Chi siamo davvero? due spettacoli una sola risposta

Dalla carità dei “figli della Superba” alla morale dei Promessi Sposi, gli studenti del D’Oria hanno portato in scena l’humanitas.

di Emma Zitta, 1b

Nella notte del 27 marzo, la Notte Nazionale dei Licei Classici, al D’Oria si è affrontato un valore più attuale che mai, quello dell’humanitas, l’essere umani nel mondo di oggi tra le strade di Genova e fra le pagine dei classici.

Progetto “I figli della Superba”

Il progetto realizzato dalle classi 2C, 2F, 2H, 3C, 3F, 5C, sotto la guida della professoressa di religione Maria Letizia Borello ha fatto riscoprire i volti di chi ha reso grande Genova attraverso l’altruismo. Sei studenti hanno esposto al pubblico della notte un viaggio tra figure fondamentali della nostra amata città: dalla dedizione di Bianca Costa e della partigiana Mirella Alloisio, fino all’ingegno di Giacomo Boero e all’intelligenza di Nicolò Garaventa, storico docente del nostro liceo.

Inoltre i ragazzi e la professoressa hanno anche annunciato che nell’ottobre 2026 i nomi di tutti i “figli della Superba” verranno incisi su un muro del liceo, trasformando la memoria in qualcosa di tangibile ed eterno che accompagnerà la nostra scuola negli anni che verranno.

Rivisitazione dei Promessi Sposi

Poco distante, nella classe adiacente, la letteratura si è trasformata in spettacolo grazie agli studenti di 2C e 5F i quali hanno messo in scena una reinterpretazione dei “Promessi Sposi“, dividendo il romanzo in dieci atti non cronologici. Al centro della rappresentazione, naturalmente l’humanitas e il contrasto tra chi nelle scene la incarna, come Fra Cristoforo e Lucia, e chi invece la ripudia, come Don Rodrigo e l’avvocato Azzeccagarbugli (anche se quest’ultimo viene rappresentato in un momento di pentimento).

Egidio e la Monaca di Monza

Attraverso queste rappresentazioni i ragazzi hanno dimostrato che il romanzo di Manzoni non è solamente un obbligo scolastico, ma piuttosto uno strumento fondamentale per portare l’humanitas nel mondo di oggi il quale sembra averne dimenticato il significato.

La serata ha infatti dimostrato che l’humanitas non è un concetto astratto ma continua a vivere nei secoli, nei gesti di chi ha fatto del bene e nelle scelte dei famosi personaggi della letteratura, con l’obiettivo di diventare un valore concreto per questo mondo e per quello che sarà.

ANIME GEMELLE: il valore della vita umana emerge dopo le difficoltà

Un cortometraggio che racconta il sottile confine tra realtà e fantasia, accompagnando lo spettatore in un percorso di crescita e consapevolezza, in cui il dolore diventa il punto di partenza per comprendere meglio se stessi.

di Martino Piana, 1B

La notte del 27 marzo il Liceo D’Oria ha tenuto aperte le porte, come molti altri licei classici non solo a Genova ma in tutta Italia in occasione della Notte ad essi dedicata (Notte Nazionale del Liceo Classico). Tra le varie performance di diverso genere degli studenti in aula magna è stato proiettato il cortometraggio “Anime gemelle“, prodotto da Cronenter films productions, sceneggiato e interpretato dagli studenti della 4F del percorso artistico espressivo.

Il cortometraggio si collega al tema dell’humanitas, scelto per la Notte Nazionale di quest’anno perché mette al centro la crescita interiore dell’individuo.
Attraverso il dolore e il lutto, Emma, la protagonista, sviluppa consapevolezza di sé e della realtà.

La storia raccontata in questo cortometraggio parte da una situazione comune a molti ragazzi: una serata in discoteca. Emma si muove tra le luci e la musica finché non incontra un ragazzo. Tra i due l’intesa è immediata, passano molto tempo a parlare e sembra l’inizio di una normale storia d’amore. Lui sembra capirla come nessun altro, condividendo i suoi stessi gusti e il suo modo di vedere le cose. Eppure, fin dalle prime scene, si percepisce che qualcosa non torna nel modo in cui gli altri guardano Emma quando è con lui.
​Andando avanti con il racconto, si scopre che questo legame ha radici molto più profonde e tristi. Emma ha subito un forte shock a causa di un incidente d’auto avvenuto mentre tornava da scuola. Da quel momento, la sua mente ha creato una sorta di meccanismo di difesa, portandola a vedere e parlare con una persona che in realtà non esiste. Il ragazzo misterioso della discoteca non è un estraneo, ma è la proiezione di suo fratello, morto quando era ancora molto piccolo. Emma lo immagina cresciuto, come se fosse un suo coetaneo, rendendolo il suo compagno costante nelle giornate.
​Il rapporto con la realtà diventa ancora più complicato quando Emma si scontra con il mondo della scuola. Mentre lei è convinta di vivere dei momenti speciali con il fratello immaginario, alcune compagne di classe iniziano a notare il suo comportamento strano. In un corridoio della scuola, Emma viene ripresa di nascosto mentre parla e ride da sola. Il video finisce subito sui social network, accompagnato da commenti pesanti e prese in giro

Questo episodio mette in luce quanto possa essere ostile l’ambiente dei giovani quando non si comprende la sofferenza di qualcuno. Fortunatamente, Emma non è del tutto sola: le sue vere amiche cercano di proteggerla, restandole vicino e cercando di farle capire che deve affrontare quello che le sta succedendo.

