La citazione non si riferisce all’evoluzione della lingua, nel dizionario del tempo queste parole esistevano ed erano ben conosciute. Eppure evitarle significava essere dalla parte dei “liberatori”, perché questi vocaboli erano adoperati dai fascisti, rappresentavano pienamente il loro ideale nazionalista e col tempo erano divenuti di fatto un identificativo. Era sufficiente pronunciarne uno per essere etichettato come uno di loro. Infatti proprio come ogni disciplina ha un linguaggio tecnico, ogni gruppo di individui ha un vocabolario specifico di cui si appropria. L’identità di qualsiasi persona, scienza e persino di qualsiasi tempo è contraddistinta da un codice linguistico diverso.
Dopo la liberazione, utilizzare il gergo degli oppressori sconfitti era visto come un atto di cattivo gusto, una rievocazione di un male sepolto. Dunque nell’immediato dopoguerra si sviluppò il fenomeno inverso all’identità di linguaggio.
Ma tra gli intellettuali del tempo c’era anche Cesare Pavese, che a causa del suo mestiere, non riusciva a sopportare che certe parole fossero evitate per non richiamare i ricordi del fascismo. Perciò nei suoi scritti di quel periodo, tra cui si ricorda la poesia “Tu non sai le colline”(1945) e l’articolo “Ritorno all’uomo” (1945) l’autore sottolineava volontariamente questi vocaboli, proprio come se tentasse di riconquistare una parte della lingua che un’enorme parte del popolo stava provando a seppellire.
All’inizio Pavese fu molto criticato, anche dai suoi stessi colleghi, che non capivano perché nel mezzo di quella nuova speranza egli stesse risvegliando di fatto la triste epoca appena conclusa. A ciò contribuì anche l’altra intenzione dello scrittore stesso di denunciare tutti coloro che non avevano fatto nulla per ostacolare il regime; anche Pavese si riconobbe in questo insieme e ne prese atto pubblicamente. Proprio dal debito che sentiva di avere con l’Italia, nacque il desiderio di aiutare in qualche maniera la ricostruzione del Paese e lo fece nel suo settore, adoperando parole disprezzate come terra, sangue, patria, nazione, stirpe, disciplina e molte altre. Le immise nelle sue opere come se avessero lo stesso peso degli altri vocaboli, il suo fine era ottenere questo risultato.
Così facendo, lo scrittore ha avviato un processo di recupero che ha gradualmente reintegrato i termini, proprio come se nulla fosse accaduto, esattamente come voleva lui. All’operazione piano piano aderirono altri autori che compresero l’importanza di conservare la lingua. Tra costoro si possono citareBeppe Fenoglio, Elio Vittorini e Vasco Pratolini. Progressivamente la gente smise di vedere il fascismo in quelle parole, gli intellettuali erano stati capaci di ricontestualizzarle e di pulire una macchia della storia che le corrompeva.
Per cui se il vocabolario italiano dispone nuovamente di certe parole, libere dal loro ingombro ideologico, restituite alla lingua comune come se nulla le avesse mai contaminate, è soprattutto merito di un uomo incompreso da molti, ma con un obiettivo ben chiaro per se stesso: restituire alla nazione ciò che sentiva di non aver dato negli anni precedenti.
“Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro”
Conversazione con Demetrio Paolin su Cesare Pavese e la figura di Corrado nel romanzo “La casa in collina”
di Alice Crosa di Vergagni, 2d
«Non sei mica fascista» mi disse. Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. «Lo siamo tutti, cara Cate» dissi piano. «Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista».
Nel racconto di Cesare Pavese il protagonista è Corrado, professore di Torino durante la Seconda Guerra Mondiale che scappa dai bombardamenti sulla città trasferendosi in collina. È un personaggio che durante la narrazione riesce a colpire il lettore con i suoi atteggiamenti distaccati e freddi risultando agli occhi di molti come una figura antipatica ed egoista. Pavese ha infatti cercato di creare un personaggio, simile alla sua persona, lontano da ogni possibile comprensione da parte del pubblico, una figura che è indifferente davanti alla sofferenza di quel periodo.
