Una nota spagnola al Liceo D’Oria

di Ludovica Dufour, 2B

Vi siete mai chiesti come varino i sistemi scolastici tra un Paese e l’altro? Le differenze sono molteplici e di vario genere e anche Stati vicini all’Italia ne presentano alcune. Mercoledì 25 febbraio abbiamo incontrato Marta Queralt Romero, studentessa universitaria spagnola che sta frequentando il suo dottorato in Scienze dell’educazione qui in Italia.

Abbiamo avuto quindi la possibilità di rivolgere a Marta domande riguardo al sistema scolastico spagnolo e alla sua futura professione, utili da un lato per avvicinarsi a una realtà diversa dalla nostra, quella spagnola, e dall’altro per affacciarsi al mondo del lavoro di cui anche noi a breve faremo parte.

Le sono state poste moltissime domande, ad esempio come è organizzata la scuola in Spagna, che, inaspettatamente, ha un sistema scolastico assai diverso dal nostro. I cicli si dividono in scuola dell’infanzia, fino ai 6 anni, scuola primaria, fino ai 12 anni, scuola secondaria, fino ai 16 anni, e “bachillerato”, che dura solo due anni ed è paragonabile in parte al nostro liceo. La differenza più sostanziale però sta nella distribuzione delle materie: fino alla scuola secondaria compresa, non vengono distinti diversi indirizzi ma tutti gli studenti seguono gli stessi corsi. Il “bachillerato” invece presenta diversi orientamenti, tra cui quello scientifico, quello umanistico e quello artistico. Secondo Marta uno degli aspetti migliori della scuola spagnola è proprio il fatto che gli studenti non debbano fare una scelta così importante come la decisione del percorso liceale troppo presto; anche se in Italia questo è quasi un rito di passaggio, dal suo punto di vista quando i ragazzi arrivano al momento di scegliere la scuola superiore non sono abbastanza maturi e ciò potrebbe portare a ripensamenti in futuro. Il “bachillerato”, secondo la sua opinione, è più efficace perché gli studenti, in media, sanno già che professione o percorso universitario vogliono intraprendere in seguito. Tuttavia Marta rimpiange la mancanza in Spagna di un indirizzo analogo al nostro liceo classico, da cui è affascinata. Bisogna infatti sapere che l’Italia è l’unico Paese in cui questo tipo di liceo esiste: in Spagna Marta si è limitata a studiare il latino alla scuola secondaria e non ha mai avuto un approccio al greco; in altri paesi non viene studiata nessuna delle due lingue. 

 Un’altra domanda che le è stata posta è se nel suo Paese ci sono differenze nel rapporto che hanno i professori con gli studenti rispetto a quello che ha notato esserci in Italia. “They are closer to the students” (“loro sono più vicini agli studenti”) ci ha detto Marta, che è rimasta stupita all’inizio dalla formalità che è invece tipica del rapporto che hanno alunni e docenti in Italia. 

Marta ha anche parlato del corso di laurea a cui è stata affiancata, motivo della sua presenza a Genova: “Scienze dell’educazione” è una facoltà poco conosciuta, che tra gli sbocchi professionali ha la figura dell’educatore nei servizi per l’infanzia (dagli 0 ai 6 anni) e quella dell’educatore socio-pedagogico (che si occupa di tutte le fasce di età). Si sta inoltre occupando di un tema attualmente assai importante, ovvero come le tecnologie e l’intelligenza artificiale possano essere adottate costruttivamente nell’ambito dell’educazione. 

In seguito le è stato anche chiesto come si sta trovando qui in Italia: Marta ha risposto che fin da subito è rimasta affascinata dalle forti tradizioni che sono ancora presenti nella nostra cultura. 

Viva quindi la cultura italiana e il liceo classico!

La scuola fa notizia ha chiuso i battenti, ma il lavoro dei nostri studenti non è andato perduto

L’archivio recuperato degli articoli pubblicati dal 2018 al 2025 su “La scuola fa notizia” trova spazio nella Redazione del D’Oria.

Per sette anni, le voci del Liceo Classico Andrea D’Oria hanno trovato spazio sulle pagine di Lascuolafanotizia.it, la piattaforma editoriale nata dalla collaborazione tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito  e l’Agenzia di Stampa DIRE per promuovere il giornalismo scolastico in Italia. Dal 2018 al 2025, studentesse e studenti dell’indirizzo umanistico si sono cimentati con articoli, reportage e approfondimenti, imparando sul campo il mestiere della scrittura giornalistica e della comunicazione digitale, con il prezioso supporto di giornalisti e docenti.

