Tabù o solo disinformazione?

di Matilde Procopio, 2B 

Sexting, preliminari, orgasmo, masturbazione… sesso. Parole che ancora oggi vengono oscurate dal termine “tabù”, con la conseguenza di una generazione disinformata.

L’opportunità di allagare le conoscenze in questo ambito per giovani e persone più mature, deve essere sfruttata. L’ iniziativa intrapresa dal liceo classico “Andrea D’Oria”, con gli incontri di educazione all’affettività svoltisi ad aprile in Aula Magna per le classi seconde,  ha dato la possibilità agli studenti di confrontarsi, parlare e soprattutto ragionare su tematiche legate a questo ambito, tematiche molto sensibili quanto importanti, grazie all’intervento della Psicologa Cristina Villa e della Dottoressa Valentina Crovari.

Perché il problema non è parlare di sesso. Il problema è parlarne male, troppo poco o impararlo nei posti sbagliati. Oggi molti ragazzi scoprono la sessualità attraverso social, video online, amici o pornografia. Il risultato? Aspettative irrealistiche, confusione, insicurezze e spesso anche vergogna. Si cresce pensando che alcune domande siano “strane”, che certi argomenti siano proibiti o che il silenzio sia più sicuro del confronto.
Ed è proprio in questo spazio tra ciò che si vede e ciò che si vive davvero che si inseriscono anche molte rappresentazioni della vita adolescenziale. Una serie come “Sex Education”, lanciata da Netflix nel 2019, racconta con un linguaggio diretto e molto realistico proprio le difficoltà legate alla mancanza di informazioni corrette. La serie è nata infatti da un’esigenza molto comune nel Regno Unito: promuovere l’educazione sessuale nelle scuole. È, infatti, ambientata in un’immaginaria scuola superiore britannica dove ci si innamora, si fa sesso, talvolta senza le dovute precauzioni, e i sentimenti vengono feriti. Qui il protagonista Otis diventa un vero e proprio “consulente” per i propri coetanei, aiutandoli a sbrogliare le situazioni più complesse sia per quanto riguarda i problemi fisici sia, soprattutto, quando si parla di rispetto reciproco. Riesce quindi a mettere in evidenza alcuni aspetti cruciali nella vita di tanti adolescenti, e non solo, a partire dall’importanza di avere informazioni corrette sul proprio corpo e le sue caratteristiche, su come evitare una gravidanza, come gestire una relazione con la persona per cui si provano dei sentimenti, sull’importanza di fermarsi davanti ai “no”.

Tutti questi aspetti, che nella serie vengono messi in evidenza in modo diretto, nella realtà non sono affrontati ovunque allo stesso modo. Infatti varia molto da nazione a nazione il modo in cui il tema dell’educazione sessuale entra all’interno dei programmi scolastici. Sono 19 i Paesi dell’Unione europea in cui l’educazione sessuale è obbligatoria a scuola, e spesso non si limita soltanto agli aspetti biologici, ma include anche temi fondamentali come le relazioni, il consenso e i ruoli di genere. Nei Paesi Bassi, per esempio, viene introdotta già dalla scuola primaria attraverso programmi strutturati che accompagnano gradualmente la crescita degli studenti. In Italia, invece, la situazione è diversa: non esiste una normativa nazionale che renda obbligatoria l’educazione sessuale nelle scuole, e la sua presenza dipende spesso dalle singole iniziative degli istituti o da progetti esterni.

Il nostro liceo si è differenziato, offrendo agli studenti di seconda liceo un progetto indispensabile, perché non si è parlato soltanto della dimensione affettiva e relazionale, ma anche di tutto ciò che riguarda la sessualità in termini pratici: prevenzione, contraccezione, tutela della salute e conoscenza del proprio corpo. All’interno di questi incontri, il percorso si è poi concentrato su alcuni aspetti specifici particolarmente rilevanti per la vita degli adolescenti. Un’attenzione particolare è stata dedicata al ciclo mestruale, ai contraccettivi, al loro corretto utilizzo e al ruolo centrale che svolgono non solo nell’evitare gravidanze indesiderate, ma anche nella prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili.

Gli studenti sono stati inoltre informati dell’esistenza dei consultori familiari, servizi fondamentali presenti sul territorio che offrono ascolto, supporto e consulenza gratuita ai giovani anche in ambito sessuale e relazionale.

Grazie a questo, i ragazzi si sono avvicinati a una conoscenza più consapevole e concreta della sessualità, superando il tabù che la circonda.

La redazione di otto: fino all’infinito

“Otto non è solo un numero ma è un infinito girato di 90 gradi”

di Dorotea Dighero, 2d

Come potrebbe essere un giornale dell’Università? Scopriamolo.

La prima cosa che colpisce quando entri dentro la realtà di Otto è la passione travolgente di tutte le persone che fanno parte del team.

