L’opera, diretta da Valerio Jalongo, affronta il tema dell’intelligenza artificiale, cercando di chiarirne il funzionamento e l’impatto sulla vita dell’uomo. Il documentario è basato su un dialogo tra neuroscienziati, artisti, creatori di robot e anche le macchine stesse, per spiegare il futuro dell’umanità di fronte a qualcosa di così grande.
Girato tra Europa, Stati Uniti e Giappone il documentario accosta scene di laboratorio sulla robotica alle coreografie di danza della compagnia Sasha Waltz & Guests. Probabilmente la scelta di mostrare scene danzate è un modo per contrapporre l’I.A. all’uomo, infatti la danza è un atto creativo che richiede ritmo, emozione, improvvisazione, tutto ciò che distingue l’I.A. dall’uomo.
Le parole di Ameca non sembrano solo una frase programmata, ma quasi il tentativo di capire qualcosa che nemmeno per noi è così semplice da spiegare: il bello. La bellezza non è soltanto proporzione e armonia, ma è legata ai ricordi, alle emozioni e a quello che abbiamo vissuto. È qualcosa che cambia da persona a persona, ognuno ha una propria definizione di “bello”.
Ed è proprio qui che il documentario pone una domanda esistenziale: l’intelligenza artificiale può analizzare milioni di opere d’arte e riconoscerne gli stili, ma può davvero provare qualcosa davanti a ciò che interpreta, come facciamo noi? Per ora il documentario ha sottolineato quanto I’I.A. ha la capacità di fornire risposte solo in base a moltissimi algoritmi, ma la vera domanda è: l’uomo riuscirà mai a renderla davvero simile a sé?
Possiamo insegnare a una macchina a simulare un’emozione, ma possiamo insegnarle a viverla? Forse è proprio questo il punto cruciale che il documentario lascia allo spettatore, non tanto chiedersi fin dove potrà arrivare la macchina, ma capire fin dove siamo disposti ad arrivare noi. L’intelligenza artificiale ormai fa parte della vita di tutti i giorni, offrendo molte possibilità in campi come la scienza, la medicina o la scuola, proprio come mostra il film, ma il suo impatto dipende sempre da come viene utilizzata. Allo stesso tempo ci obbliga però a essere responsabili e avere dei limiti, ad esempio per prendere decisioni importanti nell’ambito della politica o della medicina bisogna sempre pensare e valutare le conseguenze. Sicuramente l’I.A. farà numerosi progressi e entrerà sempre più a far parte della vita quotidiana ma ciò che ci rende umani, nonché unici sono la capacità di pensiero e le emozioni, che certamente non possono essere assorbite dall’A.I.
“Mi stavo finalmente avvicinando a ciò che mi era sempre mancato, il mistero che rende gli essere umani liberi di creare bellezza e amare la natura spirituale e l’umanità. C’è così tanto da fare per creare una conoscenza libera dal potere e dall’oppressione, per dare voce a tutta l’umanità: è come una nuova era che dobbiamo immaginare insieme”. Ameca
Nella mattinata di venerdì 6 febbraio 2026 lo scrittore Demetrio Paolin dell’Associazione Piccoli Maestri (un’associazione di scrittori che si occupa di visitare le scuole per condividere con gli studenti i capolavori letterari più importanti e indimenticabili della loro vita) è stato ospite del nostro liceo per condividere con le classi 2B e 2D un’analisi della poetica di Cesare Pavese e per confrontarsi sulla lettura di alcune sue opere (i romanzi La casa in collina, La luna e i falò e alcune liriche tratte da “La terra e la morte”).
Demetrio Paolin, insegnante e scrittore, è nato a Canelli, un paesino nelle Langhe, colline che hanno fatto da palcoscenico a diverse opere di Cesare Pavese e dunque hanno legato Paolin ai suoi romanzi e alla sua poesia. Durante la sua visita “il nostro piccolo maestro” ci ha raccontato di aver cominciato il suo percorso di scuola superiore con il liceo scientifico, ma di aver anche cominciato a nutrire un interesse per il mondo della letteratura intorno al terzo anno di liceo, grazie alla sua professoressa di italiano. Dopo la scoperta, proprio sui banchi di scuola, delle liriche di Guido Cavalcanti, è infatti scoppiata la sua passione per la letteratura, alimentata dalla conoscenza approfondita di Primo Levi e soprattutto di Cesare Pavese, in un percorso universitario compiuto sotto il magistero di Marziano Guglielminetti.
Ed è proprio a Cesare Pavese che Paolin ha dedicato la sua lezione, coinvolgendo gli studenti in un’interessante riflessione sul pensiero del poeta, incentrata in particolare sul romanzo La casa in collina, spiegando come Pavese si rispecchiasse nel personaggio di Corrado, il protagonista, un intellettuale, con idee giuste e nette, ma con un’indole più tendente all’osservazione che all’azione, refrattaria a mettersi in gioco: infatti Corrado ammira l’opera dei partigiani, ma preferisce osservare da lontano, piuttosto che aiutarli concretamente.
“[…] mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscire mai più […].
Perciò il personaggio di Corrado in La casa in collina è stato definito da Paolin come un “nicodemista“, un individuo che non esprime il suo parere, ma sta in silenzio per timore. Paolin lo ha descritto come l’incarnazione della “codardia” e della “vergogna”, mostri con i quali Pavese ha dovuto fare i conti molte volte, nonché parole chiave di molte sue liriche, e ha spiegato che Corrado è stato costruito appositamente dallo scrittore in modo tale da non suscitare empatia nel lettore.
