Riflessioni nate dall’incontro con il Prof.Bocchi (Università di Pavia) nell’ambito del Progetto Cinema
di Francesco Canepa, 2d
L’incontro in Aula Magna con il Prof. Bocchi, che all’Università di Pavia insegna “Scrittura critica nei media contemporanei”, ci ha invitati a guardare il cinema con occhi diversi: non solo come intrattenimento, ma come specchio — e a volte come gabbia — dell’identità di genere. Da quella conversazione è nata la riflessione che provo a condividere qui. Già prima degli anni ‘70 si partì nel cinema con un’idea di “gabbia tradizionale”. Nella scena il soggetto che compiva l’azione e la volontà era l’uomo.
La figura della donna invece era una figura passiva, spogliata della sua volontà e soprattutto non era libera di scegliere, aveva il compito di essere solo guardata dallo spettatore, non poteva agire.
Ne è un esempio la testimonianza del caso di Marilyn Monroe nel film “Niagara” (1953), in cui l’attrice oltre ad essere una forza della natura, è anche un evento visivo. La regia si sofferma sul suo corpo, perché conta la sua esibizione visiva per il piacere dello sguardo esterno.

Nel corso degli anni, specialmente nei ‘70, erano presenti persone che si identificavano al di fuori della gabbia eteronormativa. Queste venivano completamente emarginate, trattate come figure eccentriche e pericolose o addirittura messe in una scena per essere derise. Perché come ci ha ricordato il Prof.Bocchi: ”Il corpo era una prigione, l’immagine una condanna.”
Per fortuna verso la fine degli anni ‘70 ci furono i primi atti di sovversione, anche grazie a manifestazioni, alla nascita del Pride e del Coming Out. Alcune persone hanno il coraggio di uscire allo scoperto senza aver paura di essere giudicate e soprattutto nel cinema inizia una sovversione culturale.
Ad esempio in “The Rocky Horror Picture Show “( 1975) e in “Il Vizietto” (1978) l’omosessualità viene portata al centro dello schermo. Si nota anche un cambiamento sul fatto che la virilità tradizionale non è più vera, ma comicizzata o usata come maschera.

Finalmente nei primi anni ‘90 esplode il New Queer, ossia i personaggi che venivano emarginati diventano i protagonisti della loro storia. Un film interessante che, pur essendo successivo a quella stagione, ne raccoglie l’eredità è “Brokeback Mountain(2005)” , in cui due Cowboy applicano una tecnica di narrazione diversa. Dimostrano che i ruoli di genere non sono leggi o costrutti rigidi, ma possono essere riscritti o sfidati.

Riguardo ai giorni nostri invece, purtroppo ci sono ancora persone che non hanno il coraggio di esternare la propria identità per la paura di essere prese in giro. Per questo ci sono associazioni disposte per far interagire tra di loro queste persone e far costruire una corazza che serva per un contesto sociale ancora non sempre accogliente. Ad esempio lo stesso cinema è diventato una forma di comunità e riconoscimento per chi fatica a trovare il proprio spazio.

Perciò è importante ancora porci questa domanda:
“In che modo le rappresentazioni dell’identità di genere nel cinema contribuiscono a ridefinire i confini tra norma sociale e libertà individuale?”.