Otto nasce dal lavoro della sezione Comunicazione digitale e Media Relations dell”Università di Torino che non è solo un posto dove dare esami, ma soprattutto un luogo dove si può discutere e crescere.

I redattori lavorano in armonia e non si fermano alla superficie degli avvenimenti ma approfondiscono e raccontano sotto punti di vista nuovi. Otto si ferma a spiegare i dettagli, questo aiuta noi studenti a capire meglio il mondo in cui viviamo.

L’ambizione di Otto è che chiunque legga gli articoli possa sentirsi parte di una comunità.

Otto ha uno scopo innovativo, non è uno slogan ma diventa un giornale che vuole offrire qualche analisi in più di questo mondo complesso. L’obiettivo non è di limitarsi alla superficie ma di agire come una bussola. In un’epoca dove le informazioni sono molte, il giornale propone le notizie attraverso approfondimenti e analisi critiche. Lo scopo innovativo è proprio questo: trasformare la lettura in uno strumento di comprensione consapevole.

Otto ha circa 1000 lettori on line giornalieri. Non è solo un giornale ma un laboratorio di pensieri dove le idee trovano spazio per confrontarsi. Lo scopo di questa redazione è quello di non fermarsi mai continuando a far crescere questa realtà puntando a espandere i propri confini all’infinito.

Il nome “Otto: discorsi diretti” non è una scelta casuale. In un mondo dove la comunicazione è rallentata da linguaggi lontani il giornale sceglie i discorsi diretti. Eliminare le barriere tra chi scrive e chi legge stabilendo un dialogo onesto accorciando le distanze. Proprio per dare forma a questo dialogo, Otto propone sul suo sito la sezione “TEMI” dove la redazione sceglie di raccontare un evento specifico. Ogni fatto viene analizzato attraverso lenti fondamentali: la società, la tecnologia, la natura e l’arte. Questa sezione permette di non fermarsi alla superficie della notizia, ma di restituire ai lettori una mappa completa.

La visita è stata una bella sorpresa: i giovani dimostrano che con l’impegno e la voglia di fare si possono creare progetti solidi e innovativi. L’incontro è stato una conferma di come il futuro del giornalismo sia in buone mani.

 

 

 

Dai Lumière ai social: perché il cinema incanta ancora

di Camilla Balbi, 2B

Prima dei social e degli effetti speciali, il cinema era stupore e meraviglia: un’immagine che per la prima volta prendeva vita.
Nel 1895 bastò uno schermo con un treno in corsa per togliere il fiato a un’intera sala.

Lo abbiamo scoperto visitando il Museo del Cinema, a Torino, suggestivamente allestito all’interno della Mole Antonelliana. Oggi siamo abituati a scorrere svogliatamente decine di video al giorno, ed è difficile immaginare lo stupore di chi si trovò davanti a quelle prime immagini in movimento. Quando il treno dei Fratelli Lumière apparve sullo schermo, diversi spettatori scattarono in piedi o si spostarono, certi che stesse davvero piombando verso di loro. Da quella sera, la storia del cinema ebbe inizio.
Erano gli ultimi anni dell’Ottocento quando Auguste e Louis Lumière presentarono il cinematografo. Funzionava in modo semplice ma rivoluzionario: catturava immagini in movimento e le proiettava su uno schermo. Qualcosa che prima sembrava impossibile.
Il cinema si rivelò subito qualcosa di più di un semplice intrattenimento: fu il primo grande mezzo moderno di aggregazione sociale, ancora prima della televisione. Le persone non andavano in sala solo per vedere un film, ma andavano anche per stare insieme. In quelle sale buie si mescolavano età, mestieri e classi sociali diverse, accomunati dalle stesse immagini. Si rideva tutti insieme, ci si commuoveva, e uscendo si continuava a parlare di quello che si era appena visto.
In un’epoca con poche forme di intrattenimento, il cinema rappresentava svago e socialità. Proprio questa capacità di unire le persone trasformò il cinematografo in uno dei fenomeni culturali più rivoluzionari della storia.
Oggi siamo abituati a vedere tutto da soli, sul telefono o sul computer, spesso facendo anche altre cose nello stesso momento. Il cinema è diverso. Quando entri in una sala, ci sono tante persone sconosciute sedute vicino a te che guardano esclusivamente la stessa storia. Tutti condividono le stesse emozioni, anche senza conoscersi.
E’ proprio questo che ha reso il cinema straordinario: non è solo un passatempo, ma un’esperienza. Guardare un film in sala ci abitua anche a prestare più attenzione. Non scorriamo velocemente le immagini come facciamo sui social, ma ci fermiamo davvero a osservare. In questo modo impariamo a comprendere le emozioni dei personaggi, ad immergersi nei suoni avvolgenti delle proiezioni e ad essere catturati da immagini coinvolgenti.
La visita al museo del Cinema ci fa riflettere su come il cinema abbia ancora oggi un grande valore.
In un tempo in cui tutti sembrano non interessarsi agli altri e i social consentono solo una vicinanza apparente, il cinema ci ricorda che condividere emozioni ed esperienze ci fa sentire più vicini.