” […] L’esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto che esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l’inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.[…]”
Paolin ha spiegato che Pavese non ha scelto di combattere, ma di “raccontare il sangue e placarlo”, cioè descrivere gli orrori della guerra nella consapevolezza che sia necessario “dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso”.
“[…] Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione […].
La casa in collina è stato pubblicato nel 1948: la Seconda Guerra Mondiale si era conclusa da pochi anni e certe frasi contenute nel suo romanzo (ad esempio “Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista”) risultavano scomode e impopolari, così come il personaggio di Corrado, perché ricordavano che era stara “una guerra civile“, non tutti erano stati eroici, come Cate o Tono, tanti erano stati i Corradi, nonostante i proclami trionfali del dopoguerra.
Per concludere la sua visita, Paolin ha dato agli studenti la possibilità di rivolgergli domande o commenti riguardo a Cesare Pavese, rendendo la lezione più interattiva e stimolante. Uno studente gli ha chiesto come avrebbe definito la scrittura di Pavese, se avesse potuto usare una sola parola. Paolin ha risposto che la scrittura del poeta si sarebbe potuta definire come una scrittura “pastosa” in quanto uno dei tratti distintivi di Pavese è appunto il suo modo di scrivere complesso, quasi criptico, anche in quanto “impastato” di paesaggio, di richiami ancestrali e mitologici, di dialetto, di piemontesità.
Luci in aula, silenzio in corridoio, ciak… azione!
I libri di testo sono chiusi, i banchi disposti al centro dell’aula sono diventati i tavolini di un ristorante, alcuni alunni sono diventati attori, altri fonici e tecnici del suono, altri videoperatori e assistenti di produzione.
Durante le ultime ore scolastiche di venerdì 30 gennaio, la classe 2B ha avuto l’opportunità di partecipare a un coinvolgente laboratorio di cinema in collaborazione con i ragazzi della scuola di teatro e cinema ZuccherArte, Marco e Leonardo. L’iniziativa si è rivelata un’esperienza formativa e originale, capace di unire apprendimento e divertimento in modo efficace. L’obiettivo dell’incontro era quello di illustrare agli studenti, in modo immersivo e dinamico, le principali tecniche cinematografiche oggi in uso e di creare un vero e proprio set per la realizzazione di un breve filmato.
Strumenti e inquadrature
Per prendere dimestichezza con i termini tecnici e con le apparecchiature utilizzate durante le riprese, il laboratorio è iniziato con una parte introduttiva dedicata agli strumenti del mestiere. Marco e Leonardo hanno mostrato diverse attrezzature professionali, spiegandone il funzionamento e soffermandosi sull’importanza di dettagli spesso sottovalutati, come il paravento per il microfono – chiamato in gergo “gatto morto” – fondamentale per ridurre i rumori esterni e migliorare la qualità dell’audio.
Successivamente, l’attenzione si è concentrata sulle diverse tipologie di inquadrature. Gli studenti hanno scoperto la differenza tra campo lungo, figura intera, primo piano e primissimo piano, facendosi aiutare da estratti di film o serie-TV famose, come Mystic River, Adolescence e Kill Bill. Non si è trattato solo di definizioni teoriche, ma di un vero e proprio viaggio nel linguaggio cinematografico, fatto di scelte visive capaci di raccontare una storia ancora prima delle parole. Per mettere alla prova gli alunni, a fine spiegazione hanno fatto qualche domanda di comprensione, dove si dovevano distinguere le varie riprese, come il dettaglio e il particolare.
La ripresa del cortometraggio
Dopo la parte teorica, la classe è passata alla fase pratica, sicuramente la più attesa. L’aula è stata trasformata in un ristorante improvvisato e gli studenti hanno partecipato alla realizzazione di una breve scena: un appuntamento tra un ragazzo e una ragazza che, al termine della cena, si accorgono con sorpresa che nessuno dei due ha il portafoglio. Di fronte alla situazione imbarazzante, i due decidono di scappare, dando vita a una scena ironica e dinamica.
La sequenza è stata girata più volte, utilizzando le diverse inquadrature apprese in precedenza, per comprendere concretamente come cambia l’effetto finale a seconda delle scelte registiche. Gli studenti si sono alternati nei vari ruoli: registi, attori, fonico e comparse, sperimentando in prima persona il lavoro di squadra necessario per realizzare anche una scena apparentemente semplice. È emerso quanto il cinema sia un’arte collettiva, in cui ogni ruolo contribuisce in modo essenziale al risultato finale.
Il laboratorio si è rivelato un’occasione preziosa per avvicinarsi al linguaggio cinematografico in modo diretto e coinvolgente, trasformando per qualche ora la quotidianità scolastica in un’esperienza creativa e diversa dal solito. Oltre ad aver appreso nuove conoscenze tecniche, la classe ha potuto mettersi in gioco, collaborare e osservare la realtà con uno sguardo più attento, scoprendo che dietro ogni film si nasconde un lavoro accurato fatto di studio, passione e cooperazione.
Quanto la tutela prevista dalla legge riesce davvero a tradursi nella vita quotidiana?
Uno degli articoli della Costituzione Italiana che più si applica alla vita di tutti i giorni è sicuramente l’articolo 6, spesso considerato di minore importanza rispetto agli altri solamente perché riguarda un numero di regioni ristrette: la Valle d’Aosta, il Trentino Alto Adige e il Südtirol.
