DIRITTI IN AZIONE. Perché è importante la sicurezza sul lavoro? L’articolo 4 della Costituzione e il diritto di tornare a casa.

di Davide De Rosa, 2B.

Il lavoro è un diritto e un dovere, come sancisce l’articolo 4 della Costituzione della Repubblica Italiana, il quale  dichiara che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ma cè anche il diritto di tornare a casa. Perché ancora oggi si muore sul lavoro, ci si ferisce gravemente, si rischia di non tornare. I casi, solo in Italia, ogni anno sono centinaia. Solo pochi giorni fa un giovane studente lavoratore di 22 anni è morto stritolato dal macchinario con cui stava lavorando.

Di lavoro quindi e di sicurezza sul lavoro abbiamo parlato con Maurizio Calà, Segretario Generale della CGIL Liguria, con Andrea Piccardo dell’Azienda TECNE Spa del Gruppo Autostrade per l’Italia e con Federica Ornano dello Studio Ornano.

Qui le nostre videointerviste

Maurizio Calà ha evidenziato l’importanza di non trattare il lavoro come una merce, spiegando come la CGIL si occupi di vigilare e verificare, anche tramite i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, come le aziende applichino le leggi previste a loro tutela.

Si è parlato anche di come sia possibile ridurre le morti sul lavoro date le statistiche che vedono le morti sul lavoro in aumento.

Andrea Piccardo, coordinatore per la sicurezza di Tecne ha spiegato  quali sono le figure  presenti nell’azienda che si occupano della sicurezza sul lavoro e quali sono i format e aggiornamenti di cui tenere conto. L’intervistato ha anche spiegato come il suo ruolo possa essere importante per la salute e come possa agevolare la sicurezza dei lavoratori.

Abbiamo infine sentito il parere di Federica Ornano, che lavora per uno studio di progettazione e direzione lavori ma si occupa anche della sicurezza dei lavoratori.

DIRITTI IN AZIONE. Riscrivere una vita: uguaglianza e diritto d’asilo (articoli 3 e 10)

di Stella Medusei, Amelia Verrini e Lisa Ferrari,2B

Qui il nostro videoservizio

Dai barconi alle scuole: l’istruzione dei migranti per l’uguaglianza

Barconi e cadaveri che affondano, insieme alle ultime speranze di raggiungere un’esistenza  più sicura. La vita dei migranti è così: tutta dolore e poche certezze. Partono, lasciandosi alle spalle la famiglia e la realtà che conoscono. Viaggiano in condizioni terribili, affrontano gravi pericoli e spesso muoiono.

Una famigli di immigrati costretti a vivere sulla strada.
Un barcone che trasporta dei migranti.

Eppure, ogni anno, migliaia di persone, unite da un comune desiderio di libertà, continuano ad abbandonare le proprie case. Vogliono un futuro migliore per sè stessi e per i propri figli: credono di poterlo trovare lontano, specialmente nei ricchi Stati dell’Europa Nord-Occidentale. Eppure, percorrendo le vie delle grandi metropoli, non è raro vedere molti migranti che chiedono l’elemosina. Appaiono sciupati, impoveriti,  disperati…come se la miseria li avesse inseguiti dal loro Paese di nascita. I cittadini locali spesso, invece di comprendere le loro difficoltà e sostenerli, preferiscono voltarsi da un’altra parte. Ignorarli sembra comodo, così mentre le classi medio-alte della collettività divengono cieche e prive di empatia, gli immigrati cadono nell’oblio. Vengono travolti dal vortice dell’indifferenza, diventano invisibili, quasi fossero parte integrante dell’ambiente cittadino.

Ma esistono ancora persone che riescono  a distinguere le sagome scure sullo sfondo di una limpida vita quotidiana. Non considerano i migranti degli errori da nascondere ed evitare, per preservare l’idea di una società perfetta. Al contrario ritengono che la loro presenza renda il mondo più vario e vogliono aiutarli ad integrarsi. Il loro proposito è rendere reali tutte le aspettative che gli extracomunitari nutrivano nei confronti della propria nuova vita all’estero. Diversi enti no-profit permettono ai migranti di raggiungere i propri obbiettivi: trovare un impiego, creare una situazione stabile per la propria famiglia…Nessuno deve essere trascurato o lasciato indietro.

Alcuni migranti reggono uno striscione con il simbolo della comunità di Sant’Egidio.

Con solidarietà e frequente assistenza i volontari rappresentano degli ideali che riassumono al meglio l’articolo 3 della Costituzione Italiana. Nella legge fondamentale dello Stato Italiano, infatti si afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] e sono eguali davanti alla  legge senza distinzione di razza,lingua, religione […]. Troppe volte i migranti vengono denigrati ed esclusi, soltanto perchè appartengono ad una nazionalità diversa. Associazioni come la comunità di Sant’Egidio, formatasi nel 1968 a Roma, difendono i diritti fondamentali degli emarginati, costruendo un mondo più tollerante e pronto ad abbracciare culture differenti.