​Il cortometraggio si sposta poi verso la sua conclusione in un ambiente molto simbolico: il cimitero. Qui Emma decide di affrontare il suo dolore una volta per tutte. Si siede davanti alla tomba del fratello e ha un ultimo dialogo con lui. Inizialmente Emma non lo vuole ascoltare ma la ferma e fa un discorso importante:

Tu hai la possibilità di vivere la vita che io non ho potuto avere. Non lasciare che delle persone così ti buttino giù, non lasciare che ti rendano come loro“.

Queste parole del fratello sono la parte più profonda espressa nel cortometraggio: vale la pena vivere pienamente la propria vita solo per il semplice fatto di averla.

​Il finale mostra Emma che cammina da sola, ma con un’espressione diversa sul volto. Ha capito che non può farsi condizionare dai giudizi degli altri o dai video che girano su internet. La sua crescita passa proprio attraverso l’accettazione della perdita. Il messaggio che resta è che, nonostante le difficoltà e i traumi che la vita può presentare, esiste sempre un modo per superare il dolore, specialmente se si ha il coraggio di guardare in faccia la realtà e se si può contare sull’appoggio delle persone che ci vogliono bene davvero. Emma sceglie di vivere il presente, portando con sé il ricordo del fratello ma senza lasciare che questo diventi un ostacolo per il suo futuro.

🎬 Il cortometraggio è visibile integralmente qui sotto ⬇️

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Una notte, mille voci. Il Classico si racconta

Una serata speciale dedicata alla cultura e alla riflessione sull’Humanitas, in cui gli studenti, veri protagonisti, hanno presentato spettacoli, letture e progetti, mostrando come il Liceo Classico sia ancora oggi un punto di riferimento vivo e attuale.

di Andrea Bolioli, Thomas Bergamo e Leonardo Scarrone, 1B.

La sera del 27 marzo presso il nostro Liceo Classico “A. D’Oria” tutte le classi hanno partecipato alla XII edizione della Notte Nazionale del Liceo Classico.

Un’alunna della classe 3D mentre recita la poesia “Connessioni Invisibili”

In un’epoca in cui la cultura classica viene relegata in un angolo dalla moderna civiltà, l’idea di realizzare, a livello nazionale, un’iniziativa che coinvolge tutti i Licei Classici d’Italia contemporaneamente, rappresenta qualcosa di magico ed unico per noi che abbiamo deciso di vivere questa scelta di studi.

La NNLC, ideata dal Professore Rocco Schembra, propone spettacoli, letture, concerti e attività create dagli studenti stessi.
Il tema di quest’anno è stato “Homo Sum…”, con lo scopo di esplorare l’Humanitas contemporanea.

L’evento si è svolto in tre parti, nelle quali i veri protagonisti sono stati sempre gli studenti che, visibilmente emozionati, hanno coinvolto tutto il pubblico nei loro spettacoli e nelle rappresentazioni.

Il programma ha avuto inizio nella splendida Aula Magna del nostro Liceo, intitolata al compianto storico Preside Salvatore Di Meglio. L’aula era gremita di studenti e di genitori che hanno assistito alla serata, ed è stato entusiasmante vedere tanta partecipazione e coinvolgimento.

La serata si è aperta con la recitazione della poesia “Connessioni Invisibili” che mette in relazione “solitudine e speranza“, esplorando i legami spirituali ed emotivi che legano le persone all’universo. Il sottofondo scelto, Idea 10 di Gibran Alcocer, ha trasmesso a tutti noi un senso di legame profondo e un momento di riflessione al pubblico attento e presente. La scelta della musica ha rappresentato un valore aggiunto al brano, perché l’unione tra il testo, il suono e la danza è stata davvero giusta e coerente.
Gli spettatori ancora emozionati, sono stati deliziati dal brano Run Away di Aurora, una canzone che unisce vulnerabilità alla ricerca della libertà: parla del desiderio di fuga interiore, infatti, il protagonista del brano desidera fuggire dagli altri per seguire i suoi desideri profondi. Un tema che molti di noi hanno sentito vicino: il desiderio di scappare, di lasciare tutto per seguire davvero ciò che si vuole.

Gli alunni della classe 5A mentre recitano la poesia “Phenomenal Woman” di Maya Angelou

Mentre alcuni di noi forse stavano ancora vagando con la fantasia alla ricerca dei sogni evocati con il brano precedente, è stata la volta della poesia “Phenomenal Woman” di Maya Angelou che celebra la fiducia, l’orgoglio e la forza interiore delle donne, rispecchiando in pieno il tema della serata. La poesia di Angelou spiega come molte persone credano ancora che il valore di una donna dipenda dal suo aspetto fisico.  L’anima di questo brano ci ha riportato a considerare la posizione della donna nella nostra società, in cui spesso i diritti esistono solo sulla carta ed è stato impossibile non pensare a tutte le società in cui la donna è umiliata, usata, sfruttata e maltrattata.

