DIRITTI IN AZIONE | Art. 9 – Tutela dell’ambiente: la voce di Edoardo Brodasca sul territorio e il Posidonia Green Festival

Sotto la superficie: chi difende il Mar Ligure quando nessuno guarda

Edoardo Brodasca, fondatore del Posidonia Green Festival, racconta chi protegge il Mar Ligure ogni giorno e perché anche le istituzioni devono fare la loro parte.

di Alice Celada, Alice Crosa di Vergagni, Giulia Pedemonte, Laura Pezzotta, 2d

In un periodo storico caratterizzato da inquinamento, cambiamento climatico e sfruttamento eccessivo delle risorse naturali,  la fragilità degli ecosistemi marini diventa sempre più evidente. Vivendo in una città che si affaccia sul mare e che ha proprio in questo una delle sue principali risorse, ci siamo chiesti quali conseguenze possano avere le strutture e le attività umane su un ambiente così delicato come quello della Riviera Ligure.

L’articolo 9 della Costituzione italiana ci richiama direttamente a queste responsabilità:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica […] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.”

Questo principio assume oggi un valore fondamentale e ci invita a riflettere sull’importanza del territorio in cui viviamo e sulla necessità di proteggerlo.

Un esempio concreto di impegno è rappresentato dal Posidonia Green Festival, un eco-festival internazionale dedicato all’importanza della protezione del Mar Ligure, che promuove la responsabilità verso l’ecosistema marino.

Durante il nostro lavoro abbiamo scoperto il contributo di numerosi cittadini e associazioni che, anche lontano dai riflettori, si dedicano alla tutela del mare e alla sensibilizzazione attraverso iniziative come questo festival. È emerso inoltre che, per ottenere risultati efficaci, è indispensabile anche il coinvolgimento attivo dello Stato e degli enti pubblici.

Il nostro gruppo ha deciso di approfondire il tema della tutela dell’ambiente marino concentrandosi sul mare della Riviera Ligure. A tal fine abbiamo intervistato Edoardo Brodasca, divulgatore scientifico e fondatore del Posidonia Green Festival e del Posidonian Green Project, scelto per il suo forte impegno nella difesa dell’ecosistema.

Dall’intervista sono emersi aspetti fondamentali, tra cui i principali problemi legati all’inquinamento e l’importanza di azioni concrete, sia individuali che istituzionali.

Questa esperienza ci ha permesso di comprendere come l’articolo 9 non sia solo una norma, ma un invito ad agire. Ne usciamo con una maggiore consapevolezza dell’importanza del mare per le nostre vite e con lo stimolo a contribuire attivamente alla sua tutela.

 Guarda la videointervista 

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DIRITTI IN AZIONE | Art. 4 Intervista alla sindaca Salis: c’è necessità di cambiare, ma manca la volontà politica

Salis: i salari sono troppo bassi e le morti sul lavoro sono ancora troppe. “Il problema? Non è tecnico, è politico

di Giacomo Bertelli, Camilla Danero, Dorotea Dighero, Libero Maiani, 2d

L’articolo 4 della Costituzione italiana:La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Al giorno d’oggi è più importante che mai ricordare l’importanza di questo principio, poiché troppo spesso sentiamo parlare di persone che, nonostante lavorino a tempo pieno, fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Inoltre, in questi ultimi anni sono purtroppo aumentate significativamente gli incidenti che conducono alla morte sul luogo di lavoro, rendendo quest’ultimo un posto spesso insicuro nel nostro Paese.

La scelta dell’intervista

Per parlare dell’articolo 4 abbiamo scelto di rivolgerci direttamente alla Sindaca di Genova Silvia Salis. Abbiamo pensato a lei, poiché la sua amministrazione sta lavorando molto in questo ambito, cercando di rendere le condizioni di lavoro dei cittadini più dignitose possibili. 

Il percorso per arrivare a lei non è stato molto difficile, vista la grande disponibilità della sindaca e del suo staff. Siamo entrati in contatto con la segreteria, che ci ha poi fornito i recapiti del suo portavoce e del suo segretario. Tramite questi abbiamo poi organizzato l’intervista. L’intero procedimento è durato circa una settimana.

La scelta dell’articolo è dovuta alla notevole attenzione mediatica che sta ricevendo il tema del lavoro, utile a mettere in luce le lacune del nostro sistema. Abbiamo poi raccolto numerosi dati (le morti sul lavoro sono cresciute del 12% nel 2025) su più siti di informazione, su Istat e stampa web locale come ad esempio GenovaToday e facendo un’analisi accurata del problema, senza accusare nessuna forza o esponente politico, ci siamo focalizzati sui fatti e sui dati. All’inizio pensavamo che la Sindaca avrebbe cercato di mettere principalmente in luce gli sforzi della sua amministrazione, ma al contrario, si è espressa mantenendo una posizione piuttosto imparziale e facendo un’analisi accurata del problema, fornendoci anche possibili soluzioni concrete pur mettendo in risalto le difficoltà che ostacolano l’applicazione delle norme a tutela dei lavoratori.