“Una questione privata” di Beppe Fenoglio: tra tormenti di guerra e d’amore

di Maria Roccella, 2B

Quanto si può essere disposti a dare per amore? Un interrogativo che spesso assilla la mente di molti e che, in “Una questione privata” , Beppe Fenoglio chiarisce attraverso le vicende di Milton, un giovane partigiano disposto a dare la vita stessa per un amore, forse mai davvero corrisposto.

Ambientato nelle Langhe, durante la Resistenza, il romanzo si apre con la visione desolata della casa di Fulvia, la donna amata da Milton. L’incipit del libro è carico di nostalgia e lascia già capire quanto sia immenso il sentimento di Milton nei confronti di Fulvia. Infatti non appena scopre la possibilità che Fulvia abbia avuto una relazione con il suo amico Giorgio, quella diventa la sua priorità assoluta. Il conflitto principale non è quello mondiale, bensì quello che avviene nell’animo del protagonista. La guerra passa in secondo piano e Milton parte alla ricerca, quasi disperata, di Giorgio, per sventare ogni dubbio.

Questa ricerca, però, non consiste unicamente nel movimento fisico attraverso le colline: si tratta di un percorso interiore che Milton affronta, dominato non soltanto dall’amore per Fulvia, ma principalmente da dubbio e ossessione.

La guerra descritta da Fenoglio non è solo quella con i fascisti e i tedeschi, ma mette in contrapposizione i molteplici sentimenti di Milton, che combatte soprattutto contro le proprie paure, la gelosia e il costante bisogno di conoscere la verità.

Fenoglio racconta la guerra per come è realmente, senza idealizzarla mostrando i personaggi come eroi, ma evidenziando anche le imperfezioni di ciascuno di essi. Uno dei punti di forza del romanzo infatti sono proprio i personaggi, che con le loro sfaccettature appaiono più “umani” e creano un legame con chi legge, che si riconosce nelle loro debolezze e nelle loro emozioni.

Uno dei temi fondamentali del romanzo, anche uno dei più interessanti, è quello dell’ossessione amorosa. Milton infatti non si dà pace e abbandona perfino la guerra per riuscire a scoprire la verità.

Il comportamento del protagonista ricorda molto dinamiche attuali, che si verificano anche attraverso i social. Purtroppo infatti non è raro che in una relazione, a causa del costante bisogno di sapere tutto l’uno dell’altro, il sentimento sia alimentato da ansia e ciò è chiaramente pericoloso.

Fenoglio attraverso Milton descrive un sentimento che, nonostante la distanza temporale, rimane ancora estremamente attuale. Anche oggi, infatti, il bisogno di conferme continue e il timore di non conoscere tutta la verità, possono rendere l’amore un sentimento dannoso.

“Una questione privata” non è solo un magistrale racconto di guerra, e non parla solo di un amore irraggiungibile;  la battaglia di cui si parla è più complessa del conflitto mondiale: è quella contro i propri dubbi e le proprie ossessioni.

Otto: il giornale che risponde ai bisogni reali

di Bianca Costa, 2D 

Il 14 Novembre 2024 a Torino nasce Otto/Discorsi diretti, un’idea di giornale innovativa. Realizzato e curato dalla sezione Comunicazione Digitale e Media Relations dell’Università di Torino è una testata giornalistica nata per valorizzare la conoscenza, la ricerca e l’innovazione attraverso un quotidiano che abbatta i muri e le distanze che si sono formate al giorno d’oggi.

Infatti il suo obiettivo è di essere come una lente attraverso la quale il lettore può conoscere la realtà delle notizie che accadono nel mondo tramite l’utilizzo di fonti certe e saperi universitari, facendo sentire l’individuo, soprattutto i giovani, parte di una comunità dove la veridicità delle informazioni viene prima di tutto.

“Otto è un giornale, una lente per scoprire, conoscere e analizzare la realtà attraverso la convergenza dei saperi universitari.”

Perché il nome Otto?

Il nome del giornale non è stato scelto casualmente, ma proprio il semplice numero in sé ha più significati di quanto si pensa: innanzitutto si chiama così per ricordare il numero della sede storica dell’ateneo, che è situata in Via Po, 8 a Torino. Oltre a questo riferimento geografico il numero otto, se capovolto, simboleggia l’infinito e la ricchezza dei saperi dell’Università. Inoltre la parola otto si legge allo stesso modo in entrambi i versi, suggerendo una coerenza che il giornale persegue. Infine è anche simbolo di discorso diretto che vuole eliminare le distanze che separano i media dalla comunità, mettendo a diretto contatto il pubblico con le fonti accademiche. Questo perché il giornale non si limita a riportare passivamente una notizia, ma la trasforma in un dibattito aperto. Ogni articolo è l’inizio di un confronto dove il rigore scientifico incontra la curiosità e i dubbi della comunità.

