NOI MARE. Aldo Spinelli: «Il porto, l’impresa e il futuro»

L’imprenditore si racconta: “Genova può raddoppiare i volumi, ma servono infrastrutture e coraggio

di Riccardo Viotti, 1B

 

Il Sig. Aldo Spinelli

Aldo Spinelli,  uno dei massimi esponenti della logistica italiana e figura storica del sistema portuale genovese, fondatore del Gruppo Spinelli, imprenditore al centro del dibattito pubblico degli ultimi anni, ci ha accolto per una conversazione a tutto campo sul presente e sul futuro del porto di Genova.

Fondato nel 1963 da Aldo Spinelli come azienda di trasporti, il Gruppo Spinelli è cresciuto negli anni fino a diventare uno dei principali operatori della logistica italiana. Le sue attività spaziano dal trasporto container alla gestione di terminal portuali, dai servizi di noleggio e riparazione container allo sviluppo di centri intermodali, con sedi operative a Genova, La Spezia, Livorno e Reggio Emilia.

Fin dall’inizio, Spinelli ci porta indietro nel tempo, ricordando l’enorme trasformazione vissuta dal settore marittimo. ‘’Si caricava e scaricava quasi all’aperto, senza tutti i controlli di oggi” racconta. Una rivoluzione, quella della containerizzazione, che ha cambiato per sempre la logistica: sigilli, tracciabilità, procedure standardizzate. ‘’Ha reso tutto più ordinato, ma anche più complesso. La sicurezza è diventata il cuore dell’operatività’’.

GPT Genoa Port Terminal del Gruppo Spinelli

Il suo sguardo si sposta poi sull’evoluzione dell’export italiano, che ha camminato di pari passo con quella dei porti. Impianti moderni, mezzi più sicuri, una logistica interna sempre più efficiente. ‘’Oggi la merce viaggia sigillata e il trasporto terrestre è cresciuto allo stesso ritmo del marittimo’’, sottolinea.

A cambiare, però, non è stata solo l’organizzazione a terra. Anche il mare è diventato un luogo di cambiamenti: le navi sono cresciute in modo esponenziale. I container restano gli stessi, da 20 o 40 piedi, ma le portacontainer superano ormai i 360 metri di lunghezza. ‘’Gli scali devono adeguarsi. Chi non lo fa resta fuori dal gioco’’, avverte Spinelli.

Nave_Cargo_Hapag-Lloyd_in_partenza_dal_porto_di_Genova

È qui che entra in scena Genova, al centro delle sue riflessioni. Con una visione insieme ottimista e realista, prevede: ‘’I traffici cresceranno almeno del 5% nei prossimi anni. Se l’economia tiene, Genova può raddoppiare i volumi. Ma per farlo servono infrastrutture, tecnologia, personale. Senza investimenti è impossibile competere’’.

La geopolitica è l’altro grande tema della conversazione, un fattore che oggi determina più che mai i flussi commerciali. ‘’I grandi esportatori di oggi, domani, possono non esserlo più. Lombardia, Veneto, Emilia: queste regioni industriali dipendono dal mare più di quanto non appaia’’, osserva.

A ricordare l’importanza del porto di Genova non sono solo i traffici, ma anche il suo impatto socioeconomico: una realtà che dà lavoro, tra diretto e indotto, a circa 64.000 persone. ‘’È una realtà enorme e rappresenta il futuro dei traffici italiani”, afferma Spinelli.

Sulle rotte globali e le prospettive di lungo periodo, sulla cosiddetta rotta artica, spesso dipinta come alternativa ai tradizionali corridoi marittimi, Spinelli non ha dubbi: ‘’Affascinante, sì, ma non sostituirà le rotte tradizionali. Non per costi, non per volumi, non per sicurezza. Al massimo potrà integrare in casi specifici’’.

Più concreta appare ai suoi occhi la partita del Mediterraneo, che secondo Spinelli può tornare competitivo rispetto ai grandi porti del Nord Europa, a una condizione, però: investimenti strutturali. ‘’I porti del nord Europa avrebbero dovuto fare il cambiamento radicale che stiamo facendo noi almeno 30 anni fa’’, ricorda con fermezza.

E poi c’è stato il COVID, la prova più dura degli ultimi decenni. Un passaggio che, per Spinelli, ha chiarito una volta per tutte la centralità del mare. ‘’È stato l’unico mezzo di trasporto che non si è fermato. Ha tenuto in piedi forniture e logistica’’.

Conclude dicendo: ‘’L’Italia non dovrebbe dimenticare: abbiamo quasi 8.000 km di costa. Nessun altro sistema garantisce questa continuità. E Genova, qui dentro, resta un punto centrale’’.

NOI MARE. Maggie Pescetto, una donna da vento

Una grande atleta olimpica che insegue il suo sogno ci dimostra il suo amore per la città di Genova.
di Marta Cordone, 1B

Genova, oltre ad essere una città ricca di storia che la rende affascinante e motivo di orgoglio dei suoi abitanti, è anche un luogo che facilita la pratica degli sport acquatici grazie al suo affaccio sul Mar Ligure. 

Maggie Pescetto, atleta dello Yacht Club Italiano, ha partecipato alle Olimpiadi del 2024, gareggiando con il suo kitesurf, ed ogni giorno è sempre più orgogliosa e grata di essere potuta crescere a Genova e quindi di aver iniziato il suo percorso fin da piccola nella sua città.

