Fin dove può spingersi l’uomo per inseguire un sogno? E fino a che punto è disposto a mettere in gioco se stesso per superare i propri limiti? È giusto rischiare di perdere ogni cosa, compresa la vita?
Domande come queste emergono con particolare forza nel mondo dell’alpinismo d’alta quota.
Tra tutte le montagne che mettono alla prova, da decenni, il coraggio, i limiti fisici e la resistenza mentale di coloro che decidono di accettare questa sfida, una in particolare incarna contemporaneamente fascino e timore: il Nanga Parbat. È veramente possibile per l’uomo raggiungere una vetta di tale altitudine (8125 m.)?
Il Nanga Parbat si trova nella parte ovest dell’Himalaya, in Pakistan. È soprannominata “montagna assassina” in quanto la più crudele tra le vette himalayane ed è considerata anche una vera ossessione per gli alpinisti di tutto il mondo. Numerosi sono stati i tentativi di scalare questa cima così affascinante, ma solamente nel 2016 Simone Moro insieme ad Alex Txikon riuscirono a completare l’ascesa nel periodo invernale senza l’ausilio di ossigeno.
Tra coloro che hanno deciso di intraprendere questa sfida figura l’italiano Daniele Nardi: il suo sogno e la sua visione erano di aprire un nuovo percorso, in inverno, attraverso lo Sperone Mummery; secondo l’alpinista era la via più diretta per raggiungere la cima. Questo tentativo, tuttavia, si rivela tragico e si conclude con la morte dell’uomo a 6100 m.
Le imprese sul Nanga Parbat e sui restanti 8000 mettono in luce il desiderio degli alpinisti di superare i propri limiti mettendosi alla prova in condizioni estreme, ma danno anche spazio ad un’importante riflessione: è giusto rischiare di perdere tutto, compresa la vita? Fin dove può spingersi l’uomo per inseguire un sogno? A questo interrogativo, lo stesso Daniele Nardi in un’intervista rilasciata a “Le Iene”, nel dicembre del 2018, rispose affermando che il suo non era un tentativo di suicidio, ma il suo modo di cercare la vita.
Per questo motivo non esiste una risposta oggettiva: si tratta di un dilemma che contrappone il valore della vita umana e le responsabilità affettive contro la libertà individuale, la passione estrema e la ricerca del limite. Lo sport estremo spesso viene visto come un azzardo ingiustificato, molti infatti sostengono che mettere a rischio la propria vita sia un atto egoistico. D’altro canto, gli scalatori professionisti difendono l’alpinismo come forma di arte, in quanto vivere senza seguire le proprie passioni e sfidare i propri limiti sarebbe come negare l’essenza stessa dell’esistenza. Essi, inoltre, sottolineano che i professionisti di questo sport affrontano le scalate solo dopo anni di preparazione meticolosa, cercando quindi di ridurre il rischio che ne deriva, anche se bisogna considerare che esistono rischi che non si possono prevedere e pericoli che non possono essere controllati.
Non esiste quindi un’unica risposta, poiché ogni individuo ha una propria scala di valori e una personale idea di cosa significhi vivere davvero. Il Nanga Parbat, quindi, non rappresenta soltanto una montagna: è il simbolo della sfida estrema tra uomo e natura, tra prudenza e desiderio di andare oltre.
Tutti gli alpinisti sanno che potrebbero morire. Eppure continuano a salire, perché desiderano essere ricordati come persone che hanno avuto il coraggio di tentare l’impossibile, senza arrendersi mai.
Alessandro Manzoni racconta nei Promessi Sposi la peste del 1630 a Milano, descrivendo un clima di terrore e follia, dominato da disinformazione. A distanza di quasi quattro secoli ci si ritrova nelle parole disperate e angosciose della folla milanese del ‘600; infatti l’ultimo decennio è stato caratterizzato da epidemie e pandemie che hanno devastato e terrorizzato l’umanità moderna.