Come è strutturato? 

Il giornale divide i temi trattati in grandi aree di riflessioni come: arte, natura, salute, società e  tecnologia. Oltre a questi diversi temi sulla piattaforma ufficiale del giornale, le notizie non sono scritte in modo frontale, ma sono raccontate anche attraverso video, podcast e serie che con ritmo incalzante e approfondimenti rendono l’assunzione di conoscenze ancora più interattiva. Anche per questo motivo, Otto, sbarcato anche sui social, registra dai 1000 ai 2000 iscritti mensili e più di 3000 follower sulla piattaforma di Instagram.

In conclusione…

Durante il viaggio d’istruzione a Torino, gli alunni delle classi 2D e 2B del Liceo D’Oria hanno avuto l’opportunità di visitare la redazione di Otto. Attraverso questa esperienza hanno visto come è organizzata la redazione del giornale e come sono suddivisi i compiti e si sono resi conto, con i loro occhi, di come in questo ambito lavorativo la collaborazione e il lavoro di squadra siano fondamentali per il raggiungimento dell’obiettivo finale. Infatti senza la partecipazione e la cooperazione di docenti, ricercatori, ricercatrici, personale e studenti Otto non esisterebbe. Una volta seduti tra i banchi, abbiamo ascoltato una breve introduzione sulla nascita del giornale e tutto ciò che lo riguarda. Tuttavia vedere ciascun membro pronto a raccontare una piccola parte di ciò che fa all’interno della redazione, ci ha fatto capire una cosa fondamentale: per far vivere oggi una realtà del genere, il contributo di tante mani e lo scambio di più punti di vista sono davvero indispensabili.

 

Nell’archivio Fiat: tra i resti di un impero

di Libero Maiani 2D

Come ha fatto la Fiat a passare dall’avere il monopolio sul mercato dell’automobile Italiana all’essere una delle tante società Stellantis?

Il ruolo dell’archivio storico

A Torino, a poche fermate di metropolitana dalla stazione di Porta Nuova, è presente l’archivio storico della Fabbrica Italiana Automobili Torino. Visitando l’archivio storico della Fiat si ha la possibilità di immergersi nella storia di una delle industrie più grandi del nostro paese. Quest’istituzione permette non solo di divulgare ai visitatori la storia di una compagnia, bensì di tenere vivo il ricordo di una realtà importantissima. Camminando tra storiche automobili, manifesti pubblicitari degli anni ’30 e velivoli militari è impossibile non entrare in sintonia con una dinastia ultra-secolare, che, pur avendo attraversato periodi estremamente complicati, con le sue vetture ha caratterizzato il ventesimo secolo del nostro paese, sia dal punto di vista della produzione che dal punto di vista simbolico. Inoltre, le attività che vengono proposte, tra cui la possibilità di osservare le campagne pubblicitarie della Fiat, consentono ai più giovani di comprendere l’importanza che ebbe questa azienda, della quale non hanno conosciuto l’apice. Proprio per questo motivo si rimane molto colpiti alla vista delle splendide vecchie automobili Fiat o dell’aereo militare G-91. La maestosità di tali esemplari rende difficile credere all’incredibile declino a cui la Fiat sarebbe andata incontro qualche decennio dopo, declino che l’avrebbe portata alla mediocrità. Per questo motivo si può considerare l’archivio storico della Fiat un vero e proprio percorso attraverso l’industria italiana del secolo scorso, dove grazie alle spiegazioni di una guida si ha la possibilità di rendersi conto del contesto nel quale hanno visto la luce i prodotti Fiat, a partire dal fascismo, fino ad arrivare al processo di integrazione europea, passando per il boom economico.

Non una semplice azienda

Nonostante ciò, questa realtà, da qualche anno a questa parte, si trova in fase calante. Un tempo la Fiat dominava il mercato italiano ed europeo delle automobili, ma non solo, l’azienda produceva anche elettrodomestici, navi, treni e persino velivoli militari. Era una vera e propria istituzione, talmente potente da essere capace di influenzare i movimenti di governo. La compagnia divenne così importante che arrivò ad acquisire addirittura Alfa Romeo, unica azienda motoristica in Italia che all’epoca riusciva a tenere testa alla Fiat, conquistando così l’egemonia nella produzione di automobili. La Fiat nel 1971 contava 197.000 dipendenti, contro gli appena 40.000 di oggi. Ma com’è possibile che la Fiat sia passata dall’avere il monopolio delle automobili in Italia ad essere una delle tante società del gruppo Stellantis?