Volete sentire le parole della sindaca Silvia Salis?

Guardate l’intervista completa qui sotto

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DIRITTI IN AZIONE | Una testimonianza della Costituzione: vivere l’Articolo 3 all’Istituto Gaslini-Meucci

“La crescita personale è più importante del risultato finale”  –  il preside Gabriele Baroni

di Federica Campi, Ludovica Dolcini, Edoardo Messina, Mario Zingirian, 2d

L’Articolo 3 della Costituzione dichiara che tutti i cittadini hanno diritto a una pari dignità sociale e di conseguenza anche a un’istruzione che riesca a trasmettere a chiunque la migliore conoscenza possibile, affinché ognuno capisca in che maniera può aiutare la società a progredire.

I protagonisti                                                                  
Gabriele Baroni

Per capire meglio il concetto di “buona istruzione”, il gruppo si è  recato alla sede situata nel quartiere di Marassi dell’Istituto Professionale di Stato per l’Istruzione Superiore (I.P.S.I.S.) Gaslini-Meucci per intervistare Gabriele Baroni, il preside del plesso. Dopodiché l’intervista si è allargata ad altri membri della scuola che si sono mostrati disponibili ad esporre come vivano questo principio nella loro quotidianità; questo momento ha coinvolto la professoressa Lucy Principato e gli alunni Luigi Graziano e Mattia Morelli. L’istituto è stato scelto per questa indagine perché attualmente ha un gran numero di studenti stranieri tra gli iscritti e ciò è certamente un ottimo spunto da cui partire se si vuole comprendere come sia affrontato il tema di fornire a tutti una valida istruzione, iniziando da basi differenti.

Dietro le quinte                                                                                                                              

Inizialmente si voleva denunciare un’applicazione non ideale del principio costituzionale; il gruppo ha reperito l’indirizzo email del preside dell’Istituto Gaslini-Meucci, presente sul sito web della scuola. La risposta è arrivata subito ed è stata seguita dalla mail della professoressa Principato che ha gentilmente messo a disposizione alcune attrezzature utili all’intervista. I pregiudizi che il gruppo poteva avere a causa delle maldicenze purtroppo frequenti sul plesso sono stati fugati dall’accoglienza del preside e del personale che in modo cordiale hanno aiutato a disporre l’attrezzatura e ad impostare il lavoro sul posto. A riprese concluse, lo staff dell’Istituto si è reso disponibile per un’ulteriore conversazione, nella quale il gruppo ha spiegato in modo più preciso il tema dell’intervista, ringraziando per la collaborazione.

Dentro una scuola che affronta le difficoltà

“La scuola è l’Articolo 3, il luogo dove si possono appianare le differenze […]
Lo stereotipo è il punto di partenza […]
Non bisogna guardare la prestazione finale, ma il passaggio che la scuola permette di fare”

In queste parole e più approfonditamente nell’intervista intera, il Dirigente Scolastico, Gabriele Baroni, spiega come lui e il personale si impegnino per far valere il concetto costituzionale di istruzione, partendo da una situazione non facile, per consentire agli studenti di compiere il “passaggio” permesso dall’istituto. Perciò il suo obiettivo quotidiano è contribuire a rendere questo cammino il più formativo possibile assieme ai docenti e ai collaboratori scolastici.

Mai fermarsi alla prima impressione

L’esperienza ha insegnato che talora, dove si crede che ci sia una forma di disagio educativo e sociale, ci sono delle persone che lavorano sodo per migliorare la situazione. Spesso non ne parliamo perché ognuno di noi tende a pensare in modo estremamente superficiale, quasi non rendendoci conto che nulla è ben definito e chiaro alla prima impressione. Ragion per cui è fondamentale comprendere a fondo una situazione prima di giudicarla o parlare di come viene trattata. Incontrare il preside, i professori e gli alunni dell’Istituto Gaslini-Meucci è stata un’esperienza molto formativa e arricchente. Inoltre è stata di grande aiuto per capire che, anche se la Costituzione sembra essere considerata sempre meno, ci sia ancora chi si impegna sul serio per promuoverne il rispetto, anche indirettamente e in contesti impegnativi.

GUARDA LA VIDEOINTERVISTA

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DIRITTI IN AZIONE | Art. 3 – Nessuno resti indietro: come i corsi di recupero combattono l’abbandono scolastico

Art. 3 – Uguaglianza: abbandono scolastico, inclusione e diritto allo studio
Quando il diritto all’uguaglianza si scontra con le barriere invisibili della burocrazia.

di Francesco Canepa, Bianca Costa, Annie Lei Miranda, Marta Tognoni, 2d.

L’articolo 3 della Costituzione italiana afferma il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e impegna lo Stato a rimuovere gli ostacoli sociali ed economici che limitano questa uguaglianza. Questo principio è molto importante anche nel mondo della scuola, dove non tutti gli studenti partono dalle stesse condizioni.

