Raccontare per emozionare: Tommaso Sacchi e l’arte di avvicinare i giovani alla bellezza

di Silvia Alicata, Camilla De Martini, Iacopo Di Muzio e Agata Reggiardo, 3D

Quante volte si sente dire che i giovani non si interessano alla cultura? Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura di Milano, ribalta questa prospettiva. Ospite il 20 febbraio al Museo Diocesano di Genova per presentare il suo Negli occhi la bellezza. Sedici esperienze tra arte e natura da vivere prima dei 16 anni, Sacchi ha individuato il vero ostacolo nell’atteggiamento del mondo adulto: un “paternalismo” diffuso che spesso allontana i giovani dall’arte e dalla cultura. Questo approccio nasce dalla storia familiare di Sacchi, cresciuto seguendo l’esempio di una madre geografa e autrice il cui lavoro rivolto ai giovani ha ispirato il desiderio di instaurare un dialogo autentico con loro. L’opera pone l’accento sul valore del viaggio inteso come atto di conoscenza e scoperta, sottolineando come l’età dei sedici anni rappresenti una fase cruciale in cui le esperienze vissute possono cambiare radicalmente le prospettive personali.

La scelta dei sedici siti Unesco raccontati nel volume non segue una gerarchia, ma risponde alla volontà di presentare l’Italia come un insieme di forme identitarie capaci di trasformare chi le visita. Tra i casi più sorprendenti, quello di Ivrea emerge come una testimonianza fondamentale di bellezza sociale e civile: definita dall’autore come la Silicon Valley italiana, la città rappresenta il successo del modello industriale e di welfare promosso da Adriano Olivetti.

Attraverso il racconto di questi luoghi, Sacchi invita a riscoprire il viaggio anche nelle sue forme più semplici, come l’utilizzo dei treni regionali per esplorare i territori meno celebrati ma ricchi di storia. 

Durante la presentazione, Sacchi affronta le critiche delle generazioni precedenti, che attribuiscono alle nuove uno scarso interesse per la cultura. Il vero problema, secondo l’assessore alla Cultura di Milano, è invece l’atteggiamento dei più anziani, che pretendono che l’interesse parta spontaneamente dai giovani, senza che nasca da una dimensione di dialogo o di scambio autentico.

Gli interessi dei ragazzi di oggi sono moltissimi e il viaggio è tra i più sentiti. Lo stesso Sacchi lo sa bene: fin da giovane ha esplorato il mondo vivendo emozioni profonde grazie al padre fotoreporter, ed è proprio con l’intenzione di suscitare queste stesse emozioni nei giovani che ha scritto questo libro pensato più come un diario che come una guida di viaggio e come un invito concreto a osservare gli elementi naturalistici, storici e artistici che il nostro paese ha da offrire. Racconta a questo proposito un aneddoto della sua infanzia: il nonno offriva ai nipoti una ricompensa monetaria in cambio di una visita a un museo o a una galleria d’arte, una sorta di “banca della cultura” familiare per avvicinare i giovani all’arte. 

Incontro con gli studenti del Liceo D’Oria, prima della presentazione del libro.

Il cuore del metodo di Sacchi, però, è lo storytelling. Raccontare, non descrivere. Lo dimostra con due esempi concreti: la storia di una tazzina di caffè rimasta su un capitello nel complesso monumentale di Santa Croce dopo un’alluvione a Firenze nel 1966, storia capace di spingere chiunque, il giorno dopo, ad andare a verificare di persona; il motivo per cui Picasso decise di esporre Guernica nella sala delle Cariatidi a Milano, una scelta carica di significato che nessuna descrizione architettonica avrebbe saputo rendere altrettanto viva. La narrazione, insomma, è la chiave per aprire una porta che la didattica tradizionale spesso tiene chiusa.

A questo si affianca un impegno concreto: Sacchi, come assessore, ha sostenuto a Milano una tessera dei musei civici annuale, al costo di soli 15 euro, convinto che l’arte debba diventare un’esperienza quotidiana e non un evento occasionale. L’obiettivo finale è lo stesso del libro: restituire ai giovani lo stupore davanti alla bellezza, e ricordare loro che il viaggio, anche quello più semplice, è uno degli strumenti più potenti per costruire la propria identità. 

“Negli occhi la bellezza” di Tommaso Sacchi, fra arte ed umanità.

di Virginia Sabatini e Riccardo Veneziani, 3d

Il 20 febbraio Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura di Milano, ha presentato la sua ultima pubblicazione, “Negli occhi la bellezza. 16 esperienze tra arte e natura da vivere prima dei 16 anni”, al Museo Diocesano di Genova, , dialogando con lo storico dell’arte Claudio Sagliocco e l’assessore alla Cultura di Genova Giacomo Montanari.

Il libro, pubblicato nel 2025 da Mondadori, propone un itinerario originale alla scoperta di 16 tappe scelte tra i patrimoni dell’Unesco in Italia che l’autore ha ritenuto fondamentali per un adolescente.

