Dentro via Solferino, dove il giornalismo resta un atto di responsabilità.
di Emma Zitta, 1b
Siamo abituati a leggere i loro nomi alla fine di un articolo o a scorgere i loro volti sui social spesso filtrati da uno schermo che appiattisce tutto: emozioni, paure, dubbi, persino la fatica. Ma incontrare dal vivo le firme del Corriere della Sera cambia completamente la prospettiva: all’improvviso quei nomi diventano persone, sono occhi che hanno visto il fronte della guerra, mani che hanno scritto storie che hanno cambiato il mondo e menti che tentano di dare un ordine al caos. Sono, soprattutto, persone che hanno scelto di trasformare la responsabilità dell’informazione nella propria missione quotidiana, quasi sempre senza protezioni.
Campanello di entrata nella sede del Corriere in via SolferinoSala Albertini
Varcare la soglia del palazzo di via Solferino significa attraversare un confine invisibile. Fuori resta il rumore caotico dei social dentro invece ci si immerge in un ambiente dove ogni parola ha un peso specifico, dove la storia centenaria del giornale sembra vivere nei muri, nei corridoi e perfino nel silenzio che avvolge chi lavora. È un ambiente che non vive di nostalgia ma di una cura antica: quella che impone di verificare, di dubitare e di non accontentarsi mai della prima versione dei fatti. Ma cosa tiene in piedi una simile atmosfera nell’era delle fake news, delle notizie usa e getta e della superficialità?
Marta Serafini, corrispondente di guerra, ci ha mostrato il vero volto di questo mestiere: essere inviati non significa cercare l’adrenalina né seguire l’immagine del reporter spericolato, ma significa piuttosto decidere ogni mattina di rischiare la propria vita per onorare un patto con il lettore: raccontare ciò che accade davvero anche quando la verità è scomoda, dolorosa o difficile da guardare. Ci ha parlato della fiducia, definendola “l’unica vera merce rimasta sul mercato” un bene fragile che si conquista lentamente e si perde in un istante. In un mondo dove tutti urlano per essere i primi, il giornalista è colui che si prende il lusso e l’onere di verificare, applicando l’autocensura non come un limite alla libertà, ma come massimo segno di rispetto per la realtà.
Storia del Corriere in via Sollferino
Questa cura verso chi legge si traduce in quella che Beppe Severgnini definisce un’evoluzione inevitabile: il digitale non ha ucciso il giornalismo, lo ha reso più “nudo”, più esposto, più vulnerabile, a volte persino feroce. Eppure proprio in questa nudità il giornalismo ritrova la sua forza: la trasparenza, la capacità di spiegare come si lavora, perché si sceglie una notizia e non un’altra, quali criteri guidano la selezione e la gerarchia delle notizie.
La struttura portante rimane la gerarchia delle notizie che, come spiega Antonio Troiano, responsabile della redazione Cultura “rimane il valore che contraddistingue il giornale cartaceo”; il tempo è un ingrediente fondamentale: è lo spazio necessario per garantire una notizia provata, l’unico strumento che permette al lettore di sentirsi al sicuro, certo di conoscere la verità e non quello che qualcuno vuole fargli credere.
Uscendo da quel portone storico, una domanda resta sospesa nell’aria: in un’epoca in cui chiunque può pubblicare qualsiasi cosa, chi ha ancora il coraggio di restare in silenzio finché non è certo di ciò che dice? Forse la vera sfida oggi non è correre più forte degli altri, ma avere il coraggio di essere “lenti”, di prendersi il tempo necessario per capire, per ascoltare, per verificare. In un mondo che ha smesso di saper aspettare, la lentezza potrebbe essere l’ultimo gesto rivoluzionario rimasto al giornalismo.
Mai come oggi, l‘articolo 11, uno dei principi fondamentali più importanti della Costituzione Italiana è di attualità. Questo articolo stabilisce che l’Italia rifiuta la guerra come strumento di offesa e promuove la pace e il rispetto tra i popoli. Negli ultimi anni – e purtroppo anche negli ultimi giorni – sono scoppiati conflitti lunghi e sempre più crudeli e cruenti nel mondo, anche vicino a noi.
Il recente attacco all’Iran da parte di Usa e Israele, gli interminabili conflitti tra Russia e Ucraina o tra Israele e Palestina dimostrano quanto la guerra sia sempre presente.
Per comprendere maggiormente l’importanza dell’aspirazione alla pace su cui si basa la nostra Costituzione e le conseguenze che ogni conflitto ha sui più deboli, abbiamo intervistato Irina, che ha lasciato l’Ucraina e ha raggiunto l’Italia, grazie all’aiuto della Comunità di Sant’Egidio. La Comunità di Sant’Egidio si occupa dell’emergenza umanitaria, offrendo sostegno alla popolazione ucraina.