I primi articoli della Redazione del D’Oria quando nel 2018 ci fu il crollo del ponte Morandi.

Un patrimonio costruito anno dopo anno, notizia dopo notizia.

Quando il Ministero ha cessato di sostenere l’iniziativa e l’Agenzia DIRE ha deciso di chiudere il canale, quei testi, quelle idee, quella memoria hanno rischiato di svanire per sempre. La chiusura è stata improvvisa: nessun preavviso e nessun tempo per organizzare un salvataggio ordinato. Eppure non ci siamo arresi. È stato proprio grazie alla collaborazione con l’Agenzia DIRE che – rivelatasi determinante anche dopo la chiusura – siamo riusciti a ottenere un backup pressoché integrale dei contenuti: tutti i testi sono stati recuperati insieme a un buon numero di immagini.

Nel frattempo, a gennaio abbiamo dato vita su questa piattaforma alla sezione dedicata alla Redazione del D’Oria: un nuovo spazio in cui le studentesse e gli studenti dell’indirizzo umanistico possono continuare a scrivere, raccontare e misurarsi con il giornalismo, esattamente come hanno sempre fatto. Un luogo che guarda avanti, ma che non dimentica da dove viene. Ed è proprio qui che oggi annunciamo con soddisfazione la disponibilità dell’archivio completo dei testi prodotti dalla redazione tra il 2018 e il 2025: oltre 700 articoli da rileggere, riscoprire e da cui ripartire, tutti accessibili su Agoraliceodoria.it.

La scuola fa notizia è stata molto più di un progetto didattico: è stata una palestra in cui imparare a guardare il mondo con occhi critici, a scegliere le parole con cura, a capire che informare è un atto di responsabilità. Chiuderla è stata una perdita reale. Conservarne la memoria per continuare da dove ci siamo fermati è il modo migliore per onorare chi ci ha lavorato.

La Redazione di Agoraliceodoria.it

Il Palazzo dei Misteri

La redazione del Corriere della Sera, tra memoria e futuro

di Alice Johnston, 1B     

Come può un palazzo che esiste da oltre cent’anni celare dei misteri?

Il palazzo di via Solferino 28 non è un semplice edificio storico, ma un’immensa struttura le cui mura celano agli occhi della maggioranza delle persone i suoi  “misteri”: la storia intricata e affascinante trattenuta al suo interno e le sfide e i pesi di coloro che attualmente ci lavorano. Questo palazzo è il simbolo del giornalismo italiano. 

Fu scelto da Luigi Albertini come sede per la redazione del Corriere della Sera. Qui sono stati ospitati i grandi nomi della cultura e della politica, come lo stesso Albertini, Dino Buzzati, Oriana Fallaci, Giovanni Spadolini, Indro Montanelli, Enzo Biagi… Ancora oggi Via Solferino 28 rimane un luogo identitario del giornalismo.

Scalone nell’ingresso della sede di Via Solferino

 Il 27 febbraio 2026, la classe 1B del Liceo D’Oria ha visitato questo luogo straordinario accompagnata dai propri docenti. Grazie alla preparazione in merito e a diverse visite guidate, la classe è stata in grado di cogliere numerosi aspetti nascosti della vita del Corriere.

La classe 1B nella sala Buzzati

Lavorare al Corriere non è affatto una cosa semplice: oltre ai normali impegni del giornalista, scrittore o editore, si aggiunge la responsabilità data da oltre un secolo di storia racchiusa tra le sue mura. Quando si lavora in un luogo del genere è impossibile non voler onorare coloro che hanno preceduto, eseguendo ogni compito con grande cura, per rispetto dei grandi che si sono trovati in quel posto prima di noi. Stando negli stessi luoghi dove hanno lavorato i grandi del giornalismo del proprio paese, lavorando proprio su ciò che era stata la loro passione e a cui hanno dedicato la propria vita, è impossibile non provare un senso di reverenza il quale spingerà a dare il meglio di se stessi.

Ogni giorno i vari giornalisti ed editorialisti si radunano nel prestigioso luogo di riunione della direzione del Corriere, la “Sala Albertini”. 

La Sala Albertini

Chiamata così in onore del grande e storico direttore, la sala è il cuore pulsante del giornale, dove i giornalisti discutono e progettano ogni edizione del giornale. Entrando nella sala mi sono resa subito conto dell’importanza e della solennità del luogo in cui mi trovavo. Riuscivo ad immaginare le facce dei grandi giornalisti seduti in quell’esatto luogo e mi sono sentita onorata di trovarmi là ma anche molto piccola e inadeguata davanti all’importanza storica della sala e di coloro che vi sono passati. 