Manzoni scrive dell’incredulità e dell’incertezza delle autorità che, per l’incapacità di comprendere la gravità del pericolo, l’hanno sottovalutato, contribuendo così a un grave disastro politico e sociale. Nel 2019, quando scoppiò la pandemia globale COVID-19, le istituzioni, ma anche la popolazione trascurarono inizialmente il problema, cercandolo di minimizzare e preferendo credere che si trattasse di una semplice influenza. Come sappiamo, non fu cosi. Questa convinzione e la conseguente sottovalutazione portarono a numerose morti, fino ad arrivare al culmine, con 228 mila nuovi contagiati in sole ventiquattro ore. Fortunatamente l’Italia fu uno dei primi paesi a redigere normative di sicurezza per tutelare i propri abitanti, a costo di essere criticata da diversi media che definirono tali provvedimenti dannosi per l’economia e troppo radicali.
Il romanzo manzoniano, oltre a descrivere i sentimenti del popolo, introduce il lettore alle scarse condizioni igieniche che aumentarono e diffusero di più l’epidemia. Lo stesso problema è stato all’origine dell’epidemia di Ebola in Africa; tale virus provoca febbre alta ed emorragie interne e venne scoperto nel 1976, ma gli anni peggiori furono quelli del 2014-2016, quando un bambino, Emile Ouamouno, si infettò a causa di una colonia di pipistrelli nel suo villaggio che diffusero il male. Tutti coloro che interagirono con Emile furono contagiati e, a causa del degrado ambientale del villaggio, il virus si diffuse ancora più velocemente.
Nelle ultime settimane si è divulgata la notizia di una nuova possibile epidemia ovvero l’Hantavirus, trasmesso attraverso roditori in una nave da crociera.
La peste del ‘600 scoppiò a causa di un batterio, la Yersinia pestis, trasmesso dalle pulci dei ratti. Manzoni aggiunge inoltre che l’epidemia fu anche causata dai movimenti delle truppe imperiali, i lanzichenecchi, che partendo dalla Germania, attraversando le Alpi, diffusero la malattia nei paesi nord-italici. In questi giorni si stanno cercando di prendere misure di sicurezza per contenere la trasmissione del virus. Nei Promessi Sposi, Manzoni racconta che inizialmente i malati venivano “murati” in casa, così da non propagare ulteriormente la peste; successivamente furono condotti in luoghi di isolamento, ovvero il lazzaretto, dove in un ambiente sudicio e disumano, morivano ogni giorno migliaia di persone. Ancora oggi misure preventive e isolamento sono spesso indispensabili.
Le pandemie ed epidemie sembrano ricorrere inesorabilmente, accomunando ogni epoca storica, ma grazie all’intervento della scienza questi virus non sono più sottovalutati per ignoranza. La ricerca approfondisce le proprie conoscenze ogni giorno. E la peste manzoniana rimarrà sempre una grande testimonianza del degrado sociale e politico a cui si può giungere quando politica e società rinunciano alla ragione, alla scienza, alla responsabilità.
Quanti posti di lavoro spariranno a causa della IA? Nelle Big Tech la scomparsa dei lavoratori è già una realtà.
Nel mondo del lavoro si sente sempre più spesso parlare di intelligenza artificiale e sui giornali si moltiplicano le notizie di licenziamenti di massa. Secondo un’indagine del World Economic Forum, il 41% dei datori di lavoro ha già in programma la riduzione del personale a favore della IA.
Il 20 maggio 2026 la società Meta, che controlla Facebook, Instagram, WhatsApp e Messenger, ha licenziato ottomila dipendenti in tutto il mondo e, in particolare a Milano, sono stati annunciati 33 esuberi.
Questo piano, annunciato nelle scorse settimane, è legato ai massicci investimenti nell’intelligenza artificiale ed è diventato realtà con l’avvio delle procedure nei paesi in cui Meta è presente, a partire dagli Stati Uniti.
Come riportato dal New York Times, i licenziamenti sono iniziati da Singapore, dove alle 4 del mattino, ora locale, migliaia di dipendenti hanno ricevuto una e-mail che comunicava la fine del rapporto di lavoro. Nelle ore successive, dipendenti in Gran Bretagna, Stati Uniti e in altri paesi hanno ricevuto la stessa comunicazione.
E’ nata una petizione interna contro un nuovo programma di Meta dedicato alla raccolta e all’utilizzo dei dati dei dipendenti per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale. Benché tale utilizzo di dati fosse stato comunicato dall’Azienda, alcuni lavoratori sostengono che siano state rese accessibili anche conversazioni personali, in violazione della loro privacy.
