Nell’archivio Fiat: tra i resti di un impero

di Libero Maiani 2D

Come ha fatto la Fiat a passare dall’avere il monopolio sul mercato dell’automobile Italiana all’essere una delle tante società Stellantis?

Il ruolo dell’archivio storico

A Torino, a poche fermate di metropolitana dalla stazione di Porta Nuova, è presente l’archivio storico della Fabbrica Italiana Automobili Torino. Visitando l’archivio storico della Fiat si ha la possibilità di immergersi nella storia di una delle industrie più grandi del nostro paese. Quest’istituzione permette non solo di divulgare ai visitatori la storia di una compagnia, bensì di tenere vivo il ricordo di una realtà importantissima. Camminando tra storiche automobili, manifesti pubblicitari degli anni ’30 e velivoli militari è impossibile non entrare in sintonia con una dinastia ultra-secolare, che, pur avendo attraversato periodi estremamente complicati, con le sue vetture ha caratterizzato il ventesimo secolo del nostro paese, sia dal punto di vista della produzione che dal punto di vista simbolico. Inoltre, le attività che vengono proposte, tra cui la possibilità di osservare le campagne pubblicitarie della Fiat, consentono ai più giovani di comprendere l’importanza che ebbe questa azienda, della quale non hanno conosciuto l’apice. Proprio per questo motivo si rimane molto colpiti alla vista delle splendide vecchie automobili Fiat o dell’aereo militare G-91. La maestosità di tali esemplari rende difficile credere all’incredibile declino a cui la Fiat sarebbe andata incontro qualche decennio dopo, declino che l’avrebbe portata alla mediocrità. Per questo motivo si può considerare l’archivio storico della Fiat un vero e proprio percorso attraverso l’industria italiana del secolo scorso, dove grazie alle spiegazioni di una guida si ha la possibilità di rendersi conto del contesto nel quale hanno visto la luce i prodotti Fiat, a partire dal fascismo, fino ad arrivare al processo di integrazione europea, passando per il boom economico.

Non una semplice azienda

Nonostante ciò, questa realtà, da qualche anno a questa parte, si trova in fase calante. Un tempo la Fiat dominava il mercato italiano ed europeo delle automobili, ma non solo, l’azienda produceva anche elettrodomestici, navi, treni e persino velivoli militari. Era una vera e propria istituzione, talmente potente da essere capace di influenzare i movimenti di governo. La compagnia divenne così importante che arrivò ad acquisire addirittura Alfa Romeo, unica azienda motoristica in Italia che all’epoca riusciva a tenere testa alla Fiat, conquistando così l’egemonia nella produzione di automobili. La Fiat nel 1971 contava 197.000 dipendenti, contro gli appena 40.000 di oggi. Ma com’è possibile che la Fiat sia passata dall’avere il monopolio delle automobili in Italia ad essere una delle tante società del gruppo Stellantis?

Fiat 500 L -
Manifesto pubblicitario Fiat anni 70

Il declino della Fiat

I primi scricchiolii si verificarono nella prima parte degli anni ottanta, mentre il vero e proprio declino prese piede solo all’inizio del decennio successivo. Nel 1980 la Fiat fu costretta ad annunciare 14.000 licenziamenti. Questa decisione scatenò sdegno tra i lavoratori, che per protestare organizzarono scioperi e azioni di picchettaggio, che andarono avanti per 35 giorni. Nonostante ciò, la discesa ebbe inizio negli anni novanta. In questo periodo l’azienda lanciò pochissime novità, permettendo ad aziende come Volkswagen di riguadagnare terreno. Ma la vera causa del crollo è rappresentata dall’adesione dell’Italia al Mercato Unico Europeo, cioè un’unione di paesi tra i quali vige la libera circolazione delle merci. Non essendo quindi più presenti i dazi tra questi paesi, nel mercato italiano entrarono prepotentemente i prodotti europei che iniziarono a fare concorrenza alla Fiat, facendole quindi perdere il monopolio. Nonostante il lancio di modelli di successo come la Fiat “Punto” e la Fiat “Panda”, la situazione all’inizio degli anni duemila divenne disastrosa, l’azienda arrivò a perdere 5 milioni di euro al giorno. Inoltre, la morte dell’avvocato Gianni Agnelli contribuì a gravare sulla situazione. Tutti questi fattori portarono la Fiat sull’orlo del fallimento. Mentre la famiglia Agnelli era sul punto di vendere l’azienda a General Motors, intervenne per salvare la società colui che oggi è ricordato per aver risollevato la Fiat dal fondo del baratro