Irina è arrivata a Genova tre anni fa e inizialmente sperava di poter tornare a casa in breve tempo. I primi mesi in Italia sono stati difficili per lei e ha impiegato tempo per adattarsi al nuovo paese e imparare la nuova lingua. Irina è partita dall’Ucraina insieme ad altre persone che, come lei, seguivano la terapia dialitica. Ricorda il suono della prima sirena e anche la paura che ha provato. Irina ha spiegato di essersi trovata bene a Genova, grazie all’accoglienza di cittadini gentili e generosi.
Abbiamo intervistato anche Manuela Dogliotti, della Comunità di Sant’Egidio. Manuela è maestra di italiano all’interno della Comunità. La scuola di lingua è formata da circa 16mila persone: immigrati, profughi e ucraini fuggiti dal proprio paese. Manuela ha spiegato l’importanza di non rimanere indifferenti di fronte alla guerra.
L’articolo 11 è molto attuale perché ricorda che la pace è un valore importante e che la guerra porta solo a distruzione. Pur rifiutando la guerra, l’Italia partecipa a missioni di pace e fornisce aiuti. Per raggiungere la pace, serve impegno e solidarietà tra le popolazioni.
L’economia blu è una visione macroeconomica che si pone come obiettivo la trasformazione dei mari e degli oceani da risorse esauribili da sfruttare a veri e propri punti di rigenerazione innovativi e sostenibili.
L’economista belga Gunter Pauli ha inventato questo concetto. Sostiene infatti che l’uomo si debba porre l’obiettivo di emulare gli ecosistemi già presenti in natura, evitando così gli sprechi e soprattutto creando valore dagli scarti.
La blue economy si può applicare in moltissimi settori marittimi: quello della Pesca e Acquacoltura per evitare il prelievo intensivo utilizzando metodi rigenerativi per ripopolare la specie; quello del Trasporto Marittimo, per lo sviluppo di navi a basse emissioni (idrogeno, propulsione velica moderna) e la digitalizzazione dei porti (“Smart Ports”).
Viene interessato anche il turismo costiero, con l’adozione di modelli che tutelino la biodiversità anziché distruggerla con il sovraffollamento. Il settore delle Energie Rinnovabili Marine non riguarda solo l’eolico offshore, ma anche l’energia che sfrutta le maree. Infine il settore delle “Biotecnologie Blu” che prevedono l’utilizzo di alghe e organismi marini per la produzione di farmaci, cosmetici o bioplastiche e quello della Desalinizzazione Sostenibile, per ottenere acqua potabile riducendo l’impatto delle salamoie di scarto sull’ecosistema.
Durante l’incontro è emerso un punto fondamentale e imprescindibile: il rapporto tra porto, città e sostenibilità.
Il porto di Genova è sempre stato un punto di riferimento fondamentale per la città, ha caratterizzato la sua economia, la sua identità e lo sviluppo. Importantissimo è il ruolo che ricopre come collegamento strategico con tutte le parti del mondo come la stessa Italia o l’Europa.
In questo periodo il porto sta affrontando la necessità di cambiamenti per quanto riguarda la sostenibilità e l’innovazione. L’espressione “porto verde” infatti indica infrastrutture più efficienti, uso di energie rinnovabili, tecnologie digitali e riduzione dell’impatto ambientale. Il porto in futuro si deve prefiggere l’obiettivo di diventare sempre più integrato con la città in modo da migliorare progressivamente la convivenza con la vita urbana. È importante, soprattutto per una città come Genova, investire nel porto, in settori come logistica, cantieristica, turismo, ricerca, sostenibilità e integrazione urbana, per sostenere quello che è il cuore dell’economia e dell’aspetto sociale della località.
Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso.
Portare in scena Il fu Mattia Pascal significa confrontarsi con uno dei testi più complessi di Luigi Pirandello. La recente reinterpretazione di Giorgio Marchesi sceglie una strada originale e coraggiosa: un monologo teatrale, sostenuto in scena unicamente dall’attore e accompagnato dalle musiche dal vivo del contrabbassista Raffaele Toninelli.
Premio Nobel per la letteratura nel 1934, Luigi Pirandello ha rivoluzionato la narrativa del Novecento attraverso una riflessione profonda sull’identità e sulle “maschere” sociali che imprigionano l’individuo. Il suo stile unisce introspezione psicologica e ironia amara, mettendo in scena personaggi sospesi tra ciò che sono me ciò che gli altri vedono. Il fu Mattia Pascal rappresenta una delle espressioni più emblematiche di questa poetica.
Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello racconta la storia di Mattia, che dopo essere stato creduto morto decide di cambiare identità e diventare Adriano Meis. Libero dalle responsabilità e dai problemi del passato, scopre che senza un’identità riconosciuta non può davvero vivere né amare. Quando tenta di costruirsi una nuova vita, si accorge che la libertà assoluta è una forma di solitudine e prigionia. Tornato al paese d’origine, trova la sua vecchia vita ormai perduta e resta “il fu”, sospeso tra esistenza e non esistenza. La reinterpretazione teatrale e la regia di Giorgio Marchesi valorizzano il conflitto interiore del protagonista, mettendo al centro il tema dell’identità frammentata e dell’ironia amara pirandelliana.
L’allestimento si distingue per una scenografia minimalista, quasi spoglia. Sul palco domina l’essenzialità: pochi elementi scenici, luci studiate per scolpire lo spazio e creare atmosfere mutevoli. La scelta di affidare la scena a un solo attore rappresenta una circostanza atipica, soprattutto considerando che Giorgio Marchesi è noto principalmente per il suo lavoro nel cinema e nella televisione. Questa dimensione teatrale, più intima e diretta, mette alla prova la sua capacità di sostenere l’intero peso narrativo. Accanto a lui, la presenza del contrabbassista Raffaele Toninelli aggiunge un elemento di grande suggestione: le musiche eseguite dal vivo non fungono da semplice accompagnamento, ma amplificano le tensioni emotive. Il contrabbasso diventa così una voce ulteriore che contribuisce alla costruzione dell’atmosfera.
L’interpretazione di Giorgio Marchesi è il fulcro dello spettacolo. Il suo Mattia Pascal si muove costantemente tra il tragico e il comico, incarnando quella doppiezza tipicamente pirandelliana in cui il riso si intreccia al dolore. Il passaggio dalle emozioni ironiche e comiche a quelle drammatiche avviene con naturalezza, senza fratture, rendendo evidente la modernità del testo. Marchesi dimostra padronanza del ritmo e del silenzio, elementi fondamentali in un monologo.
Lo spettacolo ha riscosso un notevole successo, testimoniato da applausi convinti. Il pubblico ha mostrato di apprezzare la scelta di un allestimento essenziale ma ricco di profondità, capace di rendere attuale il pensiero pirandelliano senza tradirne la complessità.
Il lavoro è un diritto e un dovere, come sancisce l’articolo 4 della Costituzione della Repubblica Italiana, il quale dichiara che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ma cè anche il diritto di tornare a casa. Perché ancora oggi si muore sul lavoro, ci si ferisce gravemente, si rischia di non tornare. I casi, solo in Italia, ogni anno sono centinaia. Solo pochi giorni fa un giovane studente lavoratore di 22 anni è morto stritolato dal macchinario con cui stava lavorando.
Di lavoro quindi e di sicurezza sul lavoro abbiamo parlato con Maurizio Calà, Segretario Generale della CGIL Liguria, con Andrea Piccardo dell’Azienda TECNE Spa del Gruppo Autostrade per l’Italia e con Federica Ornano dello Studio Ornano.
Maurizio Calà ha evidenziato l’importanza di non trattare il lavoro come una merce, spiegando come la CGIL si occupi di vigilare e verificare, anche tramite i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, come le aziende applichino le leggi previste a loro tutela.
Si è parlato anche di come sia possibile ridurre le morti sul lavoro date le statistiche che vedono le morti sul lavoro in aumento.
Andrea Piccardo, coordinatore per la sicurezza di Tecne ha spiegato quali sono le figure presenti nell’azienda che si occupano della sicurezza sul lavoro e quali sono i format e aggiornamenti di cui tenere conto. L’intervistato ha anche spiegato come il suo ruolo possa essere importante per la salute e come possa agevolare la sicurezza dei lavoratori.
Abbiamo infine sentito il parere di Federica Ornano, che lavora per uno studio di progettazione e direzione lavori ma si occupa anche della sicurezza dei lavoratori.
Dai barconi alle scuole: l’istruzione dei migranti per l’uguaglianza
Barconi e cadaveri che affondano, insieme alle ultime speranze di raggiungere un’esistenza più sicura. La vita dei migranti è così: tutta dolore e poche certezze. Partono, lasciandosi alle spalle la famiglia e la realtà che conoscono. Viaggiano in condizioni terribili, affrontano gravi pericoli e spesso muoiono.
Una famigli di immigrati costretti a vivere sulla strada.Un barcone che trasporta dei migranti.