Sono state create quattro nuove divisioni concentrate sullo sviluppo di strumenti e applicazioni basati sulla IA. In esse sono stati trasferiti 7000 dipendenti.
Anche altre società, come Microsoft, Google, Amazon e Paypal, hanno scelto di investire nell’intelligenza artificiale.
Microsoft ha avviato riorganizzazioni del proprio business e ha investito miliardi di dollari in OpenAI, incorporando efficacemente l’intelligenza artificiale generativa nel suo motore di ricerca Bing.
Google continua lo sviluppo dei suoi modelli di intelligenza artificiale Gemini, effettuando investimenti e collaborazioni con altre società di rilievo come quella stretta con Anthropic.
Nel frattempo il settore tecnologico affronta una fase di ristrutturazione; Amazon ha eliminato circa 30.000 ruoli aziendali attraverso due cicli di licenziamenti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Paypal sta integrando i propri programmi con l’intelligenza artificiale, causando il taglio di circa 5000 posti di lavoro.
L’intelligenza artificiale è un’innovazione che non può essere fermata né evitata, anche se comporta l’eliminazione di posti di lavoro. La soluzione non è quindi bloccare la tecnologia, ma trovare un equilibrio per cercare di tutelare i diritti dei lavoratori.
Il mese scorso nelle sale di tutto il mondo è uscito il film “Michael”, la biografia del cantante Michael Jackson. Solo dopo pochi giorni sono sorte alcune perplessità, se non addirittura una sorta di sgomento riguardo alla pellicola. Il pubblico si divide: chi dice che è un film spettacolare e celebrativo; chi dice che non parla del vero Jackson.
locandina del film
Con un punteggio di 7,7/10 (con oltre 95mila voti) su IMDb, uno dei siti più noti riguardo alle recensioni cinematografiche, Michael sembra essersi meritato un posto nella top 100 dei film più popolari del momento, ma anche nei cuori di molti fan. È Jaafar Jackson (nipote del cantante) a interpretare il Re del pop. Negli ultimi anni è diventato una figura emergente nel panorama musicale e cinematografico, attirando crescente attenzione mediatica.
La trama della pellicola
Michael è un bambino pieno di sogni e di talento. Balla e canta in modo unico, si esibisce con i fratelli nel gruppo Jackson 5 e interpreta la musica come un meraviglioso strumento per cambiare il mondo. Cresce con il mito di Peter Pan e sogna di fare del bene attraverso la musica, ma si trova a crescere con un padre opprimente, che non esita a tirare fuori la cinta per imporre il suo volere. Ma Michael è destinato a diventare un’icona, la sua ascesa da solista va di pari passo con l’intima urgenza di avere sempre maggiore emancipazione dalla figura paterna, fino al “divorzio professionale” decretato via fax dal suo nuovo avvocato Branca, che gli starà accanto tutta la vita e oltre. Nel frattempo, tra un animale esotico e l’altro nella sua villa, il suo successo non si arresta, anzi spicca il volo: Off the Wall, Thriller e Bad, il resto è storia.
Jaafar Jackson
Il commento dei critici
Tuttavia, il film ha ricevuto non poche critiche: riguardano la mancanza di approfondimento sulle reali lotte e la complessità di Michael Jackson, risultando a tratti simile a una santificazione piuttosto che a un documentario veritiero. Molti ritengono che il film si concentri troppo sulla somiglianza fisica e sui movimenti di Jaafar Jackson, quasi come uno spettacolo di Las Vegas, piuttosto che esplorare la profondità del personaggio. La narrazione è vista come una semplificazione estrema, che evita di approfondire i lati oscuri, le pressioni e le complesse vicende personali. La critica nota una mancanza di coraggio nel mostrare la vera storia, preferendo una versione edulcorata che non soddisfa chi cercava un ritratto intimo del genio e della fatica di Michael.
Tuttavia, il problema più grande secondo la critica riguarda la mancanza di riferimenti e eventi molto rilevanti nella vita del cantante: i capi di accusa per pedofilia, in particolare relativamente al caso di Jordan Chandler.