Dopo la pubblicazione di questo romanzo, alla fine della guerra, Pavese venne criticato proprio per la principale connotazione del suo protagonista che rispecchiava indirettamente l’atteggiamento di tanti che hanno vissuto durante quell’epoca. In un momento in cui si cercava di dimenticare il dolore passato, Cesare Pavese con questo personaggio ricorda alle persone una delle più gravi colpe della gente davanti a tante ingiustizie, la grande indifferenza che sicuramente è nata in un primo momento a causa della paura che riempiva gli animi e che ha continuato però ad invadere le case di tutti. Dopo il ’45 molta gente che si era salvata dopo aver fatto un sospiro di sollievo ha comunque dovuto far fronte ad un problema tutt’altro che semplice da ignorare, la propria coscienza: chiunque alla fine di tutto si sarà infatti chiesto cosa avrebbe potuto fare in più per salvare qualcun altro. Corrado apre gli occhi a tutti gli indifferenti durante il conflitto mostrando loro un atteggiamento che hanno avuto per tutta la durata dello scontro ma di cui solo ora si rendono conto e di cui si vergognano.
Possiamo, quindi, biasimare Corrado? Possiamo odiare una persona che rimarca gli atteggiamenti di molti in situazioni tanto difficili? La risposta è certamente affermativa, si può infatti, ma si deve essere consapevoli del fatto che probabilmente l’indifferenza è una delle più diffuse risposte dell’uomo al pericolo, a causa del timore o di un persistente sentimento di impotenza, e che solo in pochi riescono a non provare.
Demetrio Paolin
Demetrio Paolin, scrittore e professore, durante l’incontro avvenuto il 6 febbraio al Liceo Classico A. D’Oria di Genova ha condiviso con gli studenti delle classi seconde del percorso Umanistico la sua passione per Cesare Pavese descrivendo la sua scrittura come “pastosa” e capace di donare al pubblico tante emozioni. Si appassiona ai racconti dell’autore quando ancora aveva sedici anni trovando come protagonisti dei libri di Pavese i luoghi in cui è cresciuto, le parole all’interno dei componimenti lo accompagnano ancora oggi dopo avergli regalato una carriera da scrittore e un amore verso i significati e le riflessioni della letteratura.
Paolin riconosce infatti l’antipatia che noi proviamo verso Corrado mostrandoci però un altro punto di vista, quello della comprensione. Spesso preferiamo infatti personaggi eroici, fieri ed empatici che vivono con uno scopo o agiscono per un bene comune, ma quanti possono dire di assomigliare a qualcuno così? Solo pochi. Giudichiamo invece personaggi distaccati, freddi ed egoisti, ma chi invece è simile a questi?Tanti.
In un mondo caratterizzato da odio e antipatie nei confronti dell’altro, Paolin ci ricorda che non siamo così diversi dalle persone che ci circondano. Le cose vanno viste e capite da più punti, non solo da uno. Possiamo giudicare le persone, ma dovremmo sempre chiederci cosa avremmo fatto di diverso, e imparare a essere comprensivi riconoscendo le azioni degli altri e le nostre.
Pavese riesce quindi a descrivere tanto di una persona nell’atteggiamento di un uomo comune portando però la gente ad odiare il personaggio che spiega molto dei loro biasimevoli sentimenti.
Sorprende, infine, la capacità di Demetrio Paolin di appassionarsi a una figura che molti non apprezzano. Paolin non scarta la vergogna che Corrado ci provoca, ma la trasforma in uno spunto di riflessione: sulla coscienza, sulla comprensione, sul giudizio che spesso rivolgiamo agli altri. Un giudizio che a volte pronunciamo sapendo, in fondo, che avremmo agito allo stesso modo; ma confessarlo fa paura: è più facile vergognarsi di Corrado che riconoscerci in lui.
Come l’ex meteorologo di Nervi racconta della fotografia della seconda onda più alta mai scattata in Liguria.
di Giulia Maria Campodonico, 1B
Il protagonista di questa storia è Vittorio Dentoni, nerviese, classe 1964, un esperto meteorologo che fin da bambino nutre una passione per le onde e per le mareggiate.
Dal maggio 2020 ha aperto un profilo Facebook chiamato “Meteo Vitto” in cui condivide molte fotografie di mareggiate e prevede il meteo della nostra città in maniera precisa e affidabile.
Durante il nostro incontro gli ho posto le seguenti domande:
Che studi ha fatto da ragazzo?
“Io mi sono diplomato in ragioneria, dopo sono andato in aeronautica militare e sono diventato meteorologo”.
Da quanto tempo è appassionato di mareggiate?
“Sono appassionato di mareggiate da quando avevo otto anni”.
Le sue previsioni del tempo partono sempre dall’osservazione del mare?
“No, la previsione del tempo è una cosa, la previsione del mare è un’altra. La previsione del mare e l’altezza delle onde sono molto più attendibili rispetto alle previsioni del tempo. Le previsioni delle onde si basano principalmente su questi tre fattori: il fetch, ovvero lo specchio di mare coperto dal vento, l’intensità del vento e la durata del vento”.
