Il risveglio dei sogni nella Notte Nazionale dei Licei Classici

La lettura degli Inni Orfici chiude i battenti della XII edizione della Notte Nazionale dei Licei Classici al liceo D’Oria il 27 marzo 2026

di Lucilla Lisciotto, 1B

La Notte Nazionale dei Licei Classici rappresenta le nostre nozze con la cultura del liceo classico, celebra la vertiginosa ricerca della conoscenza, che vibra nell’umanità, nell’eternità adornata di misteri, e si sublima nel volteggiare infinito dell’animo umano. In questa notte, i talenti dei giovani studenti del Liceo hanno brillato nell’oscurità magnetica, costellandola di magia, come le stelle, ammantate nella loro regalità argentea, adornano la notte. Come la luna regna sulla notte, il tema dell’Humanitas ha troneggiato sulla serata, ricordando cosa ci definisce esseri umani: animati da una scintilla che ci guida verso noi stessi e ci rende unici. 

La lettura degli Inni orfici

Daria Giuntini e Eric Pennacino immersi nella lettura degli Inni Orfici

La lettura degli Inni Orfici eseguita da Daria Giuntini di 5F e Eric Pennacino di 5G sullo sfondo dell’Aula Magna celebra la bellezza sfuggente della notte, la sua oscurità, il suo mistero suadente, che riecheggia nei versi eterni di uno dei componimenti degli Inni Orfici, una raccolta di testi che celebra la magnificenza di ogni divinità, attribuita tradizionalmente alla figura di Orfeo. Figlio di Apollo e della musa Calliope, assoggettava la natura stessa con la dolce violenza del suo canto, della sua musica e dei suoi versi. Egli riuscì persino a impietosire Ade, dio dell’oltretomba, a far mostrare empatia al dio dell’invisibile, a portare la morte al livello degli umani, lei che distoglie lo sguardo e sdegna la fragilità degli uomini.  È questo che ha realmente fatto: ha sconfitto la morte con la poesia dei suoi versi, che hanno vibrato in questa Notte Nazionale con la stessa sfuggente intensità che ebbero quando piegarono mari e venti sulle labbra del figlio della Musa. Il componimento letto dagli studenti, sia nella traduzione italiana che nella musicalità dell’originale lingua greca, ha celebrato la notte, che ha soffiato in questa serata con la magia del suo fiato argentato. Attraverso la voce dei giovani studenti il canto antico di un mondo costellato di sogni e misteri ha vibrato dolce e pieno di passione, trasportando tutto il pubblico in un incanto surreale che cattura con dolcezza e risveglia un senso di unità che si riflette in ogni sguardo rapito del pubblico.

Tutti eravamo come prigionieri di un vincolo onirico, che armonizzava le nostre menti al ritmo poetico di un’armonia indecifrabile, e forse proprio questa lettura era la chiave per comprenderla, esplorarla. Tutti in quel momento eravamo sudditi e sovrani della notte, delle stelle fulgide, dei regni che la notte e la poesia uniscono nel loro sigillo, eravamo Humanitas. Se le parole di Orfeo riuscirono addirittura a piegare la morte,  così hanno fatto gli Inni in ognuno di noi: hanno risvegliato la nostra umanità sottraendoci alla morte.  “Nella lettura della metrica gli Inni devono essere dolci all’inizio e suadenti alla fine”, afferma Eric Pennacino, perché lo scopo della lettura è quello di ”scacciare la paura”, infatti, al termine di ogni prova, c’è lo scioglimento delle tensioni, e la notte, se ci pensiamo, è il riposo dai respiri affannosi del giorno, è l’abbraccio di una pace silente che gli studenti hanno dato al pubblico attraverso le loro voci e la loro emozione, la loro umanità.

Gli Inni dipingono la notte come “progenitrice di dei e di uomini”, poiché è dalla sua oscurità che emerge la luce, allo stesso tempo “terrestre e celeste”, poiché essa è messaggera silenziosa tra gli uomini e il divino, tra il regno del visibile e il regno dell’invisibile. Essa è la “madre dei sogni”, poiché nel suo abbraccio vengono cullati i sogni. La musa che gli Inni hanno dipinto e ci hanno fatto amare è Nyx (Nύξ), una divinità primordiale figlia di Caos, che secondo alcune versioni del mito sarebbe stata sposa di Fanes, (Φάνης), il dio che governa tutto ciò che è visibile, che serba in sé il ritratto dei frammenti dell’universo, custodendone l’unità. Il re del visibile sposò la dea che nasconde, che ammanta la vista, e forse è da questo che nasce tutto: dall’unione tra visibile e invisibile, il contrasto silente tra ignoranza e conoscenza, che culminano nell’animo umano e nella stessa Humanitas, incoronata con la gloria che spetta a ogni divinità.