L’opinione dei fan
Numerose sono state le persone a ribattere alle accuse dei critici, specialmente sui social, dove coloro che non hanno rilievo nell’ambito della critica possono esporre le loro idee. Si rivolgono ai fatti: nel 1993 il padre di Jordan è stato registrato mentre diceva, testuali parole, “Vincerò contro Michael e avrò tutto ciò che voglio, la sua carriera sarà finita”. Successivamente, con un accordo di 23 milioni di dollari pagato dall’assicurazione di Michael, trenta bambini sono stati interrogati e hanno tutti quanti negato un qualsiasi tipo di abuso e Chandler ha rifiutato di presentarsi a testimoniare al processo penale. Nel 2005, il cantante è stato assolto da tutti e quattordici i capi di accusa e si è scoperto che la famiglia che lo accusava aveva una storia documentata di frodi e cause false intentate a personaggi milionari. L’FBI ha indagato sulla questione per tredici anni, ma nulla che lo potesse mettere in una situazione di colpevolezza è mai stati trovato.
“Non si diventa Michael Jackson solo perché si è talentuosi, come vuol far credere il film. Lo si diventa perché quel tipo di successo è l’unica cosa che può lavar via l’angoscia esistenziale di essere una nullità.”
Michael Jackson
Michael nel 2002 ha accusato pubblicamente Sony e Tommy Mottola di cospirare contro gli artisti, definendoli cattivi, razzisti e molto diabolici. La sera prima della morte del cantante hanno intercettato una sua chiamata col figlio Prince in cui diceva che molte persone lo volevano morto. Il giorno dopo è deceduto per mano del suo stesso medico personale (che ha avuto come pena solo quattro anni di carcere, di cui solo due scontati). Dopo la sua morte, la Sony ha comprato tutto il catalogo musicale, dal valore di miliardi di dollari.
La domanda sorge quindi spontanea: quali accuse avrebbero dovuto introdurre nel film, se non ci sono mai state delle accuse fondate?
Il “critico-fan”: Alessio de Santa
Alessio de Santa
Critico cinematografico che espone il suo parere sui social, Alessio de Santa trova un compromesso tra l’idea dei critici e del pubblico. In un video, dice di essere stato da ragazzo un fan di Michael, di conseguenza per lui il film è perfetto: ci sono le canzoni, Jaafar Jackson è molto credibile; il film conferma la sua idea che il Re del Pop fosse una leggenda. Tuttavia, se deve dare un giudizio più critico, afferma che questo non è il film adatto per raccontare il vero Michael. Questo ce lo dice anche la figlia del cantante, dove in un video esorta il pubblico ad andare a vedere la pellicola, ma che quello non è suo padre. Questo perché nel film mancano molte cose controverse della vita del cantante, ma de Santa giustifica tale assenza dicendo che non si possono raccontare trent’anni di vita in due ore di film. Questo problema si riscontra spesso nelle biografie di personaggi importanti (si è visto nel film dedicati a Bob Marley e Freddie Mercury). Vedere cosa decide di tagliare il regista della vita del personaggio è importante per capire l’intento del film.
La prima pagina di giornale col soprannome dispregiativo di Jackson
Il regista trova il tempo di mostrare duecento canzoni cantate dal vivo, ma decide di non raccontare i lati negativi del cantante: se durante un concerto Michael non riusciva a stare sulle punte lo si vedeva piangere dietro le quinte; ha deciso di sottoporsi a decine di interventi chirurgici al viso, dovute sicuramente al Lupus, ma anche alla sua insicurezza. I giornali all’epoca lo chiamavano “Wacko Jacko” (Michael lo strambo). Secondo de Santa, dopo vent’anni dalla morte del cantante ci meritavamo di sapere di più di queste tematiche. Era una persona estremamente sola, quindi ossessionato dall’idea di piacere agli altri. Auto costretto ad essere sempre performante, timido ma egomaniaco, egoista e drammaticamente insicuro. Alessio De Manca avrebbe voluto vedere questo. Il regista infatti trova il tempo di mostrare duecento canzoni cantate dal vivo, ma decide di non raccontare i lati negativi del cantante: se durante un concerto Michael non riusciva a stare sulle punte, lo si vedeva piangere dietro le quinte; ha deciso di sottoporsi a decine di interventi chirurgici al viso,
“Non si diventa Michael Jackson solo perché si è talentuosi, come vuol far credere il film. Lo si diventa perché quel tipo di successo è l’unica cosa che può lavar via l’angoscia esistenziale di essere una nullità.”