Durante gli allenamenti Maggie ha la possibilità di vedere la città da un altro punto di vista che, secondo lei, la rende ancora più speciale. Le piace moltissimo quando passa davanti a Boccadasse con il suo kitefoil a tutta velocità, è “un’esperienza davvero unica, vedere le case colorate soprattutto durante le giornate soleggiate provoca molta allegria e felicità”.

Spiaggia di Boccadasse, Genova

L’atleta è entrata nella Nazionale Italiana di kitesurf all’età di 17 anni. Dopo essersi laureata all’Università IULM di Milano ha ottenuto la medaglia d’argento al Campionato Open in Africa nel 2022 e ha partecipato a campionati italiani, europei e mondiali avendo gloriosi successi. Nel 2024, ha rappresentato l’Italia ai Giochi Olimpici di Parigi.

Maggie Pescetto

Maggie Pescetto descrive il suo legame con il mare fondamentale per la sua vita. Ogni volta che non è a Genova, per partecipare a regate a livello internazionale, dentro di sé vorrebbe subito ritornare, perché la sua città è il suo luogo felice dove ha coltivato moltissime amicizie importanti per lei. Inoltre lei afferma che  “sicuramente crescere in una città di mare ha influenzato profondamente il mio rapporto con l’acqua. Sento di non riuscire a stare lontana dal mare”

“Una delle emozioni più importanti che ho provato”, dice Maggie, “è stato tornare a casa dopo un lungo periodo e vedere dopo tanto tempo la mia famiglia, il circolo e i miei amici, che mi hanno sempre sostenuta nei miei traguardi e obiettivi”.

Durante le Olimpiadi le mancava anche il gusto della vera focaccia e del pesto, che la fa sentire subito a casa ricordandole quelle piccole abitudini che la riportano subito nel suo posto del cuore.

Tuttavia rimane una “donna da vento” che ama la sfida del mare come racconta in questa intervista:

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Maggie Pescetto è una ragazza che simboleggia il grandissimo amore dei velisti genovesi per il proprio mare, che è un simbolo di divertimento ma anche di orgoglio per chi abita in questa meravigliosa e sorprendente città.

NOI MARE. Una vita tra le reti

Stefano Donati e il mestiere che sta scomparendo

di Isabella Morando, 1B

Il mare di Genova non è solo una via di commercio o un posto di lavoro: è un luogo che rappresenta parte della vita dei lavoratori e dei cittadini che vivono a contatto con esso. Il porto Antico, più precisamente vicino al Museo del Mare, è il luogo in cui l’ex pescatore Stefano Donati ha lavorato per un decennio, insieme a suo padre e suo zio che lo hanno introdotto nel mondo della pesca. Da subito ha voluto chiarire che il pescatore non è un lavoro semplice: richiede impegno, costanza, pazienza e molto studio.

Il rapporto tra un pescatore e il mare va oltre il semplice guadagno.

Che cosa le viene in mente quando pensa al mare e, in particolare, a Genova?

“Pensando al mare mi vengono in mente tanti ricordi piacevoli. Ricordo per esempio quando andavo a Monterosso con mio padre, vedevamo i delfini, passavamo intere giornate completamente circondati dal mare.” Il mestiere del pescatore non è caratterizzato solo da ricordi, ma anche dalle soddisfazioni che si possono ricavare. “Ricordo la soddisfazione di svolgere un lavoro così faticoso: una volta con mio padre abbiamo trascorso un’intera giornata provando a pescare delle ricciole che continuavano a scappare dalle reti. Dopo un giorno e una notte che continuavamo a fallire e aspettare,  siamo riusciti a catturarle. Il piacere di questi momenti è indescrivibile”.

La difficoltà del mestiere è ripagata da emozioni che non si possono esprimere a parole.

“Mentre stai pescando, sei a contatto con la natura, con l’acqua, con un mondo completamente diverso da quello terreno”

La pesca diventava ancora più particolare di notte, come ci racconta. Da aprile a maggio avveniva la pesca delle acciughe, da luglio ad ottobre la pesca sugli scogli, a dicembre la pesca delle orate. In questi mesi amava particolarmente pescare di notte. “Mi è sempre piaciuto vivere il mare di notte. La notte è magica, è scura, è strana… fa un certo effetto. Tutti dormono e tu sei lì, in mezzo al mare, a pescare, e ti senti come se fossi sopra le nuvole su un altro mondo”.

Il suo rapporto con il mare, come tutte le relazioni, non è sempre semplice. “Il mare è un amico, ma può diventare anche un nemico e per fare questo lavoro devi esserne consapevole”. Essere pescatori oggi richiede non solo di saper pescare, ma di saper rispettare il mare. Grazie alle nuove tecnologie la pesca sta cambiando sempre di più. Gli strumenti si sono rinnovati, e per questo è aumentata anche la quantità di pesce che si può pescare, causando anche una riduzione del pesce in mare. Molti pesci tipici di Genova, come le acciughe o le ricciole, vengono pescati in grandi quantità perciò non si ripopolano velocemente. “Essere pescatori oggi non richiede soltanto abilità, ma anche tanto impegno e soprattutto rispetto per il mare. È per questo che il progresso rende la pesca più efficiente ma allo stesso tempo più complicata di prima”.

Quali sono i valori più importanti che ha appreso da questo mestiere?

“Sicuramente ho imparato ad essere calmo, paziente, poco impulsivo. Questo è un lavoro destinato a scomparire. Un ragazzo non inizierà mai di sua spontanea volontà a pescare. Deve essere guidato, deve imparare questi valori. Gli si deve spiegare più che la tecnica, l’approccio che si deve avere. La pesca sarebbe un’esperienza meravigliosa per tutti e sarebbe bello poter diffondere di più l’idea di poter fare questo mestiere. La voglia di un ragazzo di pescare deve nascere dal cuore. Non si può iniziare nel modo corretto senza la più sincera volontà di farlo.