Il negozio di souvenir in passeggiata a Nervi racchiude tutte le sue passioni?
“No, il negozio di Nervi mi piace molto perché è un lavoro bellissimo e perché ho a che fare con persone che vengono da tutto il mondo. Però la mia passione rimane la meteorologia”.
Ha qualche ricordo di lei da bambino legato al mare da condividere?
“Ne ho tantissimi. Il mare è sempre stato il mio ambiente, sono canoista e ho fatto 20 anni di gare di kayak. Facevo anche surf e mi ricordo che andavo spesso con i miei amici a prendere le onde. La mia passione per tutti questi sport l’ho tramandata a mio figlio che adesso fa l’istruttore di surf”.
Ho scelto di intervistare Vittorio Dentoni perché mi ha colpito il fatto che lui abbia passioni molto diverse rispetto al lavoro che svolge tutt’oggi a Nervi. Infatti, sottolinea il fatto che le sue passioni siano rimaste le stesse di quando era un bambino e che non siano state condizionate o rivoluzionate dal suo lavoro.
Il contributo al libro “Wave Watching”
WAVE WATCHING
Vittorio ha partecipato alla stesura del libro “Wave Watching” che tratta di mareggiate, contribuendo con informazioni tecniche e fotografie. Tra queste spicca in particolare una foto riferita alla storica mareggiata del 1989.
La mareggiata del 1989: un record ligure
In quell’anno la nostra riviera fu colpita da una violenta mareggiata. Vittorio riuscì a fotografare la seconda onda più alta mai ripresa in Liguria. Grazie al fatto di aver potuto indicare l’esatto punto di scatto, fu possibile calcolare la sua altezza in maniera piuttosto precisa utilizzando i calcoli trigonometrici. L’altezza calcolata fu di poco più di 13 metri.
Il record del 1955
La foto della più alta onda registrata in Liguria risale alla mareggiata del 1955 e fu scattata alleCinque Terre. Non conoscendo l’esatto punto di scatto, non è stato possibile risalire con precisione all’altezza dell’onda, che venne comunque stimata tra i 17 e 18 metri.
Un dato impressionante che testimonia la potenza del mare Ligure durante le grandi mareggiate.
La scienza dietro le onde
Il lavoro di Vittorio Dentoni rappresenta un esempio perfetto di come la passione personale possa arricchire la conoscenza scientifica. Le sue fotografie non sono solo suggestive dal punto di vista estetico, ma costituiscono anche documenti scientifici preziosi per lo studio delle mareggiate e dei fenomeni meteorologici marini. Lameteorologia marina, come ci spiega Vittorio, si basa su parametri precisi e misurabili, rendendo le previsioni sulle onde più affidabili rispetto a quelle meteorologiche generali.
E mentre le onde continuano a infrangersi sulla costa di Nervi, Vittorio rimane lì, con lo stesso sguardo del bambino di otto anni, sempre in attesa dell’onda perfetta.
Intervista alla storica e archivista Giustina Olgiati sull’influenza del mare a Genova
di Lucilla Lisciotto, 1B
L’indissolubilità del legame tra Genova e il mare permane nei secoli, riflettendosi nell’economia, nella cultura, nel commercio e nella società e si esprime in una storia costellata di maestà e dolore. L’ Archivio di Stato di Genova ne è eterno custode, ne porta al suo interno i secoli gloriosi, anche i suoi lati inediti, celati sotto il velo del tempo, che la dottoressa Giustina Olgiati ci racconta con passione e trasporto.
A Genova è sempre stato presente un porto naturale, senza il quale non sarebbe potuta esistere poiché rappresentava l’unico orizzonte di sviluppo per i Genovesi, un “mezzo di comunicazione liquido”, che consentì loro anche di entrare in contatto con altre popolazioni e culture.
Reliquario del braccio di Sant’Anna.Cristo Moro di Santa Maria di Castello
Il mare per i Genovesi rappresentava un elemento familiare che nei secoli “le ha dato e portato via qualcosa”. Il mare “evocava immagini di Santità”, poiché portò a Genova diverse reliquie, come il braccio di Sant’Anna e il Cristo di Santa Maria di Castello, contribuendo all’incremento della devozione religiosa. Purtroppo però attraverso il mare giunsero nei secoli i pirati, che con le loro scorrerie portarono via da Genova molte ricchezze e dignità.