Ho potuto riflettere sulla sfida che incontreranno gli aspiranti giornalisti: assicurarsi che il Corriere della Sera, insieme agli altri giornali, rimanga un luogo di cultura, di informazione affidabile, qualificato, competente e credibile, come lo è stato per decenni, non perdendo di vista coloro che hanno lottato perché fosse così. La fiducia nel giornalismo attuale è infatti fondamentale; la trasparenza, l’autenticità e la coerenza nel riportare i fatti sono il punto centrale di qualsiasi quotidiano.

La fiducia nel giornalismo contemporaneo viene purtroppo minacciata dalle nuove intelligenze artificiali. L’uso dell’AI generativa nel giornalismo comporta il rischio di amplificare pregiudizi e influenzare la scelta delle notizie, infatti l’AI, oltre alle fake news sul web, suscita emozioni negative come rabbia o paura rispetto alla verità, più complessa. Il mestiere del giornalista sta cambiando: egli deve saper distinguere le notizie vere da quelle false per poi presentare la verità al pubblico.

Il Corriere adotta un approccio basato sulla prudenza e sul controllo umano nel contesto dell’adozione dell’intelligenza artificiale in linea con l’AI Act europeo. 

La classe durante l’incontro sulla sensibilizzazione alle tematiche del giornalismo responsabile

Sebbene le specifiche linee guida interne dettagliate non siano pubbliche, dai contenuti e dagli editoriali del giornale emergono dei principi chiave tra cui la supervisione umana centrale e la trasparenza con il lettore. Il Corriere usa talvolta l’AI per sintesi o riassunti di documenti lunghi, atti giudiziari o report tecnici. 

Qualsiasi sintesi prodotta deve essere sottoposta a un fact-checking rigoroso. È infatti vietato dal Corriere pubblicare riassunti automatici senza che un giornalista abbia verificato la corrispondenza dei dati sintetizzati con le fonti originali per evitare “allucinazioni” (dati inventati dal modello). Inoltre, se la sintesi di dati è parte del pezzo finale, il quotidiano segue il principio di trasparenza, informando il lettore sull’uso di tecnologie assistive.  Il ruolo del giornalista ora assume anche questo compito: proteggere il pubblico.

 Stare al passo con il veloce avanzamento dei social e dell’AI in questi tempi è una sfida veramente difficile, ma alla portata dei professionisti del Corriere della Sera, i quali hanno dimostrato di avere una trasparenza e un metodo di lavoro straordinario per oltre 150 anni di storia della testata, messo in atto nel palazzo dei misteri. 

 

 



DIRITTI IN AZIONE. Non solo uno scenario: il paesaggio tutelato dall’Articolo 9

di Ludovica Dufour, Margherita Manzone, Viola Sommer, 2B

L’articolo 9 della Costituzione della Repubblica italiana afferma che la Repubblica tutela il paesaggio e l’ambiente, riconoscendoli come valori fondamentali. Si tratta di salvaguardare un patrimonio. Il patrimonio di tutti noi.

Per  comprendere come l’Articolo 9 della Costituzione trovi effettiva attuazione nella nostra città, abbiamo intervistato tre professionisti che, da punti di vista diversi, notano come sia mutato il paesaggio a Genova e suggeriscono come i cittadini possono collaborare alla sua conservazione:  l’architetto Alessandra Quarello del Comune di Genova, il professor Riccardo Iesu, naturalista, collaboratore dell’Acquario di Genova e la fotografa Paola Leoni.

Qui il video con le nostre interviste 

L’architetto Alessandra Quarello ha evidenziato l’importanza della conservazione e manutenzione delle aree verdi presenti a Genova e l’insegnamento del rispetto verso queste aree ai cittadini. Per progettare nuove zone verdi bisogna partire dal piccolo, concentrandosi su quelle già presenti e cercare di lavorare con lo spazio disponibile. Le strutture urbane possono contribuire con l’aumento di piante grazie ai tetti e le pareti “verdi”, si tratta di strutture, sia interne che esterne, dove presentano un vero e proprio ecosistema. Questo tipo di tecnologia aiuta l’assorbimento dell’acqua piovana, evitando episodi di allagamento, e dell’anidride carbonica.
La Liguria presenta molti ecosistemi diversi tra loro in un territorio piccolo: anche attraverso progetti europei si cerca di salvaguardare in particolare la fauna acquatica, ricca di microclimi diversi. Il professor Riccardo Iesu si occupa del progetto riguardante la riproduzione di una piccola tartaruga che vive soltanto nella nostra regione. Il progetto coinvolge anche enti esterni come l’acquario di Genova, l’università e la provincia di Savona. L’assenza di questa specie è un segnale d’allarme che significa che l’ambiente non è più adatto ed è stato modificato da diversi fattori.