Eppure, ogni anno, migliaia di persone, unite da un comune desiderio di libertà, continuano ad abbandonare le proprie case. Vogliono un futuro migliore per sè stessi e per i propri figli: credono di poterlo trovare lontano, specialmente nei ricchi Stati dell’Europa Nord-Occidentale. Eppure, percorrendo le vie delle grandi metropoli, non è raro vedere molti migranti che chiedono l’elemosina. Appaiono sciupati, impoveriti, disperati…come se la miseria li avesse inseguiti dal loro Paese di nascita. I cittadini locali spesso, invece di comprendere le loro difficoltà e sostenerli, preferiscono voltarsi da un’altra parte. Ignorarli sembra comodo, così mentre le classi medio-alte della collettività divengono cieche e prive di empatia, gli immigrati cadono nell’oblio. Vengono travolti dal vortice dell’indifferenza, diventano invisibili, quasi fossero parte integrante dell’ambiente cittadino.
Ma esistono ancora persone che riescono a distinguere le sagome scure sullo sfondo di una limpida vita quotidiana. Non considerano i migranti degli errori da nascondere ed evitare, per preservare l’idea di una società perfetta. Al contrario ritengono che la loro presenza renda il mondo più vario e vogliono aiutarli ad integrarsi. Il loro proposito è rendere reali tutte le aspettative che gli extracomunitari nutrivano nei confronti della propria nuova vita all’estero. Diversi enti no-profit permettono ai migranti di raggiungere i propri obbiettivi: trovare un impiego, creare una situazione stabile per la propria famiglia…Nessuno deve essere trascurato o lasciato indietro.
Alcuni migranti reggono uno striscione con il simbolo della comunità di Sant’Egidio.
Con solidarietà e frequente assistenza i volontari rappresentano degli ideali che riassumono al meglio l’articolo 3 della Costituzione Italiana. Nella legge fondamentale dello Stato Italiano, infatti si afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di razza,lingua, religione […]. Troppe volte i migranti vengono denigrati ed esclusi, soltanto perchè appartengono ad una nazionalità diversa. Associazioni come la comunità di Sant’Egidio, formatasi nel 1968 a Roma, difendono i diritti fondamentali degli emarginati, costruendo un mondo più tollerante e pronto ad abbracciare culture differenti.
Sicuramente l’istruzione è un mezzo fondamentale per organizzare una realtà così aperta e progressista. Perciò il gruppo di Sant’Egidio ha ideato un’iniziativa che ormai si protrae da circa quarant’anni a Genova: la scuola d’italiano per migranti. Il progetto è riconosciuto a livello internazionale, infatti i corsi tenuti dai maestri della comunità terminano con un esame vero e proprio, come quelli di inglese che si tengono negli istituti pubblici. Grazie ai corsi pomeridiani tenuti in diversi edifici, molte tra le persone più sconfortate sono riuscite a imparare la lingua e a ritrovare la speranza.
Un bambino immigrato studia con cura.
Il 17 gennaio 2026 abbiamo intervistato Flavio Fusco, un insegnante-volontario. Non ha mai svolto il mestiere di professore al di fuori dell’associazione, infatti è in realtà un medico. A diciott’anni ha scoperto l’organizzazione e ha incominciato a spiegare alcuni vocaboli ad alcuni bambini extracomunitari, che risiedevano a Sampierdarena. Nella sua stessa situazione si trovano altri centoventi maestri di tutta Itlalia: fra di loro vi sono anche pensionati, universitari…tutti mossi da un profondo spirito altruistico. Il tempo che dedicano ai più deboli quest’anno ha permesso a circa milleduecento immigrati, sopratutto provenienti dal Nord Africa, di incominciare a studiare.
“La lingua è il patrimonio che permette di accedere alle chiavi del lavoro, della conoscenza e delle relazioni” afferma Fusco. “Sono i desideri di tutti, italiani o no e la scuola, con la sua lunga storia di accoglienza ed istruzione permette di aiutare le persone più fragili”. I corsi pomeridiani e mattutini aiutano sia ragazzini con difficoltà a scuola, sia adulti a comprendere meglio il mondo che li circonda, a esprimere i propri stati d’animo e giudizi.
Un gruppo di migranti davanti ad una scuola d’italiano.
Al di là della mera sopravvivenza però la scuola di Sant’Egidio insegna anche basi solide di cultura italiana per gli studenti di livello più avanzato. Letteratura, arte, architettura: gli aspetti più belli di un Paese straniero rendono possibile ai migranti percepirlo come se un po’ fosse anche il loro. Sono diversi gli alunni che dopo aver terminato le lezioni con l’associazione hanno continuato ad istruirsi, talvolta arrivando persino a conseguire la laurea.
Hanno potuto portare avanti un percorso iniziato nella propria patria, ma che si era dovuto interrompere a causa della povertà, della guerra, dei regimi totalitari che limitano l’indipendenza. “Pensate a tutto il riscatto sociale di uomini e donne che riprende a studiare” suggerisce l’insegnate-volontario “quando magari nella sua nazione per loro era impossibile”. Dopo essere arrivati a Lampedusa sui barconi o aver attraversato i Balcani a piedi, lo studio è veramente un modo di riprendersi la vita.
