di Matilde Procopio, Camilla Balbi, Marilù Segalerba, Filippo Cresta,  2B

I diritti esistono se esercitati e messi in pratica, se possono essere usati come pioli per spingersi verso una società migliore, verso una democrazia più partecipe, verso un futuro di autentiche ed eque opportunità.

L’articolo 32 della costituzione italiana stabilisce che la Repubblica tuteli la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisca cure gratuite agli indigenti. Oltre a riconoscere la salute non solo come un bene personale, ma anche come qualcosa che riguarda l’intera società, incentiva l’innovazione scientifica.

Disegno di Filippo Cresta, 2B

La tutela della salute è essenziale per tutti: garantire cure, prevenzione e accesso ai servizi sanitari, significa proteggere sia il singolo cittadino sia la comunità. Per approfondire questo tema, abbiamo deciso di mettere a confronto sanità pubblica e sanità privata, per capire quale delle due rispecchi maggiormente i principi dell’articolo 32 oppure se, attraverso una collaborazione equilibrata, possano entrambe contribuire a rendere effettivo il diritto alla salute. È partito così il nostro “viaggio” alla scoperta di due realtà che sembrano apparentemente distanti…

Qui il nostro video servizio con un confronto tra sanità pubblica e sanità privata

Abbiamo approfondito il valore e le criticità della sanità pubblica con l’aiuto del dottor Luca Timossi, medico urologo e responsabile della struttura di urologia dell’Ospedale Internazionale Evangelico Genova.

Luca Timossi, medico urologo e responsabile della struttura di urologia dell’Ospedale Internazionale Evangelico Genova.

Secondo il dottor Timossi, lavorare in un sistema sanitario pubblico significa prima di tutto far parte di una squadra. La sanità, a suo avviso, dovrebbe essere garantita in modo equo e uguale a chiunque: non solo ai cittadini italiani, ma anche a turisti, studenti stranieri, persone che fuggono dalle guerre o che si trovano in condizioni di estrema precarietà e cercano rifugio in Italia. La principale difficoltà del sistema sanitario pubblico è sicuramente la carenza di risorse economiche. Questo comporta il rischio di non riuscire a garantire a tutti un’assistenza adeguata. La sanità pubblica resta in gran parte gratuita per il cittadino, anche se sostenuta attraverso il pagamento delle tasse, e proprio per questo richiede una gestione attenta ed efficiente delle risorse. Secondo il dottore, concentrando meglio le risorse economiche si potrebbe migliorare il sistema pubblico. Ad esempio, si potrebbe intervenire sulla distribuzione delle strutture ospedaliere: Genova presenta un numero elevato di ospedali rispetto alla popolazione residente. Una riorganizzazione, con eventuale riduzione dei doppioni di reparti e una successiva ristrutturazione delle strutture, permetterebbe di limitare gli sprechi e ridurre la spesa. 

Abbiamo successivamente domandato al dottore, quale fosse l’aspetto più frustrante del sulla suo lavoro, e quale invece fosse quello più gratificante. Timossi ha affermato che uno degli aspetti più frustranti  è non avere sempre a disposizione i fondi necessari per acquistare nuove tecnologie, che consentirebbero di lavorare meglio e di offrire un servizio più efficiente al paziente. L’aspetto più gratificante, invece, secondo il dottor Timossi è sicuramente il rapporto con il paziente. Fare il medico lascia un segno per tutta la vita, soprattutto per la riconoscenza che si riceve dalle persone curate.

Pur riconoscendo la necessità di migliorare il servizio pubblico, anche attraverso maggiori investimenti da parte dei governi nella sanità, il dottore afferma che, se dovesse tornare indietro, sceglierebbe comunque di lavorare nel sistema sanitario pubblico.

Francesco Berti Riboli, medico urologo e amministratore delegato della clinica privata Villa Montallegro di Genova. 

“Ricevere un sorriso o anche solo uno sguardo è la migliore ricompensa che un medico possa mai ottenere…” 

Abbiamo parlato di sanità privata con il  Dottor Francesco Berti Riboli, medico urologo e amministratore delegato della clinica privata Villa Montallegro di Genova. 