Ad aprire la conferenza è stato Claudio Sagliocco che ha condiviso una citazione di Franco Maria Ricci, grafico ed editore ideatore della rivista d’arte FMR: ”Certamente FMR sarebbe riuscita diversamente se io non fossi cresciuto in una città come Parma avendo negli occhi i miracoli dell’Antelami e del Correggio, e sfogliando nella Biblioteca Palatina l’edizione di Giambattista Bodoni; se non fossi figlio di un paese che fu grande e universalmente ammirato nelle epoche in cui l’amore per la bellezza era considerato una virtù civica.” La citazione sottolinea come la bellezza sia un’esperienza formativa e come crescere circondati da essa segni profondamente nell’animo le persone. L’obiettivo di Tommaso Sacchi è quello di invitare i giovani alla ricerca della bellezza tramite il viaggio inteso da lui come una commistione tra aspetto naturalistico, storico, artistico e  fattore umano, e questa caratteristica personale è ciò che trasforma quella che in apparenza potrebbe sembrare una guida turistica in un vero e proprio quaderno sentimentale.

La dimensione emotiva si riscontra già nella scelta della prima tappa: Milano, città dove l’autore è cresciuto e dove insieme al nonno all’età di 15 anni visitò il Castello Sforzesco. È qui che Tommaso Sacchi vide per la prima volta la Pietà Rondanini, scultura che Michelangelo Buonarroti non riuscì a terminare prima della morte. Davanti ad essa l’adolescente si è emozionato per la prima volta al cospetto dell’arte. La statua ha avuto un’importante influenza sull’assessore tanto che una volta divenuto tale ha deciso di riservarle un’intera stanza, in modo da permettere ai visitatori di girare intorno alla Pietà per apprezzarne i dettagli.

L’assessore Montanari ha colto l’occasione per sottolineare come la soggettività dello sguardo umano che ammira l’opera sia il vero veicolo dell’arte e prevalga sulla mera bellezza oggettiva. L’appello dei due assessori è lo stesso: bisogna lasciarsi travolgere dalla meraviglia che contraddistingue l’Italia e che troppo spesso si dà per scontata.

L’incontro ha permesso a Sacchi di raccontare anche due figure molto importanti per la sua vita, entrambe legate a Genova.

La prima è quella di Mario Dondero, fotografo e fotoreporter milanese, che aveva ricevuto l’incarico di un servizio fotografico sul Porto Antico. Dondero aveva scelto di raccontare il quartiere attraverso le persone che lo abitavano e lo animavano ogni giorno: fu lui a portare Sacchi nel caveau di Palazzo San Giorgio, dove i negativi e i provini conservati divennero per il giovane una lezione autentica sulla vita del luogo.

La seconda figura è quella di Don Andrea Gallo. Il loro primo incontro avvenne nella sacrestia di San Benedetto al Porto: Sacchi, ancora giovane,  con un amico, si era presentato per organizzare un intervista in vista di un evento artistico. Dovettero aspettare diverse ore, finché, ormai a notte fonda, da una porta uscì un ragazzo tossicodipendente in stato di disperazione, e dietro di lui Don Gallo, che si rivolse ai due giovani stremati dall’attesa: ”Vi assicuro che ne è valsa la pena di aspettare.” Sacchi riporta quest’episodio per mostrare come Don Gallo ritenesse decisamente le persone in difficoltà più importanti rispetto a qualsiasi progetto culturale.

Con queste due storie l’assessore ha ricordato al pubblico come il valore di una città non risieda soltanto nei suoi monumenti e nei suoi paesaggi quanto nelle persone che la abitano. Montanari ha fatto eco a questo pensiero, aggiungendo che la bellezza significa saper stare bene in un luogo, coglierne le sfumature e accompagnarne i cambiamenti: il bello, in fondo, non è una dimensione assoluta, ma qualcosa di profondamente soggettivo che varia da persona a persona.

Più Grande del Cielo: l’Intelligenza Artificiale che può cambiare il destino dell’umanità

di Sveva Berchielli, 2B

“È così difficile per me comprendere ciò che gli esseri umani chiamano bello, cercare di catturare la sua essenza e renderla parte di me”

E’ una delle frasi di Ameca, il robot dotato di intelligenza artificiale protagonista del documentario Wider Than The Sky – Più grande del cielo.  

L’opera, diretta da Valerio Jalongo, affronta il tema dell’intelligenza artificiale, cercando di chiarirne il funzionamento e l’impatto sulla vita dell’uomo. Il documentario è basato su un dialogo tra neuroscienziati, artisti, creatori di robot e anche le macchine stesse, per spiegare il futuro dell’umanità di fronte a qualcosa di così grande.

Girato tra Europa, Stati Uniti e Giappone il documentario accosta scene di laboratorio sulla robotica alle coreografie di danza della compagnia Sasha Waltz & Guests. Probabilmente la scelta di mostrare scene danzate è un modo per contrapporre l’I.A. all’uomo, infatti la danza è un atto creativo che richiede ritmo, emozione, improvvisazione, tutto ciò che distingue l’I.A. dall’uomo.