Il fenomeno dell’abbandono scolastico, soprattutto in Liguria, dove le stime indicano picchi di abbandono che possono superare i 10.000 ragazzi l’anno (con tassi di dispersione più elevati a Genova), dimostra quanto sia difficile garantire davvero pari opportunità. Per questo diventano fondamentali progetti e corsi di recupero che aiutano gli studenti a non interrompere il proprio percorso di studi.

La scelta dell’intervista. Chi abbiamo intervistato e perché

Abbiamo deciso di intervistare Giovanna Rossi, insegnante e amministratrice dei corsi all’istituto Gastaldi. Il suo ruolo è molto importante perché lavora a stretto contatto con gli studenti che partecipano ai corsi di recupero e conosce bene le difficoltà che possono portare all’abbandono scolastico.

Entrata dell’istituto Gastaldi

Come siamo arrivati a questa intervista

L’articolo 3 della Costituzione garantisce l’uguaglianza a tutti i cittadini. Ma nella pratica, dentro un’aula scolastica, quella parola —uguaglianza— quanto vale davvero?

Per questo abbiamo contattato Giovanna Rossi, che si è resa subito disponibile a raccontarci il lavoro svolto dall’istituto e l’importanza di creare un ambiente scolastico accogliente. Durante l’incontro abbiamo capito che studiare è importante, ma lo è anche sentirsi bene a scuola.

Cosa abbiamo scoperto

Durante l’intervista ci ha colpito in particolare la storia di un ragazzo che beneficia della Legge 104, che tutela i diritti delle persone con disabilità.

All’inizio il ragazzo aveva difficoltà ad ambientarsi, ma grazie a una diversa organizzazione del percorso scolastico e al supporto degli insegnanti è riuscito gradualmente a trovare il suo equilibrio.

Come ha spiegato Giovanna Rossi:

A volte basta comprendere lo studente e cercare di farlo esprimere il più possibile, così da trovare poi un’alternativa piacevole per lui.”

Questa esperienza dimostra come il principio di uguaglianza previsto dall’articolo 3 non sia solo teorico, ma possa diventare concreto nella vita degli studenti. Da ammirare sicuramente è la forza di volontà da parte del ragazzo, che, nonostante la sua dispersione scolastica e le sue disabilità, con un percorso mirato è riuscito a realizzarsi con fatica e grazie anche al contributo dei suoi professori. Giovanna ci ha fatto comprendere che il loro obiettivo è mettersi al 100% della disponibilità per ogni esigenza del singolo studente.

La Legge 104

La Legge 104 del 1992 tutela i diritti delle persone con disabilità e promuove la loro integrazione nella società. In ambito scolastico prevede strumenti importanti, come ad esempio sono stati utilizzati anche dal ragazzo, ossia la presenza dell’insegnante di sostegno, i percorsi didattici pomeridiani (personalizzati) e la collaborazione tra scuola, famiglia e specialisti. L’obiettivo è garantire a tutti gli studenti la possibilità di partecipare pienamente alla vita scolastica. In questo senso la legge rappresenta un’applicazione concreta dell’articolo 3 della Costituzione, perché aiuta a rimuovere gli ostacoli che possono limitare l’uguaglianza.

Cosa abbiamo imparato

Questa esperienza ci ha fatto capire che l’abbandono scolastico è un problema reale e complesso. Parlare con Giovanna Rossi ci ha aiutato a vedere come l’uguaglianza non sia solo un principio scritto nella Costituzione, ma qualcosa che richiede impegno quotidiano da parte della scuola.

Come ci è stato ricordato durante l’intervista:

La scuola deve aiutare ogni studente a realizzarsi, trovando il proprio posto nel sistema scolastico.


Per questo, in riferimento all’articolo 3 che dice che tutti i cittadini sono uguali, possiamo stare certi che nell’aula di Giovanna Rossi, l’uguaglianza si conquista un giorno alla volta.

Trasformare i valori della Costituzione in azioni concrete non è automatico: richiede insegnanti, risorse e una scuola disposta a rimettersi in discussione ogni giorno.

▶️ Guarda l’intervista completa

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DIRITTI IN AZIONE | Art. 2 – Il diritto alla vita: la voce del primario Lorella Mazzarello sul territorio genovese

La culla per la vita e il rispetto dei diritti dell’uomo 

di Noa Braggio, Laura Grimaldi, Grazia Raito, Ludovica Zocchi, 2d.

Una bambina, un nome e la scelta della madre: è questo il caso della dottoressa Lorella Mazzarello, primario di pediatria dell’ospedale Villa Scassi di Genova, che ci ricorda l’importanza di parlare delle culle per la vita. Le culle per la vita tutelano i diritti inviolabili del neonato, promuovendo anche la solidarietà sociale attuando l’articolo 2 della Costituzione italiana che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. L’articolo della Costituzione  è rilevante poiché oggi più che mai si tende a dimenticare il valore della dignità, del diritto e della solidarietà che sono elementi  importantissimi per il mantenimento della società. La scelta di intervistare Lorella Mazzarello è motivata dalla presenza della culla per la vita che a Genova è attiva solamente in due ospedali: Villa Scassi e Galliera. Abbiamo svolto l’intervista dopo che la dottoressa ci ha dato la sua disponibilità  e per questo la ringraziamo per il suo contributo e il suo tempo prezioso. 