Più che un lavoro la pesca è una passione. Ci vuole passione. Se non ce l’hai,  non puoi fare il pescatore. Questa dedizione deve nascere da dentro la persona, deve essere più forte di ciò che potresti guadagnare. Se hai l’amore per questo mestiere poi puoi arrivare ad un guadagno. Non ha senso partire con il presupposto di farlo come un lavoro, perché non si ottiene nessun risultato.”

Oggi Stefano Donati gestisce la pescheria “La Lampara” a Genova. Nonostante abbia lasciato il mestiere di pescatore, continua a trasmettere i suoi valori di rispetto per il mare e per la pesca alle nuove generazioni che, forse, manterranno viva questa tradizione. 

 

NOI MARE. La musica di Genova raccontata da Andrea Incandela

Il liutaio e presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, racconta il legame tra Genova, De André e la tradizione marinara.

di Daniele Ferro, 1B

Genova ha sempre avuto una forte tradizione musicale, profondamente legata al mare: dai canti popolari dei marinai fino ai grandi cantautori che hanno reso celebre la città in tutto il mondo. Tra questi, il nome più rappresentativo è senza dubbio Fabrizio De André, capace di raccontare Genova e il Mediterraneo come pochi altri.

Andrea Incandela

Andrea Incandela, musicista, liutaio ed esperto di strumenti, è il presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, “A casa di Andrea” in genovese, una realtà attiva nel centro storico di Genova che si occupa di concerti, produzione musicale, riparazione di strumenti e corsi di musica e pittura. Andrea Incandela ha conosciuto personalmente Fabrizio De André e, in questa intervista, racconta il legame profondo tra Genova, il mare e la musica.

Cos’è per te Genova e il mare?

Tutto. E con “tutto” ti direi pochissimo. Io non vivrei mai in una città senza mare, non potrei farlo. Sono nato a contatto con il mare, nella città Superba, che per me è la più bella del mondo. Non ho bisogno di vederlo o di andarci, non ci vado quasi mai. Ma mi basta sapere che c’è.

Chi era per te Fabrizio De André?

Un grande amico. L’ho conosciuto quando ero ragazzino. All’inizio il nostro rapporto era soprattutto legato al lavoro: gli vendevo strumenti, prestavo attrezzi e mi occupavo delle riparazioni, e lui ne era contento. Con il tempo, però, è diventata una vera amicizia. Passava spesso, abbiamo parlato tante volte di Genova e di musica. Era una persona stupenda, molto comprensiva e un grande poeta. Secondo me, dovrebbero candidarlo al premio Nobel.

Hai mai suonato o cantato insieme a Fabrizio De André?

Cantato sì, suonato no. Una volta ci siamo trovati in piazza De Ferrari e ricordo che nacque spontaneamente un coro: cantavamo tutti insieme. C’era un bar sotto i portici, il Giavotto, frequentato da Paoli, da De André, da Manfredi e da tanti altri musicisti e personaggi famosi. Andammo lì a cantare con lui: è stato un momento molto bello e particolare, perché eravamo tutti insieme.

Perché De André scrive Crêuza de mä e cosa racconta questa canzone?

Crêuza de mä nasce dal desiderio di raccontare il mare di Genova e, allo stesso tempo, il Mediterraneo come spazio di incontro. De André sceglie il dialetto genovese perché è una lingua marinara, formata dal contatto tra molti popoli del Mediterraneo, quindi perfetta per rappresentare questa realtà. 
Attraverso il dialetto e una musica ispirata alle tradizioni mediterranee, racconta un Mediterraneo “prima della globalizzazione”, fatto di viaggi e scambi. È stata una scelta controcorrente per l’epoca, ma proprio questo rende la canzone straordinaria. Crêuza de mä guarda al passato per parlare in modo universale del presente ed è una delle opere più importanti di Fabrizio De André.

Di cosa parlano i canti dei marinai genovesi?

I canti dei marinai genovesi parlano soprattutto della vita sul mare: dei viaggi lunghi e faticosi, della nostalgia per la terra, delle donne lasciate a casa, del pericolo e, a volte, anche della povertà. Raccontano un’esistenza dura, fatta di lavoro e di attesa, spesso con un tono ironico o rassegnato. Parlano di uomini comuni, di fatica quotidiana e di ritorni incerti: molti non sapevano quando sarebbero tornati. Il mare non è mai idealizzato, è una presenza necessaria ma anche crudele

Quali strumenti usavano i marinai?

Gli strumenti erano pochi e semplici, facili da portare in viaggio. Si usavano soprattutto strumenti a corda come la chitarra o il mandolino, ma anche il violino. Non mancavano percussioni improvvisate, come tamburi rudimentali o semplicemente il battito delle mani e dei piedi. Spesso, però, il canto era soprattutto vocale e corale, perché serviva anche a tenere il ritmo del lavoro a bordo.

Esistono ancora musicisti che mantengono viva questa tradizione?

Sì, questa tradizione non è scomparsa. Oggi viene portata avanti da gruppi e musicisti che lavorano sulla musica popolare ligure e mediterranea, cercando di conservarne la lingua e lo spirito. Alcuni lo fanno in modo più tradizionale, altri in maniera moderna, mescolando strumenti antichi e contemporanei. Naturalmente Fabrizio De André, con Crêuza de mä, ha avuto un ruolo fondamentale nel far riscoprire e valorizzare questa tradizione, portandola a un pubblico molto più ampio e rendendola conosciuta in tutto il mondo.