Fiat 500 L -
Manifesto pubblicitario Fiat anni 70

Il declino della Fiat

I primi scricchiolii si verificarono nella prima parte degli anni ottanta, mentre il vero e proprio declino prese piede solo all’inizio del decennio successivo. Nel 1980 la Fiat fu costretta ad annunciare 14.000 licenziamenti. Questa decisione scatenò sdegno tra i lavoratori, che per protestare organizzarono scioperi e azioni di picchettaggio, che andarono avanti per 35 giorni. Nonostante ciò, la discesa ebbe inizio negli anni novanta. In questo periodo l’azienda lanciò pochissime novità, permettendo ad aziende come Volkswagen di riguadagnare terreno. Ma la vera causa del crollo è rappresentata dall’adesione dell’Italia al Mercato Unico Europeo, cioè un’unione di paesi tra i quali vige la libera circolazione delle merci. Non essendo quindi più presenti i dazi tra questi paesi, nel mercato italiano entrarono prepotentemente i prodotti europei che iniziarono a fare concorrenza alla Fiat, facendole quindi perdere il monopolio. Nonostante il lancio di modelli di successo come la Fiat “Punto” e la Fiat “Panda”, la situazione all’inizio degli anni duemila divenne disastrosa, l’azienda arrivò a perdere 5 milioni di euro al giorno. Inoltre, la morte dell’avvocato Gianni Agnelli contribuì a gravare sulla situazione. Tutti questi fattori portarono la Fiat sull’orlo del fallimento. Mentre la famiglia Agnelli era sul punto di vendere l’azienda a General Motors, intervenne per salvare la società colui che oggi è ricordato per aver risollevato la Fiat dal fondo del baratro

Marcia dei quarantamila - Wikipedia
Operai Fiat in protesta contro i licenziamenti

L’intervento di Sergio Marchionne e il salvataggio dell’azienda

La salvezza della compagnia si chiama Sergio Marchionne. Nel 2004 quest’ultimo prende le redini della Fiat, con il solo obiettivo di salvare la società. Marchionne nel 2007 si accorda con General Motors per sciogliere il vincolo di acquisto con l’azienda americana, mentre nel 2009 acquista Chrysler, colosso americano ormai sprofondato sul fondo del baratro, dando così vita alla “FCA” (Fiat Chrysler Automobiles). Marchionne riuscirà quindi a salvare la Fiat dal fallimento, e forse sarebbe stato capace di riportare l’azienda al vertice del mercato automobilistico, se solo non fosse scomparso nel 2018 a causa di un tumore ad appena 66 anni. Da quel momento l’azienda si è stabilizzata su un livello mediocre, ormai privata del suo status. La Fiat si è poi unita nel 2021 al gruppo Stellantis

La Fiat oggi

La fusione con Stellantis ha posto la parola fine ad un periodo travagliato della storia della Fiat ma al contempo ha imposto un termine ad una realtà ultra-secolare, la quale ha dato un forte contributo nel rendere l’Italia la seconda potenza industriale europea. La visita all’archivio storico Fiat è pertanto fondamentale per comprendere quello che è stato a tutti gli effetti un impero, nato dalla voglia di modernità e innovazione e finito a causa della difficoltà nello stare al passo con i tempi e nel competere con le altre case automobilistiche.

All’archivio storico c’è un pezzo di Italia

Tra tutti i grandiosi reperti custoditi nell’archivio storico, quello che mi ha impressionato maggiormente è l’incredibile collezione di manifesti pubblicitari che è esposta al secondo piano della struttura, in particolar modo quelli esposti e pubblicati durante il fascismo.

Dixit Café: La pubblicità Fiat, 1
Giuseppe Riccobaldi realizza nel 1928 per la Fiat questo celebre cartellone che prende spunto dalla rampa dello stabilimento del Lingotto.

Osservare questi manifesti consente al visitatore di immergersi in un’altra epoca e capire come la Fiat si sia destreggiata nel corso degli anni per invogliare più persone possibile a comprare i suoi prodotti, spesso tramite slogan che facevano apparire il possesso dell’automobile come un mezzo per aspirare ad una vita migliore. Sono inoltre rimasto colpito dall’abilità della Fiat nel modificare il proprio stile comunicativo a seconda del periodo storico, puntando sull’eleganza e sulla sobrietà durante il fascismo, per poi virare sulla velocità e la potenza durante il boom economico. È straordinario constatare come dalle pubblicità della Fiat si riesca a intuire il periodo che stava attraversando l’Italia al momento del rilascio, e questo denota un’abilità fuori dal comune degli esperti di marketing Fiat dell’epoca nel captare ciò che passasse nella testa degli italiani. Si tratta di un aspetto estremamente affascinante, un’ulteriore conferma di come la Fiat un tempo fosse una realtà estremamente importante e inserita in profondità in tutto il tessuto sociale italiano.