Ancora scossi da quanto ascoltato, siamo stati raggiunti dalle note di “A psychopath’s misery” di Pranza, un brano pubblicato nel 2024, che esplicita l’angoscia e il terrore provato dall’autore, con note dolenti e gravi che aumentano di intensità, creando l’impressione di un’accelerazione per una fuga da qualcosa o qualcuno, e per i presenti non è stato possibile non collegare il pensiero al brano precedente.
A questo punto è stato il momento di abbandonare l’aula Magna per dirigersi nelle aule per seguire altri spettacoli e rappresentazioni messe in scena dagli studenti in maniera magistrale.
Noi abbiamo seguito in particolare la programmazione “L’Humanitas, l’ultima eclissi” e la presentazione da parte delle classi dell’indirizzo artistico espressivo della nostra scuola, del progetto “Professione Arte“, realizzato dai nostri compagni insieme ai professori.
Le classi hanno indagato la storia di alcuni dei monumenti più importanti di Genova, perché la conoscenza dell’arte permette di comprendere l’uomo e il profondo della sua anima.
Gli studenti hanno anche analizzato la parte pratica che sta dietro l’allestimento di una mostra recandosi a palazzo Lomellino, dove hanno avuto un incontro con i curatori della mostra delle opere di Plinio Nomellini. I due professionisti hanno spiegato quali sono le strategie utilizzate per allestire una mostra, partendo dal reperimento delle opere da esporre, cercando il giusto contesto, passando anche per il reperimento dei fondi per poter allestire la mostra.
Successivamente i nostri compagni a Palazzo Ducale hanno avuto la fortuna di essere guidati dalla direttrice del Palazzo, Ilaria Bonacossa, nella visita della mostra Moby Dick, La balena. Questa mostra esponeva sia opere contemporanee sia reperti più antichi, legati alla figura della Balena nella storia.

La diapositiva dedicata a Moby Dick

Infine le classi e i docenti sono stati in visita all’Abbazia di San Giuliano, storica sede operativa dei Carabinieri che qui svolgono la fondamentale funzione di rendere sicuri i trasferimenti delle opere d’arte esposte nelle mostre della nostra città.
In occasione di tale visita, gli studenti hanno scoperto che l’Abbazia custodisce uno dei più ricchi patrimoni religiosi italiani, la cui cura e il mantenimento sono assicurati da una cooperazione delle diocesi italiane.
Questo progetto ha messo in luce un aspetto che i visitatori spesso ignorano:  tutto il lavoro che sta dietro l’allestimento di una mostra. Di fronte ad un’opera, ci fermiamo a guardarla, raramente ci chiediamo come sia arrivata fin lì.

Il grande successo di pubblico, di studenti, docenti e visitatori esterni ha ancora una volta evidenziato come la cultura classica sappia ancora parlare al presente. L’appuntamento è già all’anno prossimo, alla tredicesima edizione.

Il risveglio dei sogni nella Notte Nazionale dei Licei Classici

La lettura degli Inni Orfici chiude i battenti della XII edizione della Notte Nazionale dei Licei Classici al liceo D’Oria il 27 marzo 2026

di Lucilla Lisciotto, 1B

La Notte Nazionale dei Licei Classici rappresenta le nostre nozze con la cultura del liceo classico, celebra la vertiginosa ricerca della conoscenza, che vibra nell’umanità, nell’eternità adornata di misteri, e si sublima nel volteggiare infinito dell’animo umano. In questa notte, i talenti dei giovani studenti del Liceo hanno brillato nell’oscurità magnetica, costellandola di magia, come le stelle, ammantate nella loro regalità argentea, adornano la notte. Come la luna regna sulla notte, il tema dell’Humanitas ha troneggiato sulla serata, ricordando cosa ci definisce esseri umani: animati da una scintilla che ci guida verso noi stessi e ci rende unici. 

La lettura degli Inni orfici

Daria Giuntini e Eric Pennacino immersi nella lettura degli Inni Orfici

La lettura degli Inni Orfici eseguita da Daria Giuntini di 5F e Eric Pennacino di 5G sullo sfondo dell’Aula Magna celebra la bellezza sfuggente della notte, la sua oscurità, il suo mistero suadente, che riecheggia nei versi eterni di uno dei componimenti degli Inni Orfici, una raccolta di testi che celebra la magnificenza di ogni divinità, attribuita tradizionalmente alla figura di Orfeo. Figlio di Apollo e della musa Calliope, assoggettava la natura stessa con la dolce violenza del suo canto, della sua musica e dei suoi versi. Egli riuscì persino a impietosire Ade, dio dell’oltretomba, a far mostrare empatia al dio dell’invisibile, a portare la morte al livello degli umani, lei che distoglie lo sguardo e sdegna la fragilità degli uomini.  È questo che ha realmente fatto: ha sconfitto la morte con la poesia dei suoi versi, che hanno vibrato in questa Notte Nazionale con la stessa sfuggente intensità che ebbero quando piegarono mari e venti sulle labbra del figlio della Musa. Il componimento letto dagli studenti, sia nella traduzione italiana che nella musicalità dell’originale lingua greca, ha celebrato la notte, che ha soffiato in questa serata con la magia del suo fiato argentato. Attraverso la voce dei giovani studenti il canto antico di un mondo costellato di sogni e misteri ha vibrato dolce e pieno di passione, trasportando tutto il pubblico in un incanto surreale che cattura con dolcezza e risveglia un senso di unità che si riflette in ogni sguardo rapito del pubblico.