L’articolo in questione cita: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”: ma è davvero così?
Dalle diverse interviste che abbiamo rivolto agli abitanti di queste regioni a statuto speciale emergono diverse opinioni, spesso in contrasto tra di loro, il che sottolinea come il bilinguismo possa influenzare in modi differenti se non addirittura opposti le vite degli stessi abitanti.
Dal Südtirol, il giovane studente locale di diciassette anni, Paolo Marino, ha chiarito la storia della regione sottolineando come l’attuale convivenza sia pacifica, aiutata anche dalla concessione dell’autonomia all’Alto Adige, nonostante le tensioni terroristiche degli anni Sessanta e Settanta.
Ha inoltre spiegato che durante il fascismo la minoranza germanofona è stata duramente repressa, con l’aiuto anche di rigide leggi che comportavano, per esempio, il divieto di parlare la lingua tedesca, che veniva insegnata di nascosto nelle “Katakombenschule”, catacombe, utilizzate come vere e proprie scuole sottoterra.
Nonostante Paolo abbia parlato di una convivenza pacifica e serena, ci sono purtroppo numerosi esempi di razzismo: l’esempio più eclatante è sicuramente il caso di Sinner, il tennista che ha guadagnato sempre più l’ammirazione di gran parte degli italiani, ma anche l’odio ostinato da parte di una minoranza della popolazione.
Molto recententemente il giornalista Bruno Vespa ha pubblicato su X un post molto offensivo nei confronti dell’atleta, proseguendo poi con un elogio al tennista spagnolo Alcaraz, che gioca: “per la sua Spagna”, sbagliando però il nome di quest’ultimo e ignorando che l’atleta denigrato abbia vinto ben due coppe Davis.
Un’altra voce, questa volta proveniente dalla Valle D’Aosta, offre un’altro dato per analizzare meglio la situazione: Matteo Bal, maestro di sci, afferma di aver seguito a scuola solamente due ore di inglese a settimana e quattro di francese, mostrando come a questa venga data preminenza rispetto all’inglese.
Dalla sua testimonianza emerge un vero e proprio bisogno di dare più importanza all’inglese, lingua ormai universale, che si rivela essere molto più utile, anche per gli abitanti del Südtirol e della Valle d’Aosta. In Valle da Aosta, infatti, non si parla francese tra locali, bensì il Patois, dialetto locale misto tra italiano e francese, come sottolinea il proprietario di un negozio di artigianato tipico valdostano, Mattia Cretier. Non sempre il bilinguismo è apprezzato dagli autoctoni: per esempio Adelina Chatel, proprietaria di un albergo, esprime la difficoltà per gli esterni a queste regioni di inserirsi all’interno, anche per il fatto che chi ha un impiego pubblico ha un’indennità di bilinguismo. Per concludere Alessandra, proprietaria di una gioielleria in Valle d’Aosta, ne ha evidenziato i non pochi svantaggi: soprattutto il fatto di non avere alcune professionalità qualificate, per esempio medici competenti, a causa dell’obbligo di sapere il francese, che elimina dai possibili candidati tutti coloro che non lo parlano correntemente.
Il bilinguismo, quindi, può essere un’arma a doppio taglio, sia con agevolazioni per gli autoctoni sia con svantaggi, come ci sottolineano i nostri testimoni.
In un mondo circondato dalla violenza e dall’indifferenza, il teatro non resta in silenzio.
“Otello” nasce proprio dal bisogno di smuovere la coscienza delle persone. È una tragedia scritta da William Shakespeare nel 1603, riadattata poi in chiave moderna da Dacia Maraini, con la regia di Giorgio Pasotti. La rappresentazione è stata messa in scena il 20 e il 21 Gennaio 2026 al Teatro Ivo Chiesa di Genova.
La tragedia parla della vendetta di Iago, adirato perché Otello, un generale moro di Venezia, ha promosso a tenente Cassio a sue spese. Iago insinua nella mente del moro che l’amata moglie Desdemona lo tradisca proprio con Cassio. Per dimostrare ciò, ruba un fazzoletto rosso che Otello aveva regalato alla moglie, e lo fa ritrovare fra gli averi di Cassio. Otello, accecato dalla gelosia, uccide Desdemona sul loro letto nuziale, ma quando si accorge di essere stato manipolato, decide di togliersi la vita.
Quando Shakespeare scrive la trama, dà particolare rilievo al tema del razzismo. Otello è infatti un uomo molto ricco e potente, un abile condottiero ammirato per le sue doti militari, ma, nonostante ciò, è considerato diverso in quanto moro. Il suo matrimonio con l’amata Desdemona è dunque visto come un’unione non solo sentimentale, ma anche politica.
Nella riscrittura della Maraini, invece, emerge un altro tema, quello della violenza sulle donne. Lo spettacolo non parla infatti di un omicidio scatenato solo dalla manipolazione, ma anche dalla mutazione dell’animo di Otello che, corroso dalla gelosia, diventa possessivo e malato. Desdemona non viene uccisa solo da un coltello, ma dall’ossessione autodistruttiva del marito.