Kimi Antonelli a 18 anni cambia la storia della Formula 1 italiana.
Nella storia della Formula 1, la bandiera italiana è sempre stata presente sia con leggende come Giuseppe “Nino” Farina, vincitore del mondiale piloti 1950, e Alberto Ascari, campione del mondo nel 1952 e nel 1953, sia per le due storiche scuderie italiane Ferrari e Alfa Romeo. La Ferrari è la scuderia che ha realizzato più vittorie in Formula 1, la Alfa Romeo è pure essa storica, ma ormai dal 2023 non fa più parte del campionato. Purtroppo però, per 73 anni nessun pilota italiano ha più vinto il campionato mondiale piloti: dal Gran Premio di Malesia, vinto nel 2006 da Giancarlo Fisichella il 19 marzo, la bandiera italiana non si è più vista più sul gradino più alto del podio.
La storia però cambia con l’arrivo del giovane e promettente pilota italiano Andrea Kimi Antonelli, nato il 25 agosto 2006.
Infatti Kimi Antonelli dimostra fin da subito di avere grandi capacità al volante e molti sponsor e scuderie lo tengono d’occhio capendo che sarebbe potuto diventare in poco tempo una stella della Formula 1. Kimi Antonelli inizia il suo percorso verso l’apice del motorsport a 6 anni, guidando i kart. Intraprende le gare agonistiche a 8 anni, vincendo già da subito.. A 15 anni vince il Campionato Nazionale e approda in Formula 4, dove vince il campionato assoluto con 13 vittorie, più un campionato tedesco con 9 vittorie, entrambi correndo con la scuderia Prema Racing, scuderia corse italiana.
Grazie alle molteplici vittorie in F4, molti sponsor iniziarono a sostenere lui e la sua scuderia e il team tedesco Mercedes Petronas AMG One lo fece entrare nella scuderia, promuovendolo in Formula 2 nel 2024, ma facendolo gareggiare sempre sotto la guida della scuderia Prema a soli 17 anni.
Nonostante non sia riuscito a vincere il titolo, ma “solo” due gare, ottiene ufficialmente, a inizio 2025, all’età di 18 anni, il posto di secondo pilota del team Mercedes. Il suo debutto lo fa diventare subito un pilota a cui prestare attenzione, date le sue grandi doti al volante. Infatti nella sua prima stagione tra i 20 migliori piloti al mondo porta la bandiera italiana sul gradino più alto del podio per ben tre gare, dopo 20 anni di assenza.
Kimi Antonelli in questa stagione non solo ha ottenuto la sua prima vittoria, ma ne ha aggiunto altre tre consecutive.
L’ultimo traguardo? E’ ancora da ottenere definitivamente, ma Kimi ora è in testa al campionato piloti: non accadeva da più di 70 anni!
Educazione all’affettività: l’importanza di parlare di emozioni nell’era dei social
di Sveva Berchielli, 2B
Un incontro intenso e attuale ha coinvolto gli studenti del liceo Andrea D’Oria in un dibattito sulle emozioni, le relazioni e l’adolescenza nel mondo digitale.
Il dibattito, condotto lo scorso 20 aprile in Aula Magna da Cristina Villa, psicologa e psicoterapeuta, ha affrontato temi centrali: dalla distinzione tra emozioni primarie – rabbia, paura, gioia, tristezza – alle emozioni secondarie, fino al concetto di ambivalenza affettiva, cioè la presenza di sentimenti opposti come amore e odio, nelle relazioni umane.
La conferenza ha inoltre affrontato il tema dell’aggressività tossica, che non è solo qualcosa di distruttivo, ma ha anche una forza che, se gestita in modo corretto, può trasformarsi in autodeterminazione e crescita personale.
Nell’adolescenza, inoltre, è fondamentale essere all’interno di un gruppo, definito una vera e propria “palestra di vita”. Il gruppo aiuta i giovani a essere più autonomi, a confrontarsi e anche a convivere con le difficoltà. Per questo non è mancato un richiamo filosofico, con la celebre frase di Aristotele “L’uomo è un animale sociale”, per sottolineare quanto siano fondamentali le relazioni nella vita umana. Grande attenzione è stata riservata anche al tema dei social media. Tra i temi più discussi, la dipendenza dai like, che rappresentano una ricerca tossica dell’ approvazione esterna e hanno un forte impatto sull’autostima dei giovani. Non solo: i giovani si focalizzano sul confronto continuo della loro vita con quella mostrata sui social, che è apparentemente perfetta. I social, inoltre, alimentano la solitudine dell’individuo e compromettono la capacità di costruire relazioni nella vita reale.