Attraverso il racconto di Andrea Incandela emerge un’immagine di Genova profondamente legata al mare, non solo come spazio fisico ma come luogo culturale e musicale. Dai canti dei marinai fino a Crêuza de mä, la musica diventa memoria, identità e racconto collettivo di una città che continua, ancora oggi, a suonare.

Come cantava Fabrizio De André nei versi finali di Crêuza de mä:

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na

creuza de mä

(padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.)






 

NOI MARE. Da Quarto al Vespucci: il racconto di un genovese cresciuto guardando l’orizzonte.

Dal piccolo quartiere di Quarto ai porti internazionali: il percorso di Andrea Venturi, sottufficiale della Marina Militare italiana.

di Asia Di Calogero, 1B

Genova non è soltanto una città: per il marinaio Andrea Venturi è casa, identità. È cresciuto a Quarto respirando salsedine tutto il giorno e proprio per questo il mare non è stato per lui un semplice panorama, ma una presenza costante, un compagno di vita.

“Sono nato sul mare e sono sempre stato vicino all’acqua: dalla mattina alla sera respiravo aria di mare” racconta. È proprio lì che, grazie a suo padre, ha imparato ad amare tutti gli angoli di Genova: dai caruggi a tutto il centro storico, dalla storia fino alla cultura marittima. Venturi non ci ha messo infatti molto a comprendere che il suo legame con quella città era qualcosa di speciale, di intenso. Una volta cresciuto ha così deciso di realizzare il suo sogno d’infanzia, entrando nella Marina Militare Italiana: “Ancora non ci credo di aver realizzato il mio sogno…Ogni tanto pensandoci ho paura che sia tutto una finzione”.

Non finisce però qui: grazie alla sua determinazione Venturi è riuscito a diventare addirittura sottufficiale, iniziando così a ricoprire un ruolo molto importante; inoltre da ormai quattro anni naviga senza sosta da un porto all’altro sull’Amerigo Vespucci (nave scuola che simboleggia l’Italia all’estero). Svolge il suo lavoro con passione, contribuendo al mantenimento della nave in tutto il suo splendore: “Lavorare sul Vespucci è qualcosa di magico. Sapere di rappresentare il proprio paese su una delle navi più belle del mondo è una situazione impagabile, soprattutto per il me bambino; mi sento molto fortunato a riguardo”.

Tra uno scalo e un altro: lo scalo al porto di Genova

Venturi ha visto porti in ogni continente, ha visitato numerose località ed è entrato in contatto con culture lontane,  ma, nonostante ciò, le sensazioni che prova quando la nave sta per attraccare al porto di Genova sono imparagonabili a qualsiasi altra. “Qui è diverso…l’aria, la tramontana, il profumo della focaccia. Appena scendi senti qualcosa che nessun altro porto ti dà”.

Il Vespucci che fa rotta verso Genova.
Infatti tutti i rientri verso il porto della sua città gli regalano emozioni fortissime: “Quando il Vespucci entra a Genova, è come tornare dalla propria famiglia. Mi sembra sempre di essere aspettato, come se la città stessa mi abbracciasse”.

Ogni rientro a casa è speciale e unico e permette ad Andrea di “riconnettersi” al suo posto del cuore, dopo esserci stato lontano per svariato tempo, e di passare momenti in compagnia di parenti e amici di vecchia data. “Quando torno e mi metto sulla ringhiera a Priaruggia a guardare il mare, capisco che quello è il mio posto. È casa. Non posso fare a meno di pensare che la mia vita finirà lì, dove tutto è iniziato”.

 La nostalgia del mare

Celebre saluto militare del “Veliero”

Durante i periodi a casa però c’è sempre un vuoto difficile da colmare: manca l’odore del mare aperto, il ritmo della vita a bordo del vascello, la complicità con l’equipaggio, le guardie in plancia, le notti insonni, i raggi del sole sulla pelle…Tutte cose di cui Venturi non può fare a meno. “Adoro passare del tempo a casa con la mia famiglia, ma quando non sono in mare aperto mi manca tutto, anche i dettagli più insignificanti. Mi mancano i miei amici, tutte le risate e i sorrisi fatti con loro, le notti trascorse a osservare le stelle, le giornate passate con la nausea a causa delle troppe onde…So che è strano, ma solo chi vive il mare con passione può comprendere davvero”.

 Se non fosse nato a Genova… 

Deposizione del berretto sul Tricolore

Secondo Venturi, il suo legame tanto speciale con il mare è da attribuire alla sua città natale, Genova. “Se non fossi nato qui, forse non avrei preso questa strada: magari sarei un veterinario, un autista o chi lo sa, magari uno scrittore. Ma è merito di questa città se sono chi sono oggi e se ho trovato la mia strada. Qui i pescatori, gli amici, la vita sul mare ti trasmettono un amore profondo per quell’enorme cosa blu: questo amore incondizionato ti cambia per sempre.”

Questa non è una semplice storia: è la storia di un uomo che porta ovunque vada la sua città, con amore, ambizione e soprattutto passione. Genova non è solo la città che ha dato inizio al suo viaggio, ma è la luce che continua a dargli l’ispirazione per proseguirlo al meglio e il suo punto di riferimento: “Per me è come una specie di bussola…Mi aiuta a orientarmi e qualsiasi cosa succeda, so di poterci sempre tornare. È il mio porto sicuro”.