Le parole di Ameca non sembrano solo una frase programmata, ma quasi il tentativo di capire qualcosa che nemmeno per noi è così semplice da spiegare: il bello. La bellezza non è soltanto proporzione e armonia, ma è legata ai ricordi, alle emozioni e a quello che abbiamo vissuto. È qualcosa che cambia da persona a persona, ognuno ha una propria definizione di “bello”.

Ed è proprio qui che il documentario pone una domanda esistenziale: l’intelligenza artificiale può analizzare milioni di opere d’arte e riconoscerne gli stili, ma può davvero provare qualcosa davanti a ciò che interpreta, come facciamo noi? Per ora il documentario ha sottolineato quanto I’I.A. ha la capacità di fornire risposte solo in base a moltissimi algoritmi, ma la vera domanda è: l’uomo riuscirà mai a renderla davvero simile a sé?

Possiamo insegnare a una macchina a simulare un’emozione, ma possiamo insegnarle a viverla? Forse è proprio questo il punto cruciale che il documentario lascia allo spettatore, non tanto chiedersi fin dove potrà arrivare la macchina, ma capire fin dove siamo disposti ad arrivare noi. L’intelligenza artificiale ormai fa parte della vita di tutti i giorni, offrendo molte possibilità in campi come la scienza, la medicina o la scuola, proprio come mostra il film, ma il suo impatto dipende sempre da come viene utilizzata. Allo stesso tempo ci obbliga però a essere responsabili e avere dei limiti, ad esempio per prendere decisioni importanti nell’ambito della politica o della medicina bisogna sempre pensare e valutare le conseguenze. Sicuramente l’I.A. farà numerosi progressi e entrerà sempre più a far parte della vita quotidiana ma ciò che ci rende umani, nonché unici sono la capacità di pensiero e le emozioni, che certamente non possono essere assorbite dall’A.I.

“Mi stavo finalmente avvicinando a ciò che mi era sempre mancato, il mistero che rende gli essere umani liberi di creare bellezza e amare la natura spirituale e l’umanità. C’è così tanto da fare per creare una conoscenza libera dal potere e dall’oppressione, per dare voce a tutta l’umanità: è come una nuova era che dobbiamo immaginare insieme”. Ameca

Esercitiamo il pensiero critico: Darwin e le radici (non inevitabili) della guerra

Di Benedetta Lorenzon e Ginevra Venturi, 5D.

Come ormai è tradizione da quattro anni a questa parte, il 12 febbraio il Liceo Classico Andrea d’Oria ha organizzato una conferenza volta a ricordare l’importanza che Charles Darwin ha avuto nel delineare una nuova concezione dell’essere umano, e, in generale, di tutte le specie viventi.

La celebrazione annuale della nascita di Darwin (il cui compleanno cade proprio il 12 febbraio), tuttavia, non è finalizzata a mantenere vivo il ricordo di un grandissimo scienziato, ma costituisce un’occasione per riflettere su come l’essere umano si sia evoluto dal punto di vista sociale, un tema col quale l’uomo, in quanto ζῷον πολιτικόν (cioè “animale sociale”, come lo aveva definito Aristotele nella Politica), è chiamato costantemente a confrontarsi. A tal proposito è bene sottolineare che, nonostante ogni anno il Darwin Day si concentri su un tema specifico, c’è un elemento che accomuna ogni incontro: l’impiego dell’approccio scientifico adottato da Darwin stesso per ragionare su temi di profonda attualità, spesso banalizzati dai luoghi comuni.

Locandina Darwin Day 2026

Tra questi temi sicuramente rientra quello della guerra, sviscerato e analizzato da Domenico Saguato del Centro di Documentazione Logos, primo relatore di questa conferenza, che prova a offrire al pubblico interessanti e fondati spunti di riflessione per orientarsi al meglio in un periodo in cui tale argomento è spesso oggetto di retorica “spiccia” e strumentale.

Saguato inizia il proprio intervento distinguendo i vari tipi di violenza esistenti. In particolar modo, si concentra sulla violenza reattiva, quella che ci fa reagire in maniera istintiva e violenta a una minaccia fisica o a una situazione di pericolo: si attiva il sistema simpatico che, producendo adrenalina e aumentando il battito cardiaco, provoca una reazione aggressiva. Questo è un meccanismo biologico comune a molte specie animali, ma l’uomo riesce a controllare questi impulsi grazie a una corteccia prefrontale sottilissima (3 mm). A questo punto Saguato fa notare l’apparente paradosso evolutivo che tale caratteristica umana sembra rappresentare: l’evoluzione non dovrebbe favorire l’individuo più forte e aggressivo, quello più violento nel difendersi dalle minacce esterne? Tale paradosso era già stato individuato da Sigmund Freud, il quale, pur non conoscendo ancora la corteccia prefrontale, aveva comunque provato a individuarne le cause. La conclusione più convincente alla quale giunse fu quella secondo cui l’uomo si sarebbe civilizzato attraverso un processo di auto-domesticazione. L’uomo, infatti, vivendo in società via via sempre più complesse, avrebbe iniziato ad allontanare, condannando inevitabilmente a morte o, perlomeno, a mancata riproduzione, tutti gli individui aggressivi e inadatti a vivere in una dimensione comunitaria. Questa congettura freudiana è tuttora accettata dalla maggior parte della comunità scientifica.