Un altro reperto che si incontra nel museo e che mi ha estremamente appassionato è l’esposizione delle miniature delle automobili che venivano disegnate dagli ingegneri per studiare e perfezionare il prototipo in ogni minimo dettaglio, e di conseguenza assemblare con la massima efficienza e perizia il prodotto finale. Ciò che più colpisce è comprendere quanto lavoro ci sia dietro ad ogni automobile, anche la più semplice utilitaria. La progettazione di una vettura è un lavoro estremamente complicato, che spesso richiede la cooperazione di molti ingegneri, ma che allo stesso tempo consente alle menti più geniali di emergere, come Battista Pininfarina, che per Fiat ideerà la 124 Spider, o Dante Giacosa, che progettò la Cinquecento.

Dante Giacosa - Fiat 500 Club Italia - sito ufficiale
Dante Giacosa con la sua più grande creazione, la Fiat 500

Archivio storico a bilancio: cosa ci lascia?

Per tutti questi motivi, la visita all’archivio storico Fiat non deve essere considerata un’esclusiva degli appassionati di automobili. Noi giovani abbiamo avuto modo di toccare con mano quella che è stata la spina dorsale della produzione manifatturiera italiana del ventesimo secolo, un capitolo decisivo della storia del nostro paese, capace di dare da vivere a centinaia di migliaia di persone e di lasciare un segno duraturo nella storia dei motori. Ma soprattutto abbiamo imparato che anche i giganti, se smettono di rinnovarsi, possono cadere.

                                          

L’immagine come potente strumento di influenza culturale

di Ludovica Dufour, 2B

Fin dall’inizio della sua storia il cinema ha avuto un ruolo chiave nel veicolare messaggi e guidare i punti di vista : anche quando l’immagine che ci viene proposta sembra semplice e elementare, in realtà nasconde qualcosa di più. Si è discusso proprio riguardo a questo tema lo scorso 22 aprile nell’aula magna del Liceo D’Oria, insieme al professor Pier Maria Bocchi, docente all’Università di Pavia e critico cinematografico.

Durante l’incontro ci siamo soprattutto soffermati su come il cinema sia e sia stato uno strumento di potere, capace di influenzare intere generazioni. Ne è un esempio il “male gaze“, lo sguardo maschile: dagli anni ’50 del Novecento, in ambito pubblicitario e cinematografico, la figura femminile è stata posta al centro dell’inquadratura, per essere osservata e desiderata dall’occhio dell’uomo bianco eterosessuale, e non per trasmettere una sua storia. La donna divenne un oggetto visivo atto a vendere un prodotto, come una doccia o un film: il professor Bocchi ha preso come riferimento il lungometraggio “Niagara” di Henry Hathaway, in cui la celeberrima attrice Marilyn Monroe, famosa per la sua bellezza, venne posta al centro della locandina, in un atteggiamento sensuale e ammiccante verso l’osservatore. Anche nelle riprese si evidenzia la bellezza del personaggio interpretato da Marilyn, attraverso colori accesi o inquadrature studiate a rendere desiderabile la sua figura.

Niagara (1953) - IMDb

Locandina del film “Niagara”

Col tempo però il cinema ha anche saputo far fronte a nuove idee e orientamenti, dimostrandosi portavoce delle minoranze emergenti. Alla fine degli anni ’60 infatti iniziò il processo di rivendicazione dei propri diritti da parte della comunità LGBT, che fu accompagnato da un conseguente cambiamento della cinematografia. I personaggi gay e non conformi all’idea etero-normativa, un tempo ridicolizzate e patologizzati, ottennero ruoli da protagonisti positivi. Tra i film appartenenti a questa rivoluzione troviamo “The Rocky Horror Picture Show” di Jim Sharman, “Paris is burning” di Jennie Livingston, “Emilia Perez” di Jacques Audiard…

Rocky Horror Picture Show 40th Anniversary“The Rocky Horror Picture Show”

Quello dell’identità di genere è un tema delicato e  gli stereotipi e le discriminazioni sono sfortunatamente all’ordine del giorno; sebbene indubbiamente da solo non possa fare la differenza, il cinema, grazie all’immenso potere che hanno le immagini, ha l’opportunità di contribuire nel processo di superamento dei pregiudizi e delle barriere culturali che alimentano le discriminazioni.

Se il basket non è più solo un “gioco da ragazzi”

di Stella Medusei, 2B

Il basket femminile è nato solo cinque anni dopo quello maschile, nel 1896. Eppure, per decenni, i riflettori si sono accesi quasi solo per gli uomini. Oggi, però, le cose stanno cambiando. Tale sport permise agli studenti delle scuole del Massachusetts di tenersi in forma anche durante il periodo invernale, quando le temperature erano più rigide. Il basket, per entrambi i sessi, richiede dinamicità, attenzione, equilibrio, fluidità nei movimenti, precisione e la capacità di saper giocare in squadra, poiché un minimo errore può rompere il ritmo del gioco.