Tutti eravamo come prigionieri di un vincolo onirico, che armonizzava le nostre menti al ritmo poetico di un’armonia indecifrabile, e forse proprio questa lettura era la chiave per comprenderla, esplorarla. Tutti in quel momento eravamo sudditi e sovrani della notte, delle stelle fulgide, dei regni che la notte e la poesia uniscono nel loro sigillo, eravamo Humanitas. Se le parole di Orfeo riuscirono addirittura a piegare la morte,  così hanno fatto gli Inni in ognuno di noi: hanno risvegliato la nostra umanità sottraendoci alla morte.  “Nella lettura della metrica gli Inni devono essere dolci all’inizio e suadenti alla fine”, afferma Eric Pennacino, perché lo scopo della lettura è quello di ”scacciare la paura”, infatti, al termine di ogni prova, c’è lo scioglimento delle tensioni, e la notte, se ci pensiamo, è il riposo dai respiri affannosi del giorno, è l’abbraccio di una pace silente che gli studenti hanno dato al pubblico attraverso le loro voci e la loro emozione, la loro umanità.

Gli Inni dipingono la notte come “progenitrice di dei e di uomini”, poiché è dalla sua oscurità che emerge la luce, allo stesso tempo “terrestre e celeste”, poiché essa è messaggera silenziosa tra gli uomini e il divino, tra il regno del visibile e il regno dell’invisibile. Essa è la “madre dei sogni”, poiché nel suo abbraccio vengono cullati i sogni. La musa che gli Inni hanno dipinto e ci hanno fatto amare è Nyx (Nύξ), una divinità primordiale figlia di Caos, che secondo alcune versioni del mito sarebbe stata sposa di Fanes, (Φάνης), il dio che governa tutto ciò che è visibile, che serba in sé il ritratto dei frammenti dell’universo, custodendone l’unità. Il re del visibile sposò la dea che nasconde, che ammanta la vista, e forse è da questo che nasce tutto: dall’unione tra visibile e invisibile, il contrasto silente tra ignoranza e conoscenza, che culminano nell’animo umano e nella stessa Humanitas, incoronata con la gloria che spetta a ogni divinità.

E così, quando le ultime sillabe greche si sono spente nell’Aula Magna, la notte non è finita, si è depositata nel silenzio del pubblico, nei volti dei ragazzi, in quel respiro trattenuto un secondo prima degli applausi. Daria Giuntini lo ha detto con semplicità: “È stato bello poter chiudere la Notte.” Forse è proprio questo il dono più grande degli Inni Orfici e di chi li ha portati in vita questa sera: non una risposta, ma un risveglio.

L’alloro poetico come simbolo di humanitas, parola, arte e realizzazione nel mondo moderno.

Quando la parola diventa radice: dall’inseguimento di Apollo alla gloria eterna

di Beatrice Puppo, Cecilia Toma e Beatrice Vacca Sita, 1B

Tre alunni di 5F, relatori della lezione sull’eziologia dell’alloro poetico

Durante la XII edizione della Notte Nazionale  del Liceo Classico, al liceo “Andrea D’Oria”, la classe 5F, guidata dalla prof.ssa Pansardi, ha tenuto una bellissima lezione su come riscoprire il valore dell’alloro poetico nel mondo moderno, viaggiando tra passato e presente.

Il discorso di Sofia, che ha coordinato l’esibizione, è iniziato con un’ avvincente domanda:

Che cosa ci rende davvero umani? 

I classicisti risponderebbero senza esitazione: la parola!

La parola è ciò che abilita la nostra humanitas, il concetto chiave che indica l’insieme dei valori che nobilitano l’uomo. È il parlare che ci distingue dagli animali e che ci porta alla vera natura umana e all’educazione, come disse Cicerone. Aristotele ha invece proclamato il grado massimo, più raffinato e perfetto dell’humanitas: la poesia, che diventa un mezzo per esplorare l’anima e l’universo.

Ovidio

È in questo orizzonte che si colloca il mito di Apollo e Dafne, narrato da Ovidio nel primo libro delle Metamorfosi. Ovidio racconta la storia con una potenza che ancora oggi vibra: il mito nasce da un sentimento di passione incontrollabile e fortissimo, appartenente al dio greco Apollo.