L’influenza del mare sull’economia genovese
Dal punto di vista economico il mare, motore dell’economia genovese, data la scarsa produzione agricola, rappresentava l’unico mezzo di sostentamento. Questo portò i Genovesi ad affinare le abilità di mercanti e a sviluppare le competenze in materia di navigazione, dal momento che non erano ancora stati inventati i mezzi a vapore costituiva la principale via di comunicazione. Il porto di Genova attualmente è gestito dalla Camera di Commercio, ma il suo funzionamento dipende anche dai movimenti interni dei sindacati , e ancora oggi assolve un ruolo cruciale nell’economia della città poiché deve garantirne la prosperità commerciale.
La mancanza di sicurezza nel lavoro al porto in epoca medievale
Il porto tuttavia in passato fu anche teatro di tragedie, poiché non era garantita la sicurezza delle persone che vi lavoravano, nonostante i consoli delle Corporazioni di Arti e Mestieri tentassero di limitare le sciagure. Questo è attestato dalla scarsa presenza di documenti che ne certificano l’avvenimento e dal fatto che a partire dal 1340 i “camalli”, i facchini storici del porto, godessero di una corsia riservata costituita da sette letti presso l’ospedale di Santa Maria Maddalena. Inoltre all’epoca non erano garantiti rimborsi alla famiglia della vittima, sebbene esistessero fondi per offrire sostegno alle vedove.
A Genova in età medievale erano presenti anche altri lavori che comportavano rischi considerevoli per la vita delle persone.
Il rischio del lavoro dei marinai; le vite inghiottite dal mare
Il fatto che la prosperità economica di Genova fosse strettamente legata al mare portò molti uomini a praticare il mestiere di marinai o di mercanti, mettendo a rischio le loro vite, data l’imprevedibilità del mare. Infatti, nonostante le diverse precauzioni, come navigare soltanto in determinati periodi dell’anno per evitare venti contrari, o costruire navi la cui struttura fosse volta a prevenirne l’affondamento, spesso si verificavano dei naufragi. Inoltre, bisogna pensare che in molti casi le scialuppe di salvataggio non erano sufficienti a salvare tutti coloro che si trovavano a bordo della nave , e molte volte ci si accorgeva di un naufragio vedendo pezzi della nave o anche cadaveri portati in braccio dalle onde, quando ormai era troppo tardi per poter prestare soccorso. Fu così che il mare avvolse tra le sue onde molte vite che la città sacrificò al suo splendore.
Le assenze dei marinai e le conseguenti modificazioni sociali e legali legate all’emancipazione femminile
La lunga assenza dei marinai provocò anche dei cambiamenti dal punto di vista sociale, poiché permise ai Genovesi, consapevoli del fatto che il ritorno di coloro che si imbarcavano non era assicurato, di organizzarsi dal punto di vista legale, ideando un sistema di leggi che permetteva alle mogli di coloro che erano partiti di disporre dei beni finanziari e materiali in caso di difficoltà economiche e provvedere a riguardo per il benessere della famiglia, ma l’indipendenza che assicuravano alle mogli dipendeva molto spesso dal tipo di rapporto che avevano instaurato. Questo perché all’epoca i matrimoni molto spesso non avvenivano per volontà degli interessati, ma erano il frutto delle macchinazioni ordite dalle rispettive famiglie allo scopo di assicurarsi prestigio, influenza politica e vantaggi economici. Inoltre la donna doveva sottostare all’autorità del marito, dopo essere stata sottomessa per tutta la vita a quella del padre o di un’altra figura maschile. Egli poteva disporne liberamente e lei non aveva potere sul suo destino, e veniva semplicemente costretta ad essere una semplice spettatrice dello spettacolo della sua vita. A testimonianza di ciò, la dottoressa Olgiati ci illustra dei documenti presenti all’interno dell’Archivio che custodiscono la storia del matrimonio del XVII secolo, avvenuto tra una Spinola e un D’Oria, durante il quale lei subì continuamente la sua ira, che spesso si manifestava con atti di violenza, e si concluse con un divorzio. Dal documento che lo testimonia ci giunge il respiro dell’oppressione che le donne dovettero subire in tali condizioni, portando alla luce storie intrise di dolore che ci implorano di essere raccontate.
Tuttavia, a volte tra gli sposi si sviluppava un rapporto basato sul rispetto e sulla stima reciproca, che spesso poteva evolversi in amore, e in questi casi l’uomo poteva assicurare alla moglie una maggiore indipendenza economica poiché nutriva una maggiore fiducia nei suoi confronti, consegnandole lo scettro per governare sulla sua vita.