La scena con cui si conclude lo spettacolo non è più la morte di Otello, ma un momento di rottura della quarta parete. Durante tutta la rappresentazione è stato utilizzato uno specchio che rifletteva ciò che veniva proiettato sul palcoscenico, in modo da poter giocare con effetti visivi, ricreando i luoghi in cui era ambientata la storia. Alla fine, lo specchio è stato ruotato verso la platea e i riflettori sono stati rivolti sul pubblico, in modo che ogni spettatore fosse in grado di vedere la propria immagine riflessa per alcuni secondi. Anche grazie alla musica di sottofondo, si è creato un momento di tensione e di forte emozione, spezzato dall’entrata in scena del Doge. Il Doge, per tutta la durata dello spettacolo è sempre stato un personaggio dallo stampo comico, sempre pronto a strappare un sorriso nei momenti di maggiore drammaticità. Ma alla fine della rappresentazione pronuncia un discorso molto intenso rivolto alla platea. L’uomo sottolinea che il femminicidio non è un semplice raptus isolato, ma un fatto che dilania l’intera società, che molto spesso rimane indifferente o finge di non vedere ciò che sta accadendo. Accusa lo spettatore di essere rimasto a guardare mentre si consumava la tragedia, diventando colpevole tanto quanto Otello.
Questo messaggio è stato accompagnato da una messa in scena cinematografica. Sono stati utilizzati infatti effetti speciali e musiche che incorniciavano scene da grande schermo. Anche lo stile recitativo è atipico per il teatro, dato che risente della formazione televisiva della maggior parte del cast. Sul palco sono saliti infatti Giacomo Giorgio nei panni di Otello, Giorgio Pasotti in quelli di Iago, Claudia Tosoni in quelli di Desdemona, Salvatore Rancatore in quelli di Cassio, Gerardo Maffei in quelli di Brabanzio, Dalia Aly in quelli di Emilia, Andrea Papale in quelli di Roderigo e infine Diego Migeni nel ruolo del Doge.
La scelta stilistica di portare un vero e proprio film sul palco, oltre che dare l’occasione di immergersi ancora di più nella trama, è pienamente azzeccata. Infatti, il pubblico era composto per lo più da adolescenti, che erano completamente stregati dalla messa in scena, oltre che ad essere molto attenti.
Ciò che la Maraini, Pasotti e tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione dello spettacolo sono riusciti a fare è creare un modo per riscoprire e far apprezzare una delle opere più iconiche della letteratura inglese anche ad un pubblico di giovanissimi, oltre che a far uscire “trasformato” dal teatro ogni spettatore.
“Bussola blu. Genova, la porta d’Europa” è il titolo dell’incontro dedicato all’inserimento dei giovani nell’economia del mare, meglio specificato dalla definizione “uno strumento per orientarsi nel futuro marittimo”. Il convegno è stato promosso dal Centro Europe Direct del Comune di Genova: un’iniziativa europea per avvicinare i giovani studenti alla blue economy, in collaborazione con la Regione Liguria.
“Ai miei tempi i giovani non avevano modo di inserirsi nell’ambito marittimo in modo pratico fino a dopo l’università” spiega Massimiliano Giglio, segretario di Assagenti, Associazione Agenti raccomandatari e Mediatori marittimi, che rappresenta 115 agenti nei diversi settori delle attività marittime. Giglio ricorda ai presenti che Assagenti ha un occhio di riguardo anche per il mondo dei giovani e mette in contatto domande e offerte di lavoro, segnalando laureandi e laureati alle aziende associate. Oggi l’inserimento dei giovani nell’ambito portuale viene promosso già dalle scuole superiori, attraverso alcune iniziative destinate a far scoprire “l’oro blu” della nostra città anche alle nuove generazioni.
Il Liceo D’Oria è fra i promotori dell’iniziativa, con l’apertura di un nuovo indirizzo di studio del Liceo Classico D’Oria presentato dal professor Ivo Spallasso. Il professore ha spiegato i motivi dietro a questa scelta e le novità proposte dal nuovo indirizzo: “Si tratta di uno sviluppo naturale per gli studi classici, infatti la storia ci insegna che i greci erano navigatori e la cultura ellenica è il fondamento della civiltà occidentale. In questo modo, il liceo classico genovese, che ha l’obiettivo di insegnare la storia e i valori delle civiltà antiche, mantenendo i piedi ben saldi nel contesto locale, volge la barra verso il mare”.
Il nuovo percorso scolastico prevede incontri con professionisti del settore, viaggi di istruzione nei luoghi della civiltà mediterranea e del mare, laboratori a tema, attività di educazione civica e ambientale e approfondimenti sulla storia marittima locale. Da settembre 2026 il liceo D’Oria partirà a vele spiegate con il Progetto Mare, rafforzando il concetto espresso dal nome della città di Genova, Giano Bifronte che guarda i monti e il mare oppure Ianua, vera Porta del Mediterraneo.
La nascita dei fondi ESA (Empowerment Scholarship Account) per l’istruzione
Doug Doucey, governatore dell’Arizona dal 2015 al 2023.
Il problema si è posto per la prima volta nel 2022, quando Doug Doucey, governatore dell’Arizona, ha approvato l’estensione del progetto ESA a tutte le famiglie dello Stato che volessero usufruirne. ESA è l’acronimo di Empowerment Scholarship Account, un sistema gratuito che consiste nella distribuzione annuale di alcuni fondi ai genitori dei bambini in età scolare. Grazie a questi sussidi gli americani possono gestire personalmente l’istruzione dei propri figli, senza doverli necessariamente affidare alla scuola pubblica.