Quest’ultimo, infatti, si innamorò della bellissima e innocente ninfa Dafne, tanto da inseguirla “affamato” senza tregua. Dafne, incalzata da Apollo e spinta dal terrore, invoca Peneo, suo padre, implorando di renderla libera. Peneo ascoltò e i piedi della ninfa iniziarono ad affondare nel terreno e le sue braccia ad allungarsi sempre di più. Dafne è diventata un albero di alloro: Non scompare, ma diventa parte del paesaggio, unendo l’umanità alla libertà della natura. Apollo continuerà ad abbracciare il tronco e a sentire il cuore di Dafne battere sotto il legno, quindi il mito diventa un messaggio sulla sfida della vita e l’eternità: “L’alloro è sempreverde: non conosce inverno e non perde la sua vitalità, per questo diventa, già nell’antichità, il simbolo della gloria che non sfiorisce”. 

L’eziologia dell’alloro poetico quindi affonda le sue radici nella cultura classica, è antica e si intreccia con le tradizioni e il linguaggio dell’humanitas, offrendoci un viaggio straordinario tra mito e arte, tra passato e presente.

Non è un caso che proprio l’alloro incoronasse i vincitori nell’antichità e oggi dia il nome alla laurea: quel momento in cui lo studente porta a compimento il proprio percorso verso l’humanitas, contribuendo così alla trasmissione viva della cultura.

Per completare il ricco discorso di Sofia, altri due studenti hanno letto dei versi

Apollo e Dafne

latini da “Le Metamorfosi” di Ovidio e hanno mostrato un video sulla stupefacente opera di Bernini, esposta a Galleria Borghese a Roma. La teatralità a tratti epica e a tratti struggente di Gian Lorenzo Bernini non poteva che scolpire una perfetta rappresentazione del mito. In questa scena, Ovidio e Bernini sembrano essere lì, tra i rami che si trasformano, testimoni della nascita dell’alloro poetico. Dafne è già legata al terreno, le dita si trasformano in foglie, il corpo si slancia in un ultimo gesto di fuga. Apollo, colto nello stupore, allunga la mano verso ciò che non potrà mai avere.

Bernini mescola naturale e umano, come Ovidio: la metamorfosi è un istante eterno, sospeso tra desiderio e rifiuto. L’alloro non è solo una pianta. È un destino: quello della parola che salva, della poesia che resiste, dell’humanitas che si fa eterna. Dafne non muore: diventa simbolo. Apollo non conquista: sublima. E l’uomo, attraverso l’arte, vince il tempo.

 

Ma è davvero “naturale”? La risposta di Telmo Pievani

di Matilde Procopio e Maria Sole Venturino, 2B

Se ciò che chiamiamo “naturale” viene usato per giustificare guerre, disuguaglianze e comportamenti umani, siamo davvero sicuri che “seguire la natura” sia sempre la cosa giusta… oppure è solo il modo più comodo per evitare di interrogarci sulle nostre responsabilità?

Un interrogativo stimolante che ci siamo posti venerdì 27 Marzo, quando nella suggestiva sede di Palazzo Ducale, abbiamo assistito a una conferenza tenuta da Telmo Pievani nell’ambito degli eventi previsti dalla manifestazione La storia in piazza

Filosofo della scienza, saggista, divulgatore, professore presso l'università degli Studi di Padova e visiting scientist presso l'American Museum of Natural History di New York. Dal 2017 fino al 2019 è stato presidente della Società Italiana di Biologia Evoluzionistica.
Filosofo della scienza, saggista, divulgatore, professore presso l’università degli Studi di Padova.

A noi e ad altre classi di diverse scuole di Genova è stata data la possibilità di partecipare alla conferenza intitolata “Siamo tutti contro-natura”.

Il titolo già suggerisce l’argomento principale dell’incontro, ovvero il rapporto tra uomo e natura e come quest’ultima possa essere interpretata da diversi punti di vista. Fin dall’inizio, Telmo Pievani ha evidenziato quanto l’aggettivo “naturale” sia ambiguo e spesso ideologico. Quando parliamo di “famiglia naturale” o di “guerra come istinto naturale”, cosa intendiamo davvero? Che qualcosa è giusto perché esiste da sempre? Questo modo di pensare è pericoloso: in natura esiste anche la violenza, ma ciò non significa che sia un modello da seguire. Confondere “naturale” con “giusto” o “normale” è un errore profondamente radicato nella nostra cultura.

Vediamo lo stesso equivoco anche nel linguaggio quotidiano e sui social, dove spesso si sostiene che alcune azioni umane, come la guerra, siano “nel nostro DNA”, che vengono fatte per natura, come per cercare di giustificarsi, dicendo che, in fondo, non è tutta colpa nostra. Oppure si parla di eventi, le pandemie, come di una “punizione della natura”. Proprio per queste ragioni, Pievani ha messo in discussione l’uso di questa parola: “naturale” non è una spiegazione, ma spesso un modo superficiale e fuorviante di interpretare la realtà.

Allo stesso modo, non esiste una natura umana fissa o determinata. Pievani ci spiega che, seguendo le intuizioni di Charles Darwin, l’essere umano non è programmato per essere né violento né cooperativo, ma possiede entrambe le possibilità, in un equilibrio dinamico tra egoismo e collaborazione. Un ruolo fondamentale è svolto dalla cultura, che modula persino i nostri meccanismi biologici. Lo dimostra, ad esempio, un esperimento condotto a New York, in cui le reazioni di paura verso il “diverso” vengono attivate automaticamente ma poi corrette dal cervello, e possono addirittura scomparire se il volto è familiare: “natura e cultura non sono separate, ma profondamente intrecciate!” afferma Pievani.