Marcia dei quarantamila - Wikipedia
Operai Fiat in protesta contro i licenziamenti

L’intervento di Sergio Marchionne e il salvataggio dell’azienda

La salvezza della compagnia si chiama Sergio Marchionne. Nel 2004 quest’ultimo prende le redini della Fiat, con il solo obiettivo di salvare la società. Marchionne nel 2007 si accorda con General Motors per sciogliere il vincolo di acquisto con l’azienda americana, mentre nel 2009 acquista Chrysler, colosso americano ormai sprofondato sul fondo del baratro, dando così vita alla “FCA” (Fiat Chrysler Automobiles). Marchionne riuscirà quindi a salvare la Fiat dal fallimento, e forse sarebbe stato capace di riportare l’azienda al vertice del mercato automobilistico, se solo non fosse scomparso nel 2018 a causa di un tumore ad appena 66 anni. Da quel momento l’azienda si è stabilizzata su un livello mediocre, ormai privata del suo status. La Fiat si è poi unita nel 2021 al gruppo Stellantis

La Fiat oggi

La fusione con Stellantis ha posto la parola fine ad un periodo travagliato della storia della Fiat ma al contempo ha imposto un termine ad una realtà ultra-secolare, la quale ha dato un forte contributo nel rendere l’Italia la seconda potenza industriale europea. La visita all’archivio storico Fiat è pertanto fondamentale per comprendere quello che è stato a tutti gli effetti un impero, nato dalla voglia di modernità e innovazione e finito a causa della difficoltà nello stare al passo con i tempi e nel competere con le altre case automobilistiche.

All’archivio storico c’è un pezzo di Italia

Tra tutti i grandiosi reperti custoditi nell’archivio storico, quello che mi ha impressionato maggiormente è l’incredibile collezione di manifesti pubblicitari che è esposta al secondo piano della struttura, in particolar modo quelli esposti e pubblicati durante il fascismo.

Dixit Café: La pubblicità Fiat, 1
Giuseppe Riccobaldi realizza nel 1928 per la Fiat questo celebre cartellone che prende spunto dalla rampa dello stabilimento del Lingotto.

Osservare questi manifesti consente al visitatore di immergersi in un’altra epoca e capire come la Fiat si sia destreggiata nel corso degli anni per invogliare più persone possibile a comprare i suoi prodotti, spesso tramite slogan che facevano apparire il possesso dell’automobile come un mezzo per aspirare ad una vita migliore. Sono inoltre rimasto colpito dall’abilità della Fiat nel modificare il proprio stile comunicativo a seconda del periodo storico, puntando sull’eleganza e sulla sobrietà durante il fascismo, per poi virare sulla velocità e la potenza durante il boom economico. È straordinario constatare come dalle pubblicità della Fiat si riesca a intuire il periodo che stava attraversando l’Italia al momento del rilascio, e questo denota un’abilità fuori dal comune degli esperti di marketing Fiat dell’epoca nel captare ciò che passasse nella testa degli italiani. Si tratta di un aspetto estremamente affascinante, un’ulteriore conferma di come la Fiat un tempo fosse una realtà estremamente importante e inserita in profondità in tutto il tessuto sociale italiano.

Un altro reperto che si incontra nel museo e che mi ha estremamente appassionato è l’esposizione delle miniature delle automobili che venivano disegnate dagli ingegneri per studiare e perfezionare il prototipo in ogni minimo dettaglio, e di conseguenza assemblare con la massima efficienza e perizia il prodotto finale. Ciò che più colpisce è comprendere quanto lavoro ci sia dietro ad ogni automobile, anche la più semplice utilitaria. La progettazione di una vettura è un lavoro estremamente complicato, che spesso richiede la cooperazione di molti ingegneri, ma che allo stesso tempo consente alle menti più geniali di emergere, come Battista Pininfarina, che per Fiat ideerà la 124 Spider, o Dante Giacosa, che progettò la Cinquecento.