Abbiamo anche conosciuto Omar, un ventenne originario del Bangladesh, che ha una storia veramente intensa. E’ partito solo, da adolescente, guidato dal forte desiderio di libertà. Giunto in Libia, ha provato ripetutamente a salpare su un barcone da Tripoli, la capitale sulla costa. E’ stato catturato due volte dalla mafia libica, che lo ha imprigionato insieme ai suoi compagni di viaggio: i ragazzi erano costretti a vivere in una situazione tremenda. I trafficanti concedevano loro pochissimo cibo. “Una persona non si può salvare in questo modo – racconta il migrante”. La criminalità organizzata ha obbligato la sua famiglia a pagare un cospicuo riscatto per lasciarlo andare.
Omar e Flavio Fusco nella scuola d’Italiano.
Finalmente, al quarto tentativo il giovane è riuscito ad arrivare fino a Lampedusa: ma la traversata del Mediterraneo è stata un’esperienza straziante che lo ha ferito fisicamente alla gamba e psicologicamente nella memoria. Ancora oggi ricorda con precisione la scabbia, la paura degli altri ragazzi, i primi aiuti umanitari in Italia, il successivo trasferimento in Liguria. A Genova, è stata proprio la comunità di Sant’Egidio a sostenerlo e a permettergli di andare avanti. “Come rispetto i miei genitori, rispetto anche i volontari” racconta Omar.
Migranti salvati da una squadra di soccorso.
Le lezioni di italiano gli hanno permesso di trovare tanti lavori temporanei, ma nel suo caso il supporto dell’associazione supera il semplice insegnamento. Infatti i volontari lo hanno aiutato a ottenere il permesso di soggiorno, fornendogli una lettera da mostrare alla commissione che doveva scegliere se concederglielo. Questo episodio riprende anche l’articolo 10 della Legge Fondamentale, che recita:“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica […]” .
Una bambina immigrata a scuola.
Anche se Omar oggi è felice di vivere in Italia e sta bene, moltissime persone come lui devono ancora combattere l’intolleranza e una mentalità chiusa e razzista. E’ compito di ogni cittadino responsabile rispettare i diritti fondamentali degli extracomunitari che ci circondano, seguendo l’esempio dei volontari di Sant’Egidio. Come afferma lo stesso Flavio Fusco “bisogna essere curiosi e non lasciarsi vincere dai pregiudizi, ascoltare e farsi toccare dalle storie degli altri.” Anche i migranti hanno una voce e meritano di potersi esprimere come tutti gli altri, non di essere zittiti e dimenticati in un angolo, solo perchè vengono da lontano.
Ma la Costituzione ha qualcosa a che fare con la nostra vita di ogni giorno? Studiando i diritti fondamentali abbiamo scelto di approfondire l’articolo 9: ci è sembrato importante perché ci spinge a tutelare tutto ciò che ci circonda e che fa parte della nostra vita, riconoscendo il fatto che ognuno di noi deve avere cura e rispetto per tutto ciò che costituisce il nostro pianeta.
L’articolo 9 della costituzione italiana afferma infatti che bisogna tutelare l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.
Per comprendere a fondo questo concetto abbiamo deciso di intervistare alcune persone esperte in tema di tutela ambientale e della biodiversità, sia per apprendere nuove curiosità, per esempio sugli animali in via d’estinzione, sia per conoscere quali sono i piccoli gesti che si possono fare, anche nella vita quotidiana, per contribuire a salvaguardare l’ambiente.
Per approfondire il tema della biodiversità abbiamo deciso di intervistare Renzo Massa, presidente di Genova Made, un’associazione con sede sulla passeggiata di Nervi che si occupa di ripristinare le piante presenti nel territorio, con lo slogan “fare bella Genova”.
Gli abbiamo domandato come ognuno di noi possa contribuire per proteggere l’ambiente: Massa suggerisce di compiere delle azioni molto semplici, che però fanno la differenza, per esempio tenendo pulita la città, non gettando i rifiuti per terra oppure, nel caso dei proprietari di cani, prendendo le giuste precauzioni per le deiezioni dei loro animali.
Abbiamo intervistato anche Roberta Parodi, responsabile dei servizi educativi e dell’esperienza di visita dell’Acquario di Genova, struttura che permette ai visitatori di scoprire il mondo marino e le principali minacce rivolte agli ecosistemi acquatici, avvicinando il grande pubblico alla natura e promuovendo la conservazione degli ambienti.
Ci è stato spiegato che l’Acquario è responsabile per il recupero delle specie marine in difficoltà con particolare attenzione alla tartarughe comuni, caretta caretta, perché spesso rimangono intrappolate negli oggetti di pesca oppure mangiano la plastica, confondendola con le meduse; quindi vengono recuperate, accolte in Acquario e curate fino alla loro guarigione e al rilascio in mare. L’Acquario ospita e protegge anche il pesce sega, che è un animale ad alto rischio di estinzione.