▶️ Qui la nostra videointervista

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Meno abbandoni del previsto: i dati ci sorprendono

Grazie a questa intervista abbiamo potuto approfondire alcuni elementi importanti sul funzionamento e mantenimento delle culle per la vita. Attribuiamo grande importanza non solo al funzionamento e al mantenimento della culla ma anche a quello successivo ovvero il processo di affidamento del bambino e il senso di responsabilità che tutti i collaboratori sanitari offrono dal momento in cui il bambino viene accolto. Durante questa esperienza i dati che ci hanno maggiormente colpito sono stati  sicuramente quelli legati alla Culla per la vita, che ha registrato un unico ritrovamento avvenuto nel 2021. Inoltre, la dottoressa ci ha voluto raccontare un episodio che l’ha colpita particolarmente e che ha catturato la nostra attenzione ovvero un caso di una bambina trovata in  determinate circostanze: con sé  aveva  tutto ciò che le era stato dato dalla madre insieme a  un foglietto di carta in cui era segnato il suo nome che ovviamente i medici hanno mantenuto per il rispetto della madre. Non siamo solo rimaste colpite dalle parole della dottoressa ma ci siamo accorte anche che le nostre attese erano diverse rispetto a ciò che abbiamo scoperto nel corso di questa esperienza: ci aspettavamo infatti molti più abbandoni all’interno della culla. Abbiamo scoperto anche che molto spesso le mamme preferiscono partorire direttamente in ospedale in incognito se sanno di non potersi prendere cura del neonato.

Un gesto d’amore: comprendere la Culla per la vita 

Il principio costituzionale si ricollega al territorio grazie al lavoro che ogni giorno la dottoressa Lorella Mazzarello svolge, offrendo assistenza sanitaria a soggetti più fragili: i bambini. 

A seguito di questa esperienza abbiamo imparato non solo come funziona una culla per la vita ma anche il suo valore umano. Abbiamo compreso tramite le parole della dottoressa quanto sia importante questo servizio e soprattutto, come ha voluto specificare lei stessa, come questa scelta non debba  essere vista come un abbandono bensì come un gesto di amore incondizionato, la speranza di dare al proprio figlio un futuro migliore o semplicemente la possibilità di vivere, di vedere la bellezza di questo mondo, di provare emozioni, di innamorarsi e tutto quello che la vita ci regala ogni giorno. Tramite questa intervista, la nostra comprensione dell’articolo costituzionale è cambiata: non lo abbiamo visto solo come un principio teorico, ma lo abbiamo vissuto e osservato negli occhi della dottoressa Lorella Mazzarello, nella gioia con cui raccontava il proprio lavoro, nel modo in cui ci ha accolte e ci ha ringraziato di porre la nostra attenzione su questo tema.

Cosa rimane dopo l’intervista

Al termine dell’intervista, durante il viaggio di ritorno, abbiamo avuto la possibilità di riflettere su ciò che avevamo vissuto e  ci siamo poste nuove domande.

Qual è il futuro del bambino accolto nella culla per la vita?

Come affronterà un giorno la scelta della madre?

Come si combatte il giudizio di chi vede l’abbandono dove c’è invece amore?

e soprattutto: come si insegna a una società intera a fare lo stesso?

Non abbiamo risposte. Ma forse, per ora, bastano le domande.

“Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza”, la Fondazione Carige lancia il suo nuovo progetto

Nella mattinata del 19 marzo la Fondazione Carige ha presentato il suo nuovo progetto “Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” in collaborazione con la Camera di Commercio, con il fine di sensibilizzare i giovani nei confronti della sicurezza a seguito della tragedia di Crans-Montana.

di Virginia Sabatini e Riccardo Veneziani, 3D.

Lorenzo Cuocolo, presidente della Fondazione, ha ospitato Maurizio Caviglia, Segretario Generale della Camera di Commercio di Genova, e l’ingegnere Roberto Orvieto, specializzato in sicurezza antincendio, per il lancio del progetto rivolto alle scuole secondarie di secondo grado, che si basa sulla collaborazione tra gli enti accomunati dal desiderio di agire in prevenzione di eventi terribili come quello avvenuto nel locale “Le Costellation” il primo gennaio del 2026. È proprio durante la riunione straordinaria indetta due giorni dopo l’incendio che sono stati presi due provvedimenti inerenti ad esso. Il primo consiste nell’investimento di 30.000 euro nell’acquisto della bromelina, farmaco utilizzato per la cura di gravi ustioni, donata all’ospedale genovese “Villa Scassi”; il secondo invece riguarda l’iniziativa indirizzata agli studenti, vera protagonista della conferenza.