Il professor Riccardo Iesu racconta come le tartarughe trascorrano i primi momenti di vita presso l’acquario per poi essere liberate in natura. L’obbiettivo di questi progetti è cercare di salvaguardare le specie marine ed evitarne la scomparsa. La Liguria ha avuto dei risultati di conservazione degli ecosistemi positivi con l’entrata di nuove specie nel territorio. Grazie al progetto di salvaguardia della fauna acquatica, c’è la possibilità per molte specie a rischio di continuare a vivere e adattarsi nel cambiamento dell’ecosistema.
Grazie alla fotografia si può notare il cambiamento di un paesaggio da due epoche diverse. Genova nei secoli è stata progettata e modificata sempre di più con strutture ed edifici. Paola Leoni ci ha spiegato come ha vissuto la fotografia anche grazie a suo padre fondatore dello storico Studio Leoni e come ha potuto vedere il cambiamento urbanistico in città.
Tutti e tre gli intervistati hanno spiegato come contribuiscono al cambiamento del paesaggio e come sia importante tutelarlo.

L’articolo 9 della Costituzione italiana ci insegna a rispettare l’ambiente, contribuendo anche con piccoli gesti nel nostro vivere quotidiano: un dovere di tutti i cittadini

Da 150 anni al servizio dell’informazione. Il “Corriere della Sera” svelato dai suoi giornalisti

Novemila studenti collegati da tutta Italia, cinque classi presenti in Sala Buzzati: un dialogo con le grandi firme del Corriere della Sera, tra storia, attualità e funzione del giornalismo ai tempi delle fake news.

di Pietro Enrico Barbieri, 1b

Beppe Severgnini

Mentre varco la porta della storica Sala Albertini, dove prima di me sono entrati giornalisti e scrittori come Indro Montanelli, Oriana Fallaci e Dino Buzzati, nella mia testa rimbomba una vecchia canzone dei Baustelle, Un Romantico a Milano: “Leggi, c’è un maniaco sul Corriere della Sera / La sua mano per la zingara di Brera, è nera”. Questo mi fa riflettere sull’enorme popolarità dell’istituzione che sto visitando insieme ai miei compagni, che poi è proprio la stessa cosa che abbiamo discusso poco prima nella Sala Buzzati, alla conferenza La libertà delle idee. Giornalismo, informazione e democrazia. Beppe Severgnini ha iniziato spiegando a tutti che il Corriere non è un semplice giornale, ma “parte integrante della storia d’Italia”. Ognuno degli ospiti, cronisti esperti e specializzati in diversi campi, ha poi offerto una prospettiva diversa sul mestiere di giornalista. Particolarmente interessante l’intervento di Beppe Severgnini, molto sciolto e a suo agio nel dialogo con noi studenti. Prima di oggi l’avevo visto molte volte in TV a parlare di cose molto diverse tra loro. Probabilmente questa esperienza lo aiuta a comunicare in modo così diretto e comprensibile. Dopo aver svelato a noi studenti qualche trucco per scrivere un buon testo – il suo metodo P.O.R.C.O., acronimo per: Pensa, Organizza, Rigurgita, Correggi, Ometti – ha spiegato il concetto del “giornale club”, un luogo metaforico di discussione, dibattito e scambio d’opinioni tra tutti i redattori.

Martina Pennisi

Martina Pennisi  vede l’edizione online del giornale come una specie di estensione di questo “club”, aperto anche ai lettori, che possono commentare in tempo reale e interagire tra loro, purché questo avvenga in modo educato e rispettoso nei confronti di ognuno. Il suo modo di comunicare mi è sembrato molto diverso da Severgnini, più colloquiale. Infatti lei usava spesso metafore calcistiche di facile comprensione per un pubblico giovane e forse distratto.  Venanzio Postiglione, invece, era il più elegante di tutti. L’unico a indossare giacca e cravatta, parlava lentamente e usava termini ricercati, che magari provengono dalla sua formazione classica. Non a caso ha affrontato temi complicati e storici come quello della censura, in tutte le sue forme possibili, raccontando certi episodi molto interessanti dell’epoca fascista, per la precisione il 28 novembre 1925, quando il direttore dell’epoca, Luigi Albertini, fu obbligato a lasciare la sua prestigiosa carica per non assecondare le richieste del regime di Benito Mussolini.

