un Romantico a Milano: “Leggi, c’è un maniaco sul Corriere della Sera / La sua mano per la zingara di Brera, è nera”. Questo mi fa riflettere sull’enorme popolarità dell’istituzione che sto visitando insieme ai miei compagni, che poi è proprio la stessa cosa che abbiamo discusso poco prima nella Sala Buzzati, alla conferenza La libertà delle idee. Giornalismo, informazione e democrazia. Beppe Severgnini ha iniziato spiegando a tutti che il Corriere non è un semplice giornale, ma “parte integrante della storia d’Italia”. Ognuno degli ospiti, cronisti esperti e specializzati in diversi campi, ha poi offerto una prospettiva diversa sul mestiere di giornalista. Particolarmente interessante l’intervento di Beppe Severgnini, molto sciolto e a suo agio nel dialogo con noi studenti. Prima di oggi l’avevo visto molte volte in TV a parlare di cose molto diverse tra loro. Probabilmente questa esperienza lo aiuta a comunicare in modo così diretto e comprensibile. Dopo aver svelato a noi studenti qualche trucco per scrivere un buon testo – il suo metodo P.O.R.C.O., acronimo per: Pensa, Organizza, Rigurgita, Correggi, Ometti – ha spiegato il concetto del “giornale club”, un luogo metaforico di discussione, dibattito e scambio d’opinioni tra tutti i redattori.

Martina Pennisi

Martina Pennisi  vede l’edizione online del giornale come una specie di estensione di questo “club”, aperto anche ai lettori, che possono commentare in tempo reale e interagire tra loro, purché questo avvenga in modo educato e rispettoso nei confronti di ognuno. Il suo modo di comunicare mi è sembrato molto diverso da Severgnini, più colloquiale. Infatti lei usava spesso metafore calcistiche di facile comprensione per un pubblico giovane e forse distratto.  Venanzio Postiglione, invece, era il più elegante di tutti. L’unico a indossare giacca e cravatta, parlava lentamente e usava termini ricercati, che magari provengono dalla sua formazione classica. Non a caso ha affrontato temi complicati e storici come quello della censura, in tutte le sue forme possibili, raccontando certi episodi molto interessanti dell’epoca fascista, per la precisione il 28 novembre 1925, quando il direttore dell’epoca, Luigi Albertini, fu obbligato a lasciare la sua prestigiosa carica per non assecondare le richieste del regime di Benito Mussolini.

Venanzio Postiglione

Ho anche pensato a quante analogie ci siano tra il fascismo e le attuali dittature del mondo, come la Russia di Vladimir Putin, dove gli organi di informazione scrivono soltanto quello che vuole il governo. Ho trovato la spiegazione del “patto di fiducia” davvero illuminante, perché spiega qualcosa che noi,  nel mondo libero occidentale, tendiamo a dare per scontato, cioè che le notizie che leggiamo sulle pagine del giornale siano vere. E invece non è per niente scontato, come dimostra l’esempio di coraggio di Luigi Albertini, costretto a dimettersi dal Corriere poiché non poteva più scrivere ciò che voleva come voleva. Anche l’infodemia così diffusa su internet, specialmente dopo il Covid, dimostra che il “patto di fiducia” è ancora attuale ai giorni nostri, in cui purtroppo le fake news sono diffusissime.

I giornalisti presenti all’incontro. Da sinistra: Venanzio Postiglione, Martina Pennisi, Beppe Severgnini e Marta Serafini

Il web è poi tornato in tanti altri interventi, che hanno sottolineato la velocità con cui le informazioni viaggiano, superando la carta. Anche il Corriere si è adattato a questa continua rivoluzione tecnologica, passando dall’essere un semplice giornale stampato a una rete multimediale, con oltre 5 milioni di italiani che giornalmente visitano il suo sito. Totalmente diversa l’atmosfera evocata da Marta Serafini inviata di guerra in Ucraina e prima ancora in diversi teatri bellici in tutto il mondo. Dalle sue parole ho capito che quello del giornalista è un lavoro potenzialmente pericoloso, che ti espone a incontri straordinari e rischi imprevedibili. Il giornalista infatti, per rispettare il famoso “patto di fiducia” con il lettore, deve assistere coi propri occhi ai fatti che riporta. Essere testimoni di una guerra non è facile, e, oltre ai rischi per la propria salute e incolumità, c’è anche un rischio che non avevo considerato, quello di diventare “soldati involontari” di una delle parti in guerra. Mentre Marta Serafini parlava, ho riflettuto su quante cose orribili deve avere visto una reporter di guerra come lei. Rispetto agli altri giornalisti invitati, mi è sembrata più cinica e pragmatica. Forse le esperienze che ha vissuto l’hanno segnata in profondità. Anche il suo abbigliamento era il più sobrio, come se fosse meno interessata all’apparenza e più alla sostanza.