Ad illustrare più dettagliatamente gli argomenti e le modalità della proposta è stato l’ingegner Orvieto, che innanzitutto ha tenuto a specificare che non si tratterà di lezioni, ma di un trasferimento di esperienze da parte di autorità quali vigili del fuoco, psicologi e tecnici professionisti del settore. Il progetto “Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” prevederà degli incontri, svolti in orario curricolare, dove sarà approfondita la regolamentazione della sicurezza aiutando così i ragazzi a riconoscere situazioni di pericolo all’interno dei locali in modo tale da saperle prevenire. Inoltre verranno fornite le indicazioni per contattare i soccorsi qualora necessario. Orvieto segnala l’utilità dell’applicazione Where Are U, che geolocalizza il dispositivo al momento della chiamata. Gli altri principali aspetti che verranno trattati saranno il comportamento dei materiali soggetti alla combustione e il triangolo del fuoco, i quali saranno esposti dai pompieri, e la reazione emotiva delle persone coinvolte, della quale si occuperanno degli psicologi selezionati.

Il progetto, prima di essere divulgato nelle scuole di Genova e di Imperia, si rivolgerà al Liceo Classico Andrea D’Oria, con il quale la Fondazione collabora da tempo e del quale sono stati invitati degli studenti ad assistere alla presentazione. È infatti intervenuta la preside, Maria Aurelia Viotti, per ringraziare e rimarcare l’importanza della trasmissione di competenze pratiche alle nuove generazioni al fine di fornire loro gli strumenti per proteggersi da eventuali pericoli. Si tratta di un percorso che nasce già come concreto, un provvedimento necessario a seguito di un disastro che ha scosso non solo la Svizzera, ma tutta l’Europa ed anche la stessa città di Genova.

Erano presenti anche altri esponenti delle principali istituzioni a dimostrare il loro sostegno nei confronti dell’iniziativa, come Stefano Balleari, Presidente del Consiglio Regionale della Liguria, che ha portato i saluti del Presidente della Regione Marco Bucci, ed Erica Venturini in rappresentanza del Comune di Genova e della Sindaca Silvia Salis.

Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” arriverà nelle scuole a partire da mercoledì 8 aprile al ritorno dalle vacanze pasquali.

 

Inferno in villa: la Commedia diventa una tragedia

Genova, Villa Pallavicino delle Peschiere si trasforma in un palco per l’Inferno dantesco. L’iniziativa, promossa da Palazzo Foundation, ha scelto gli studenti del Liceo D’Oria come destinatari di un progetto nato dalla volontà di coniugare storia, arte e cultura per renderle vive e accessibili alle nuove generazioni.

di Emma Benvenuto, Elisa Candelo e Ilaria Canobbio, 3d.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Così inizia la Commedia di Dante e così inizia lo spettacolo “ItinerDANTE-Siamo Inferno” di Eugenio Di Fraia, attore e realizzatore del progetto insieme ad Angelo Marrone, ideatore ed esecutore della colonna sonora che accompagna l’intera performance. La rappresentazione “ItinerDANTE” porta in giro per l’Italia, tra teatri, palazzi e luoghi naturali, l’esecuzione teatrale di alcuni canti presi dall’opera più importante della letteratura italiana.

Come fece lo stesso Dante per le sue opere, questo spettacolo non parla ad ogni pubblico nello stesso modo: canti, interpretazioni e location variano per poter arrivare direttamente e con forza allo spettatore.

Eugenio Di Fraia nel percorso che ha intrapreso con “ItinerDANTE” si è trovato a contatto con un pubblico sempre diverso, fino a quello reduce dalla pandemia, per il quale ha deciso di esibirsi all’aperto per la volontà di rivedere le stelle che in qualche modo il covid ci aveva negato. Così attraverso un’opera che dà molta importanza agli astri ha fornito al suo pubblico la possibilità di stare all’aperto e rivedere il cielo.

Allo stesso modo, in base alla situazione in cui porta il suo spettacolo, sceglie canti diversi, in diverso ordine e diverso numero. Per l’occasione dell’esibizione a Villa Pallavicino delle Peschiere, parte di un progetto che tende ad avvicinare i giovani al teatro e far conoscere questa storica villa genovese, Eugenio Di Fraia afferma di aver scelto in base alla popolarità dei canti come spesso fa quando si trova in contesti scolastici.

Solitamente il pubblico si aspetta di vedere i canti più famosi come il V di Paolo e Francesca, il XXVI di Ulisse,  il XXXIII del conte Ugolino e ovviamente il primo canto, proemio dell’intera opera: i quattro che non si possono non far vedere in uno spettacolo sull’Inferno.

L’attore spiega poi di aver aggiunto altri canti meno famosi ma a cui lui è particolarmente affezionato come il venticinquesimo, dedicato alle metamorfosi dei ladri nella settima bolgia. Qui le anime si fondono con i serpenti e scambiano forma umana e bestiale in un turbine di trasformazioni grottesche e violente. Un canto reso visivamente potentissimo dall’abilità recitativa di Eugenio Di Fraia e capace di sorprendere proprio perché estraneo alle aspettative di chi conosce la Commedia solo nei suoi episodi più celebri.

Lo stupore che tende a suscitare nei presenti è un altro elemento chiave delle sue esibizioni, per questo ha curato con particolare attenzione un impatto visivo diverso da quello a cui ci si aspetterebbe di assistere in una rappresentazione teatrale con Dante Alighieri come protagonista: vestiti grigi lacerati, anziché la toga rossa.