L’obiettivo finale della visita all’Acquario è quello di informare ed educare i visitatori spingendoli a mutare il proprio comportamento nei confronti dell’ambiente.
L’articolo 9 riguarda e impegna noi tutti. Prendersi cura dell’ambiente oggi significa garantire un futuro migliore alle prossime generazioni. La costituzione fa parte della nostra vita quotidiana.
“Il cielo è più vasto del cielo perché contiene l’idea stessa del cielo. Se la mente può concepire l’infinito, allora la mente è l’infinito.” dal componimento “The Brain is wider than the Sky” di Emily Dickinson, da cui deriva anche il titolo del film.
Il documentario “Wider Than the Sky – Più grande del cielo”, diretto dal regista Valerio Jalongo, affronta il
tema dell’intelligenza artificiale, confrontandola con la mente umana e chiarendone le differenze. È basato
su un dialogo tra neuroscienziati, creatori di robot, artisti, tra cui Ameca, il robot umanoide della Engineered Arts, considerato tra i più avanzati al mondo.
Il film trasmette sicuramente emozioni contrastanti: inquietudine, nel vedere quanti progressi ha fatto e continua a fare l’AI; fascino, nel vedere macchine così tanto capaci di simulare comportamenti umani; disagio, nel vedere la strana interazione tra uomo e Ameca. Saremmo però ipocriti se negassimo che tutto ciò non ci
spaventa nemmeno un po’. Per ora l’unica cosa a differenziarci dall’AI sono i sentimenti, ma se un giorno ciò dovesse cambiare, cosa ci renderà diversi dall’intelligenza artificiale? Cosa ci renderà unici rispetto alla tecnologia?
Nel film inoltre il regista Jalongo definisce l’AI un’intelligenza collettiva, poiché formata dall’insieme delle conoscenze umane: se in futuro queste macchine dovessero riuscire a raggiungere livelli di empatia e sensibilità tali da generare sentimenti autonomi e compiere scoperte originali, quale sarà il nostro ruolo?
Cosa resterà di noi che una macchina non potrà replicare?
Il rapporto tra il cervello umano e l’intelligenza artificiale
Ameca
Il documentario offre una visione particolare del cervello, ricordandoci che non è solo un processore di dati, ma un organo legato profondamente all’essere umano e alla sua sfera emotiva: l’intelligenza, in questo senso, non può esistere senza sentimento. L’AI, per quanto potente, può solo elaborare informazioni: non impara qualcosa perché vuole, ma perché è istruita a ottimizzare dei calcoli, forniti da noi umani. L’essere umano, invece, apprende perché sente, prova emozioni, vive: noi agiamo in determinati modi perché diamo dei valori alla nostra esistenza, amiamo perché proviamo desiderio, abbiamo memoria di eventi che ci hanno scosso o rallegrato. Tutte esperienze personali, non replicabili. L’AI quindi manca di emozioni che fanno in modo che rendono la vita degna di essere vissuta: è questa la distinzione fondamentale tra umani e macchine. La scienza dice che siamo “dentro queste macchine” perché le abbiamo costruite con le nostre conoscenze, ma le emozioni, almeno per ora, restano solo nostre.
L’intelligenza artificiale resterà sempre solo una macchina che imita il sistema dei neuroni del cervello umano o riuscirà ad avere opinioni proprie e ad avere ricordo delle esperienze passate e a provare emozioni?
Oltre le macchine: il pensiero del corpo e l’emozione
Tra neuroscienziati, studi scientifici e progressi tecnologici, nel film troviamo anche una grande parte dedicata all’arte e alla creatività. Qui danzatori e robot umanoidi svolgono una coreografia della maestra Sasha Waltz: mentre i ragazzi mettono in gioco la propria esperienza di ballerini e cercano di trasmettere un messaggio a tutti coloro che li osservano, i robot si limitano solamente ad imitare alla perfezione tutti i movimenti.
“Il corpo è estremamente preciso: se si è provato in modo profondo, il corpo pensa da solo”: la coreografa Sasha Waltz con questa frase intende affermare che l’uomo è un’entità nella quale azione ed emozione sono fuse insieme; negli umanoidi invece il movimento non è un qualcosa di naturale o istintivo, ma il risultato di un comando matematico. La nostra unicità risiede pertanto nel pensiero del corpo, che non passa da circuiti o cavi elettrici ma dalle esperienze vissute.
Opera dell’artista Refik Anadol
Su questo terreno si inserisce anche il lavoro dell’artista Refik Anadol, noto a livello internazionale per le sue opere che combinano l’uso dell’intelligenza artificiale, algoritmi e dati.