Sicuramente l’istruzione è un mezzo fondamentale per organizzare una realtà così aperta e progressista. Perciò il gruppo di Sant’Egidio ha ideato un’iniziativa che ormai si protrae da circa quarant’anni a Genova: la scuola d’italiano per migranti. Il progetto è riconosciuto a livello internazionale, infatti i corsi tenuti dai maestri della comunità terminano con un esame vero e proprio, come quelli di inglese che si tengono negli istituti pubblici. Grazie ai corsi pomeridiani tenuti in diversi edifici, molte tra le persone più sconfortate sono riuscite a imparare la lingua e a ritrovare la speranza.

Un bambino immigrato studia con cura.

Il 17 gennaio 2026 abbiamo intervistato Flavio Fusco, un insegnante-volontario. Non ha mai svolto il mestiere di professore al di fuori dell’associazione, infatti è in realtà un medico. A diciott’anni ha scoperto l’organizzazione e ha incominciato a spiegare alcuni vocaboli ad alcuni bambini extracomunitari, che risiedevano a Sampierdarena. Nella sua stessa situazione si trovano altri centoventi maestri di tutta Itlalia: fra di loro vi sono anche pensionati, universitari…tutti mossi da un profondo spirito altruistico. Il tempo che dedicano ai più deboli quest’anno ha permesso a circa milleduecento immigrati, sopratutto provenienti dal Nord Africa, di incominciare a studiare.

La lingua è il patrimonio che permette di accedere alle chiavi del lavoro, della conoscenza e delle relazioni” afferma Fusco. “Sono i desideri di tutti, italiani o no e la scuola, con la sua lunga storia di accoglienza ed istruzione permette di aiutare le persone più fragili”. I corsi pomeridiani e mattutini aiutano sia ragazzini con difficoltà a scuola, sia adulti a comprendere meglio il mondo che li circonda, a esprimere i propri stati d’animo e giudizi.

Un gruppo di migranti davanti ad una scuola d’italiano.

Al di là della mera sopravvivenza però la scuola di Sant’Egidio insegna anche basi solide di cultura italiana per gli studenti di livello più avanzato. Letteratura, arte, architettura: gli aspetti più belli di un Paese straniero rendono possibile ai migranti percepirlo come se un po’ fosse anche il loro. Sono diversi gli alunni che  dopo aver terminato le lezioni con l’associazione hanno continuato ad istruirsi, talvolta arrivando persino a conseguire la laurea.

Hanno potuto portare avanti un percorso iniziato nella propria patria, ma che si era dovuto interrompere a causa della povertà, della guerra, dei regimi totalitari che limitano l’indipendenza. “Pensate a tutto il riscatto sociale di uomini e donne che riprende a studiare” suggerisce l’insegnate-volontario “quando magari nella sua nazione per loro era impossibile”. Dopo essere arrivati a Lampedusa sui barconi o aver attraversato i Balcani a piedi, lo studio è veramente un modo di riprendersi la vita. 

Abbiamo anche conosciuto Omar, un ventenne originario del Bangladesh, che ha una storia veramente intensa. E’ partito solo, da adolescente, guidato dal forte desiderio di libertà. Giunto in Libia, ha provato ripetutamente a salpare su un barcone da Tripoli, la capitale sulla costa. E’ stato catturato due volte dalla mafia libica, che lo ha imprigionato insieme ai suoi compagni di viaggio: i ragazzi erano costretti a vivere in una situazione tremenda. I trafficanti concedevano loro pochissimo cibo. “Una persona non si può salvare  in questo modo – racconta il migrante”. La criminalità organizzata ha obbligato la sua famiglia a pagare un cospicuo riscatto per lasciarlo andare.

Omar e Flavio Fusco nella scuola d’Italiano.

Finalmente, al quarto tentativo il giovane è riuscito ad arrivare fino a Lampedusa: ma la traversata del Mediterraneo è stata un’esperienza straziante che lo ha ferito fisicamente alla gamba e psicologicamente nella memoria. Ancora oggi ricorda con precisione la scabbia, la paura degli altri ragazzi, i primi aiuti umanitari in Italia, il successivo trasferimento in Liguria. A Genova, è stata proprio la comunità di Sant’Egidio a sostenerlo e a permettergli di andare avanti. “Come rispetto i miei genitori, rispetto anche i volontari” racconta Omar.

Migranti salvati da una squadra di soccorso.