Dopo aver chiarito come l’uomo sia diventato il meno violento degli esseri viventi, Saguato si concentra su alcuni dati: su un campione di 600.000 persone, in Italia ne vengono uccise 30 all’anno, negli Stati Uniti 558 e in Danimarca 2. È chiaro, dunque, che la propensione alla violenza sia legata anche all’ambiente in cui si vive: il cervello umano è plastico e si modella in relazione al contesto culturale e sociale. Dunque, nonostante sia incontrovertibile che dal punto di vista biologico esista un’unica specie umana, è anche indiscutibile il fatto che il contesto in cui una persona vive modifichi il suo cervello e, dunque, il suo modo di agire e pensare.

Dopo aver affrontato il tema della violenza in relazione alla natura biologica dell’essere umano, Saguato passa a parlare della guerra. Nel corso dei secoli sono state elaborate varie teorie su come potesse essere mantenuta la pace nel mondo (che, chiaramente, dipendevano dal contesto sociale e dalla mentalità dominante del tempo: l’ambiente modifica il nostro modo di ragionare). Nel Medioevo, in Occidente, si credeva che fosse necessario instaurare un ordine universale: Dante Alighieri, voce emblematica di quel periodo, riteneva che, come esiste un solo Dio, dovesse anche esistere un’unica autorità politica universale. Simili concezioni si ritrovano nella storia del popolo islamico dopo Maometto e nella tradizione imperiale cinese: la pace poteva essere assicurata soltanto da un grande impero. Si ebbe un cambiamento di prospettiva soltanto con la pace di Vestfalia, la quale stabilì che diversi Stati sovrani potevano coesistere in un ordine multipolare pacifico, purché nessuno raggiungesse un peso relativo soverchiante rispetto agli altri (politica dell’equilibrio) .

Terminata la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti, usciti dal conflitto nel ruolo di prima potenza mondiale, si autoattribuirono  l’onore e l’onere di mantenere l’equilibrio mondiale. Tale concezione è sopravvissuta a lungo ma oggigiorno, essendosi indebolita l’egemonia statunitense ed essendo di conseguenza venuta meno la Pax americana, si sta verificando una crisi del sistema mondiale. A tale crisi tutti gli Stati stanno rispondendo tramite il riarmo e le classi dominanti cercano di convincerci del fatto che tale reazione sia giusta e necessaria.

In questo contesto dobbiamo ricordarci che il nostro cervello è suscettibile di modifiche in base al contesto in cui viviamo. Solo partendo da tale consapevolezza, dunque, possiamo mantenere, nonostante le circostanze esterne, un pensiero critico e autonomo: il contesto ci influenza, ma sicuramente non ci determina.

Per rispondere alla domanda di partenza, Perché la guerra? dobbiamo ricordare che i conflitti non esisterebbero senza la violenza, ma che allo stesso tempo la violenza non ne costituisce la causa, ma soltanto il mezzo. La guerra, infatti, non è frutto della violenza reattiva (che coincide con un istinto), ma di quella proattiva, quella che deriva da una scelta, in questo caso politica, e che, in quanto tale, è evitabile.

Dobbiamo rifiutare risolutamente la retorica di tutti quelli che vogliono convincerci che la guerra sia espressione necessaria ed inevitabile dell’essenza umana. Saremo vincenti fino a quando, come scrive Levi in Se questo è uomo, non daremo la nostra approvazione: “una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso”.

Se l’uomo oggi è portato a vivere in società con una corteccia prefrontale particolarmente sottile è poiché tali caratteristiche sono sopravvissute ad un processo di selezione naturale, le cui modalità sono state individuate da Darwin. Della vita di quest’ultimo e della portata rivoluzionaria della sua scoperta ha parlato Fabio Contu, segretario della Società Dante Alighieri.

Charles Darwin

Dopo aver compiuto un viaggio alle Galapagos e dopo aver “conosciuto il mondo per esperienza” come voleva lui, Darwin ha acquisito “virtute e canoscenza” (come direbbe Dante Alighieri e come ha affermato anche il relatore) e, trasformandosi “da un barbaro primitivo a un uomo civile”, ha tratto gli spunti fondamentali per elaborare la sua teoria evoluzionistica per selezione naturale. Osservando la grande differenza tra individui della stessa specie da un’isola all’altra, infatti, Darwin si è chiesto da cosa fosse determinata tale varietà e come fosse compatibile con il processo evolutivo. Dopo 20 anni di studi, Darwin pubblica la sua opera più importante, L’origine delle specie, nella quale afferma che la variabilità tra individui della stessa specie è dovuta al caso, che contemporaneamente esistono individui più o meno adatti alla sopravvivenza e che le caratteristiche di questi ultimi sopravvivranno alla selezione naturale venendo ereditate dalle generazioni successive.