L’Archivio di Stato di Genova
Ad esempio è questo il caso di Buscarello Ghisolfi, considerato “la versione genovese di Marco Polo”, il quale viaggiava spesso per mare, nelle cui mani affidò la sua vita, sapendo che probabilmente l’avrebbe scagliata negli abissi oscuri o trasportato verso terre lontane. Egli concesse a sua moglie in sua assenza la piena custodia e la massima libertà di gestione dei beni finanziari e il documento che attesta la sua volontà in merito è attualmente custodito all’interno dell’Archivio di Stato di Genova.
Genova e gli scambi culturali e commerciali: apertura mentale e ricchezza culturale
Qui la dottoressa Olgiati ci racconta un’altra storia affascinante legata a Buscarello Ghisolfi, e i documenti che si riferiscono a essa ci permettono anche di comprendere come i Genovesi in età medievale fossero dotati di una particolare apertura mentale nei confronti di altre culture e religioni, abituati a viaggiare e ad interfacciarsi con persone appartenenti a civiltà aventi usi e costumi differenti dalle loro, con cui intrattenne estremamente moderna, poiché non rifiutano ciò che è diverso, ma lo accolgono. Dalle testimonianze di Jacopo D’Oria, ultimo annalista genovese, emerge il fatto che i Genovesi fossero abituati al contatto con gli stranieri, poiché quando l’ambasceria dei Tartari, guidata da Buscarello Ghisolfi, sostò a Genova, che all’epoca costituiva il punto d’incontro tra diversi fronti culturali, prima di essere condotta dal Pontefice, dal re di Francia e dal re d’Inghilterra, lo storico nelle sue testimonianze non si soffermò sulla sua descrizione.
I Genovesi si sospinsero fino al Mar Nero, al Mar Egeo, navigarono per tutto il Mediterraneo, sospingendosi al confine del mondo conosciuto, e nella città si intrecciano in un mosaico complesso e variopinto elementi importati da altre nazioni con cui Genova intratteneva rapporti diplomatici e commerciali. Genova alla fine è come il mare, in essa sfociano la gloria e lo splendore delle altre culture, che ne arricchiscono la corona di spuma.
L’influenza proveniente da altre culture si legge soprattutto nella lingua, poiché i Genovesi appresero durante i viaggi le lingue delle loro destinazioni, come la Turchia o l’Arabia, dal cui linguaggio derivarono alcuni vocaboli del dialetto parlato in Liguria. Anche i Genovesi esportarono in tutto il Mediterraneo termini relativi alla navigazione. A Genova furono particolarmente importanti le influenze dei paesi esteri dal punto di vista del costume e dell’artigianato. Si utilizzavano infatti anche stoffe provenienti dall’oriente, e i gusti dei cittadini in fatto di vasellame avevano subito l’influsso della Spagna islamica. Genova nel corso dei secoli intrattenne spesso rapporti pacifici con le altre civiltà, come fece anche a partire dalla Seconda Crociata, instaurando rapporti commerciali con i Turchi.
Genova, il monopolio commerciale sul Mediterraneo e le colonie commerciali
I Genovesi fondarono diversi insediamenti nel corso dei secoli allo scopo di instaurare un monopolio commerciale sul Mediterraneo, i quali erano controllati dalla città attraverso varie forme di governo. Mentre in Corsica, data l’ostilità dei suoi abitanti, fu addirittura attuato un governo di tipo militare, nel Mar Nero, i Genovesi mantenevano un controllo diretto sul Sud della Crimea, dove intorno al 1300 sorse una colonia fortificata che in seguito assunse grande prestigio: Caffa. Alcune colonie dell’Egeo furono governate dalla dinastia dei Gattilusio, a cui erano state donate dall’imperatore bizantino, l’isola di Chio fu posta sotto il controllo di un Comitato di Investitori a cui veniva inviato un podestà proveniente direttamente da Genova.