Fin dalle origini, infatti, gli esseri umani trasformano l’ambiente attraverso la tecnologia, dal fuoco all’agricoltura. Un esempio è la capacità di digerire il latte in età adulta. Questo processo, definito “costruzione di nicchia”, descrive una specie che cambia il proprio ambiente e poi si adatta ai cambiamenti che ha prodotto. Questo modello evolutivo è rappresentato per esempio dal castoro.

Oggi questi cambiamenti riguardano tutto il pianeta: l’attività umana ha modificato profondamente l’ambiente. Un esempio sono le zanzare ormai adattate al microclima della metropolitana di Londra, che mostrano come anche gli ambienti artificiali possano influenzare l’evoluzione. Allo stesso tempo, tecnologie come l’intelligenza artificiale ci costringono ad affermare che gli esseri umani sono capaci di pensare, dubitare e prendere decisioni in modo critico, a differenza delle macchine, che seguono regole precise.

In conclusione, non siamo “contro natura”: siamo parte di una natura in continua evoluzione, che trasformiamo attraverso cultura e tecnologia.

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Una notte da ricordare

Canzoni, dialoghi, pensieri, emozioni e molto altro alla Notte Nazionale dei Licei Classici.

di Alessandro Ponte, 1B.

La Notte Nazionale dei Licei Classici (NNLC) è una serata, ideata dal professore Rocco Schembra nel 2015, che celebra e valorizza la cultura classica, è un’occasione nella quale gli studenti dei licei classici si esibiscono cantando, suonando, recitando o semplicemente esprimendo i propri pensieri con un unico intento: celebrare il tema scelto.

Il 27 marzo 2026 si è tenuta la dodicesima edizione della Notte Nazionale, ci sono state esibizioni e performance uniche nel loro genere, che hanno suscitato emozioni e riflessioni nel pubblico.

Il tema scelto per la notte di quest’anno è stato l’humanitas, secondo la famosa citazione del commediografo latino Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo, nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me).

Tra le tante esibizioni apparse in Aula Magna si è segnalata: “Dialogo col tempo” una recitazione in forma di dialogo che aiuta a capire quanto sia importante il tempo per noi esseri umani e quanto sia breve la vita di ogni persona rispetto all’eternità, attraverso citazioni di frasi e pensieri dei più grandi filosofi di tutti i tempi.

Siamo solo un soffio di vento, un’ombra che passa” Salmo 144

Tempus tantum nostrum est” (Solo il tempo ci appartiene)  Seneca

 “Panta rei” (Tutto scorre), Eraclito

Il dialogo ha ispirato molte riflessioni nel pubblico ed oltre ad essere stato molto bello, è stato anche molto interessante e utile per comprendere che cosa sia il tempo e come non sprecarlo inutilmente, dato che la vita di tutti prima o poi finirà.

Questa esibizione creata da Lucilla Lisciotto della classe 1B, e recitata insieme ad Amelia Verdino di 2B, indaga il mistero e l’oscurità del tempo che passa e che scorre all’infinito, senza mai fermarsi. 

Ma il messaggio più profondo che il dialogo ha lasciato nel pubblico è forse proprio questo: essere pienamente umani è un compito arduo, forse il più difficile che ci sia. Il dialogo ci ha ricordato che l’esistenza ha un fine alto: il raggiungimento di una felicità vera, pura, che non dipenda dalle cose effimere del mondo, ma che per arrivarci occorre conquistare prima di tutto se stessi. Non basta obbedire passivamente al flusso del tempo e degli eventi: bisogna coltivare una ragione capace di guidarci, e avere il coraggio di scegliere il proprio cammino. La libertà, in questo senso, non è un dato di fatto, ma una conquista. Un obiettivo difficilissimo, come riconosce onestamente il dialogo stesso; eppure, proprio per questo, degno di essere perseguito.

Per essere immortali dobbiamo seminare la nostra sapienza in una terra fertile in modo tale che germogli il futuro” dal Simposio di Platone.

La serata ha dimostrato che il liceo classico non è solo un percorso di studio, ma un modo di guardare il mondo. Tra una citazione di Seneca e una di Eraclito, tra musica e parole recitate, il pubblico ha respirato qualcosa di raro: la sensazione che le domande antiche sul tempo, sulla libertà, su cosa significhi essere umani siano ancora vive, e ancora urgenti. Una notte, insomma, che vale la pena ricordare.

Le donne nella letteratura

Storie senza tempo

di Lorenza Grillo e Giulia Campodonico, 1B

Nel corso della Notte Nazionale dei Licei Classici — ricorrenza che si svolge ogni anno dal 2015 con l’obiettivo di valorizzare i licei classici in tutta Italia — la classe II F del Liceo Andrea Doria ha portato in scena uno spettacolo dedicato quest’anno al tema dell’humanitas, mettendo al centro la figura femminile e il suo lungo cammino verso l’emancipazione. L’evento è stato aperto a tutti: non solo agli studenti, protagonisti della serata, ma anche a genitori e visitatori esterni.