E così, quando le ultime sillabe greche si sono spente nell’Aula Magna, la notte non è finita, si è depositata nel silenzio del pubblico, nei volti dei ragazzi, in quel respiro trattenuto un secondo prima degli applausi. Daria Giuntini lo ha detto con semplicità: “È stato bello poter chiudere la Notte.” Forse è proprio questo il dono più grande degli Inni Orfici e di chi li ha portati in vita questa sera: non una risposta, ma un risveglio.

Una notte da ricordare

Canzoni, dialoghi, pensieri, emozioni e molto altro alla Notte Nazionale dei Licei Classici.

di Alessandro Ponte, 1B.

La Notte Nazionale dei Licei Classici (NNLC) è una serata, ideata dal professore Rocco Schembra nel 2015, che celebra e valorizza la cultura classica, è un’occasione nella quale gli studenti dei licei classici si esibiscono cantando, suonando, recitando o semplicemente esprimendo i propri pensieri con un unico intento: celebrare il tema scelto.

Il 27 marzo 2026 si è tenuta la dodicesima edizione della Notte Nazionale, ci sono state esibizioni e performance uniche nel loro genere, che hanno suscitato emozioni e riflessioni nel pubblico.

Il tema scelto per la notte di quest’anno è stato l’humanitas, secondo la famosa citazione del commediografo latino Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo, nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me).

Tra le tante esibizioni apparse in Aula Magna si è segnalata: “Dialogo col tempo” una recitazione in forma di dialogo che aiuta a capire quanto sia importante il tempo per noi esseri umani e quanto sia breve la vita di ogni persona rispetto all’eternità, attraverso citazioni di frasi e pensieri dei più grandi filosofi di tutti i tempi.

Siamo solo un soffio di vento, un’ombra che passa” Salmo 144

Tempus tantum nostrum est” (Solo il tempo ci appartiene)  Seneca

 “Panta rei” (Tutto scorre), Eraclito

Il dialogo ha ispirato molte riflessioni nel pubblico ed oltre ad essere stato molto bello, è stato anche molto interessante e utile per comprendere che cosa sia il tempo e come non sprecarlo inutilmente, dato che la vita di tutti prima o poi finirà.

Questa esibizione creata da Lucilla Lisciotto della classe 1B, e recitata insieme ad Amelia Verdino di 2B, indaga il mistero e l’oscurità del tempo che passa e che scorre all’infinito, senza mai fermarsi. 

Ma il messaggio più profondo che il dialogo ha lasciato nel pubblico è forse proprio questo: essere pienamente umani è un compito arduo, forse il più difficile che ci sia. Il dialogo ci ha ricordato che l’esistenza ha un fine alto: il raggiungimento di una felicità vera, pura, che non dipenda dalle cose effimere del mondo, ma che per arrivarci occorre conquistare prima di tutto se stessi. Non basta obbedire passivamente al flusso del tempo e degli eventi: bisogna coltivare una ragione capace di guidarci, e avere il coraggio di scegliere il proprio cammino. La libertà, in questo senso, non è un dato di fatto, ma una conquista. Un obiettivo difficilissimo, come riconosce onestamente il dialogo stesso; eppure, proprio per questo, degno di essere perseguito.

Per essere immortali dobbiamo seminare la nostra sapienza in una terra fertile in modo tale che germogli il futuro” dal Simposio di Platone.

La serata ha dimostrato che il liceo classico non è solo un percorso di studio, ma un modo di guardare il mondo. Tra una citazione di Seneca e una di Eraclito, tra musica e parole recitate, il pubblico ha respirato qualcosa di raro: la sensazione che le domande antiche sul tempo, sulla libertà, su cosa significhi essere umani siano ancora vive, e ancora urgenti. Una notte, insomma, che vale la pena ricordare.