Il basket femminile: questione di dettagli

Dal punto di vista tecnico la pallacanestro femminile e quella maschile si differenziano in un minimo dettaglio: nella prima, la palla ha un peso e un diametro minore della palla da gioco che utilizzano i maschi. Il basket femminile è sempre più diffuso anche a livello internazionale: in Italia il campionato più importante è la Serie A1, gestita dalla Lega Basket Femminile (LBF), mentre i campionati minori sono la Serie B, C e la Promozione, gestiti dai comitati FIP, in Europa è la FIBA Women’s EuroBasket e nel mondo la WNBA.

Un po’ di teoria 

Durante le partite di pallacanestro femminile, le due squadre avversarie giocano con cinque giocatrici a testa in un campo indoor, ovvero situato all’interno di una struttura. La durata di ogni singola partita è di 40 minuti divisi in 4 tempi; l’obiettivo è fare punto nel canestro opposto. Ogni giocatore possiede un ruolo definito e che varia in base alla propria posizione nel campo: ala grande, ala piccola, guardia, centro, swingman o guardia-ala e molti altri.

Una situazione in evoluzione 
Nonostante il basket sia lo sport più seguito dopo il calcio, quello femminile è nettamente meno seguito, sia dai tifosi, sia dagli sponsor. Tuttavia, la situazione si sta evolvendo: infatti, negli ultimi tempi, la pallacanestro femminile ha raggiunto sempre più spettatori e spettatrici durante le partite. Nascono sempre più nuovi talenti che scalano le classifiche, come A’ja Wilson, ala dei Las Vegas Aces. Ella ha acquisito più volte il titolo di MVP e ha dimostrato di avere un’abilità difensiva eccellente. A’ja Wilson, assieme a molte altre atlete, è il chiaro esempio che, anche negli sport che sono sempre stati definiti prevalentemente maschili, le donne possono mostrare il loro valore e la loro validità, senza sentirsi inferiori.

Dove possono giocare le appassionate di basket a Genova?

A Genova le due squadre che promuovono la pallacanestro giovanile anche per le femmine sono la A.S.D. Ardita Juventus 1906 e il Basket Pegli. Entrambe garantiscono alle ragazze e ai ragazzi un ambiente sano e famigliare nel quale poter crescere. Attraverso qualsiasi sport di squadra nascono nuovi legami, dai quali sorgono diverse amicizie e conoscendo sempre più persone ci rendiamo conto di cosa sia davvero la realtà.

Come affrontare gli stereotipi nello sport?

Non solo negli sport ma anche in ambienti lavorativi e sociali, i pregiudizi di genere purtroppo resistono. Per questo le giovani atlete potrebbero essere spronate dall’esempio di tutte coloro che hanno raggiunto il successo o sono riuscite a realizzare le loro passioni, rimanendo se stesse e senza farsi distogliere dai propri obiettivi. Molte campionesse, nonostante nel loro passato abbiano subito derisioni per i loro valori, al giorno d’oggi sono riuscite a trasmettere gli stessi ideali e farli diventare la “normalità”.


 

 

Cinema e Identità di Genere

Incontro in aula magna per ascoltare una lezione riguardo il ruolo dei generi all’interno del mondo dello spettacolo

di Alice Crosa di Vergagni, 2D

Al giorno d’oggi è molto frequente sentire parlare di identità di genere e sempre di più si capisce come questo argomento stia diventando parte rilevante all’interno della società. Il mondo del cinema e dello spettacolo hanno sicuramente contribuito a rendere visibile ciò che per lungo tempo era rimasto ai margini.

Iniziamo a parlare di modifiche nell’ambito cinematografico concentrandoci particolarmente sulla figura della donna negli anni delle Guerre Mondiali, in cui è evidente la sua presenza come, però, oggetto per la promozione di prodotti o modello estetico volto al compiacimento degli uomini. Negli anni ’50, ad esempio, si afferma la star Marilyn Monroe all’interno del cinema di Hollywood diventando una figura molto rinomata soprattutto all’interno del pubblico maschile.Marilyn Monroe - Wikipedia

Con il passare degli anni la figura della donna si afferma sempre di più all’interno dei film, ricoprendo ruoli importanti e non più marginali come un tempo.