Dante Giacosa - Fiat 500 Club Italia - sito ufficiale
Dante Giacosa con la sua più grande creazione, la Fiat 500

Archivio storico a bilancio: cosa ci lascia?

Per tutti questi motivi, la visita all’archivio storico Fiat non deve essere considerata un’esclusiva degli appassionati di automobili. Noi giovani abbiamo avuto modo di toccare con mano quella che è stata la spina dorsale della produzione manifatturiera italiana del ventesimo secolo, un capitolo decisivo della storia del nostro paese, capace di dare da vivere a centinaia di migliaia di persone e di lasciare un segno duraturo nella storia dei motori. Ma soprattutto abbiamo imparato che anche i giganti, se smettono di rinnovarsi, possono cadere.

                                          

Dal podio al parcheggio: la storia della FIAT tra gloria e sopravvivenza

di Edoardo Messina, 2D

Cosa è rimasto della Torino che insegnava al mondo come si costruiscono le icone? Entrare nel Centro Storico FIAT oggi non è solo un omaggio alla meccanica, ma un bagno di realtà che mette a nudo una verità scomoda: la distanza abissale tra un passato di dominio globale e un presente fatto di pragmatismo e utilitarie.

Quando l’Italia dettava le regole

Le sale di Via Chiabrera sono lo specchio di un’epoca in cui il marchio non si limitava a produrre automobili, ma definiva lo standard tecnologico mondiale. Non si parla solo di numeri, ma di una rilevanza storica che vedeva Torino al centro di ogni innovazione: dai motori che solcavano i cieli alle carrozzerie che vincevano i concorsi d’eleganza. In quegli anni, la FIAT era il simbolo di una nazione che non aveva paura di competere con i giganti stranieri, superandoli spesso in audacia e stile.

Il divario: il mito della Delta e la realtà della Panda

Il punto di rottura appare chiaro quando si confrontano i simboli della gloria passata con il listino attuale. Basta

 soffermarsi sulla Lancia Delta., forte dei suoi sei titoli mondiali rally consecutivi conquistati tra il 1987 e il 1992, per ricordare un periodo in cui l’ingegneria italiana era sinonimo di invincibilità e desiderio. Era il tempo in cui si osava, si rischiava, si vinceva.

Oggi, quella spinta sembra essersi esaurita, almeno nel segmento di massa, nella rassicurante, ma modesta, sagoma di una Fiat Panda. Certo, il gruppo Stellantis mantiene marchi di prestigio come Alfa Romeo e Maserati; ma sono eccezioni che confermano la regola, non la smentiscono.

Si è passati dall’auto che faceva sognare le generazioni, all’auto che serve semplicemente a spostarsi nel traffico. Se da un lato la Panda è un successo di vendite, dall’altro rappresenta l’accettazione di un ruolo secondario: non più leader dell’innovazione, ma specialista della sopravvivenza urbana. Viene da chiedersi se non si tratti di una decadenza: il design si è fatto funzione, l’emozione si è trasformata in abitudine. O è semplicemente cambiato il mondo e con esso le ambizioni?

Un archivio che interroga il futuro

Uscendo dal museo, il contrasto tra i prototipi futuristici del passato e le auto standardizzate di oggi lascia un retrogusto amaro. La domanda che resta sospesa tra i corridoi è brutale: l’industria italiana ha smesso di puntare all’eccellenza o si è semplicemente arresa alle logiche del risparmio?

Il Centro Storico non è solo un cimitero di metallo lucido, ma un monito. Ci ricorda che per essere rilevanti non basta vendere migliaia di pezzi; bisogna tornare a produrre qualcosa che, una volta spento il motore, lasci ancora il segno nel cuore di chi guarda.