L’idea è nata nel 2011 per agevolare i ragazzini con bisogni educativi speciali, ma in alcuni Paesi federati si è allaragata a tutti gli studenti. Inizialmente la stampa non ha dato troppo peso all’argomento, ma l’enorme e improvvisa diffusione del progetto non può essere più ignorata.
Al giorno d’oggi gli ESA e iniziative simili servono oltre 75.000 alunni in dieci Stati della federazione: dall’Indiana al Mississippi, dalla North Carolina alla Florida. Così adesso l’educazione di migliaia di giovani statunitensi è completamente regolata dai loro genitori, che possono utilizzare il denaro in diversi modi. Molti scelgono di iscrivere i figli negli istituti privati, altri pagano insegnanti che forniscano lezioni aggiuntive a casa, oppure investono i fondi in attività extracurricolari.
Il dibattito internazionale sugli ESA, anche nelle scuole italiane.
Una protesta americana che richiede più cura nell’organizzazione della scuola pubblica.
La questione all’apparenza potrebbe apparire semplice e vantaggiosa, ma in realtà è decisamente controversa. Dall’entrata in vigore del progetto non mancano certo discussioni fra i sostenitori e gli americani che invece preferiscono l’istruzione pubblica. I cittadini che si oppongono al utilizzo di voucher e sussidi temono infatti che questo nuovo sistema possa portare alla chiusura definitiva della scuola statale.
Esperti, politici, genitori: tutti hanno la propria opinione e la esprimono confrontandosi online oppure con vere e proprie proteste. Sono infatti frequenti le manifestazioni contro gli ESA, specialmente da quando il presidente Donald Trump ha firmato un provvedimento per smantellare il dipartimento dell’ istruzione.
Il banco della giuria durante il dibattito della classe 2B.
La controversia ormai è talmente importante che adesso viene approfondita anche in altre nazioni, come l’Italia. Se infatti non esiste ancora un progetto simile all’ESA nel nostro Paese, non possiamo escludere che in futuro la stessa iniziativa possa svilupparsi anche qui. Per fare chiarezza sull’argomento la classe 2B del liceo Andrea D’Oria a Genova ha organizzato un dibattito.
Gli studenti si sono divisi in due gruppi: il primo favorevole all’utilizzo dei fondi ESA , il secondo a sostegno degli istituti pubblici. Sei alunni invece hanno svolto il ruolo di giudici, stilando una scheda di valutazione per assegnare un punteggio a ciascuna squadra.
I ragazzi hanno appreso le prime nozioni sul nuovo sistema educativo americano attraverso un articolo della rivista Internazionale. Il pezzo, scritto da un giornalista statunitense, riportava la sua esperienza personale come insegnante in una scuola cattolica dell’Arizona, presso Waddell. L’autore, Chandler Frizt, fornisce molti spunti interessanti sull’argomento, eppure non prende una vera e propria posizione, mostra aspetti positivi e negativi di un piccolo istituto privato, il Refresh Learnig Centre. Dopo aver raccolto ulteriori materiali da siti attendibili, venerdì 5 dicembre 2025, è andato in scena il dibattito, con tanto di oratori e banco della giuria.
I fondi ESA come simbolo di istruzione innovativa e migliore
Il gruppo a favore del progetto ESA.
Nel corso della discussione sono emerse argomentazioni particolarmente interessanti. Il gruppo a favore del sistema fondato sui voucher ha dimostrato come gli ESA permettano ai contribuenti di risparmiare più denaro rispetto a quello che impiegherebbero per pagare le tasse sulla scuola pubblica.
Secondo un’indagine del Goldenwater Institute per di più, le rette degli istituti privati sono generalmente più basse del tipico sussidio, che è di circa 7.500 dollari. In questo modo anche i ragazzini con famiglie meno abbienti possono accedere ad un’istruzione di qualità, e utilizzare il capitale rimasto per attività ricreative e sport. La formazione pubblica al contrario è molto diversificata per i bambini provenienti da contesti economici opposti. I ragazzini benestanti abitano nei quartieri con le scuole migliori, invece nelle zone più povere i programmi di studio pubblici appaiono scadenti e inadatti.
Il Refresh Learning Centre, piccola scuola cattolica dell’Arizona
Il nuovo progetto educativo favorisce anche l’homeschooling, cioè le lezioni a casa, per il 3% della popolazione studentesca che ha bisogno di impare con ritmi diversi. Anche le scuole private risultano più tranquille rispetto a quelle statali: le classi sono infatti più piccole e gli
insegnanti possono concentrarsi sull’apprendimento di ogni singolo bambino. Si approfondiscono temi di educazione civica che talvolta gli istituti pubblici omettono di introdurre,perchè troppo controversi. Si sviluppa il pensiero critico e la collaborazione. Inoltre in queste strutture i bambini sono meno stressati, perchè non svolgono molti test attitudinali per misurarne la performance. In definitiva, la libertà decisionale dei genitori, che conoscono le esigenze educative dei loro figli, permetterebbe ai ragazzi di sviluppare conoscenze maggiori all’interno delle scuole private oppure a casa propria, in ambienti rilassati ed educativi.
L’inadeguatezza del sistema voucher e la scomparsa della scuola pubblica
Il gruppo contro i sussidi statali per l’istruzione dei bambini americani.