Oggi, mentre l’Amerigo Vespucci solca gli oceani, Andrea osserva l’orizzonte, con la consapevolezza che il mare prima o poi lo riporterà a casa: “Il mare è magico: è quella cosa che può allontanarti ma che allo stesso tempo ti lega a ciò che ami”.

Andrea ogni giorno con il suo lavoro e il suo viaggiare porta l’amore incondizionato per la sua terra in tutto il mondo, mostrandoci come è possibile trasformare la passione in professione. Una testimonianza di impegno, dedizione, amore per il mare e orgoglio per la Marina Italiana.

 

 

 

 

NOI MARE. Alcide Ezio Rosina: L’amore per il mare che ha influenzato le sue scelte di vita

“Con il mare è stato amore a prima vista”. La storia di un decano degli armatori italiani

di Pietro Barbieri, 1B

Alcide Ezio Rosina, classe 1931, attualmente Presidente Onorario di Premuda S.p.A. ha vissuto una vita ricca ed emozionante, di cui il mare è parte dominante. Genovese di nascita, cresce in una famiglia contadina che lo sprona a lavorare in banca per ottenere un lavoro stabile. Dopo gli studi in ragioneria, si laurea in economia nell’Università di Genova. Dal 1952 in poi Rosina occupa posizioni manageriali sempre più importanti: Presidente di Costa Crociere, Amministratore Delegato di Finmare (finanziaria dell’IRI), Amministratore Delegato e Azionista di riferimento di Premuda, fra le più rilevanti. Nel 2006 Rosina è stato insignito dal Presidente della Repubblica dell’Onorificenza di Cavaliere del Lavoro.

Cavalier Rosina, qual è il suo rapporto con il mare? C’è un ricordo particolarmente emozionante collegato al mare?

Con il mare è stato amore a prima vista. Ai tempi del liceo ogni tanto marinavo la scuola e andavo su a Carignano, dove c’era lo sbocco per il porto. Successivamente andavo sulle banchine, mi sedevo e guardavo le navi entrare e uscire”.

Quanto ha inciso l’essere nato a Genova, città di mare, nelle sue scelte professionali?

“Il legame con Genova è sempre stato molto forte, ancor più quando, durante i bombardamenti del ‘44,  fui allontanato con la mia famiglia e sfollato nelle campagne venete. Il ritorno in città ha rafforzato l’amore per il mare e il desiderio di fare un mestiere ad esso collegato”.

Quali sono le innovazioni tecnologiche che hanno contribuito maggiormente allo sviluppo dell’industria marittima?

Le innovazioni più significative riguardano i dettagli strutturali delle navi commerciali. Tutte le innovazioni sono sempre state finalizzate a rendere le navi adatte a nuovi traffici, nuovi carichi e nuovi mercati. Potrei ricordare l’ottimizzazione degli spazi: mezzo secolo fa le navi erano due o tre volte più grandi di oggi a parità di portata. Un altro enorme cambiamento è stata la costante riduzione degli equipaggi, dovuta prima alla motorizzazione e poi alla progressiva automatizzazione delle apparecchiature di bordo. Oggi su una nave commerciale da 50.000 tonnellate di portata lorda lavorano non più di 20 persone”. 

Quali sono state le intuizioni che hanno determinato il suo successo nella sua carriera?

“La più grande intuizione fu capire che il mondo si stava preparando a un grande cambiamento e che era necessario uscire dai confini non solo italiani ma anche europei. Già cinquant’anni fa mi prodigavo per fare affari e collegarmi con gli Stati Uniti e l’Asia. Oggi la globalizzazione è un fatto assodato e tutti sono al corrente di tutto, in tempo reale, ma cinquant’anni fa chi aveva previsto questa tendenza aveva un chiaro vantaggio competitivo”.

Premuda è stata fondata nel 1907 a Trieste. Come mai la sede è stata portata a Genova e cosa rappresenta per un’azienda la scelta della sede?

“Il cambio di sede avvenne per causa mia. Quando diventai azionista di Premuda decisi di tornare qui dove si trovava la mia famiglia e dove c’era ampia disponibilità di personale altamente specializzato nel business shipping”.

Cosa ne pensa sul futuro dell’industria marittima genovese? 

“Oggi penso che il mare sia una risorsa sottoutilizzata. Purtroppo le aziende armatoriali presenti a Genova sono molte meno rispetto a quando ho cominciato la mia attività. Tuttavia la città ha un grande potenziale inespresso e per esempio spero che i lavori che interesseranno la nuova diga foranea possano rimettere la città al centro di traffici che oggi non sono possibili per evidenti limiti strutturali. In ogni caso, Genova continua a esprimere importanti talenti nel settore shipping. Molti genovesi lavorano all’estero in grandi aziende di logistica e armamento, a riprova del fatto che la città continua ad essere una “capitale” dello shipping mondiale” 

Il Cav. Alcide Ezio Rosina è il decano degli armatori italiani e la sua esperienza di vita è un patrimonio inestimabile perché unisce competenze tecniche, qualità umane e successi professionali. Il suo legame con il mare e con la città di Genova è fortissimo. Cosa mi rimane di questa intervista? Una persona che, nonostante sia nata, cresciuta, e abbia sviluppato i suoi principali successi imprenditoriali in un’epoca molto diversa dalla mia, dimostra una grande comprensione del mondo di oggi. E soprattutto trasmette ai giovani una grande fiducia nel futuro. 