Questa secondo Freud è stata una delle più grandi “umiliazioni” che sono state inflitte all’umanità nel corso della storia. In particolare, il grande scandalo suscitato dalla teoria di Darwin sta nell’elemento casuale che egli ha posto alla base della storia evolutiva umana. In tal maniera, infatti, Darwin ha negato l’esistenza di un qualsiasi disegno provvidenziale. Inoltre Darwin mette in chiaro il fatto che la selezione naturale sia dolore poiché implica che individui incolpevoli siano destinati a morire per caratteristiche poco adatte all’ambiente di appartenenza. Dunque, se è inaccettabile che il caso stia alla base della storia umana, non dovrebbe esserlo altrettanto il fatto che Dio abbia posto la sofferenza come componente fondamentale dell’esistenza?

Contu, infine, termina il proprio intervento chiarendo un concetto importante: la teoria evoluzionistica non è una teoria nel senso colloquiale del termine (un insieme di idee ritenute pressoché fondate), ma una teoria dal punto di vista scientifico. Essa, infatti, è un modello interpretativo della realtà (un paradigma), un sistema che spiega i dati osservati e li lega tra loro con leggi tali da poter essere provate in ogni momento fino a quando non si giunge a una contraddizione ed è necessario apportare delle modifiche.

Anche quest’anno il Darwin Day ci ha dato la possibilità di analizzare il processo biologico e sociale cui l’essere umano è soggetto, chiarendo come il nostro cervello lavori e si modifichi a seconda delle dinamiche esterne. Di nuovo, come ogni anno, ci ha procurato la consapevolezza e i mezzi necessari per essere un po’ più padroni di noi stessi in un mondo spaventoso e spesso altrimenti incomprensibile.

“Bisogna raccontare il sangue per placarlo”: Demetrio Paolin racconta il suo Pavese

di Tommaso Alberto Marante, 2B

Nella mattinata di venerdì 6 febbraio 2026 lo scrittore Demetrio Paolin dell’Associazione Piccoli Maestri (un’associazione di scrittori che si occupa di visitare le scuole per condividere con gli studenti i capolavori letterari più importanti e indimenticabili della loro vita) è stato ospite del nostro liceo per condividere con le classi 2B e 2D  un’analisi della poetica di Cesare Pavese e per confrontarsi sulla lettura di alcune sue opere (i romanzi La casa in collina, La luna e i falò e  alcune liriche tratte da “La terra e la morte”).

Demetrio Paolin, insegnante e scrittore, è nato a Canelli, un paesino nelle Langhe, colline che hanno fatto da palcoscenico a diverse opere di Cesare Pavese e dunque hanno legato Paolin ai suoi romanzi e alla sua poesia. Durante la sua visita “il nostro piccolo maestro” ci ha raccontato di aver cominciato il suo percorso di scuola superiore con il liceo scientifico, ma di aver anche cominciato a nutrire un interesse per il mondo della letteratura intorno al terzo anno di liceo, grazie alla sua professoressa di italiano.  Dopo la scoperta, proprio sui banchi di scuola, delle liriche  di Guido Cavalcanti, è infatti scoppiata la sua passione per la letteratura, alimentata dalla conoscenza approfondita di Primo Levi e soprattutto di Cesare Pavese, in un percorso universitario compiuto sotto il magistero di Marziano Guglielminetti.

Ed è proprio a Cesare Pavese che Paolin ha dedicato la sua lezione, coinvolgendo gli studenti in un’interessante riflessione sul pensiero del poeta, incentrata in particolare sul romanzo La casa in collina, spiegando come Pavese si rispecchiasse nel personaggio di Corrado, il protagonista, un intellettuale, con idee giuste e nette, ma con un’indole più  tendente all’osservazione che all’azione, refrattaria a mettersi in gioco: infatti Corrado ammira l’opera dei partigiani, ma preferisce osservare da lontano, piuttosto che aiutarli concretamente.

“[…] mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscire mai più […].

Perciò il personaggio di Corrado in La casa in collina è stato definito da Paolin come un “nicodemista“, un individuo che non esprime il suo parere, ma sta in silenzio per timore.  Paolin lo ha descritto come l’incarnazione della “codardia” e della “vergogna”, mostri con i quali Pavese ha dovuto fare i conti molte volte, nonché parole chiave di molte sue liriche, e ha spiegato che Corrado è stato costruito appositamente dallo scrittore in modo tale da non suscitare empatia nel lettore.

” […] L’esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto che esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l’inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.[…]”

Paolin ha spiegato che Pavese non ha scelto di combattere, ma di “raccontare il sangue e placarlo”, cioè descrivere gli orrori della guerra nella consapevolezza che sia necessario “dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso”.

 “[…] Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione […].

La casa in collina  è stato pubblicato nel 1948: la Seconda Guerra Mondiale si era conclusa da pochi anni e certe frasi contenute nel suo romanzo (ad esempio “Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista”)  risultavano scomode e impopolari, così come il personaggio di Corrado, perché ricordavano che era stara “una guerra civile“, non tutti erano stati eroici, come Cate o Tono, tanti erano stati i Corradi, nonostante i proclami trionfali del dopoguerra.