”È mio, è mia”, è stato aperto in questo modo il tema dell’amore tossico. La relatrice ha spiegato come i sentimenti di gelosia e di diffidenza molto spesso possano trasformarsi in comportamenti ossessivi e violenti. Èstata posta molta importanza sul riconoscere questi atteggiamenti tossici, che spesso vengono scambiati erroneamente per prove d’amore, ma che in realtà rappresentano forme di manipolazione e di oppressione. L’incontro è stato educativo e ha trasmesso messaggi molto forti e attuali, è stato un momento di confronto e di crescita personale, che ha fatto riflettere i giovani.
In un’epoca dominata dai social comprendere le proprie emozioni è fondamentale quanto il confronto.
Negli ultimi anni gli studenti della scuola secondaria di primo grado hanno continuato a preferire i licei, scelti dal 55,88% dei ragazzi, contro il 30,84% degli istituti tecnici e il 13.28% dei professionali. Tra i liceali ben il 25.8% sceglie di frequentare un liceo scientifico, seguono poi il liceo delle scienze umane e il linguistico. Il Liceo Classico, con una percentuale circa del 5% di iscritti, è a lungo sembrato in calo rispetto agli altri licei, ma, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, diversi studi e trend sembrano affermare che il numero di iscrizioni è destinato a salire molto nei prossimi anni. La causa di questa inversione di tendenza è sicuramente il profondo valore di questo percorso scolastico.
Massimo Gramellini
Secondo Massimo Gramellini, giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano, editorialista del Corriere della Sera: “è vero, il classico non ti spiega “come” funziona al mondo, ma ti abitua a chiederti “perché”. Ti aiuta a capire le cause delle cose, a scoprire conformismo degli anticonformisti, addestrare i sensi alla mente per poter apprezzare la bellezza in un tramonto o anche solo in una vetrina. Il classico è come una cyclette: mentre la usi fai fatica e ti sembra che non porti da nessuna parte. Ma quando scendi, scopri che ti ha fornito i muscoli puoi andare ovunque”.
Gramellini tocca un tasto fondamentale per il liceo classico, ovvero lo svilupparsi del pensiero critico, uno dei vantaggi più importanti che fornisce questa scuola. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale si diffonde sempre di più, anche nella vita quotidiana, il ragionamento e la riflessione permettono di governare questi nuovi strumenti digitali anziché farci governare da essi. L’Ai è sfruttata per velocizzare e ottenere soluzioni a problemi ormai anche elementari, il che né automatizza l’utilizzo, abitudine profondamente sbagliata. In un mondo ormai molto controllato dall’intelligenza artificiale, il liceo classico permette di sviluppare delle capacità comunicative, ragionamento e pensiero critico fondamentali per affermarsi in un futuro sempre più governato dalla tecnologia e dall’Ai.
Sebbene sia logico immaginare che prossimamente emergeranno le persone con più competenze in ambito tecnologico o tecnico, queste competenze rischiano di essere velocemente sorpassate da altre, in quanto in costante e velocissima crescita, mentre l’intelligenza emotiva e il pensiero critico di coloro che provengono da studi umanistici rimarranno insostituibili, anche in un mondo in continua evoluzione.
Quando gli algoritmi saranno in grado di replicare ogni competenza, la vera differenza la faranno coloro che avranno il coraggio di ragionare e analizzare il mondo con una mente libera e critica. Il Liceo Classico non si limita ad insegnare il greco e il latino, ma offre agli studenti un percorso completo, sviluppando una consapevolezza interiore diversa e un pensiero critico che permette di rispondere e reagire al meglio alle sfide della vita.
Perciò questa scuola non è solo passato, ma è presente e futuro.
Come spiegare il codice Morse o una bobina di rame alla generazione di WhatsApp e del Wi-Fi?