Secondo il dottor Berti Riboli, sanità pubblica e sanità privata non solo non devono competere, ma è fondamentale che si integrino in un percorso organizzativo virtuoso, a disposizione dei cittadini, che devono poter trovare risposte adeguate ai propri bisogni di salute. Il sistema regolatorio — normative, leggi, certificazioni e relativi controlli — deve rimanere saldamente pubblico: è intuitivo che le regole e le garanzie debbano essere stabilite e vigilate dallo Stato. In condizioni di difficoltà organizzativa o di ristrettezze economiche, il settore privato può però muoversi con maggiore agilità. Per questo, secondo il dottore, è opportuno instaurare un rapporto congiunto tra pubblico e privato per far fronte a una sfida di popolazione che invecchia auspicabilmente, ma non necessariamente in buona salute e il cui costo non potrà che crescere. La popolazione genovese, in particolare, è un esempio significativo: si dice che quella di oggi sarà, in larga parte, anche quella del 2050. Questo non rappresenta necessariamente un disvalore, ma è un dato con cui confrontarsi. Se ci troviamo di fronte a una popolazione che invecchia più precocemente, sarà necessario mettere in campo strutture e organizzazioni ancora più efficienti. Questo fenomeno comporta un aumento della domanda assistenziale, accompagnato però da una riduzione dell’offerta lavorativa. Si alza così il numero delle persone che necessitano di cure, mentre si abbassa il numero di coloro che scelgono di lavorare nel settore sanitario.

  • Quanto è importante investire nelle tecnologie all’avanguardia, come la chirurgia robotica per tutelare la salute di un domani? Le macchine e l’intelligenza artificiale potranno mai sostituire completamente il lavoro dei medici?

Secondo Berti Riboli al fianco di una persona che soffre, di una persona che ha bisogno di salute, la tecnologia, compresa l’intelligenza artificiale può e deve fare molto. Tuttavia, resterà sempre fondamentale la presenza di un uomo al capezzale di un altro uomo. L’assistenza sanitaria è uno dei pochi ambiti non completamente sottoposti al cosiddetto fenomeno dell’“erosione tecnologica dell’occupazione”, cioè quel processo per cui le macchine sostituiscono il lavoro umano. 

Il progresso tecnologico ha già migliorato fortemente la qualità dell’assistenza: basti pensare, negli ultimi cinquant’anni, all’introduzione della TAC, dell’ecografia, della risonanza magnetica nucleare, dell’endoscopia dell’apparato digerente. Tutto questo ha determinato un significativo miglioramento della qualità della vita: le diagnosi sono più precoci, le cure più efficaci. Tuttavia, il progresso tecnologico potrà sostituire solo in parte l’uomo. La sanità privata, essendo strutturalmente più snella, riesce spesso a garantire percorsi più organizzati  e più veloci. Abbiamo chiesto al dottore quale fosse, secondo lui, la principale carenza  del sistema sanitario, in particolare per quanto riguarda il personale infermieristico, e cosa si potrebbe fare per affrontare questa situazione. Lui afferma, che la causa è indubbiamente demografica. Negli anni del boom economico si diplomavano circa 500.000 studenti all’anno, e circa il 5% di loro — quindi circa 25.000 giovani — sceglieva una carriera assistenziale. Oggi i nati sono molti meno e anche il numero complessivo di studenti è diminuito. Anche se la percentuale di chi scegliesse questo percorso salisse al 6 o al 7%, non ci sarebbero comunque abbastanza persone per coprire il fabbisogno. Per questo motivo è necessario sfruttare la tecnologia per migliorare le performance di chi già lavora nel sistema. Inoltre, secondo il dottore, è importante fare riferimento anche al lavoro foresto: l’importazione di personale infermieristico rappresenta un’opportunità, perché il lavoro è il primo fattore che favorisce l’integrazione. Naturalmente esiste una barriera linguistica, che non va sottovalutata: queste persone devono poter frequentare corsi di lingua, per poi perfezionarla nel tempo. 

Il messaggio che il dottor Berti Riboli vuole lasciare ai giovani che pensano di intraprendere una carriera sanitaria è chiaro: aiutare una persona a risolvere i propri problemi di salute, rassicurarla e accompagnarla è una grande responsabilità. Non è solo una responsabilità di risultato, ma anche di metodo. È una carriera prettamente umanistica e scientifica, e chi si sente pronto ad assistere un’altra persona dovrebbe scegliere questa strada con consapevolezza e convinzione.

Le due interviste ci hanno mostrato realtà diverse, ma non opposte, poiché entrambe pongono al centro la stessa realtà : il paziente, la persona e il bisogno concreto di cura. Il settore privato evidenza l’agilità organizzativa della sanità, presenta una maggiore innovazione tecnologica e una capacità elevata e rapida di adattamento verso i cambiamenti demografici. Il settore pubblico, invece, testimonia l’importanza dell’equità e ci ricorda che la salute deve essere garantita a tutti, senza distinzioni. L’invecchiamento della popolazione, la carenza di personale sanitario e la necessità di investire in nuove tecnologie, rappresentano sfide comuni. Di fronte a questi cambiamenti, è chiaro che pubblico e privato non devono competere, ma collaborare formando un rapporto congiunto. Concludendo il nostro “viaggio”, abbiamo capito che il diritto alla salute non è solo un principio scritto nella Costituzione. È nel rapporto tra medico e paziente, nella capacità di ascolto e nella presenza accanto a chi soffre, che l’articolo 32 prende davvero vita.