L’imprenditore si racconta: “Genova può raddoppiare i volumi, ma servono infrastrutture e coraggio“
di Riccardo Viotti, 1B

Aldo Spinelli, uno dei massimi esponenti della logistica italiana e figura storica del sistema portuale genovese, fondatore del Gruppo Spinelli, imprenditore al centro del dibattito pubblico degli ultimi anni, ci ha accolto per una conversazione a tutto campo sul presente e sul futuro del porto di Genova.
Fondato nel 1963 da Aldo Spinelli come azienda di trasporti, il Gruppo Spinelli è cresciuto negli anni fino a diventare uno dei principali operatori della logistica italiana. Le sue attività spaziano dal trasporto container alla gestione di terminal portuali, dai servizi di noleggio e riparazione container allo sviluppo di centri intermodali, con sedi operative a Genova, La Spezia, Livorno e Reggio Emilia.
Fin dall’inizio, Spinelli ci porta indietro nel tempo, ricordando l’enorme trasformazione vissuta dal settore marittimo. ‘’Si caricava e scaricava quasi all’aperto, senza tutti i controlli di oggi” racconta. Una rivoluzione, quella della containerizzazione, che ha cambiato per sempre la logistica: sigilli, tracciabilità, procedure standardizzate. ‘’Ha reso tutto più ordinato, ma anche più complesso. La sicurezza è diventata il cuore dell’operatività’’.

Il suo sguardo si sposta poi sull’evoluzione dell’export italiano, che ha camminato di pari passo con quella dei porti. Impianti moderni, mezzi più sicuri, una logistica interna sempre più efficiente. ‘’Oggi la merce viaggia sigillata e il trasporto terrestre è cresciuto allo stesso ritmo del marittimo’’, sottolinea.
A cambiare, però, non è stata solo l’organizzazione a terra. Anche il mare è diventato un luogo di cambiamenti: le navi sono cresciute in modo esponenziale. I container restano gli stessi, da 20 o 40 piedi, ma le portacontainer superano ormai i 360 metri di lunghezza. ‘’Gli scali devono adeguarsi. Chi non lo fa resta fuori dal gioco’’, avverte Spinelli.

È qui che entra in scena Genova, al centro delle sue riflessioni. Con una visione insieme ottimista e realista, prevede: ‘’I traffici cresceranno almeno del 5% nei prossimi anni. Se l’economia tiene, Genova può raddoppiare i volumi. Ma per farlo servono infrastrutture, tecnologia, personale. Senza investimenti è impossibile competere’’.
La geopolitica è l’altro grande tema della conversazione, un fattore che oggi determina più che mai i flussi commerciali. ‘’I grandi esportatori di oggi, domani, possono non esserlo più. Lombardia, Veneto, Emilia: queste regioni industriali dipendono dal mare più di quanto non appaia’’, osserva.
A ricordare l’importanza del porto di Genova non sono solo i traffici, ma anche il suo impatto socioeconomico: una realtà che dà lavoro, tra diretto e indotto, a circa 64.000 persone. ‘’È una realtà enorme e rappresenta il futuro dei traffici italiani”, afferma Spinelli.
Sulle rotte globali e le prospettive di lungo periodo, sulla cosiddetta rotta artica, spesso dipinta come alternativa ai tradizionali corridoi marittimi, Spinelli non ha dubbi: ‘’Affascinante, sì, ma non sostituirà le rotte tradizionali. Non per costi, non per volumi, non per sicurezza. Al massimo potrà integrare in casi specifici’’.
Più concreta appare ai suoi occhi la partita del Mediterraneo, che secondo Spinelli può tornare competitivo rispetto ai grandi porti del Nord Europa, a una condizione, però: investimenti strutturali. ‘’I porti del nord Europa avrebbero dovuto fare il cambiamento radicale che stiamo facendo noi almeno 30 anni fa’’, ricorda con fermezza.
E poi c’è stato il COVID, la prova più dura degli ultimi decenni. Un passaggio che, per Spinelli, ha chiarito una volta per tutte la centralità del mare. ‘’È stato l’unico mezzo di trasporto che non si è fermato. Ha tenuto in piedi forniture e logistica’’.
Conclude dicendo: ‘’L’Italia non dovrebbe dimenticare: abbiamo quasi 8.000 km di costa. Nessun altro sistema garantisce questa continuità. E Genova, qui dentro, resta un punto centrale’’.






Mi ricordo quando per la prima volta ho assistito alla chiamata dei camalli. Quando arrivava una nave, la persona incaricata li radunava spiegando loro cosa avrebbero dovuto scaricare. A quel punto chi era disposto ad effettuare il lavoro alzava la mano. Nel momento in cui era raggiunto il numero richiesto dei lavoratori, l’incaricato provvedeva a illustrare loro le pratiche di scarico”. Alla domanda se la lontananza della fabbrica dal porto abbia causato criticità, risponde di no, la lontananza dal porto non li ha particolarmente penalizzati. Ricorda che quando era un bambino, suo padre si recava al porto in cerca di lavoro. Andava a contrattare direttamente con i cantieri navali e per lui era un viaggio, infatti, prendeva il treno fino a Nervi e poi il tram.
negli uffici acquisti dei cantieri navali, portava con sé campioni e faceva preventivi. Intanto l’azienda cresceva e si adattava alle esigenze del mercato. Le grandi commesse per i transatlantici le abbiamo prese direttamente dall’Ansaldo proprio così ed è stata proprio l’Ansaldo a farci decollare. Oggi purtroppo le cose sono cambiate perché le grandi navi vengono costruite tutte a Monfalcone dalla Fincantieri e Genova ha perso il suo ruolo di leader in questo settore”.
Alla domanda se secondo lui la generazione di oggi sia legata al mare come lo era la sua, la risposta negativa non sorprende. Giancarlo spiega che il tipo di lavoro che si svolge all’interno del porto è sicuramente meno attraente rispetto ad altre professioni più remunerative e meno faticose.