NOI MARE. Storia di un lupo di mare

Intervista all’ex marinaio e istruttore di vela del Circolo Vele Vernazzolesi

di Alessandro Bega, 1B

Emanuele “Mauro” Bonamano al Circolo Vele Vernazzolesi

La nostra amata città, Genova, è per sua natura da sempre legata al mare. Molti genovesi, soprattutto in passato, vissero una vita tutt’uno con esso; il signor Emanuele Bonamano, che tutti i soci del Circolo Vele Vernazzolesi da sempre chiamano Mauro, è uno di essi.

Ex marinaio e istruttore di vela, appassionato in particolare alle regate, Mauro si avvicinò al mare sin da bambino, all’età di 12 anni, prima pescando e andando in barca per diletto, poi decidendo di voler rendere questa passione il lavoro della sua vita. 

Una vita in mare non può che essere ricca di esperienze interessanti e, alla mia domanda su quale fosse quella a lui più cara, Mauro ha risposto che trent’anni fa, o forse qualcosa in più, mentre navigava in alto mare, durante una tempesta un fulmine colpì l’imbarcazione mettendone fuori uso l’attrezzatura. Grazie a una bussola in suo possesso, Mauro e il resto dell’equipaggio riuscirono a tornare a casa; questa è tra le avventure da lupo di mare quella che il signor Bonamano ama ricordare e raccontare maggiormente. 

Regata in mare, vista dal circolo vele

Con minor entusiasmo e partecipazione parla del suo periodo in marina, durante il quale non potè imbarcarsi, dovendo lavorare per ben due anni – che a lui sembravano non passare mai – da dietro una scrivania, cosa dolorosa per lui, dato che riteneva la possibilità di navigare la parte migliore della sua vita, dimostrando davvero di essere innamorato del mare.

Ormai in pensione, da vero lupo di mare, conserva ancora oggi la sua grande passione, trascorrendo le sue giornate, che sia estate, che sia inverno, al circolo di vela scrutando l’orizzonte.

La sua opinione su Genova e sulle città in generale è invece meno sentimentale. Quel che è certo è che non gradiva tornare a terra, preferendo i periodi in mare; criticando aspramente l’inquinamento e lo sfruttamento, cosa a dir poco sofferta dal signor Bonamano, egli infatti sostiene che il mare non sia più rispettato come un tempo.

Ci vuole molta passione per fare questo lavoro” ha dichiarato Emanuele Bonamano, consigliando caldamente a chiunque ami il mare di abbracciare la vita da marinaio, una vita senz’altro difficile ma altrettanto appagante e che riassume perfettamente il rapporto dell’uomo con il mare.

NOI MARE. Il porto è ancora il cuore economico di Genova?

120.000 posti di lavoro e 12,8 miliardi di euro: un’intervista all’Autorità Portuale per scoprire perché il porto resta il motore di Genova.

di Thomas Bergamo, 1B

Il mare costituisce da sempre l’anima dell’economia di Genova. Quando si pensa alla nostra città il pensiero va subito al porto e al legame tra la città, i suoi abitanti e il sistema portuale, per questo motivo mi sono rivolto all’ Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, che gestisce questa grande realtà.
Ho contattato via e-mail Ports of Genoa e ho potuto rivolgere le mie domande alla Dottoressa Silvia Martini, Responsabile Ufficio Relazioni con il Pubblico.

Negli ultimi 10 anni ci sono stati cambiamenti significativi nei traffici di merci e passeggeri?
Sì, negli ultimi dieci anni il sistema dei Ports of Genoa ha vissuto trasformazioni molto rilevanti con un grande impatto occupazionale ed economico. Oggi il porto è il primo in Italia per volumi complessivi, grazie a oltre 63 milioni di tonnellate di merci movimentate, 2,8 milioni di TEU e più di 5 milioni di passeggeri in un anno. Il traffico container è cresciuto in modo costante, diventando una componente centrale dei traffici marittimi. Il traffico passeggeri, sia traghetti sia crociere, ha avuto un andamento più movimentato: è cresciuto fino al 2019, ha subito un forte calo durante la pandemia, ed è poi tornato a crescere tra il 2022 e il 2023, anche se con alcune flessioni dovute ai lavori in corso sulle infrastrutture. Parallelamente, il porto è stato interessato da grandi interventi infrastrutturali, come la nuova diga foranea, l’ampliamento dei terminal e l’aumento dei fondali, che hanno migliorato la capacità di accogliere navi sempre più grandi. In sintesi, il porto è diventato più moderno, più efficiente e sempre più orientato alla containerizzazione e all’intermodalità.

Le merci sono cambiate per tipologia e quantità?
Sì, sia la tipologia sia la quantità delle merci sono cambiate in modo significativo. La crescita più evidente riguarda le merci containerizzate, che oggi rappresentano una componente fondamentale dei traffici. Le merci alla rinfusa, sia liquide sia solide, mostrano invece un andamento più variabile, fortemente influenzato dalle dinamiche dei mercati energetici e dai cicli produttivi delle industrie. Accanto a questi segmenti, continuano a crescere le merci convenzionali, tra cui le automobili nuove e il traffico ro-ro, per cui l’area di Savona–Vado è particolarmente rilevante. Nel complesso, il sistema portuale movimenta più di 63 milioni di tonnellate all’anno, con una forte diversificazione merceologica.

Il porto è ancora una risorsa per l’occupazione diretta e l’indotto?