Particolare attenzione quindi è fornita anche ai personaggi: nonostante ci sia un solo attore in scena, Eugenio Di Fraia dà voce e corpo a tutti: Dante, Virgilio e le anime dannate. È proprio nel passaggio da un personaggio all’altro che emerge con più forza il dinamismo dell’Inferno: ogni anima ha la sua postura, la sua voce, la sua disperazione.

Le parole dei vari personaggi vengono interpretate con tragicità, la quale viene spesso a mancare nella lettura dell’opera, che nella maggior parte dei casi avviene in ambito scolastico. Le urla, il contatto con il pubblico, gli sguardi, il movimento convulsivo o rassegnato di un’anima in balia della sua pena diventano sensazioni tanto forti e vere da permettere allo spettatore di sentirsi parte della vicenda narrata da Dante.

Il coinvolgimento, sostenuto dalla colonna sonora di Angelo Marrone, è tale da far dimenticare che si tratta di un poema secolare. Questa chiave di lettura dà giustizia ai versi infernali di Dante, che spesso vengono letti dimenticandosi che per le anime dannate non è una commedia, come è per Dante, ma una tragedia eterna.

Anche la conclusione dello spettacolo è una sorpresa e per l’occasione è stato proposto il trentatreesimo canto del Paradiso, la cui interpretazione, oltre ad instillare un forte senso di solennità, va al di là del sentimento religioso e riesce a trasmettere un messaggio di speranza, perché qualsiasi sia la selva, l’essenziale è ritrovare la via.

 

Aristotele e il senso della polis: quando la ricerca diventa vita

Ciclo di letture filosofiche — Liceo Classico Statale Andrea D’Oria  Il pensiero politico di Aristotele — 12 marzo 2026 — Prof. Letterio Mauro

di Paolo Picollo, 3D

Dalla conferenza tenuta dal Professor Mauro presso l’Aula Magna è emersa una profonda riflessione sulla “Politica” di Aristotele, che ha invitato i presenti a riscoprire l’attualità di un pensiero che trascende la dimensione puramente scolastica. L’ opera aristotelica, quindi, non deve essere intesa come un trattato sistematico e concluso, poiché essa rappresenta la testimonianza diretta di un’esperienza intellettuale dinamica e collettiva. I testi giunti fino a noi appartengono infatti al corpus delle opere esoteriche: si tratta di dispense ad uso interno, usate come base di discussione, sulle quali Aristotele fondava le proprie lezioni,  motivo per cui la struttura frammentaria di questi scritti riflette fedelmente la natura stessa della scuola antica.

Il Liceo era infatti un centro di ricerca dove il sapere scaturiva dal dialogo costante tra Aristotele e i suoi allievi. Un passaggio nodale della conferenza ha riguardato la ridefinizione del concetto di polis, superando le traduzioni convenzionali che la riducono a semplice “città” o “stato” moderno e facendola emergere come una realtà spirituale e organica, rappresentata come il culmine di un processo naturale di aggregazione che vede l’essere umano unirsi dapprima nella famiglia e successivamente nel villaggio.

La città costituisce la comunità perfetta in quanto capace di raggiungere l’autarkeia, un’autosufficienza che non è meramente economica, ma soprattutto morale e finalistica. Il fine dell’organizzazione politica non risiede nella semplice sopravvivenza o nella gestione delle risorse, ma mira alla realizzazione della “vita buona”, cioè il raggiungimento della felicità attraverso l’esercizio delle virtù. Tale vocazione sociale si fonda sulla distinzione tra la phoné, la voce atta a segnalare piacere o dolore, e il logos, la parola che permette all’uomo di discernere e discutere il giusto e l’ingiusto, ponendo le basi per una convivenza civile basata sul confronto razionale tra i cittadini.

Inoltre, il Professor Mauro ha evidenziato una tensione insolubile riguardante la giustificazione della schiavitù naturale, definita come un vero “vicolo cieco” logico. La qualifica di “strumento animato” che Aristotele attribuisce allo schiavo genera infatti un ossimoro filosofico: se l’uomo è definito dal possesso del logos, come può un essere umano esserne privo per natura? Questa aporia svela il tentativo forzato di piegare l’antropologia alle necessità dell’oikos e della produzione materiale. Si crea così una frattura insanabile tra la teoria della razionalità e la realtà della sottomissione. Anche la visione della donna conferma tale chiusura e segna una distanza netta dalle aperture di Platone: nella “Repubblica”, infatti, Platone aveva ipotizzato ruoli politici inclusivi per il genere femminile. E’ proprio questo che porta la gerarchia sociale aristotelica a scontrarsi con la sua stessa definizione di essere razionale.