Il secondo gruppo ha invece sollevato molti dubbi riguardo all’efficienza del progetto basato sui sussidi statali. In primo luogo, il diffondersi di istituti privati, lezioni online e micro-schools a carattere religioso sta comportando numerosi danni alle tradizionali scuole pubbliche, su cui la federazione investe di meno. Nei quartieri poveri e nell’ambito dei bisogni educativi speciali si verifica già un grande regresso. Il diffondersi del sistema ESA non aggiunge competitività al settore dell’istruzione, ma al contrario provoca la decadenza dell’educazione pubblica.
Greg Abbott, attuale governatore del Texas.
Dal punto di vista economico-sociale i vocher vengono spesso accordati alle famiglie di classe media piuttosto che ai poveri ed emarginati che ne necessitano maggiormente. I benefici per i bambini di colore o meno abbienti si vedono soprattutto nelle scuole pubbliche, che l’idea dei sussidi statali sta distruggendo. Il progetto ESA è legato principalmente alle battaglie politiche. Ad esempio in Texas, il governatore Greg Abbott, lo ha sfruttato per ridurre gli oppositori e ottenere il consenso dei cittadini.
Uno studio del 2025 ha dimostrato che i finanziamenti alle famiglie contribuiscono alla segregazione razziale e non migliorano affatto i risultati conseguiti dagli studenti. I ragazzini che frequentano le scuole private non sono sottoposti a test standarizzanti e hanno conoscenze ridotte. Nel 2019 l’Università dell’Arkansas ha spiegato che in Louisiana gli alunni che si avvalgono del progetto ESA hanno una preparazione inferiore ai loro compagni della scuola pubblica. La causa potrebbero essere le moltissime scuole cristiane, dove gli insegnanti sono incompetenti e non molto spesso non hanno veri titoli di studio. Alcuni di loro sfruttano le loro lezioni per fare pubblicità ad aziende e prodotti alimentari. Trasformano un’esperienza istruttiva come una lezione di cucina in una strategia di maketing, senza curarsi delle nozioni apprese dai ragazzi.
Perfino i genitori gestiscono male i fondi a loro affidati, acquistando biglietti per Disney World, costosi set lego, dispositivi informatici…tutti oggetti che hanno ben poco a che fare con l’educazione dei figli. Un’indagine dell’Oklahoma Watch ha dimostrato che in Florida sono stati acquistati 548 televisori del valore di quasi 191.000 dollari, interamente con i sussidi ESA. Parte di tutto il denaro speso in maniera impropria non viene rimborsato al governo degli USA. Vi sono anche alcuni casi di frode, rari ma eclatanti, che hanno causato danni economici assai gravi. Ad esempio nel 2024: due cittadini del Colorado si sono appropriati di circa 100.000 dollari, fingendo di richiederli per l’istruzione di 43 bambini inesistenti. Il progetto ESA dunque non rappresenterebbe la scelta educativa corretta, ma causerebbe la scomparsa di un sistema pubblico funzionante, a favore di uno che invece è malgestito e scadente.
La vera libertà educativa, da cui dipende il futuro dei giovani.
Donald Trump dopo aver firmato l’Education Act, con cui smantellerà il dipartimento dell’istruzione.
Valutando criteri come professionalità, capacità di confutazione e organizzazione del discorso i giudici hanno dato la vittoria alla squadra contro il progetto ESA. La questione è stata risolta in classe ma è ancora ampiamente discussa in America. Trump ha affermato “E’ l’ora della scelta scolastica universale” mentre firmava la legge con cui eliminare l’istruzione pubblica.
Con la scomparsa degli istituti statali efficienti non ci può essere alcuna libertà decisionale. Il governo degli USA deve evitare che si verifichi questa circostanza e risolvere le problematiche nell’iniziativa dei voucher, ad esempio controllando l’uso che ne fanno le famiglie.
Perché, al di là di ogni motivazione economica, a contare più di tutto è l’istruzione dei giovani. Devono poter crescere e apprendere sempre di più sul mondo circostante. Solo in un sistema scolastico adatto a loro possono sviluppare le competenze necessarie a diventare cittadini consapevoli e adulti responsabili. Il loro futuro è nelle mani del governo e dei genitori. C’è soltanto da sperare che non venga barattato con il consenso politico o con qualche costoso televisore.
La citazione non si riferisce all’evoluzione della lingua, nel dizionario del tempo queste parole esistevano ed erano ben conosciute. Eppure evitarle significava essere dalla parte dei “liberatori”, perché questi vocaboli erano adoperati dai fascisti, rappresentavano pienamente il loro ideale nazionalista e col tempo erano divenuti di fatto un identificativo. Era sufficiente pronunciarne uno per essere etichettato come uno di loro. Infatti proprio come ogni disciplina ha un linguaggio tecnico, ogni gruppo di individui ha un vocabolario specifico di cui si appropria. L’identità di qualsiasi persona, scienza e persino di qualsiasi tempo è contraddistinta da un codice linguistico diverso.
Dopo la liberazione, utilizzare il gergo degli oppressori sconfitti era visto come un atto di cattivo gusto, una rievocazione di un male sepolto. Dunque nell’immediato dopoguerra si sviluppò il fenomeno inverso all’identità di linguaggio.
Ma tra gli intellettuali del tempo c’era anche Cesare Pavese, che a causa del suo mestiere, non riusciva a sopportare che certe parole fossero evitate per non richiamare i ricordi del fascismo. Perciò nei suoi scritti di quel periodo, tra cui si ricorda la poesia “Tu non sai le colline”(1945) e l’articolo “Ritorno all’uomo” (1945) l’autore sottolineava volontariamente questi vocaboli, proprio come se tentasse di riconquistare una parte della lingua che un’enorme parte del popolo stava provando a seppellire.