La risposta è custodita nelle vetrine del Museo della Radio e della Televisione RAI di Torino. Insieme ai compagni della 2D, in una recente tappa del nostro percorso sul giornalismo, mi sono ritrovata davanti a microfoni degli anni ’30 e vecchie scrivanie in legno. Oggetti che oggi definiremmo “antichi”, ma che trasudano la fatica, l’impegno e la meraviglia di un’epoca in cui ogni segnale trasmesso appariva come un miracolo tecnologico.
Una volta entrati nel museo della radio e della televisione RAI di Torino, la prima cosa che salta all’occhio è lo sviluppo televisivo e comunicativo del settore e di conseguenza si percepisce la fatica e l’impegno che ognuno nel suo piccolo metteva per rendere la trasmissione sempre più efficiente e accattivante per conquistare il pubblico.
Siamo abituati a non chiederci della provenienza e dello sviluppo di oggetti che usiamo quotidianamente, infatti vediamo la televisione oggi solo come un vetro freddo e sottile, tuttavia davanti ai microfoni degli anni ‘30, ai costumi del tempo e alla storia della televisione, ci si rende conto che dietro ogni pixel c’è una vera e propria rivoluzione che ci fa comprendere come siamo diventati ciò che siamo oggi, dimostrando che il luogo in cui siamo stati rappresenta il dietro le quinte di tutto il mondo della televisione.
Mi ha particolarmente colpito il grande progresso tecnologico, gli oggetti su cui mi sono soffermata maggiormente sono raggruppati in una vetrina, sullo sfondo si possono notare delle formule matematiche, probabilmente indicano al visitatore quanta matematica e fisica ci fossero dietro quegli apparecchi, in primo piano invece gli oggetti cilindrici con fili di rame vengono chiamate bobine, servivano a prendere l’elettricità da una batteria e a trasformarla in una scossa molto potente, capace di creare una scintilla, senza di essa non partiva nessuna onda radio, come un predecessore del Wi-Fi.
Poco più in là mi sono fermata davanti ad una vecchia scrivania in legno, dove un rullo di carta passava tra ingranaggi di ottone, al tempo era la postazione del telegrafo, mostrava il codice Morse, una sequenza di punti e linee che facevano viaggiare le notizie ad una velocità allora impensabile, potremmo classificarlo come un vecchio antenato di WhatsApp.
Guardando questi oggetti, ho capito che la comunicazione non è sempre stata immateriale, prima che diventasse un segnale invisibile, ci furono molteplici tentativi, oggetti che per quanto al giorno d’oggi possano essere considerati antichi, erano e restano affascinanti.
Il museo non espone solo macchinari ma ti dà la possibilità di osservare dai costumi di scena, fino ai televisori in bianco e nero che erano capaci di far rimanere l’intera Italia davanti ad un unico schermo. In questi ultimi anni si è perso il senso della meraviglia che c’era un tempo, dove ogni segnale trasmesso appariva un miracolo tecnologico.
Non ho potuto fare a meno di domandarmi se tra 100 anni o più ci saranno i nostri smartphone o computer in quelle vetrine.
L’idea di impresa ideata in partnership con Intesa SanPaolo da alcuni studenti del nostro liceo (Martina Cao di 5B, Rebecca Dufour, Alice Moretti, Matteo Speroni e Francesco Repetto di 4B), è stata premiata lo scorso 28 maggio nel corso dell’evento conclusivo del progetto di Fondazione Sodalitas, “La mia impresa, il mio futuro”. Le otto imprese associate alla Fondazione e gli attori del territorio hanno riconosciuto le migliori idee imprenditoriali proposte dagli istituti scolastici partecipanti.
“Tribotech – spiegano gli studenti – è una StartUp concepita come azienda B2B (Buisness to Buisness) che genera e integra nell’asfalto nanogeneratori triboelettrici (TENG) in grado di convertire l’energia cinetica, data dal movimento delle macchine sul manto stradale, in energia elettrica pulita. Molto spesso, quando si parla di energia sostenibile, si pensa alla costruzione di nuove infrastrutture, nuovi impianti o investimenti che richiedono grande spazio, materiali e risorse. Tribotech cambia prospettiva: invece che creare nuovi consumi, sfrutta il traffico stradale già esistente, trasformandolo in una risorsa utile”.
I nanogeneratori triboelettrici sono dispositivi in grado di ricavare energia elettrica dal fenomeno di trasferimento di energia che si manifesta tra materiali diversi, di cui uno isolante, sfruttando l’induzione elettrostatica.
