Impressioni da una visita in redazione

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi (da Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa).

di Riccardo Viotti, 1b

Entrare nel palazzo di via Solferino, storica sede del Corriere della Sera, è stato un po’ come attraversare una porta invisibile e ritrovarsi in un’altra epoca. Appena si varca la soglia della  Sala Albertini, ci si trova davanti a un enorme tavolo antico, circondato da mobili solenni, pareti piene di quadri che custodiscono storie di decenni. Per un attimo ho avuto l’impressione di sentire il rumore delle macchine da scrivere e di immaginare i giornalisti rientrare di corsa in redazione, magari con le scarpe sporche dopo una giornata passata in strada a cercare notizie.

Prima pagina del primo numero del Corriere della Sera, pubblicato il 5 marzo 1876.

Una volta, infatti, le notizie non arrivavano con una notifica sul telefono o sul terminale delle agenzie di stampa. Bisognava cercarle di persona, parlare con le fonti, andare nei quartieri, nei bar, perfino partire per l’estero in situazioni rischiose. Di giorno si raccoglievano informazioni, la sera si scriveva il giornale che sarebbe uscito il mattino dopo (in realtà, quando nacque, il Corriere della Sera usciva a fine giornata e raccoglieva le informazioni di due giorni). Era un lavoro fatto di attesa, fatica e confronto diretto con la realtà.

 

Eppure quel luogo non è solo un ricordo del passato. Soprattutto nel periodo dopo la guerra, i giornalisti hanno avuto un ruolo fondamentale nel difendere la libertà di stampa. Ci è stato spiegato quanto fosse stato grave il silenzio dei giornali prima del secondo conflitto mondiale: quando l’informazione smette di fare domande, i regimi trovano spazio per imporsi e per zittire ogni voce diversa. Essere lì, in quelle stanze che hanno visto la nascita della democrazia, fa capire che scrivere non è solo un mestiere, ma una responsabilità verso la società.

Oggi però la realtà presenta un’immagine  completamente diversa. Accanto a quel tavolo antico ci sono monitor ovunque. Le notizie viaggiano online, sui siti e sui social. Il giornalista non deve solo cercare informazioni, ma anche orientarsi in un’enorme quantità di dati e verificare tutto con attenzione per evitare di diffondere fake news. E poi c’è la velocità: nessuno  aspetta più il giornale del giorno dopo, vogliamo sapere subito cosa sta succedendo. Gli articoli sono più brevi, spesso accompagnati da video e podcast, perché il modo di informarsi è cambiato insieme alle nostre abitudini.

Sala Dino Buzzati, un momento dell’incontro.

Durante la visita abbiamo incontrato professionisti come Beppe Severgnini, Marta Serafini e Martina Pennisi. Ascoltandoli parlare, ho capito che, nonostante gli strumenti siano diversi rispetto al passato, il cuore del giornalismo è rimasto lo stesso. Che si scriva con una macchina da scrivere o si pubblichi un contenuto sui social, l’obiettivo è sempre informare in modo corretto e onesto. Alla fine, è proprio vero che molte cose sono cambiate (la tecnologia, i tempi, il linguaggio), ma queste evoluzioni sono state necessarie per proteggere ciò che continua a contare davvero: la libertà di stampa e d’informazione che, oggi come allora, sono un presidio irrinunciabile per la democrazia.