Venanzio Postiglione

Ho anche pensato a quante analogie ci siano tra il fascismo e le attuali dittature del mondo, come la Russia di Vladimir Putin, dove gli organi di informazione scrivono soltanto quello che vuole il governo. Ho trovato la spiegazione del “patto di fiducia” davvero illuminante, perché spiega qualcosa che noi,  nel mondo libero occidentale, tendiamo a dare per scontato, cioè che le notizie che leggiamo sulle pagine del giornale siano vere. E invece non è per niente scontato, come dimostra l’esempio di coraggio di Luigi Albertini, costretto a dimettersi dal Corriere poiché non poteva più scrivere ciò che voleva come voleva. Anche l’infodemia così diffusa su internet, specialmente dopo il Covid, dimostra che il “patto di fiducia” è ancora attuale ai giorni nostri, in cui purtroppo le fake news sono diffusissime.

I giornalisti presenti all’incontro. Da sinistra: Venanzio Postiglione, Martina Pennisi, Beppe Severgnini e Marta Serafini

Il web è poi tornato in tanti altri interventi, che hanno sottolineato la velocità con cui le informazioni viaggiano, superando la carta. Anche il Corriere si è adattato a questa continua rivoluzione tecnologica, passando dall’essere un semplice giornale stampato a una rete multimediale, con oltre 5 milioni di italiani che giornalmente visitano il suo sito. Totalmente diversa l’atmosfera evocata da Marta Serafini inviata di guerra in Ucraina e prima ancora in diversi teatri bellici in tutto il mondo. Dalle sue parole ho capito che quello del giornalista è un lavoro potenzialmente pericoloso, che ti espone a incontri straordinari e rischi imprevedibili. Il giornalista infatti, per rispettare il famoso “patto di fiducia” con il lettore, deve assistere coi propri occhi ai fatti che riporta. Essere testimoni di una guerra non è facile, e, oltre ai rischi per la propria salute e incolumità, c’è anche un rischio che non avevo considerato, quello di diventare “soldati involontari” di una delle parti in guerra. Mentre Marta Serafini parlava, ho riflettuto su quante cose orribili deve avere visto una reporter di guerra come lei. Rispetto agli altri giornalisti invitati, mi è sembrata più cinica e pragmatica. Forse le esperienze che ha vissuto l’hanno segnata in profondità. Anche il suo abbigliamento era il più sobrio, come se fosse meno interessata all’apparenza e più alla sostanza.

Marta Serafini

Il giorno dopo la nostra partecipazione alla conferenza presso la sede della Fondazione del Corriere è scoppiato l’ennesimo conflitto tra Israele, USA e Iran. Quando l’ho saputo mi trovavo all’aeroporto di Milano e mentre salivo sul volo per Parigi ho subito pensato a Marta Serafini e mi sono chiesto se magari non stesse già preparandosi a partire un’altra volta per qualche lontano paese del Medio Oriente.

 

 

 

Impressioni da una visita in redazione

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi (da Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa).

di Riccardo Viotti, 1b

Entrare nel palazzo di via Solferino, storica sede del Corriere della Sera, è stato un po’ come attraversare una porta invisibile e ritrovarsi in un’altra epoca. Appena si varca la soglia della  Sala Albertini, ci si trova davanti a un enorme tavolo antico, circondato da mobili solenni, pareti piene di quadri che custodiscono storie di decenni. Per un attimo ho avuto l’impressione di sentire il rumore delle macchine da scrivere e di immaginare i giornalisti rientrare di corsa in redazione, magari con le scarpe sporche dopo una giornata passata in strada a cercare notizie.

Prima pagina del primo numero del Corriere della Sera, pubblicato il 5 marzo 1876.

Una volta, infatti, le notizie non arrivavano con una notifica sul telefono o sul terminale delle agenzie di stampa. Bisognava cercarle di persona, parlare con le fonti, andare nei quartieri, nei bar, perfino partire per l’estero in situazioni rischiose. Di giorno si raccoglievano informazioni, la sera si scriveva il giornale che sarebbe uscito il mattino dopo (in realtà, quando nacque, il Corriere della Sera usciva a fine giornata e raccoglieva le informazioni di due giorni). Era un lavoro fatto di attesa, fatica e confronto diretto con la realtà.

 

Eppure quel luogo non è solo un ricordo del passato. Soprattutto nel periodo dopo la guerra, i giornalisti hanno avuto un ruolo fondamentale nel difendere la libertà di stampa. Ci è stato spiegato quanto fosse stato grave il silenzio dei giornali prima del secondo conflitto mondiale: quando l’informazione smette di fare domande, i regimi trovano spazio per imporsi e per zittire ogni voce diversa. Essere lì, in quelle stanze che hanno visto la nascita della democrazia, fa capire che scrivere non è solo un mestiere, ma una responsabilità verso la società.