Per fabbricare un modulo TENG adatto al manto stradale si prendono due materiali distanti sulla scala triboelettrica in modo da favorire lo scambio di elettroni.
Come strato negativo viene usato il PTFE (Teflon) ottimizzato con uno stampo in silicio con micro-piramidi, creando una trama geometrica che moltiplica la superficie di attrito. Come strato positivo un metallo sintetico altamente positivo. Per catturare l’energia si usa una vernice conduttiva al grafene. Adattiamo i moduli all’asfalto con delle molle che attutiscono l’impatto con lo pneumatico e li isoliamo con della gomma industriale.
Le proposte di valore di Tribotech sono:
– la generazione di energia estratta senza aver bisogno di ulteriore spazio o nuove attività
– l’auto-alimentazione, in quanto l’energia estratta può alimentare i LED e le luci della strada, senza aver bisogno di installare lunghi cavi elettrici
– sostenibilità, aiutando le aziende e le Pubbliche Amministrazioni a raggiungere il target di decarbonizzazione e a ottenere sovvenzioni statali ed europee per la transizione energetica
– monitoraggio, I TENG sono in grado di offrire dei sistemi di monitoraggio dei veicoli in strada, ad esempio possono rilevare il peso delle vetture
È un’azienda che si basa su un’idea moderna di innovazione, basata sull’efficienza: non consumare di più, ma valorizzare e trasformare in una risorsa ciò che è già disponibile.
A Torino ci possiamo immergere nella storia del cinema mondiale: uno sguardo alle storie più lontane e più vicine al nostro tempo. Una guida ci ha accompagnati nella visita del Museo Nazionale del Cinema, ospitato all’interno della Mole Antonelliana.
Si inizia dalle origini del cinema: “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” dei fratelli Lumière. La maggior parte delle persone conosce questo cortometraggio: un treno in arrivo alla stazione. Al giorno d’oggi può sembrare solo un semplice video, ma per l’epoca (1896) era una novità: un treno che stava arrivando in stazione e che sembra quasi uscire dallo schermo. Ma non dobbiamo pensare che sia soltanto l’unico, esistono altri cortometraggi simili a questo che danno inizio alla storia del cinema. Da lì si sale e si inizia a conoscere cosa c’è dietro un film. Si parte dalla sceneggiatura, l’idea della storia: si possono vedere oggetti rappresentativi che danno l’idea del mondo cinematografico. In seguito si passa alla macchina da ripresa. Lì si possono ammirare le vecchie cineprese: imponenti macchine, poste su un binario che venivano spostate per far vedere e rendere reale la scena. Si arriva poi allo spazio dedicato ai costumi di scena… Veri e propri abiti probabilmente indossati sul set del film. E alla fine di questo settore troviamo il green screen, un tendone verde utilizzato per ingannare il pubblico con effetti speciali.
Proseguendo il percorso troviamo un rullo con un effetto ottico: il pubblico che lo prova vive l’esperienza visiva di cadere giù da una montagna. Una sensazione che lascia a bocca aperta. Continuando troviamo una sagoma dedicata al “Mago di Oz“. Ognuno può osservare attraverso una videocamera come la protagonista Dorothy saltella all’infinito seguita da altre persone. Qui l’occhio ci inganna: sembra che lei vada avanti, ma in verità rimane ferma sul posto.
Ora si entra nel magico mondo del cinema e degli attori più amati dal pubblico. Si possono ammirare le sceneggiature originali, come ad esempio quella de “Il padrino 2“, quella di “Psycho” e molte altre. Inoltre, si possono osservare i vestiti originali indossati dalla famosissima attrice Marilyn Monroe. Per rimanere in tema, si possono vedere anche la sciarpa e il cappello originale del regista Federico Fellini, donati da colui che ha firmato veri e propri capolavori del cinema italiano. Dentro al museo sono conservati anche i costumi originali di molti film.
Alla fine della visita guidata, è possibile prendere l’ascensore per salire sulla cima della Mole Antonelliana: una meraviglia per gli occhi, con la giornata giusta. Dalla cima possiamo ammirare la bellezza di Torino. Insomma, una vera e propria immersione nel mondo del cinema e nello stupore dello sguardo.