Questa messa in scena offre diversi spunti di riflessione che aiutano a comprendere l’evoluzione della condizione femminile nella storia.

Lo spettacolo, composto da una serie di estratti di celebri testi, ha dato voce a molte donne raccontando la loro storia, con un narratore che ha saputo introdurre ogni scena permettendo al pubblico di orientarsi tra i diversi capolavori della letteratura. L’apertura è stata dedicata al mito di Dafne e Apollo, una storia che ancora oggi fa riflettere profondamente: la giovane ninfa decise infatti di trasformarsi in una pianta di alloro pur di sfuggire all’amore non voluto del dio Apollo. Questa decisione può essere vista come un gesto estremo di libertà e indipendenza ma allo stesso tempo rivela una verità amara poiché il destino di Dafne sembrava già scritto da una società che non lascia altra scelta se non quella di sacrificare la propria forma umana e la propria autonomia per proteggersi. La rappresentazione è poi proseguita senza sosta verso l’epica, portando  sul palco il dialogo tra Ettore e Andromaca; in questa conversazione emerge chiaramente la determinazione della moglie nel tentativo di impedire lo scontro tra Ettore e Achille, eppure, anche in questo caso la volontà della donna non viene presa in considerazione, restando inascoltata di fronte alle logiche della guerra.

Didone e Medea

Un punto di vista ancora differente è emerso dalla scena successiva tra Didone e Medea, forse le due figure femminili più tragiche e iconiche della mitologia classica, entrambe simboli di una passione travolta dal tradimento e dall’abbandono. Se da un lato Didone, regina di Cartagine descritta da Virgilio, sceglie il suicidio come risposta al dolore per la partenza di Enea, dall’altro la maga Medea arriva ad uccidere i propri stessi figli per colpa di Giasone che l’aveva  ripudiata.

Ade e Persefone

Il filo conduttore della serata ha poi toccato il mito di Persefone, trattata come un oggetto privo di potere decisionale: nonostante l’amore provato per il Dio degli inferi, la giovane non ha alcuna voce in capitolo nelle scelte di Ade che determinano il suo destino.

Monologo di Lucia Mondella

Per l’ultima scena dello spettacolo è stato necessario fare un salto avanti nel tempo fino al 1827, quando tra le pagine del romanzo di Alessandro Manzoni nasceva la figura di Lucia Mondella. Attraverso un interessante monologo si è potuto dedurre tutta la forza e la determinazione di questa giovane, ma anche la sua profonda paura del giudizio della società, un tema che sembra ricollegarsi direttamente alle sofferenze delle donne del mito viste in precedenza.

Grazie a queste figure e alla loro capacità di resistere, la letteratura si arricchisce di un valore immenso, lasciando al pubblico la consapevolezza che ogni epoca ha avuto le sue battaglie e che la voce di queste donne merita, oggi più che mai, di essere ascoltata.

Cloni, coscienza e intelligenza artificiale: la 2E in scena alla Notte del Liceo Classico

Con “sIamo umAni”, gli studenti del D’Oria esplorano i confini dell’umanità tra letteratura e tecnologia

di Eleonora Birardi, 1B

In occasione della XII edizione della Notte Nazionale del Liceo Classico, venerdì 27 marzo 2026, la classe 2 E del  Liceo Andrea D’Oria ha portato in scena lo spettacolo “sIamo umAni”, dedicato al tema dell’intelligenza artificiale e al rapporto tra uomo, tecnologia e identità.

L’ispirazione letteraria
l'IA della 2H
l’AI della 2E

L’idea è nata dalla lettura di due testi: il romanzo Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro che racconta la storia di ragazzi cresciuti in una scuola apparentemente normale, ma in realtà destinati a diventare cloni donatori di organi, e il saggio Essere umani di Madhumita Murgia, dedicato al rapporto tra tecnologia e identità umana.

Dopo aver discusso insieme i due libri, gli studenti hanno scritto un testo originale e costruito una sceneggiatura per trasformare le loro riflessioni in uno spettacolo teatrale. In scena compaiono i personaggi del romanzo, in particolare i cloni, ma anche la figura dello scienziato che li ha creati, a cui gli studenti hanno voluto dare voce.

 

Una domanda fondamentale: che cos’è l’umanità oggi?
I cloni della 2E

La rappresentazione si apre con alcune ragazze sedute attorno a un tavolo, impegnate a trovare il modo di unire i due romanzi in un’unica messa in scena. A quel punto si rivolgono anche all’intelligenza artificiale, che restituisce la trama del romanzo. Da qui nasce una riflessione più ampia: chi ha creato i cloni? E soprattutto, per quale ragione gli umani li temono?

Entrano così in scena i cloni, che si interrogano sul proprio destino e sulla paura che gli uomini provano nei loro confronti. Una delle frasi più significative dello spettacolo è:

Se il mondo ha imparato ad usarci, noi abbiamo imparato a sentire.

I cloni chiedono risposte, vogliono essere riconosciuti come esseri umani.