Oggi però la realtà presenta un’immagine  completamente diversa. Accanto a quel tavolo antico ci sono monitor ovunque. Le notizie viaggiano online, sui siti e sui social. Il giornalista non deve solo cercare informazioni, ma anche orientarsi in un’enorme quantità di dati e verificare tutto con attenzione per evitare di diffondere fake news. E poi c’è la velocità: nessuno  aspetta più il giornale del giorno dopo, vogliamo sapere subito cosa sta succedendo. Gli articoli sono più brevi, spesso accompagnati da video e podcast, perché il modo di informarsi è cambiato insieme alle nostre abitudini.

Sala Dino Buzzati, un momento dell’incontro.

Durante la visita abbiamo incontrato professionisti come Beppe Severgnini, Marta Serafini e Martina Pennisi. Ascoltandoli parlare, ho capito che, nonostante gli strumenti siano diversi rispetto al passato, il cuore del giornalismo è rimasto lo stesso. Che si scriva con una macchina da scrivere o si pubblichi un contenuto sui social, l’obiettivo è sempre informare in modo corretto e onesto. Alla fine, è proprio vero che molte cose sono cambiate (la tecnologia, i tempi, il linguaggio), ma queste evoluzioni sono state necessarie per proteggere ciò che continua a contare davvero: la libertà di stampa e d’informazione che, oggi come allora, sono un presidio irrinunciabile per la democrazia.

 

Corriere della sera: la responsabilità di una firma

Dentro via Solferino, dove il giornalismo resta un atto di responsabilità.

di Emma Zitta, 1b

Siamo abituati a leggere i loro nomi alla fine di un articolo o a scorgere i loro volti sui social spesso filtrati da uno schermo che appiattisce tutto: emozioni, paure, dubbi, persino la fatica. Ma incontrare dal vivo le firme del Corriere della Sera cambia completamente la prospettiva: all’improvviso quei nomi diventano persone, sono occhi che hanno visto il fronte della guerra, mani che hanno scritto storie che hanno cambiato il mondo e menti che tentano di dare un ordine al caos. Sono, soprattutto, persone che hanno scelto di trasformare la responsabilità dell’informazione nella propria missione quotidiana, quasi sempre senza protezioni.

Campanello di entrata nella sede del Corriere in via Solferino
Sala Albertini

Varcare la soglia del palazzo di via Solferino significa attraversare un confine invisibile. Fuori resta il rumore caotico dei social dentro invece ci si immerge in un ambiente dove ogni parola ha un peso specifico, dove la storia centenaria del giornale sembra vivere nei muri, nei corridoi e perfino nel silenzio che avvolge chi lavora. È un ambiente che non  vive di nostalgia ma di una cura antica: quella che impone di verificare, di dubitare e di non accontentarsi mai della prima versione dei fatti. Ma cosa tiene in piedi una simile atmosfera nell’era delle fake news, delle notizie usa e getta e della superficialità?

Marta Serafini, corrispondente di guerra, ci ha mostrato il vero volto di questo mestiere: essere inviati non significa cercare l’adrenalina né seguire l’immagine del reporter spericolato, ma significa piuttosto decidere ogni mattina di rischiare la propria vita per onorare un patto con il lettore: raccontare ciò che accade davvero anche quando la verità è scomoda, dolorosa o difficile da guardare. Ci ha parlato della fiducia, definendola “l’unica vera merce rimasta sul mercato” un bene fragile che si conquista lentamente e si perde in un istante. In un mondo dove tutti urlano per essere i primi, il giornalista è colui che si prende il lusso e l’onere di verificare, applicando l’autocensura non come un limite alla libertà, ma come massimo segno di rispetto per la realtà.

Storia del Corriere in via Sollferino

Questa cura verso chi legge si traduce in quella che Beppe Severgnini definisce un’evoluzione inevitabile: il digitale non ha ucciso il giornalismo, lo ha reso più “nudo”, più esposto, più vulnerabile, a volte persino feroce. Eppure proprio in questa nudità  il giornalismo ritrova la sua forza: la trasparenza, la capacità di spiegare come si lavora, perché si sceglie una notizia e non un’altra, quali criteri guidano la selezione e la gerarchia delle notizie.

La struttura portante rimane la gerarchia delle notizie che, come spiega Antonio Troiano, responsabile della redazione Cultura “rimane il valore che contraddistingue il giornale cartaceo”; il tempo è un ingrediente fondamentale: è lo spazio necessario per garantire una notizia provata, l’unico strumento che permette al lettore di sentirsi al sicuro, certo di conoscere la verità e non quello che qualcuno vuole fargli credere.