Le colonie furono mezzi di importanti scambi culturali, che arricchirono enormemente l’identità di Genova, il che fu possibile anche grazie ai fenomeni di migrazione veicolati dallo Stato. Ad esempio se un mercante voleva andare ad abitare a Caffa, per pagare tasse inferiori, avrebbe dovuto sposare una donna indigena, il che favorì anche l’integrazione culturale tra Genova e gli abitanti delle colonie. Per Genova era vantaggioso avere mercanti originari della città all’interno delle colonie del Mar Nero per mantenere un’influenza della cultura latina a oriente e pertanto incoraggiavano l’emigrazione attraverso la prospettiva di tasse meno care. Viceversa, giunsero a Genova molti uomini provenienti da altre colonie, che spesso erano stati acquistati dai Genovesi come schiavi, che all’epoca rappresentavano simboli di ricchezza e potere, che però potevano acquisire la cittadinanza genovese e sposare persone originarie di Genova, e in tal modo entrare in possesso della piena libertà. Abbiamo testimonianza per esempio di un giovane schiavo cinese che sposò una ragazza genovese di 23 anni, e fu adottato dalla città come suo cittadino. Tutto ciò conferì alla società genovese un carattere multietnico.
Il mare come mezzo di diffusione della peste nera
Domenico Fiasella, La peste di Genova. Pinacoteca della Fondazione Franzoni
Il mare tuttavia non fu sempre un mezzo attraverso cui Genova ottenne prosperità economica e ricchezza dal punto di vista culturale, infatti cavalcando le onde giunse nel 1348 la sciagura della peste nera, probabilmente attraverso gli scambi commerciali, che squarciò la quiete della città funestando le vite dei suoi abitanti, scatenando sentimenti di paura e atroce dolore che inflissero ferite cocenti alla città, il cui grido sofferente echeggia nei secoli di storia. Di questo periodo oscuro, della paura dei Genovesi a riguardo, abbiamo conservati all’interno dell’Archivio i testamenti risalenti all’epoca, che erano stati dettati da persone sotto l’effetto della paura della peste, che come un angelo dalle ali nere ogni giorno strappava e sfigurava vite umane, il che è testimoniato dalla presenza all’interno dei documenti della frase “metu pestis”, ossia “per paura della peste”. La città reagì istituendo un lazzaretto, dove i malati di peste venivano isolati, e istituì delle leggi che specificavano l’obbligo dei cittadini di denunciare un malato di peste affinché non diffondesse la malattia.
Genova al vertice dello splendore economico e culturale
Genova raggiunse l’apice dello splendore e della prosperità economica nel Medioevo, epoca in cui era immersa nel fulgore della gloria. Il suo splendore economico e culturale è ritratto in un’ode scritta da un poeta anonimo intorno al 1200, custodita nell’Archivio Storico del Comune di Genova, che canta ad un mercante di Brescia che non ha mai visto Genova e la bellezza eterna della città, dove anche le donne appartenenti a ceti inferiori rifulgevano di un nobile splendore, il che significava che Genova colmava ogni cosa della sua bellezza luminosa. Questo scritto racchiude in sé l’orgoglio di Genova, canta la forza del suo cuore pulsante, del suo spirito ardente, città eterna sposa del dio azzurro, da cui fu amata e tradita, benedetta e ferita, e che conserviamo ancora oggi nella nostra identità con orgoglio e passione.
«Zenoa è ben de tal poer «Genova ha una grande forza, che no è da maraveiare non c’è da meravigliarsi se voi no lo poei savere se voi non la potete valutare per da loitam oir contar: sentendone parlare da lontano:
che e’ mesmo chi ne son nao io stesso che ci sono nato no so ben dir pinnamente non saprei dire adeguatamente ni distinguer lo so stao né descrivere la sua condizione tanto è nobel e posente.» tanto è nobile e potente.»
(Tratto dal componimento De condicione civitate Ianuae, loquendo con quedam domino de Brixa, trad. F. Toso)
Il direttore generale racconta la sua visione per il Waterfront Genovese e lancia un appello per il Mediterraneo.
di Alice Johnston, 1B
Vincenzo Monaco è il direttore generale del Porto Antico di Genova. In questa intervista ci svela alcuni progetti per l’area del Waterfront genovese e richiama la nostra attenzione alla migliore tutela del Mediterraneo.
Può raccontarci il suo percorso professionale e come è arrivato a diventare direttore generale del Porto Antico?