Sì, e molto più di quanto spesso si immagina. Il sistema dei Ports of Genoa genera oggi circa 71.000 posti di
lavoro in Liguria e altri 50.000 nel resto d’Italia, contribuendo in modo decisivo all’economia nazionale. Il suo impatto economico complessivo è stimato in circa 12,8 miliardi di euro di produzione e 5,3 miliardi di euro di valore aggiunto. Dal punto di vista occupazionale, il porto è un vero e proprio “distretto produttivo” che comprende:

  • circa 700 ettari di aree portuali;
  • 100 accosti operativi e 35 terminal;
  •  oltre 300 case di spedizione;
  • circa 65 aziende di costruzione e riparazione navale, un settore altamente specializzato che dà lavoro a migliaia di persone tra operai, tecnici e ingegneri.

Negli ultimi vent’anni è stato fatto anche un grande lavoro su sicurezza e formazione:  gli infortuni sul lavoro in porto si sono ridotti da circa 500 a meno di 100 all’anno;· ogni anno vengono rilasciati centinaia di attestati di formazione professionale a lavoratori portuali e addetti alla logistica.

Il porto svolge anche una funzione sociale e culturale, avvicinando le nuove generazioni a questo mondo: nel solo 2023 più di 840 studenti hanno partecipato a visite guidate e iniziative educative dedicate alla portualità e alla logistica.

Chiudo l’intervista con una certezza: il porto di Genova è ancora – e lo sarà anche in futuro – una risorsa fondamentale per l’occupazione diretta, per l’indotto e per la vita economica e sociale della città e del territorio. Ora so che il porto siamo anche noi: i nostri genitori che ci lavorano, le aziende che ne dipendono, gli studenti che lo visitano per capire il proprio futuro. Il mare resta l’anima di Genova, e questa anima batte più forte che mai.

NOI MARE. L’evoluzione dei transatlantici dagli anni 50 a oggi.

Alla Fondazione Ansaldo per una chiacchierata con una storica della navigazione

di Alessandro Ponte, 1B

Claudia Cerioli

Claudia Cerioli è una storica navale, che si occupa degli archivi storici della Fondazione Ansaldo. Il suo compito è quello di preservare e divulgare il patrimonio storico fotografico e librario legato all’industria italiana in particolare all’industria genovese.
Ci spiega che la società Ansaldo nasce nel 1853, creata da Giovanni Ansaldo.
L’azienda (Ansaldo Energia) si occupa ancora oggi di fabbricare impianti e macchinari per la produzione di energia elettrica, come turbine e generatori.
Claudia Cerioli tiene anche a raccontare la storia di uno dei personaggi più significativi per la società Ansaldo: “Ferdinando Maria Perrone nasce in Alessandria nel 1847 da una famiglia umile, giornalista di professione non aveva nessun legame con il mare. Nel 1884 va in Argentina, dove continua a fare il suo mestiere e nel 1895 senza avere alcuna esperienza riesce a vendere al presidente dell’Argentina Julio Roca l’incrociatore corazzato “ Garibaldi “. Così nel 1902 gli viene dato l’incarico di rappresentare l’ Ansaldo in Sud America; diventerà poi proprietario dell’ Azienda dando inizio all’ Ansaldo Energia. Muore nel 1908 a Genova”.
La storica Claudia Cerioli afferma che “l’ Ansaldo e in particolare Genova, ha dimostrato anche di saper ripartire da zero. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, infatti, si cominciava a utilizzare l’aereo per spostarsi dall’ Europa all’ America e i transatlantici non venivano quasi più utilizzati. Per risolvere questo problema vennero inventate le navi da crociera, nei primi anni ’50: non si viaggiava più per raggiungere un punto b ma per divertimento. Genova divenne una delle principali produttrici di queste navi in Italia e lo è ancora oggi, si è infatti adattata al cambiamento che ha subito l’industria navale”.
Il metodo di costruzione delle navi è cambiato molto negli anni: fino agli anni sessanta le navi venivano costruite in darsena e non in bacino protetto, inoltre venivano varate quando ancora non erano terminate, mancavano infatti gli allestimenti e gli interni.
Ma il cambiamento più significativo è stato l’ automazione, molti passaggi della costruzione  delle navi non erano più gestiti dall’uomo, questo provocò più sicurezza e meno infortuni.

Transatlantico Andrea Doria in costruzione

Continua raccontando che “i transatlantici vennero adattati per attirare clienti: divennero dei veri e propri musei galleggianti allestiti con opere d’arte e statue.
Uno dei transatlantici Genovesi più belli e famosi era l’Andrea Doria comandata da Piero Calamai.

Interni del transatlantico Andrea Doria

La nave divenne famosa in tutto il mondo dopo il naufragio che si verificò dopo che la nave svedese Stockholm la speronò. In quell’occasione più di 1660 persone vennero tratte in salvo, il comandante fece tutto il possibile ma morirono comunque 46 persone. A seguito dell’incidente Calamai non poté più navigare, morì poi a Genova nel 1972”.

Transatlantico Rex
Nave da crociera moderna

La dottoressa conclude dicendo che il porto è una struttura molto importante per Genova, è un simbolo che la caratterizza da sempre e sarà fondamentale per l’economia genovese negli anni a venire.

Dalle sale della Fondazione Ansaldo, dove si conserva questa memoria, fino ai cantieri ancora attivi, si respira la stessa passione per il mare. Una storia che continua a scriversi ogni giorno e che merita di essere conosciuta.

Chi volesse approfondire, può visitare la Fondazione Ansaldo e immergersi in questo straordinario patrimonio di immagini, documenti e storie di mare.

NOI MARE. Quattro generazioni di pescheria: storie di un Mediterraneo che cambia”

La titolare della pescheria storica del Mercato Orientale racconta come il riscaldamento e la sovrapesca stanno trasformando il nostro mare

di Martino Piana, 1B

La storia di Pescherie Conti Genova risale alla fine dell’Ottocento e nonostante diverse difficoltà resiste ancora oggi.