Le lezioni di italiano gli hanno permesso di trovare tanti lavori temporanei, ma nel suo caso il supporto dell’associazione supera il semplice insegnamento. Infatti i volontari lo hanno aiutato a ottenere il permesso di soggiorno, fornendogli una lettera da mostrare alla commissione che doveva scegliere se concederglielo. Questo episodio riprende anche l’articolo 10 della Legge Fondamentale, che recita:“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica […]” .

Una bambina immigrata a scuola.

Anche se Omar oggi è felice di vivere in Italia e sta bene, moltissime persone come lui devono ancora combattere l’intolleranza e una mentalità chiusa e razzista. E’ compito di ogni cittadino responsabile rispettare i diritti fondamentali degli extracomunitari che ci circondano, seguendo l’esempio dei volontari di Sant’Egidio. Come afferma lo stesso Flavio Fusco “bisogna essere curiosi e non lasciarsi vincere dai pregiudizi, ascoltare e farsi toccare dalle storie degli altri.” Anche i migranti hanno una voce e meritano di potersi esprimere come tutti gli altri, non di essere zittiti e dimenticati in un angolo, solo perchè vengono da lontano.

 

DIRITTI IN AZIONE. Articolo 9: tutelare l’ambiente e gli animali a Genova

di Maria Sole Venturino, 2B

Qui il videoservizio di Sveva Berchielli, Elena Traverso, Maria Sole Venturino

Ma la Costituzione ha qualcosa a che fare con la nostra vita di ogni giorno? Studiando i diritti fondamentali abbiamo scelto di approfondire l’articolo 9: ci è sembrato importante perché ci spinge a tutelare tutto ciò che ci circonda e che fa parte della nostra vita, riconoscendo il fatto che ognuno di noi deve avere cura e rispetto per tutto ciò che costituisce il nostro pianeta.

L’articolo 9 della costituzione italiana afferma infatti che bisogna tutelare l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

Per comprendere a fondo questo concetto abbiamo deciso di intervistare alcune persone esperte in tema di tutela ambientale e della biodiversità, sia per apprendere nuove curiosità, per esempio sugli animali in via d’estinzione, sia per conoscere quali sono i piccoli gesti che si possono fare, anche nella vita quotidiana, per contribuire a salvaguardare l’ambiente.

Per approfondire il tema della biodiversità abbiamo deciso di intervistare Renzo Massa, presidente di Genova Made, un’associazione con sede sulla passeggiata di Nervi che si occupa di ripristinare le piante presenti nel territorio, con lo slogan “fare bella Genova”.

Gli abbiamo domandato come ognuno di noi possa contribuire per proteggere l’ambiente:  Massa suggerisce di compiere delle azioni molto semplici, che però fanno la differenza, per esempio tenendo pulita la città, non gettando i rifiuti per terra oppure, nel caso dei proprietari di cani, prendendo le giuste precauzioni  per le deiezioni dei loro animali.

Abbiamo intervistato anche Roberta Parodi, responsabile dei servizi educativi e dell’esperienza di visita dell’Acquario di Genova, struttura che permette ai visitatori di scoprire il mondo marino e le principali minacce rivolte agli ecosistemi acquatici, avvicinando il grande pubblico alla natura e promuovendo la conservazione degli ambienti.

Ci è stato spiegato che l’Acquario è responsabile per il recupero delle specie marine in difficoltà con particolare attenzione alla tartarughe comuni, caretta caretta, perché spesso rimangono intrappolate negli oggetti di pesca oppure mangiano la plastica, confondendola con le meduse; quindi vengono recuperate, accolte in Acquario e curate fino alla loro guarigione e al rilascio in mare. L’Acquario ospita e protegge anche il pesce sega, che è un animale ad alto rischio di estinzione.

L’obiettivo finale della visita all’Acquario è quello di informare ed educare i visitatori spingendoli a mutare il proprio comportamento nei confronti dell’ambiente.

L’articolo 9 riguarda e impegna noi tutti. Prendersi cura dell’ambiente oggi significa garantire un futuro migliore alle prossime generazioni. La costituzione fa parte della nostra vita quotidiana.

Quando la mente diventa collettiva: umanità e AI a confronto nel film “Wider Than the Sky”

Cosa è che rende unico l’essere umano?

di Asia Di Calogero e Isabella Morando, 1B

“Il cielo è più vasto del cielo perché contiene l’idea stessa del cielo. Se la mente può concepire l’infinito, allora la mente è l’infinito.” dal componimento “The Brain is wider than the Sky” di Emily Dickinson, da cui deriva anche il titolo del film.