“Ho avuto la fortuna di lavorare sempre sul mare. Ho iniziato con dieci anni nel settore della navigazione: prima con TOREMAR, poi sono passato a Tirrenia a Napoli. Dopodiché è arrivata l’esperienza più lunga e formativa: sedici anni a Venezia con Vela, la società che si occupa di turismo e marketing della città. Lì vendevamo i biglietti per i vaporetti, eravamo proprietari delle aziende di trasporto pubblico e organizzavamo le grandi manifestazioni veneziane come il Carnevale. Gestivamo anche spazi per attività congressuali e fieristiche, un po’ come facciamo qui al Porto Antico. Dopo Venezia ho fatto cinque anni come direttore della Confcommercio di Treviso, poi è arrivata l’opportunità del Porto Antico. Stavano cercando un direttore generale, ho fatto la selezione, l’ho vinta e sono qui da un anno e mezzo. Oggi il mio ruolo è quello di coordinare l’attività degli uffici e fare da cuscinetto tra questi e il consiglio di amministrazione. Il Porto Antico è stato riqualificato da Renzo Piano nel 1992 e comprende l’area del padiglione turistico e delle darsene nel Waterfront di Levante. Gestiamo un’ampia gamma di attività: il centro congressi, l’affitto di posti barca, spazi per l’Acquario, eventi, realtà commerciali come Eataly, The Space Cinema, Old Wild West, e attività corporate come Iliad e Carstream. I ricavi da queste attività vengono reinvestiti nella manutenzione dell’area“.
Come ha plasmato la sua visione sul legame tra Genova e il mare?
“Io ho avuto la fortuna di essere sempre sul mare, quindi questo legame è comunque legato alla mia persona. Qui a Genova l’ho ritrovato, avendo la fortuna di gestire quest’area iconica e bellissima. Uno dei miei obiettivi è farla conoscere di più, perché spesso si hanno delle sensazioni ma non delle certezze su quello che avviene dietro a queste aree. Questo legame è indissolubile e straordinariamente affascinante.”
Secondo lei, questo legame ha la stessa importanza oggi come in passato?
“Sono qua da un anno e mezzo, quindi so poco del passato. Secondo me è un legame indissolubile, c’era ieri, c’è oggi e ci sarà per sempre. Genova è il primo porto d’Italia, questo rapporto è economico ma anche di vita. Indissolubile.”
C’è un modo in cui le persone di Genova potrebbero aiutare a dare vita al Porto e al legame tra Genova e il mare?
“Il modo migliore è venire da noi. Il Porto Antico è un luogo che viene frequentato per vari eventi, attività sportive, i giochi dei bambini, fare una passeggiata, prendere un aperitivo, leggere un libro… Tutte le volte che si viene al Porto Antico si riaccende vivo il rapporto con il mare e le emozioni che ti trasferisce! Vedendo le statistiche, il 70% dei nostri frequentatori è genovese, una buona percentuale.”
Quanto è importante l’Acquario di Genova?
“ Senz’altro è molto importante per la città da un punto di vista economico e di promozione turistica. Tra l’altro è l’acquario con il maggiore volume d’acqua d’Europa. Però l’Acquario non è solo divertimento: è anche studio, ricerca. È un piccolo sacrificio che viene chiesto a questi pesci per un progetto più ampio che è quello di salvare il mare e il pianeta. L’Acquario non è soltanto un luogo di attrazione ma anche un luogo di studio, di crescita culturale, di crescita della sensibilità nei confronti del mare e del pianeta. Credo che il percorso scientifico sia indissolubile accanto al lato di meraviglia e stupore che crea”.
Secondo lei, dato che il Mar Mediterraneo viene ogni giorno inquinato come il resto dei mari e questo è un problema a livello sia genovese che nazionale, ci sono dei modi in cui potremmo aiutare a diminuire l’inquinamento del Mediterraneo?
“Ci sono tantissimi modi. C’è la famosa diminuzione della plastica con la raccolta differenziata. L’abbiamo introdotta anche noi recentemente in Porto Antico. L’inquinamento dipende anche dal riscaldamento globale e da tutta una serie di azioni. Quindi ci sono tantissime cose da fare; dipendono dai paesi europei ma anche da ciò che facciamo tutti noi con gesti quotidiani: consumo dell’acqua, uso della plastica, riciclo, corretto smaltimento dei mozziconi di sigaretta, delle lattine, della plastica stessa… insomma piccoli gesti quotidiani che però possono aiutare moltissimo. Quando vado in una spiaggia o vado sott’acqua con la maschera cerco di portare via qualsiasi spazzatura che trovo in giro. Potremmo organizzare più attività tramite le associazioni di volontariato per la pulizia delle spiagge. Ci sono veramente tantissimi modi. Anche voi giovani avete una sensibilità maggiore rispetto a quella che avevamo noi alla vostra età. Purtroppo vi stiamo consegnando un pianeta che ha molti più problemi rispetto a quello che ci è stato consegnato a noi.”
Ci sono delle nuove idee o nuovi modi in cui potremmo sfruttare la risorsa del mare e del Porto Antico negli anni futuri? Ci sono nuovi progetti per l’area del Porto Antico?