Tempo dopo, con la nascita delle comunità LGBTQ, compaiono all’interno dei film i primi personaggi omosessuali segnando così un periodo di cambiamenti all’interno della società di quegli anni. Il primo vero esempio di film, in cui si trovano all’interno esponenti della comunità LGBTQ, co-sceneggiato e diretto da Jim Sharman, fu “The Rocky Horror Picture Show” che dopo esser uscito nei cinema nel 1975 riuscì ad impressionare la gente e spingere i più insicuri a fare “coming out”, termine coniato proprio in quegli anni.The Rocky Horror Picture Show (1975) - Informazioni sull'uscita - IMDb

Nei primi anni ’90 esplode quello che viene definito il “New Queer Cinema“, in cui personaggi generalmente marginali o assenti prendono il sopravvento davanti agli schermi, portando un messaggio anche di condanna verso il patriarcato e la figura dell’uomo virile, da sempre idealizzata.

Negli anni 2000 il movimento continua a svilupparsi e vengono prodotti diversi altri film, come “I segreti di Brokeback Mountain“, che con i loro protagonisti omosessuali riescono a “rompere gli schemi” distruggendo la figura dell’uomo etero perfetto e virile.

Dopo l’avvento nelle sale dei cinema di questi film così “particolari” per il tempo, si riuscì a dimostrare definitivamente che i ruoli di genere non sono leggi di natura rigide, ma costrutti narrativi e sociali che possono essere riscritti e sfidati.

Il cambiamento che la società stava vivendo riuscì ad organizzarsi chiaramente all’interno degli schermi che sempre di più promuovevano l’ascesa di ruoli completamente differenti cancellando la parola “normale” dai dizionari comuni. La comunità LGBTQ+ aggiunge per l’appunto un “+” all’interno del suo nome evidenziando le diverse categorie che stavano crescendo tra la gente e che con lo sviluppo del cinema venivano promosse tra le persone.

Più recentemente sono stati prodotti film come “Chiamami col tuo nome” in cui è sempre presente la figura dell’uomo omosessuale che viene continuamente promossa a causa delle continue discriminazioni che avvengono all’interno della società anche al giorno d’oggi. Oltre all’omosessualità, sono stati trattati argomenti più complessi e che sono stati più difficili da accettare, nel 2024, esce al cinema il film “Emilia Perez” che affronta il tema della transessualità e si impone velocemente conquistando la vittoria di ben 4 Golden Globes.Emilia Pérez | Selena Gomez Wiki | Fandom

La società è in continuo sviluppo e con lei sempre anche il mondo del cinema che non si limita a registrare i cambiamenti della gente, ma li anticipa e li promuove. Infatti, basta uno schermo, a volte, per riuscire a capire il mondo e le persone che lo abitano.

Le immagini come specchio della realtà

di Alice Celada, 2D

Quelle che credevamo essere semplici immagini, sono in realtà un potentissimo specchio di ciò che siamo. È questo il pensiero sul quale si fonda il “Progetto cinema” presentato ad alcune delle classi del liceo D’Oria, martedì 22 aprile. Il percorso, tra cinema, identità e rappresentazione, è stato in grado di guidare lo sguardo dei ragazzi, invitandoli a non far passare nulla inosservato e quindi trasformando la semplice visione in consapevolezza, partendo proprio dall’idea che “il cinema serve a comprendere ciò che ci circonda”. Facendo ciò, si è andati a guardare dietro la macchina da presa quelle che sono le più semplici scelte narrative che però nascondono i più importanti messaggi culturali. Il centro del progetto è semplice, ma incisivo: le immagini non sono mai neutre; ricostruendo la realtà riescono ad influenzare gli spettatori e inevitabilmente a cambiare il loro sguardo sul mondo. Dalle prime riflessioni sulla visione eurocentrica, fino all’analisi del linguaggio cinematografico, emerge una verità chiara: guardare è anche un atto politico e sociale.

Uno dei passaggi più forti è stata sicuramente l’analisi della rappresentazione della donna, in particolare nella pubblicità degli anni ‘60, con il concetto di male gaze, ovvero la figura femminile che diventa oggetto di desiderio sotto lo sguardo maschile e nulla di più. Attraverso esempi iconici come Marilyn Monroe, simbolo sicuramente di fascino, ma soprattutto di un sistema che l’ha intrappolata, gli studenti capiscono come il cinema possa non solo riflettere ma anche diffondere e consolidare stereotipi.

Ma il progetto esplora anche il cambiamento. Dalla rivolta di Stonewall alla progressiva inclusione di personaggi LGBTQ+ nel cinema, si traccia un percorso di emancipazione. Film come Philadelphia di Jonathan Demme o Brokeback Mountain di Ang Lee diventano strumenti per raccontare storie prima invisibili, rompendo il silenzio e ridefinendo i modelli culturali.

Il risultato? Un progetto che allo stesso tempo stimola, provoca e coinvolge, rendendo gli studenti spettatori attivi e facendoli interrogare sui meccanismi della rappresentazione. Perché alla fine, capire le immagini significa capire noi stessi e solo così possiamo cambiarle o accettarle consapevolmente.