A questo punto, gli studenti seduti al tavolo introducono anche un confronto con Frankenstein, per riflettere sui limiti della creazione artificiale e sulle responsabilità di chi dà vita a qualcosa di nuovo senza prevederne le conseguenze.

Lo spettacolo si conclude con una riflessione sui pro e i contro dell’intelligenza artificiale: da una parte le sue potenzialità, dall’altra il rischio che algoritmi e sistemi digitali possano invadere la privacy e limitare i diritti fondamentali dell’uomo.

La chiusura è affidata alla canzone Essere umani di Marco Mengoni, scelta come simbolo di tutto il percorso. Il testo, che parla del bisogno di sentirsi vivi, fragili e autentici in un mondo sempre più dominato dalla perfezione artificiale, risuona come una risposta diretta alle domande che i cloni pongono in scena: non è la perfezione a renderci umani, ma la capacità di provare, sbagliare e cercare.

 

 

 

Le infinite possibilità dell’umano secondo i filosofi greci

Una notte in cui gli studenti del liceo D’Oria hanno fatto loro il concetto di humanitas

di Alessandro Delaini Viscoli, 1B

L’humanitas, non solo una semplice parola latina, ma soprattutto una domanda: che cosa vuol dire essere umani?

Questo è il quesito a cui risponde il concetto di humanitas, ossia l’insieme dei principi filosofici e morali che rendono l’uomo degno di tale nome, distinguendolo dagli animali. Lhumanitas, inoltre, riconosce nell’incontro di opinioni contrastanti la vera essenza degli esseri umani.

Durante la  “Notte Nazionale Dei Licei Classici” di venerdì 27 marzo 2026 gli studenti e le studentesse del Liceo Classico Andrea D’Oria hanno proposto una serie di spettacoli incentrati sull’humanitas, il tema nazionale di quest’anno, esibendosi in svariate performance: dal canto fino al teatro passando per il balletto.

Le prime esibizioni della serata si sono svolte nell’aula magna. Si è trattato principalmente di esibizioni musicali, alcune al pianoforte (che proprio grazie al costante utilizzo degli studenti rimane accordato e utilizzabile), altre con il violino oppure cantate. Due di queste esibizioni sono state arricchite da coreografie che, con i loro significati simbolici, hanno reso gli spettacoli ancora più completi. L’ultimo spettacolo che si è tenuto in aula magna è stato “Il dialogo sul tempo” che ha esplorato il concetto di humanitas mediante le più famose citazioni di Seneca e di altri filosofi dell’antica Grecia, messe in correlazione con i problemi della società moderna.

Nella seconda parte della serata, gli spettatori si sono spostati nelle aule della scuola dove alcune classi hanno messo in scena i loro spettacoli. Tra loro la 4B che si è esibita con lo spettacolo “La scuola di Atene” ispirato scenograficamente al celebre affresco di Raffaello Sanzio: La scuola di Atene

In scena c’erano gli otto filosofi e intellettuali più famosi di tutto l’affresco. I protagonisti erano posizionati e abbigliati in modo estremamente preciso, con gli stessi abiti e colori del dipinto. 

Gli otto protagonisti de La scuola di Atene. Da sinistra: Pitagora, Ipazia, Eraclito, Socrate, Platone, Aristotele, Zoroastro e Diogene.

Lo spettacolo iniziava con un discorso di Raffaello che introduceva il suo lavoro, illustrando come il suo affresco incarni perfettamente il concetto di humanitas, poiché celebra l’abilità dell’uomo di raggiungere la verità attraverso la ragione.

I personaggi quindi cominciavano a parlare uno alla volta. Ognuno illustrava la propria linea di pensiero e le proprie convinzioni, che spesso andavano a scontrarsi con quelle dei “colleghi”. Spesso ci sono state delle battute o delle piccole critiche rivolte agli altri personaggi. Ad esempio Platone affermava: “Eraclito scrive delle cose troppo deprimenti: se gli chiedi come sta ti risponde che non era lo stesso di due secondi fa. Simpatico proprio come la sabbia nel costume”. Oppure Aristotele, che contrastava il pensiero del maestro Platone dicendo: “Per lui la verità sta nelle idee perfette, nel modo oltre la realtà, per lui il mondo sensibile non corrisponde alla realtà e non è quindi degno di essere studiato. Io invece indico la terra, perché credo che la verità sia qui in basso, nei nostri sensi, che sono infallibili”. Le battute ironiche e il linguaggio moderno catalizzavano l’attenzione dello spettatore e spesso riuscivano a strappargli una risata.

La serata si è poi conclusa in aula magna con un finto processo inscenato dai ragazzi di quinta contro l’humanitas. In questo processo l’imputato veniva accusato di trattare gli uomini come automi per amore del progresso. Il testimone principale era una ragazza del liceo classico che ha parlato della gioia della scoperta, dello studio della storia antica e della bellezza di identificarsi nei poemi classici. L’umanità è stata quindi dichiarata colpevole e condannata a tornare a scuola per riscoprire la bellezza di imparare e di conoscere come si è arrivati dove siamo.

Una parola, una notte, tanti modi espressivi possibili per uno stesso significato. Possiamo scegliere il nostro, ma prima dobbiamo ricordarci cosa vuole dire essere umani.