In conclusione, si è evidenziato come il valore della “Politica” risieda nella sua capacità di interrogare la modernità e le sue logiche spesso burocratiche. Aristotele esorta a intendere l’impegno civile come una “risposta dell’anima”, elevando la partecipazione pubblica a un atto di consapevolezza etica superiore. Rispondere alle domande del presente richiede un impegno profondo, poiché solo attraverso il confronto l’uomo può dirsi pienamente realizzato. La lezione del Professor Mauro ci restituisce così un Aristotele vivo, il cui pensiero agisce ancora oggi come uno stimolo per la nostra coscienza critica.

DIRITTI IN AZIONE. Ascoltare chi soffre e ricevere un sorriso. L’articolo 32 e la tutela della salute.

 

di Matilde Procopio, Camilla Balbi, Marilù Segalerba, Filippo Cresta,  2B

I diritti esistono se esercitati e messi in pratica, se possono essere usati come pioli per spingersi verso una società migliore, verso una democrazia più partecipe, verso un futuro di autentiche ed eque opportunità.

L’articolo 32 della costituzione italiana stabilisce che la Repubblica tuteli la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisca cure gratuite agli indigenti. Oltre a riconoscere la salute non solo come un bene personale, ma anche come qualcosa che riguarda l’intera società, incentiva l’innovazione scientifica.

Disegno di Filippo Cresta, 2B

La tutela della salute è essenziale per tutti: garantire cure, prevenzione e accesso ai servizi sanitari, significa proteggere sia il singolo cittadino sia la comunità. Per approfondire questo tema, abbiamo deciso di mettere a confronto sanità pubblica e sanità privata, per capire quale delle due rispecchi maggiormente i principi dell’articolo 32 oppure se, attraverso una collaborazione equilibrata, possano entrambe contribuire a rendere effettivo il diritto alla salute. È partito così il nostro “viaggio” alla scoperta di due realtà che sembrano apparentemente distanti…

Qui il nostro video servizio con un confronto tra sanità pubblica e sanità privata

Abbiamo approfondito il valore e le criticità della sanità pubblica con l’aiuto del dottor Luca Timossi, medico urologo e responsabile della struttura di urologia dell’Ospedale Internazionale Evangelico Genova.

Luca Timossi, medico urologo e responsabile della struttura di urologia dell’Ospedale Internazionale Evangelico Genova.

Secondo il dottor Timossi, lavorare in un sistema sanitario pubblico significa prima di tutto far parte di una squadra. La sanità, a suo avviso, dovrebbe essere garantita in modo equo e uguale a chiunque: non solo ai cittadini italiani, ma anche a turisti, studenti stranieri, persone che fuggono dalle guerre o che si trovano in condizioni di estrema precarietà e cercano rifugio in Italia. La principale difficoltà del sistema sanitario pubblico è sicuramente la carenza di risorse economiche. Questo comporta il rischio di non riuscire a garantire a tutti un’assistenza adeguata. La sanità pubblica resta in gran parte gratuita per il cittadino, anche se sostenuta attraverso il pagamento delle tasse, e proprio per questo richiede una gestione attenta ed efficiente delle risorse. Secondo il dottore, concentrando meglio le risorse economiche si potrebbe migliorare il sistema pubblico. Ad esempio, si potrebbe intervenire sulla distribuzione delle strutture ospedaliere: Genova presenta un numero elevato di ospedali rispetto alla popolazione residente. Una riorganizzazione, con eventuale riduzione dei doppioni di reparti e una successiva ristrutturazione delle strutture, permetterebbe di limitare gli sprechi e ridurre la spesa. 

Abbiamo successivamente domandato al dottore, quale fosse l’aspetto più frustrante del sulla suo lavoro, e quale invece fosse quello più gratificante. Timossi ha affermato che uno degli aspetti più frustranti  è non avere sempre a disposizione i fondi necessari per acquistare nuove tecnologie, che consentirebbero di lavorare meglio e di offrire un servizio più efficiente al paziente. L’aspetto più gratificante, invece, secondo il dottor Timossi è sicuramente il rapporto con il paziente. Fare il medico lascia un segno per tutta la vita, soprattutto per la riconoscenza che si riceve dalle persone curate.

Pur riconoscendo la necessità di migliorare il servizio pubblico, anche attraverso maggiori investimenti da parte dei governi nella sanità, il dottore afferma che, se dovesse tornare indietro, sceglierebbe comunque di lavorare nel sistema sanitario pubblico.

Francesco Berti Riboli, medico urologo e amministratore delegato della clinica privata Villa Montallegro di Genova. 

“Ricevere un sorriso o anche solo uno sguardo è la migliore ricompensa che un medico possa mai ottenere…” 

Abbiamo parlato di sanità privata con il  Dottor Francesco Berti Riboli, medico urologo e amministratore delegato della clinica privata Villa Montallegro di Genova. 