Il documentario “Wider Than the Sky – Più grande del cielo”, diretto dal regista Valerio Jalongo, affronta il
tema dell’intelligenza artificiale, confrontandola con la mente umana e chiarendone le differenze. È basato
su un dialogo tra neuroscienziati, creatori di robot, artisti, tra cui Ameca, il robot umanoide della Engineered Arts, considerato tra i più avanzati al mondo.
Il film trasmette sicuramente emozioni contrastanti: inquietudine, nel vedere quanti progressi ha fatto e continua a fare l’AI; fascino, nel vedere macchine così tanto capaci di simulare comportamenti umani; disagio, nel vedere la strana interazione tra uomo e Ameca. Saremmo però ipocriti se negassimo che tutto ciò non ci
spaventa nemmeno un po’. Per ora l’unica cosa a differenziarci dall’AI sono i sentimenti, ma se un giorno ciò dovesse cambiare, cosa ci renderà diversi dall’intelligenza artificiale? Cosa ci renderà unici rispetto alla tecnologia?
Nel film inoltre il regista Jalongo definisce l’AI un’intelligenza collettiva, poiché formata dall’insieme delle conoscenze umane: se in futuro queste macchine dovessero riuscire a raggiungere livelli di empatia e sensibilità tali da generare sentimenti autonomi e compiere scoperte originali, quale sarà il nostro ruolo?
Cosa resterà di noi che una macchina non potrà replicare?

Il rapporto tra il cervello umano e l’intelligenza artificiale

Ameca

Il documentario offre una visione particolare del cervello, ricordandoci che non è solo un processore di dati, ma un organo legato profondamente all’essere umano e alla sua sfera emotiva: l’intelligenza, in questo senso, non può esistere senza sentimento. L’AI, per quanto potente, può solo elaborare informazioni: non impara qualcosa perché vuole, ma perché è istruita a ottimizzare dei calcoli, forniti da noi umani. L’essere umano, invece, apprende perché sente, prova emozioni, vive: noi agiamo in determinati modi perché diamo dei valori alla nostra esistenza, amiamo perché proviamo desiderio, abbiamo memoria di eventi che ci hanno scosso o rallegrato. Tutte esperienze personali, non replicabili. L’AI quindi manca di emozioni che fanno in modo che rendono la vita degna di essere vissuta: è questa la distinzione fondamentale tra umani e macchine. La scienza dice che siamo “dentro queste macchine” perché le abbiamo costruite con le nostre conoscenze, ma le emozioni, almeno per ora, restano solo nostre.

L’intelligenza artificiale resterà sempre solo una macchina che imita il sistema dei neuroni del cervello umano o riuscirà ad avere opinioni proprie e ad avere ricordo delle esperienze passate e a provare emozioni?

Oltre le macchine: il pensiero del corpo e l’emozione

Tra neuroscienziati, studi scientifici e progressi tecnologici, nel film troviamo anche una grande parte dedicata all’arte e alla creatività. Qui danzatori e robot umanoidi svolgono una coreografia della maestra Sasha Waltz: mentre i ragazzi mettono in gioco la propria esperienza di ballerini e cercano di trasmettere un messaggio a tutti coloro che li osservano, i robot si limitano solamente ad imitare alla perfezione tutti i movimenti.
Il corpo è estremamente preciso: se si è provato in modo profondo, il corpo pensa da solo”: la coreografa Sasha Waltz con questa frase intende affermare che l’uomo è un’entità nella quale azione ed emozione sono fuse insieme; negli umanoidi invece il movimento non è un qualcosa di naturale o istintivo, ma il risultato di un comando matematico. La nostra unicità risiede pertanto nel pensiero del corpo, che non passa da circuiti o cavi elettrici ma dalle esperienze vissute.

Opera dell’artista Refik Anadol

Su questo terreno si inserisce anche il lavoro dell’artista Refik Anadol, noto a livello internazionale per le sue opere che combinano l’uso dell’intelligenza artificiale, algoritmi e dati.
L’AI non è però creativa: non sente “l’urgenza interiore” di dar vita a un qualcosa di nuovo, non ha un’anima o dei sentimenti che le permettano di ragionare su argomenti mai studiati precedentemente. Essa è quindi più paragonabile ad “un pennello”: l’artista lo utilizza per aiutarsi nelle sue nuovi creazioni, ma nulla di più. Infatti come ci viene mostrato nel film, l’AI è capace di generare nuove connessioni estetiche o di elaborare dati, ma non è in grado di sostituire la visione umana che lo guida.

In conclusione, il viaggio attraverso “Wider Than the Sky” porta a una fondamentale consapevolezza: l’intelligenza artificiale, pur essendo uno specchio della nostra intelligenza collettiva, rimane priva di quel senso profondo che caratterizza gli esseri umani.
Tuttavia resta aperta una domanda per il futuro: arriverà mai il giorno in cui non saremo più in grado di distinguere un’emozione vera da una simulata alla perfezione?