L’AI non è però creativa: non sente “l’urgenza interiore” di dar vita a un qualcosa di nuovo, non ha un’anima o dei sentimenti che le permettano di ragionare su argomenti mai studiati precedentemente. Essa è quindi più paragonabile ad “un pennello”: l’artista lo utilizza per aiutarsi nelle sue nuovi creazioni, ma nulla di più. Infatti come ci viene mostrato nel film, l’AI è capace di generare nuove connessioni estetiche o di elaborare dati, ma non è in grado di sostituire la visione umana che lo guida.
In conclusione, il viaggio attraverso “Wider Than the Sky” porta a una fondamentale consapevolezza: l’intelligenza artificiale, pur essendo uno specchio della nostra intelligenza collettiva, rimane priva di quel senso profondo che caratterizza gli esseri umani.
Tuttavia resta aperta una domanda per il futuro: arriverà mai il giorno in cui non saremo più in grado di distinguere un’emozione vera da una simulata alla perfezione?
di Silvia Alicata, Camilla De Martini, Iacopo Di Muzio e Agata Reggiardo, 3D
Quante volte si sente dire che i giovani non si interessano alla cultura? Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura di Milano, ribalta questa prospettiva. Ospite il 20 febbraio al Museo Diocesano di Genova per presentare il suo Negli occhi la bellezza. Sedici esperienze tra arte e natura da vivere prima dei 16 anni, Sacchi ha individuato il vero ostacolo nell’atteggiamento del mondo adulto: un “paternalismo” diffuso che spesso allontana i giovani dall’arte e dalla cultura. Questo approccio nasce dalla storia familiare di Sacchi, cresciuto seguendo l’esempio di una madre geografa e autrice il cui lavoro rivolto ai giovani ha ispirato il desiderio di instaurare un dialogo autentico con loro. L’opera pone l’accento sul valore del viaggio inteso come atto di conoscenza e scoperta, sottolineando come l’età dei sedici anni rappresenti una fase cruciale in cui le esperienze vissute possono cambiare radicalmente le prospettive personali.
La scelta dei sedici siti Unesco raccontati nel volume non segue una gerarchia, ma risponde alla volontà di presentare l’Italia come un insieme di forme identitarie capaci di trasformare chi le visita. Tra i casi più sorprendenti, quello di Ivrea emerge come una testimonianza fondamentale di bellezza sociale e civile: definita dall’autore come la Silicon Valley italiana, la città rappresenta il successo del modello industriale e di welfare promosso da Adriano Olivetti.
Attraverso il racconto di questi luoghi, Sacchi invita a riscoprire il viaggio anche nelle sue forme più semplici, come l’utilizzo dei treni regionali per esplorare i territori meno celebrati ma ricchi di storia.
Durante la presentazione, Sacchi affronta le critiche delle generazioni precedenti, che attribuiscono alle nuove uno scarso interesse per la cultura. Il vero problema, secondo l’assessore alla Cultura di Milano, è invece l’atteggiamento dei più anziani, che pretendono che l’interesse parta spontaneamente dai giovani, senza che nasca da una dimensione di dialogo o di scambio autentico.
Gli interessi dei ragazzi di oggi sono moltissimi e il viaggio è tra i più sentiti. Lo stesso Sacchi lo sa bene: fin da giovane ha esplorato il mondo vivendo emozioni profonde grazie al padre fotoreporter, ed è proprio con l’intenzione di suscitare queste stesse emozioni nei giovani che ha scritto questo libro pensato più come un diario che come una guida di viaggio e come un invito concreto a osservare gli elementi naturalistici, storici e artistici che il nostro paese ha da offrire. Racconta a questo proposito un aneddoto della sua infanzia: il nonno offriva ai nipoti una ricompensa monetaria in cambio di una visita a un museo o a una galleria d’arte, una sorta di “banca della cultura” familiare per avvicinare i giovani all’arte.
Incontro con gli studenti del Liceo D’Oria, prima della presentazione del libro.
Il cuore del metodo di Sacchi, però, è lo storytelling. Raccontare, non descrivere. Lo dimostra con due esempi concreti: la storia di una tazzina di caffè rimasta su un capitello nel complesso monumentale di Santa Croce dopo un’alluvione a Firenze nel 1966, storia capace di spingere chiunque, il giorno dopo, ad andare a verificare di persona; il motivo per cui Picasso decise di esporre Guernica nella sala delle Cariatidi a Milano, una scelta carica di significato che nessuna descrizione architettonica avrebbe saputo rendere altrettanto viva. La narrazione, insomma, è la chiave per aprire una porta che la didattica tradizionale spesso tiene chiusa.