Per concludere la sua visita, Paolin ha dato agli studenti la possibilità di rivolgergli domande o commenti riguardo a Cesare Pavese, rendendo la lezione più interattiva e stimolante. Uno studente gli ha chiesto come avrebbe definito  la scrittura di Pavese, se avesse potuto usare una sola parola. Paolin ha risposto che la scrittura del poeta si sarebbe potuta definire come una scrittura “pastosa” in quanto uno dei tratti distintivi di Pavese è appunto il suo modo di scrivere complesso, quasi criptico, anche in quanto “impastato” di paesaggio, di richiami ancestrali e mitologici, di dialetto, di piemontesità.

 

 

 

Un set tra i banchi: laboratorio di cinema in 2B

di Margherita Manzone, 2B

Luci in aula, silenzio in corridoio, ciak… azione!

I libri di testo sono chiusi, i banchi disposti al centro dell’aula sono diventati i tavolini di un ristorante, alcuni alunni sono diventati attori, altri fonici e tecnici del suono, altri videoperatori e assistenti di produzione.

Durante le ultime ore scolastiche di venerdì 30 gennaio, la classe 2B ha avuto l’opportunità di partecipare a un coinvolgente laboratorio di cinema in collaborazione con i ragazzi della scuola di teatro e cinema ZuccherArte, Marco e Leonardo. L’iniziativa si è rivelata un’esperienza formativa e originale, capace di unire apprendimento e divertimento in modo efficace. L’obiettivo dell’incontro era quello di illustrare agli studenti, in modo immersivo e dinamico, le principali tecniche cinematografiche oggi in uso e di creare un vero e proprio set per la realizzazione di un breve filmato.

 

Strumenti e inquadrature

 

Per prendere dimestichezza con i termini tecnici e con le apparecchiature utilizzate durante le riprese, il laboratorio è iniziato con una parte introduttiva dedicata agli strumenti del mestiere. Marco e Leonardo hanno mostrato diverse attrezzature professionali, spiegandone il funzionamento e soffermandosi sull’importanza di dettagli spesso sottovalutati, come il paravento per il microfono – chiamato in gergo “gatto morto” – fondamentale per ridurre i rumori esterni e migliorare la qualità dell’audio.

Successivamente, l’attenzione si è concentrata sulle diverse tipologie di inquadrature. Gli studenti hanno scoperto la differenza tra campo lungo, figura intera, primo piano e primissimo piano, facendosi aiutare da estratti di film o serie-TV famose, come Mystic River, Adolescence e Kill Bill. Non si è trattato solo di definizioni teoriche, ma di un vero e proprio viaggio nel linguaggio cinematografico, fatto di scelte visive capaci di raccontare una storia ancora prima delle parole. Per mettere alla prova gli alunni, a fine spiegazione hanno fatto qualche domanda di comprensione, dove si dovevano distinguere le varie riprese, come il dettaglio e il particolare.

Microfoni per il video: impariamo a conoscerli - Apromastore.eu

 

 

 

La ripresa del cortometraggio

Dopo la parte teorica, la classe è passata alla fase pratica, sicuramente la più attesa. L’aula è stata trasformata in un ristorante improvvisato e gli studenti hanno partecipato alla realizzazione di una breve scena: un appuntamento tra un ragazzo e una ragazza che, al termine della cena, si accorgono con sorpresa che nessuno dei due ha il portafoglio. Di fronte alla situazione imbarazzante, i due decidono di scappare, dando vita a una scena ironica e dinamica.

La sequenza è stata girata più volte, utilizzando le diverse inquadrature apprese in precedenza, per comprendere concretamente come cambia l’effetto finale a seconda delle scelte registiche. Gli studenti si sono alternati nei vari ruoli: registi, attori, fonico e comparse, sperimentando in prima persona il lavoro di squadra necessario per realizzare anche una scena apparentemente semplice. È emerso quanto il cinema sia un’arte collettiva, in cui ogni ruolo contribuisce in modo essenziale al risultato finale.

 

Il laboratorio si è rivelato un’occasione preziosa per avvicinarsi al linguaggio cinematografico in modo diretto e coinvolgente, trasformando per qualche ora la quotidianità scolastica in un’esperienza creativa e diversa dal solito. Oltre ad aver appreso nuove conoscenze tecniche, la classe ha potuto mettersi in gioco, collaborare e osservare la realtà con uno sguardo più attento, scoprendo che dietro ogni film si nasconde un lavoro accurato fatto di studio, passione e cooperazione.

DIRITTI IN AZIONE. Il bilinguismo: agevolazione o svantaggio?

Di Valeria Bellazzini, 2B

Videointerviste di Valeria Bellazzini, Maria Roccella e Chiara Scalera Caserza, 2B

Quanto la tutela prevista dalla legge riesce davvero a tradursi nella vita quotidiana?

Uno degli articoli della Costituzione Italiana che più si applica alla vita di tutti i giorni è sicuramente l’articolo 6, spesso considerato di minore importanza rispetto agli altri solamente perché riguarda un numero di regioni ristrette: la Valle d’Aosta, il Trentino Alto Adige e il Südtirol.

L’articolo in questione cita: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”: ma è davvero così?