All’inizio Pavese fu molto criticato, anche dai suoi stessi colleghi, che non capivano perché nel mezzo di quella nuova speranza egli stesse risvegliando di fatto la triste epoca appena conclusa. A ciò contribuì anche l’altra intenzione dello scrittore stesso di denunciare tutti coloro che non avevano fatto nulla per ostacolare il regime; anche Pavese si riconobbe in questo insieme e ne prese atto pubblicamente. Proprio dal debito che sentiva di avere con l’Italia, nacque il desiderio di aiutare in qualche maniera la ricostruzione del Paese e lo fece nel suo settore, adoperando parole disprezzate come terra, sangue, patria, nazione, stirpe, disciplina e molte altre. Le immise nelle sue opere come se avessero lo stesso peso degli altri vocaboli, il suo fine era ottenere questo risultato.
Così facendo, lo scrittore ha avviato un processo di recupero che ha gradualmente reintegrato i termini, proprio come se nulla fosse accaduto, esattamente come voleva lui. All’operazione piano piano aderirono altri autori che compresero l’importanza di conservare la lingua. Tra costoro si possono citareBeppe Fenoglio, Elio Vittorini e Vasco Pratolini. Progressivamente la gente smise di vedere il fascismo in quelle parole, gli intellettuali erano stati capaci di ricontestualizzarle e di pulire una macchia della storia che le corrompeva.
Per cui se il vocabolario italiano dispone nuovamente di certe parole, libere dal loro ingombro ideologico, restituite alla lingua comune come se nulla le avesse mai contaminate, è soprattutto merito di un uomo incompreso da molti, ma con un obiettivo ben chiaro per se stesso: restituire alla nazione ciò che sentiva di non aver dato negli anni precedenti.
“Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro”
Conversazione con Demetrio Paolin su Cesare Pavese e la figura di Corrado nel romanzo “La casa in collina”
di Alice Crosa di Vergagni, 2d
«Non sei mica fascista» mi disse. Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. «Lo siamo tutti, cara Cate» dissi piano. «Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista».
Nel racconto di Cesare Pavese il protagonista è Corrado, professore di Torino durante la Seconda Guerra Mondiale che scappa dai bombardamenti sulla città trasferendosi in collina. È un personaggio che durante la narrazione riesce a colpire il lettore con i suoi atteggiamenti distaccati e freddi risultando agli occhi di molti come una figura antipatica ed egoista. Pavese ha infatti cercato di creare un personaggio, simile alla sua persona, lontano da ogni possibile comprensione da parte del pubblico, una figura che è indifferente davanti alla sofferenza di quel periodo.
Dopo la pubblicazione di questo romanzo, alla fine della guerra, Pavese venne criticato proprio per la principale connotazione del suo protagonista che rispecchiava indirettamente l’atteggiamento di tanti che hanno vissuto durante quell’epoca. In un momento in cui si cercava di dimenticare il dolore passato, Cesare Pavese con questo personaggio ricorda alle persone una delle più gravi colpe della gente davanti a tante ingiustizie, la grande indifferenza che sicuramente è nata in un primo momento a causa della paura che riempiva gli animi e che ha continuato però ad invadere le case di tutti. Dopo il ’45 molta gente che si era salvata dopo aver fatto un sospiro di sollievo ha comunque dovuto far fronte ad un problema tutt’altro che semplice da ignorare, la propria coscienza: chiunque alla fine di tutto si sarà infatti chiesto cosa avrebbe potuto fare in più per salvare qualcun altro. Corrado apre gli occhi a tutti gli indifferenti durante il conflitto mostrando loro un atteggiamento che hanno avuto per tutta la durata dello scontro ma di cui solo ora si rendono conto e di cui si vergognano.
Possiamo, quindi, biasimare Corrado? Possiamo odiare una persona che rimarca gli atteggiamenti di molti in situazioni tanto difficili? La risposta è certamente affermativa, si può infatti, ma si deve essere consapevoli del fatto che probabilmente l’indifferenza è una delle più diffuse risposte dell’uomo al pericolo, a causa del timore o di un persistente sentimento di impotenza, e che solo in pochi riescono a non provare.
Demetrio Paolin
Demetrio Paolin, scrittore e professore, durante l’incontro avvenuto il 6 febbraio al Liceo Classico A. D’Oria di Genova ha condiviso con gli studenti delle classi seconde del percorso Umanistico la sua passione per Cesare Pavese descrivendo la sua scrittura come “pastosa” e capace di donare al pubblico tante emozioni. Si appassiona ai racconti dell’autore quando ancora aveva sedici anni trovando come protagonisti dei libri di Pavese i luoghi in cui è cresciuto, le parole all’interno dei componimenti lo accompagnano ancora oggi dopo avergli regalato una carriera da scrittore e un amore verso i significati e le riflessioni della letteratura.
Paolin riconosce infatti l’antipatia che noi proviamo verso Corrado mostrandoci però un altro punto di vista, quello della comprensione. Spesso preferiamo infatti personaggi eroici, fieri ed empatici che vivono con uno scopo o agiscono per un bene comune, ma quanti possono dire di assomigliare a qualcuno così? Solo pochi. Giudichiamo invece personaggi distaccati, freddi ed egoisti, ma chi invece è simile a questi?Tanti.