Nata nel centro storico di Genova, in quella che un tempo si chiamava Ciappa Vegia (oggi Piazza della Raibetta), l’attività è stata proseguita dalla famiglia, di generazione in generazione, con le donne al banco e gli uomini dediti all’ingrosso. 

La sede storica della pescheria in piazza della Raibetta

Oggi l’attività continua nel Mercato Orientale (via XX Settembre) e al mercato di Piazza Scio alla Foce, dove un banco storico come quello di Pescherie Conti offre quotidianamente pesce di qualità da specie pregiate fino al “pesce povero”.

Alla domanda se la gente incontrata ogni giorno sia diversa da quella di una volta, Caterina risponde che con il passare del tempo inevitabilmente cambiano anche le persone che contrastano molto con ricordi del passato legati a una vita più semplice, a una clientela cresciuta con la tradizione del pesce e del mercato.

 

Cambiamenti in mare: inquinamento e riscaldamento mettono a rischio il pescato

Non solo le persone sono cambiate. Anche il mare e le sue creature risentono profondamente delle trasformazioni ambientali. «Il fenomeno più importante adesso, oltre l’inquinamento, è il riscaldamento delle acque del Mediterraneo… questo sta cambiando il nostro mare

Secondo Caterina, l’aumento delle temperature ha alterato l’equilibrio marino: alcune specie che erano comuni un tempo quasi non esistono più, mentre ne arrivano di nuove, non autoctone, che spesso compromettono la vita delle specie locali. Ad esempio, spiega, «i muscoli stanno soffrendo tantissimo di questo cambiamento»: quest’anno è stata vietata la raccolta di una varietà tipica, perché ormai troppo rara.

Il risultato è una rottura dell’armonia del mare: l’equilibrio che regnava prima viene turbato da un ecosistema che si adatta a fatica ai mutamenti continui.

Metodi di pesca e danni all’ambiente

Caterina spiega che a nuocere all’ambiente non è il cambiamento dei metodi di pesca che si mantengono sempre uguali (strascico, traino, circuizione…) ma a cambiare è la potenza tecnologica e l’intensità eccessiva con cui la si applica che non permette alla fauna marina di riprodursi adeguatamente.

Proprio per questo motivo, continua, sono stati istituiti i “fermi pesca”: nei periodi stabiliti, in certe zone a seconda dei cicli naturali si sospende la pesca per permettere ai pesci di riprodursi. Attualmente ,spiega, stiamo vivendo un fermo pesca dalla Liguria fino alla Sicilia che sarebbe dovuto concludersi a fine mese, ma in alcune zone è stato prorogato, per volontà degli gli esperti che monitorano i mari. I fermi pesca sono utili per salvaguardare la fauna ma vanno applicati con criterio anche per tutelare i lavori che, come il suo, dipendono molto dal mare “sono mestieri antichi che ci permettono di mangiare il pesce locale

Cambiamenti nei gusti e nella domanda

Un altro cambiamento evidente rispetto al passato riguarda le richieste dei clienti.

Per esempio quando iniziò a lavorare con la madre aveva circa 15 anni e sul banco non c’erano pesci come il salmone.

Oggi, invece, il salmone è spesso richiesto, spinto dalla moda del sushi e del pesce “esotico”. Ma per lei questa tendenza ha poco senso. «È un pesce che vive tra mare e fiume, ma i salmoni che mangiamo noi non sono originari di queste zone… e gli omega-3 che ci sono in un pesce di mare non ci sono in un pesce di allevamento

Secondo la sua esperienza, il pesce allevato perde gran parte del valore nutrizionale e ambientale rispetto al pescato locale. Per questo continua a consigliare l’acquisto di specie tradizionali e di stagione, come l’orata e il branzino, evitando di seguire mode momentanee.

Caterina Conti nella sede del Mercato Orientale

Tanti sono i pesci che rispetto a una volta si vedono molto meno in vendita, o addirittura scompaiono. Tra questi, Caterina cita il “bronco”, le “bughe”, gli sgombri (detti “i laĝerti”) e il pesce azzurro piccolo, ricco di sapore e nutriente, ma spesso trascurato dalle nuove generazioni perché richiede pulizia e attenzione.

«Bisogna imparare a conoscere i pesci per conoscerne le proprietà».

Un tempo, i bianchetti i piccoli delle acciughe o sardine erano regolarmente pescati e venduti. Oggi, invece, una legge europea blocca del tutto quella pesca in alcuni paesi come il nostro, rendendo queste specie pressoché introvabili nei mercati italiani.

Un consiglio per i consumatori: variare e scegliere “pesce povero”

Concludendo, Caterina lancia un appello al buon senso del consumatore. Mai mangiare sempre lo stesso tipo di pesce. Consumare poche specie in grandi quantità danneggia la biodiversità marina e, di riflesso, la nostra salute. Prediligere il pesce “povero”, cioè quello locale, di stagione, poco costoso e nutriente. Alternare tipi diversi di pesce: seppie, polpi, triglie, piccoli pesci azzurri e pescato del giorno.

«La natura ve ne provvede, è quello che costa poco. È quello da mangiare di più».

La famiglia di Caterina deve tutto al mare, dall’apertura della pescheria alla pesca quotidiana e per questo lo rispetta molto. Ogni giorno da più di un secolo gli fornisce una fonte di guadagno ma anche molto altro come il venire a contatto con persone nuove e lavorare nel posto che amano, dove sono cresciuti.