A questo si affianca un impegno concreto: Sacchi, come assessore, ha sostenuto a Milano una tessera dei musei civici annuale, al costo di soli 15 euro, convinto che l’arte debba diventare un’esperienza quotidiana e non un evento occasionale. L’obiettivo finale è lo stesso del libro: restituire ai giovani lo stupore davanti alla bellezza, e ricordare loro che il viaggio, anche quello più semplice, è uno degli strumenti più potenti per costruire la propria identità.
Il 20 febbraio Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura di Milano, ha presentato la sua ultima pubblicazione, “Negli occhi la bellezza. 16 esperienze tra arte e natura da vivere prima dei 16 anni”, al Museo Diocesano di Genova, , dialogando con lo storico dell’arte Claudio Sagliocco e l’assessore alla Cultura di Genova Giacomo Montanari.
Il libro, pubblicato nel 2025 da Mondadori, propone un itinerario originale alla scoperta di 16 tappe scelte tra i patrimoni dell’Unesco in Italia che l’autore ha ritenuto fondamentali per un adolescente.
Ad aprire la conferenza è stato Claudio Sagliocco che ha condiviso una citazione di Franco Maria Ricci, grafico ed editore ideatore della rivista d’arte FMR: ”Certamente FMR sarebbe riuscita diversamente se io non fossi cresciuto in una città come Parma avendo negli occhi i miracoli dell’Antelami e del Correggio, e sfogliando nella Biblioteca Palatina l’edizione di Giambattista Bodoni; se non fossi figlio di un paese che fu grande e universalmente ammirato nelle epoche in cui l’amore per la bellezza era considerato una virtù civica.” La citazione sottolinea come la bellezza sia un’esperienza formativa e come crescere circondati da essa segni profondamente nell’animo le persone. L’obiettivo di Tommaso Sacchi è quello di invitare i giovani alla ricerca della bellezza tramite il viaggio inteso da lui come una commistione tra aspetto naturalistico, storico, artistico e fattore umano, e questa caratteristica personale è ciò che trasforma quella che in apparenza potrebbe sembrare una guida turistica in un vero e proprio quaderno sentimentale.
La dimensione emotiva si riscontra già nella scelta della prima tappa: Milano, città dove l’autore è cresciuto e dove insieme al nonno all’età di 15 anni visitò il Castello Sforzesco. È qui che Tommaso Sacchi vide per la prima volta la Pietà Rondanini, scultura che Michelangelo Buonarroti non riuscì a terminare prima della morte. Davanti ad essa l’adolescente si è emozionato per la prima volta al cospetto dell’arte.La statua ha avuto un’importante influenza sull’assessore tanto che una volta divenuto tale ha deciso di riservarle un’intera stanza, in modo da permettere ai visitatori di girare intorno alla Pietà per apprezzarne i dettagli.
L’assessore Montanari ha colto l’occasione per sottolineare come la soggettività dello sguardo umano che ammira l’opera sia il vero veicolo dell’arte e prevalga sulla mera bellezza oggettiva. L’appello dei due assessori è lo stesso: bisogna lasciarsi travolgere dalla meraviglia che contraddistingue l’Italia e che troppo spesso si dà per scontata.
L’incontro ha permesso a Sacchi di raccontare anche due figure molto importanti per la sua vita, entrambe legate a Genova.
La prima è quella di Mario Dondero, fotografo e fotoreporter milanese, che aveva ricevuto l’incarico di un servizio fotografico sul Porto Antico. Dondero aveva scelto di raccontare il quartiere attraverso le persone che lo abitavano e lo animavano ogni giorno: fu lui a portare Sacchi nel caveau di Palazzo San Giorgio, dove i negativi e i provini conservati divennero per il giovane una lezione autentica sulla vita del luogo.
La seconda figura è quella di Don Andrea Gallo. Il loro primo incontro avvenne nella sacrestia di San Benedetto al Porto: Sacchi, ancora giovane, con un amico, si era presentato per organizzare un intervista in vista di un evento artistico. Dovettero aspettare diverse ore, finché, ormai a notte fonda, da una porta uscì un ragazzo tossicodipendente in stato di disperazione, e dietro di lui Don Gallo, che si rivolse ai due giovani stremati dall’attesa: ”Vi assicuro che ne è valsa la pena di aspettare.” Sacchi riporta quest’episodio per mostrare come Don Gallo ritenesse decisamente le persone in difficoltà più importanti rispetto a qualsiasi progetto culturale.
Con queste due storie l’assessore ha ricordato al pubblico come il valore di una città non risieda soltanto nei suoi monumenti e nei suoi paesaggi quanto nelle persone che la abitano. Montanari ha fatto eco a questo pensiero, aggiungendo che la bellezza significa saper stare bene in un luogo, coglierne le sfumature e accompagnarne i cambiamenti: il bello, in fondo, non è una dimensione assoluta, ma qualcosa di profondamente soggettivo che varia da persona a persona.