Dalle diverse interviste che abbiamo rivolto agli abitanti di queste regioni a statuto speciale emergono diverse opinioni, spesso in contrasto tra di loro, il che sottolinea come il bilinguismo possa influenzare in modi differenti se non addirittura opposti le vite degli stessi abitanti.

Guardate il video con le interviste che abbiamo realizzato in Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige – Sudtirol

Dal Südtirol, il giovane studente locale di diciassette anni, Paolo Marino, ha chiarito la storia della regione sottolineando come l’attuale convivenza sia pacifica, aiutata anche dalla concessione dell’autonomia all’Alto Adige, nonostante le tensioni terroristiche degli anni Sessanta e Settanta.

Ha inoltre spiegato che durante il fascismo la minoranza germanofona è stata duramente repressa, con l’aiuto anche di rigide leggi che comportavano, per esempio, il divieto di parlare la lingua tedesca, che veniva insegnata di nascosto nelle “Katakombenschule”, catacombe, utilizzate come vere e proprie scuole sottoterra.

Nonostante Paolo abbia parlato di una convivenza pacifica e serena, ci sono purtroppo numerosi esempi di razzismo: l’esempio più eclatante è sicuramente il caso di Sinner, il tennista che ha guadagnato sempre più l’ammirazione di gran parte degli italiani, ma anche l’odio ostinato da parte di una minoranza della popolazione.

Molto recententemente il giornalista Bruno Vespa ha pubblicato su X un post molto offensivo nei confronti dell’atleta, proseguendo poi con un elogio al tennista spagnolo Alcaraz, che gioca: “per la sua Spagna”, sbagliando però il nome di quest’ultimo e ignorando che l’atleta denigrato abbia vinto ben due coppe Davis.

Un’altra voce, questa volta proveniente dalla Valle D’Aosta, offre un’altro dato per analizzare meglio la situazione: Matteo Bal, maestro di sci, afferma di aver seguito a scuola solamente due ore di inglese a settimana e quattro di francese, mostrando come a questa venga data preminenza  rispetto all’inglese.

Dalla sua testimonianza emerge un vero e proprio bisogno di dare più importanza all’inglese, lingua ormai universale, che si rivela essere molto più utile, anche per gli abitanti del Südtirol e della Valle d’Aosta. In Valle da Aosta, infatti, non si parla francese tra locali, bensì il Patois, dialetto locale misto tra italiano e francese, come sottolinea il proprietario di un negozio di artigianato tipico valdostano, Mattia Cretier. Non sempre il bilinguismo è apprezzato dagli autoctoni: per esempio Adelina Chatel, proprietaria di un albergo, esprime la difficoltà per gli esterni a queste regioni di inserirsi all’interno, anche per il fatto che chi ha un impiego pubblico ha un’indennità di bilinguismo. Per concludere Alessandra, proprietaria di una gioielleria in Valle d’Aosta, ne ha evidenziato i non pochi svantaggi: soprattutto il fatto di non avere alcune professionalità qualificate, per esempio medici competenti, a causa dell’obbligo di sapere il francese, che elimina dai possibili candidati tutti coloro che non lo parlano correntemente.

Il bilinguismo, quindi, può essere un’arma a doppio taglio, sia con agevolazioni per gli autoctoni sia con svantaggi, come ci sottolineano i nostri testimoni.

 

Otello: il femminicidio riscritto da Dacia Maraini

di Chiara Scalera Caserza, 2B

In un mondo circondato dalla violenza e dall’indifferenza, il teatro non resta in silenzio.

Otello” nasce proprio dal bisogno di smuovere la coscienza delle persone. È una tragedia scritta da William Shakespeare nel 1603, riadattata poi in chiave moderna da Dacia Maraini, con la regia di Giorgio Pasotti. La rappresentazione è stata messa in scena il 20 e il 21 Gennaio 2026 al Teatro Ivo Chiesa di Genova.

La tragedia parla della vendetta di Iago, adirato perché Otello, un generale moro di Venezia, ha promosso a tenente Cassio a sue spese. Iago insinua nella mente del moro che l’amata moglie Desdemona lo tradisca proprio con Cassio. Per dimostrare ciò, ruba un fazzoletto rosso che Otello aveva regalato alla moglie, e lo fa ritrovare fra gli averi di Cassio. Otello, accecato dalla gelosia, uccide Desdemona sul loro letto nuziale, ma quando si accorge di essere stato manipolato, decide di togliersi la vita.

Quando Shakespeare scrive la trama, dà particolare rilievo al tema del razzismo. Otello è infatti un uomo molto ricco e potente, un abile condottiero ammirato per le sue doti militari, ma, nonostante ciò, è considerato diverso in quanto moro. Il suo matrimonio con l’amata Desdemona è dunque visto come un’unione non solo sentimentale, ma anche politica.

Nella riscrittura della Maraini, invece, emerge un altro tema, quello della violenza sulle donne. Lo spettacolo non parla infatti di un omicidio scatenato solo dalla manipolazione, ma anche dalla mutazione dell’animo di Otello che, corroso dalla gelosia, diventa possessivo e malato. Desdemona non viene uccisa solo da un coltello, ma dall’ossessione autodistruttiva del marito.