Marta Serafini

Il giorno dopo la nostra partecipazione alla conferenza presso la sede della Fondazione del Corriere è scoppiato l’ennesimo conflitto tra Israele, USA e Iran. Quando l’ho saputo mi trovavo all’aeroporto di Milano e mentre salivo sul volo per Parigi ho subito pensato a Marta Serafini e mi sono chiesto se magari non stesse già preparandosi a partire un’altra volta per qualche lontano paese del Medio Oriente.

 

 

 

Corriere della sera: la responsabilità di una firma

Dentro via Solferino, dove il giornalismo resta un atto di responsabilità.

di Emma Zitta, 1b

Siamo abituati a leggere i loro nomi alla fine di un articolo o a scorgere i loro volti sui social spesso filtrati da uno schermo che appiattisce tutto: emozioni, paure, dubbi, persino la fatica. Ma incontrare dal vivo le firme del Corriere della Sera cambia completamente la prospettiva: all’improvviso quei nomi diventano persone, sono occhi che hanno visto il fronte della guerra, mani che hanno scritto storie che hanno cambiato il mondo e menti che tentano di dare un ordine al caos. Sono, soprattutto, persone che hanno scelto di trasformare la responsabilità dell’informazione nella propria missione quotidiana, quasi sempre senza protezioni.

Campanello di entrata nella sede del Corriere in via Solferino
Sala Albertini

Varcare la soglia del palazzo di via Solferino significa attraversare un confine invisibile. Fuori resta il rumore caotico dei social dentro invece ci si immerge in un ambiente dove ogni parola ha un peso specifico, dove la storia centenaria del giornale sembra vivere nei muri, nei corridoi e perfino nel silenzio che avvolge chi lavora. È un ambiente che non  vive di nostalgia ma di una cura antica: quella che impone di verificare, di dubitare e di non accontentarsi mai della prima versione dei fatti. Ma cosa tiene in piedi una simile atmosfera nell’era delle fake news, delle notizie usa e getta e della superficialità?

Marta Serafini, corrispondente di guerra, ci ha mostrato il vero volto di questo mestiere: essere inviati non significa cercare l’adrenalina né seguire l’immagine del reporter spericolato, ma significa piuttosto decidere ogni mattina di rischiare la propria vita per onorare un patto con il lettore: raccontare ciò che accade davvero anche quando la verità è scomoda, dolorosa o difficile da guardare. Ci ha parlato della fiducia, definendola “l’unica vera merce rimasta sul mercato” un bene fragile che si conquista lentamente e si perde in un istante. In un mondo dove tutti urlano per essere i primi, il giornalista è colui che si prende il lusso e l’onere di verificare, applicando l’autocensura non come un limite alla libertà, ma come massimo segno di rispetto per la realtà.

Storia del Corriere in via Sollferino

Questa cura verso chi legge si traduce in quella che Beppe Severgnini definisce un’evoluzione inevitabile: il digitale non ha ucciso il giornalismo, lo ha reso più “nudo”, più esposto, più vulnerabile, a volte persino feroce. Eppure proprio in questa nudità  il giornalismo ritrova la sua forza: la trasparenza, la capacità di spiegare come si lavora, perché si sceglie una notizia e non un’altra, quali criteri guidano la selezione e la gerarchia delle notizie.

La struttura portante rimane la gerarchia delle notizie che, come spiega Antonio Troiano, responsabile della redazione Cultura “rimane il valore che contraddistingue il giornale cartaceo”; il tempo è un ingrediente fondamentale: è lo spazio necessario per garantire una notizia provata, l’unico strumento che permette al lettore di sentirsi al sicuro, certo di conoscere la verità e non quello che qualcuno vuole fargli credere.

Uscendo da quel portone storico, una domanda resta sospesa nell’aria: in un’epoca in cui chiunque può pubblicare qualsiasi cosa, chi ha ancora il coraggio di restare in silenzio finché non è certo di ciò che dice? Forse la vera sfida oggi non è correre più forte degli altri, ma avere il coraggio di essere “lenti”, di prendersi il tempo necessario per capire, per ascoltare, per verificare. In un mondo che ha smesso di saper aspettare, la lentezza potrebbe essere l’ultimo gesto rivoluzionario rimasto al giornalismo.