Secondo il dottor Berti Riboli, sanità pubblica e sanità privata non solo non devono competere, ma è fondamentale che si integrino in un percorso organizzativo virtuoso, a disposizione dei cittadini, che devono poter trovare risposte adeguate ai propri bisogni di salute. Il sistema regolatorio — normative, leggi, certificazioni e relativi controlli — deve rimanere saldamente pubblico: è intuitivo che le regole e le garanzie debbano essere stabilite e vigilate dallo Stato. In condizioni di difficoltà organizzativa o di ristrettezze economiche, il settore privato può però muoversi con maggiore agilità. Per questo, secondo il dottore, è opportuno instaurare un rapporto congiunto tra pubblico e privato per far fronte a una sfida di popolazione che invecchia auspicabilmente, ma non necessariamente in buona salute e il cui costo non potrà che crescere. La popolazione genovese, in particolare, è un esempio significativo: si dice che quella di oggi sarà, in larga parte, anche quella del 2050. Questo non rappresenta necessariamente un disvalore, ma è un dato con cui confrontarsi. Se ci troviamo di fronte a una popolazione che invecchia più precocemente, sarà necessario mettere in campo strutture e organizzazioni ancora più efficienti. Questo fenomeno comporta un aumento della domanda assistenziale, accompagnato però da una riduzione dell’offerta lavorativa. Si alza così il numero delle persone che necessitano di cure, mentre si abbassa il numero di coloro che scelgono di lavorare nel settore sanitario.

  • Quanto è importante investire nelle tecnologie all’avanguardia, come la chirurgia robotica per tutelare la salute di un domani? Le macchine e l’intelligenza artificiale potranno mai sostituire completamente il lavoro dei medici?

Secondo Berti Riboli al fianco di una persona che soffre, di una persona che ha bisogno di salute, la tecnologia, compresa l’intelligenza artificiale può e deve fare molto. Tuttavia, resterà sempre fondamentale la presenza di un uomo al capezzale di un altro uomo. L’assistenza sanitaria è uno dei pochi ambiti non completamente sottoposti al cosiddetto fenomeno dell’“erosione tecnologica dell’occupazione”, cioè quel processo per cui le macchine sostituiscono il lavoro umano. 

Il progresso tecnologico ha già migliorato fortemente la qualità dell’assistenza: basti pensare, negli ultimi cinquant’anni, all’introduzione della TAC, dell’ecografia, della risonanza magnetica nucleare, dell’endoscopia dell’apparato digerente. Tutto questo ha determinato un significativo miglioramento della qualità della vita: le diagnosi sono più precoci, le cure più efficaci. Tuttavia, il progresso tecnologico potrà sostituire solo in parte l’uomo. La sanità privata, essendo strutturalmente più snella, riesce spesso a garantire percorsi più organizzati  e più veloci. Abbiamo chiesto al dottore quale fosse, secondo lui, la principale carenza  del sistema sanitario, in particolare per quanto riguarda il personale infermieristico, e cosa si potrebbe fare per affrontare questa situazione. Lui afferma, che la causa è indubbiamente demografica. Negli anni del boom economico si diplomavano circa 500.000 studenti all’anno, e circa il 5% di loro — quindi circa 25.000 giovani — sceglieva una carriera assistenziale. Oggi i nati sono molti meno e anche il numero complessivo di studenti è diminuito. Anche se la percentuale di chi scegliesse questo percorso salisse al 6 o al 7%, non ci sarebbero comunque abbastanza persone per coprire il fabbisogno. Per questo motivo è necessario sfruttare la tecnologia per migliorare le performance di chi già lavora nel sistema. Inoltre, secondo il dottore, è importante fare riferimento anche al lavoro foresto: l’importazione di personale infermieristico rappresenta un’opportunità, perché il lavoro è il primo fattore che favorisce l’integrazione. Naturalmente esiste una barriera linguistica, che non va sottovalutata: queste persone devono poter frequentare corsi di lingua, per poi perfezionarla nel tempo. 

Il messaggio che il dottor Berti Riboli vuole lasciare ai giovani che pensano di intraprendere una carriera sanitaria è chiaro: aiutare una persona a risolvere i propri problemi di salute, rassicurarla e accompagnarla è una grande responsabilità. Non è solo una responsabilità di risultato, ma anche di metodo. È una carriera prettamente umanistica e scientifica, e chi si sente pronto ad assistere un’altra persona dovrebbe scegliere questa strada con consapevolezza e convinzione.

Le due interviste ci hanno mostrato realtà diverse, ma non opposte, poiché entrambe pongono al centro la stessa realtà : il paziente, la persona e il bisogno concreto di cura. Il settore privato evidenza l’agilità organizzativa della sanità, presenta una maggiore innovazione tecnologica e una capacità elevata e rapida di adattamento verso i cambiamenti demografici. Il settore pubblico, invece, testimonia l’importanza dell’equità e ci ricorda che la salute deve essere garantita a tutti, senza distinzioni. L’invecchiamento della popolazione, la carenza di personale sanitario e la necessità di investire in nuove tecnologie, rappresentano sfide comuni. Di fronte a questi cambiamenti, è chiaro che pubblico e privato non devono competere, ma collaborare formando un rapporto congiunto. Concludendo il nostro “viaggio”, abbiamo capito che il diritto alla salute non è solo un principio scritto nella Costituzione. È nel rapporto tra medico e paziente, nella capacità di ascolto e nella presenza accanto a chi soffre, che l’articolo 32 prende davvero vita.