Uscendo da quel portone storico, una domanda resta sospesa nell’aria: in un’epoca in cui chiunque può pubblicare qualsiasi cosa, chi ha ancora il coraggio di restare in silenzio finché non è certo di ciò che dice? Forse la vera sfida oggi non è correre più forte degli altri, ma avere il coraggio di essere “lenti”, di prendersi il tempo necessario per capire, per ascoltare, per verificare. In un mondo che ha smesso di saper aspettare, la lentezza potrebbe essere l’ultimo gesto rivoluzionario rimasto al giornalismo.

DIRITTI IN AZIONE. Articolo 11: l’importanza della pace

di Martina Moggia, 2B

Qui il videoservizio di Martina Moggia, Ludovica Pedrazzi, Carolina Vassallo

Mai come oggi, l‘articolo 11, uno dei principi fondamentali più importanti della Costituzione Italiana è di attualità. Questo articolo stabilisce che l’Italia rifiuta la guerra come strumento di offesa e promuove la pace e il rispetto tra i popoli. Negli ultimi anni – e purtroppo anche negli ultimi giorni –  sono scoppiati conflitti lunghi e sempre più crudeli e cruenti nel mondo, anche vicino a noi.

Il recente attacco all’Iran da parte di Usa e Israele, gli interminabili  conflitti tra Russia e Ucraina o tra Israele e Palestina dimostrano quanto la guerra sia sempre presente.

Per comprendere maggiormente l’importanza dell’aspirazione alla pace su cui si basa la nostra Costituzione e le conseguenze che ogni conflitto ha sui più deboli,  abbiamo intervistato Irina, che ha lasciato l’Ucraina e ha raggiunto l’Italia, grazie all’aiuto della Comunità di Sant’Egidio. La Comunità di Sant’Egidio si occupa dell’emergenza umanitaria, offrendo sostegno alla popolazione ucraina.

 

 

Irina è arrivata a Genova tre anni fa e inizialmente sperava di poter tornare a casa in breve tempo. I primi mesi in Italia sono stati difficili per lei e ha impiegato tempo per adattarsi al nuovo paese e imparare la nuova lingua. Irina è partita dall’Ucraina insieme ad altre persone che, come lei, seguivano la terapia dialitica. Ricorda  il suono della prima sirena e anche la paura che ha provato. Irina ha spiegato di essersi trovata bene a Genova, grazie all’accoglienza di cittadini gentili e generosi.

Abbiamo intervistato anche Manuela Dogliotti, della Comunità di Sant’Egidio. Manuela è maestra di italiano all’interno della Comunità. La scuola di lingua è formata da circa 16mila persone: immigrati, profughi e ucraini fuggiti dal proprio paese. Manuela ha spiegato l’importanza di non rimanere indifferenti di fronte alla guerra.

L’articolo 11 è molto attuale perché ricorda che la pace è un valore importante e che la guerra porta solo a distruzione. Pur rifiutando la guerra, l’Italia partecipa a missioni di pace e fornisce aiuti. Per raggiungere la pace, serve impegno e solidarietà tra le popolazioni.

La Blue Economy, il futuro sostenibile del Porto di Genova

di Christian Giannini e Leonardo Crucioli, 5B 

Che cos’è la Blue Economy?

L’economia blu è una visione macroeconomica che si pone come obiettivo la trasformazione dei mari e degli oceani da risorse esauribili da sfruttare a veri e propri punti di rigenerazione innovativi e sostenibili.

L’economista belga Gunter Pauli ha inventato questo concetto. Sostiene infatti  che l’uomo si debba porre l’obiettivo di emulare gli ecosistemi già presenti in natura, evitando così gli sprechi e soprattutto creando valore dagli scarti.
La blue economy si può applicare in moltissimi settori marittimi: quello della Pesca e Acquacoltura per evitare il prelievo intensivo utilizzando metodi rigenerativi per ripopolare la specie; quello del Trasporto Marittimo, per lo sviluppo di navi a basse emissioni (idrogeno, propulsione velica moderna) e la digitalizzazione dei porti (“Smart Ports”).
Viene interessato anche il turismo costiero, con l’adozione di modelli che tutelino la biodiversità anziché distruggerla con il sovraffollamento. Il settore delle Energie Rinnovabili Marine non riguarda solo l’eolico offshore, ma anche l’energia che sfrutta le maree. Infine il settore delle “Biotecnologie Blu” che prevedono l’utilizzo di alghe e organismi marini per la produzione di farmaci, cosmetici o bioplastiche e quello della Desalinizzazione Sostenibile, per ottenere acqua potabile riducendo l’impatto delle salamoie di scarto sull’ecosistema.
Durante l’incontro è emerso un punto fondamentale e imprescindibile: il rapporto tra porto, città e sostenibilità.
Il porto di Genova è sempre stato un punto di riferimento fondamentale per la città, ha caratterizzato la sua economia, la sua identità e lo sviluppo. Importantissimo è il ruolo che ricopre come collegamento strategico con tutte le parti del mondo come la stessa Italia o l’Europa.