In un mondo caratterizzato da odio e antipatie nei confronti dell’altro, Paolin ci ricorda che non siamo così diversi dalle persone che ci circondano. Le cose vanno viste e capite da più punti, non solo da uno. Possiamo giudicare le persone, ma dovremmo sempre chiederci cosa avremmo fatto di diverso, e imparare a essere comprensivi riconoscendo le azioni degli altri e le nostre.
Pavese riesce quindi a descrivere tanto di una persona nell’atteggiamento di un uomo comune portando però la gente ad odiare il personaggio che spiega molto dei loro biasimevoli sentimenti.
Sorprende, infine, la capacità di Demetrio Paolin di appassionarsi a una figura che molti non apprezzano. Paolin non scarta la vergogna che Corrado ci provoca, ma la trasforma in uno spunto di riflessione: sulla coscienza, sulla comprensione, sul giudizio che spesso rivolgiamo agli altri. Un giudizio che a volte pronunciamo sapendo, in fondo, che avremmo agito allo stesso modo; ma confessarlo fa paura: è più facile vergognarsi di Corrado che riconoscerci in lui.
Come l’ex meteorologo di Nervi racconta della fotografia della seconda onda più alta mai scattata in Liguria.
di Giulia Maria Campodonico, 1B
Il protagonista di questa storia è Vittorio Dentoni, nerviese, classe 1964, un esperto meteorologo che fin da bambino nutre una passione per le onde e per le mareggiate.
Dal maggio 2020 ha aperto un profilo Facebook chiamato “Meteo Vitto” in cui condivide molte fotografie di mareggiate e prevede il meteo della nostra città in maniera precisa e affidabile.
Durante il nostro incontro gli ho posto le seguenti domande:
Che studi ha fatto da ragazzo?
“Io mi sono diplomato in ragioneria, dopo sono andato in aeronautica militare e sono diventato meteorologo”.
Da quanto tempo è appassionato di mareggiate?
“Sono appassionato di mareggiate da quando avevo otto anni”.
Le sue previsioni del tempo partono sempre dall’osservazione del mare?
“No, la previsione del tempo è una cosa, la previsione del mare è un’altra. La previsione del mare e l’altezza delle onde sono molto più attendibili rispetto alle previsioni del tempo. Le previsioni delle onde si basano principalmente su questi tre fattori: il fetch, ovvero lo specchio di mare coperto dal vento, l’intensità del vento e la durata del vento”.
Il negozio di souvenir in passeggiata a Nervi racchiude tutte le sue passioni?
“No, il negozio di Nervi mi piace molto perché è un lavoro bellissimo e perché ho a che fare con persone che vengono da tutto il mondo. Però la mia passione rimane la meteorologia”.
Ha qualche ricordo di lei da bambino legato al mare da condividere?
“Ne ho tantissimi. Il mare è sempre stato il mio ambiente, sono canoista e ho fatto 20 anni di gare di kayak. Facevo anche surf e mi ricordo che andavo spesso con i miei amici a prendere le onde. La mia passione per tutti questi sport l’ho tramandata a mio figlio che adesso fa l’istruttore di surf”.
Ho scelto di intervistare Vittorio Dentoni perché mi ha colpito il fatto che lui abbia passioni molto diverse rispetto al lavoro che svolge tutt’oggi a Nervi. Infatti, sottolinea il fatto che le sue passioni siano rimaste le stesse di quando era un bambino e che non siano state condizionate o rivoluzionate dal suo lavoro.
Il contributo al libro “Wave Watching”
WAVE WATCHING
Vittorio ha partecipato alla stesura del libro “Wave Watching” che tratta di mareggiate, contribuendo con informazioni tecniche e fotografie. Tra queste spicca in particolare una foto riferita alla storica mareggiata del 1989.
La mareggiata del 1989: un record ligure
In quell’anno la nostra riviera fu colpita da una violenta mareggiata. Vittorio riuscì a fotografare la seconda onda più alta mai ripresa in Liguria. Grazie al fatto di aver potuto indicare l’esatto punto di scatto, fu possibile calcolare la sua altezza in maniera piuttosto precisa utilizzando i calcoli trigonometrici. L’altezza calcolata fu di poco più di 13 metri.
Il record del 1955
La foto della più alta onda registrata in Liguria risale alla mareggiata del 1955 e fu scattata alleCinque Terre. Non conoscendo l’esatto punto di scatto, non è stato possibile risalire con precisione all’altezza dell’onda, che venne comunque stimata tra i 17 e 18 metri.
Un dato impressionante che testimonia la potenza del mare Ligure durante le grandi mareggiate.
La scienza dietro le onde
Il lavoro di Vittorio Dentoni rappresenta un esempio perfetto di come la passione personale possa arricchire la conoscenza scientifica. Le sue fotografie non sono solo suggestive dal punto di vista estetico, ma costituiscono anche documenti scientifici preziosi per lo studio delle mareggiate e dei fenomeni meteorologici marini. Lameteorologia marina, come ci spiega Vittorio, si basa su parametri precisi e misurabili, rendendo le previsioni sulle onde più affidabili rispetto a quelle meteorologiche generali.
E mentre le onde continuano a infrangersi sulla costa di Nervi, Vittorio rimane lì, con lo stesso sguardo del bambino di otto anni, sempre in attesa dell’onda perfetta.