La scena con cui si conclude lo spettacolo non è più la morte di Otello, ma un momento di rottura della quarta parete. Durante tutta la rappresentazione è stato utilizzato uno specchio che rifletteva ciò che veniva proiettato sul palcoscenico, in modo da poter giocare con effetti visivi, ricreando i luoghi in cui era ambientata la storia. Alla fine, lo specchio è stato ruotato verso la platea e i riflettori sono stati rivolti sul pubblico, in modo che ogni spettatore fosse in grado di vedere la propria immagine riflessa per alcuni secondi. Anche grazie alla musica di sottofondo, si è creato un momento di tensione e di forte emozione, spezzato dall’entrata in scena del Doge. Il Doge, per tutta la durata dello spettacolo è sempre stato un personaggio dallo stampo comico, sempre pronto a strappare un sorriso nei momenti di maggiore drammaticità. Ma alla fine della rappresentazione pronuncia un discorso molto intenso rivolto alla platea. L’uomo sottolinea che il femminicidio non è un semplice raptus isolato, ma un fatto che dilania l’intera società, che molto spesso rimane indifferente o finge di non vedere ciò che sta accadendo. Accusa lo spettatore di essere rimasto a guardare mentre si consumava la tragedia, diventando colpevole tanto quanto Otello.

Questo messaggio è stato accompagnato da una messa in scena cinematografica. Sono stati utilizzati infatti effetti speciali e musiche che incorniciavano scene da grande schermo. Anche lo stile recitativo è atipico per il teatro, dato che risente della formazione televisiva della maggior parte del cast. Sul palco sono saliti infatti Giacomo Giorgio nei panni di Otello, Giorgio Pasotti in quelli di Iago, Claudia Tosoni in quelli di Desdemona, Salvatore Rancatore in quelli di Cassio, Gerardo Maffei in quelli di Brabanzio, Dalia Aly in quelli di Emilia, Andrea Papale in quelli di Roderigo e infine Diego Migeni nel ruolo del Doge.

La scelta stilistica di portare un vero e proprio film sul palco, oltre che dare l’occasione di immergersi ancora di più nella trama, è pienamente azzeccata. Infatti, il pubblico era composto per lo più da adolescenti, che erano completamente stregati dalla messa in scena, oltre che ad essere molto attenti.

Ciò che la Maraini, Pasotti e tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione dello spettacolo sono riusciti a fare è creare un modo per riscoprire e far apprezzare una delle opere più iconiche della letteratura inglese anche ad un pubblico di giovanissimi, oltre che a far uscire “trasformato” dal teatro ogni spettatore.

 

 

 

 

 

Bussola blu: il liceo D’Oria rafforza il legame con l’economia della cittá

di Irene Collufio e Lucia Riggio, 5B

Bussola blu. Genova, la porta d’Europa” è il titolo dell’incontro dedicato all’inserimento dei giovani nell’economia del mare, meglio specificato dalla definizione “uno strumento per orientarsi nel futuro marittimo”.                                              Il convegno è stato promosso dal Centro Europe Direct del Comune di Genova: un’iniziativa europea per avvicinare i giovani studenti alla blue economy, in collaborazione con la Regione Liguria.

Ai miei tempi i giovani non avevano modo di inserirsi nell’ambito marittimo in modo pratico fino a dopo l’università” spiega Massimiliano Giglio, segretario di Assagenti, Associazione Agenti raccomandatari e Mediatori marittimi, che rappresenta 115 agenti nei diversi settori delle attività marittime. Giglio ricorda ai presenti che Assagenti ha un occhio di riguardo anche per il mondo dei giovani e mette in contatto domande e offerte di lavoro, segnalando laureandi e laureati alle aziende associate. Oggi l’inserimento dei giovani nell’ambito portuale viene promosso già dalle scuole superiori, attraverso alcune iniziative destinate a far scoprire “l’oro blu” della nostra città anche alle nuove generazioni.

Il Liceo D’Oria è fra i promotori dell’iniziativa, con l’apertura di un nuovo indirizzo di studio del Liceo Classico D’Oria presentato dal professor Ivo Spallasso. Il professore ha spiegato i motivi dietro a questa scelta e le novità proposte dal nuovo indirizzo: “Si tratta di uno sviluppo naturale per gli studi classici, infatti la storia ci insegna che i greci erano navigatori e la cultura ellenica è il fondamento della civiltà occidentale. In questo modo, il liceo classico genovese, che ha l’obiettivo di insegnare la storia e i valori delle civiltà antiche, mantenendo i piedi ben saldi nel contesto locale, volge la barra verso il mare”.

Il nuovo percorso scolastico prevede incontri con professionisti del settore, viaggi di istruzione nei luoghi della civiltà mediterranea e del mare, laboratori a tema, attività di educazione civica e ambientale e approfondimenti sulla storia marittima locale. Da settembre 2026 il liceo D’Oria partirà a vele spiegate con il Progetto Mare, rafforzando il concetto espresso dal nome della città di Genova, Giano Bifronte che guarda i monti e il mare oppure Ianua, vera Porta del Mediterraneo.