In questo periodo il porto sta affrontando la necessità di cambiamenti per quanto riguarda la sostenibilità e l’innovazione. L’espressione “porto verde” infatti indica infrastrutture più efficienti, uso di energie rinnovabili, tecnologie digitali e riduzione dell’impatto ambientale. Il porto in futuro si deve prefiggere l’obiettivo di diventare sempre più integrato con la città in modo da migliorare progressivamente la convivenza con la vita urbana. È importante, soprattutto per una città come Genova, investire nel porto, in settori come logistica, cantieristica, turismo, ricerca, sostenibilità e integrazione urbana, per sostenere quello che è il cuore dell’economia e dell’aspetto sociale della località.

Solo contro l’identità: Giorgio Marchesi incendia il palcoscenico con “Il fu Mattia Pascal”

di Carolina Vassallo, 2B

Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso.

Portare in scena Il fu Mattia Pascal significa confrontarsi con uno dei testi più complessi di Luigi Pirandello. La recente reinterpretazione di Giorgio Marchesi sceglie una strada originale e coraggiosa: un monologo teatrale, sostenuto in scena unicamente dall’attore e accompagnato dalle musiche dal vivo del contrabbassista Raffaele Toninelli.

Premio Nobel per la letteratura nel 1934, Luigi Pirandello ha rivoluzionato la narrativa del Novecento attraverso una riflessione profonda sull’identità e sulle “maschere” sociali che imprigionano l’individuo. Il suo stile unisce introspezione psicologica e ironia amara, mettendo in scena personaggi sospesi tra ciò che sono me ciò che gli altri vedono. Il fu Mattia Pascal rappresenta una delle espressioni più emblematiche di questa poetica.

 

Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello racconta la storia di Mattia, che dopo essere stato creduto morto decide di cambiare identità e diventare Adriano Meis. Libero dalle responsabilità e dai problemi del passato, scopre che senza un’identità riconosciuta non può davvero vivere né amare. Quando tenta di costruirsi una nuova vita, si accorge che la libertà assoluta è una forma di solitudine e prigionia. Tornato al paese d’origine, trova la sua vecchia vita ormai perduta e resta “il fu”, sospeso tra esistenza e non esistenza. La reinterpretazione teatrale e la regia di Giorgio Marchesi valorizzano il conflitto interiore del protagonista, mettendo al centro il tema dell’identità frammentata e dell’ironia amara pirandelliana.

L’allestimento si distingue per una scenografia minimalista, quasi spoglia. Sul palco domina l’essenzialità: pochi elementi scenici, luci studiate per scolpire lo spazio e creare atmosfere mutevoli. La scelta di affidare la scena a un solo attore rappresenta una circostanza atipica, soprattutto considerando che Giorgio Marchesi è noto principalmente per il suo lavoro nel cinema e nella televisione. Questa dimensione teatrale, più intima e diretta, mette alla prova la sua capacità di sostenere l’intero peso narrativo. Accanto a lui, la presenza del contrabbassista Raffaele Toninelli aggiunge un elemento di grande suggestione: le musiche eseguite dal vivo non fungono da semplice accompagnamento, ma amplificano le tensioni emotive. Il contrabbasso diventa così una voce ulteriore che contribuisce alla costruzione dell’atmosfera.

L’interpretazione di Giorgio Marchesi è il fulcro dello spettacolo. Il suo Mattia Pascal si muove costantemente tra il tragico e il comico, incarnando quella doppiezza tipicamente pirandelliana in cui il riso si intreccia al dolore. Il passaggio dalle emozioni ironiche e comiche a quelle drammatiche avviene con naturalezza, senza fratture, rendendo evidente la modernità del testo. Marchesi dimostra padronanza del ritmo e del silenzio, elementi fondamentali in un monologo.

Lo spettacolo ha riscosso un notevole successo, testimoniato da applausi convinti. Il pubblico ha mostrato di apprezzare la scelta di un allestimento essenziale ma ricco di profondità, capace di rendere attuale il pensiero pirandelliano senza tradirne la complessità.