“In generale dobbiamo affrontare e iniziare un percorso legato all ESG (Environmental, Social e Governance) mi riferisco ai criteri di sostenibilità ambientale, sociale e di gestione di queste attività. Quindi stiamo provando a capire come misurare l’impatto che la società Porto Antico ha nei confronti dell’ambiente e della società. Stiamo facendo un piano investimenti che dovrà rispettare determinati parametri di sostenibilità ambientale come rendere gli eventi sempre più sostenibili. Vogliamo allargare il progetto della raccolta differenziata a tutti i nostri conduttori e stiamo introducendo dei sistemi per favorire la mobilità pubblica rispetto a quella privata.”
Se potesse lasciare un messaggio ai giovani del liceo D’Oria e di Genova, quale sarebbe?
“Quello che dico ai miei figli: seguire le proprie passioni perché non c’è nulla di più bello, perché sono spesso legate a cose che ci riescono meglio; confrontarsi con il mondo, perché è molto arricchente. Io vedo purtroppo molte persone che nascono, vivono e rimangono nello stesso luogo creando un legame molto forte con il territorio ma anche perdendosi molte esperienze formative. Secondo me, è molto bello il confronto non solo nazionale ma anche internazionale. Bisogna cercare questo confronto e viverlo sempre come un’opportunità”.
L’imprenditore si racconta: “Genova può raddoppiare i volumi, ma servono infrastrutture e coraggio“
di Riccardo Viotti, 1B
Il Sig. Aldo Spinelli
Aldo Spinelli, uno dei massimi esponenti della logistica italiana e figura storica del sistema portuale genovese, fondatore del Gruppo Spinelli, imprenditore al centro del dibattito pubblico degli ultimi anni, ci ha accolto per una conversazione a tutto campo sul presente e sul futuro del porto di Genova.
Fondato nel 1963 da Aldo Spinelli come azienda di trasporti, il Gruppo Spinelli è cresciuto negli anni fino a diventare uno dei principali operatori della logistica italiana. Le sue attività spaziano dal trasporto container alla gestione di terminal portuali, dai servizi di noleggio e riparazione container allo sviluppo di centri intermodali, con sedi operative a Genova, La Spezia, Livorno e Reggio Emilia.
Fin dall’inizio, Spinelli ci porta indietro nel tempo, ricordando l’enorme trasformazione vissuta dal settore marittimo. ‘’Si caricava e scaricava quasi all’aperto, senza tutti i controlli di oggi” racconta. Una rivoluzione, quella della containerizzazione, che ha cambiato per sempre la logistica: sigilli, tracciabilità, procedure standardizzate. ‘’Ha reso tutto più ordinato, ma anche più complesso. La sicurezza è diventata il cuore dell’operatività’’.
GPT Genoa Port Terminal del Gruppo Spinelli
Il suo sguardo si sposta poi sull’evoluzione dell’export italiano, che ha camminato di pari passo con quella dei porti. Impianti moderni, mezzi più sicuri, una logistica interna sempre più efficiente. ‘’Oggi la merce viaggia sigillata e il trasporto terrestre è cresciuto allo stesso ritmo del marittimo’’, sottolinea.
A cambiare, però, non è stata solo l’organizzazione a terra. Anche il mare è diventato un luogo di cambiamenti: le navi sono cresciute in modo esponenziale. I container restano gli stessi, da 20 o 40 piedi, ma le portacontainer superano ormai i 360 metri di lunghezza. ‘’Gli scali devono adeguarsi. Chi non lo fa resta fuori dal gioco’’, avverte Spinelli.
È qui che entra in scena Genova, al centro delle sue riflessioni. Con una visione insieme ottimista e realista, prevede: ‘’I traffici cresceranno almeno del 5% nei prossimi anni. Se l’economia tiene, Genova può raddoppiare i volumi. Ma per farlo servono infrastrutture, tecnologia, personale. Senza investimenti è impossibile competere’’.
La geopolitica è l’altro grande tema della conversazione, un fattore che oggi determina più che mai i flussi commerciali. ‘’I grandi esportatori di oggi, domani, possono non esserlo più. Lombardia, Veneto, Emilia: queste regioni industriali dipendono dal mare più di quanto non appaia’’, osserva.
A ricordare l’importanza del porto di Genova non sono solo i traffici, ma anche il suo impatto socioeconomico: una realtà che dà lavoro, tra diretto e indotto, a circa 64.000 persone. ‘’È una realtà enorme e rappresenta il futuro dei traffici italiani”, afferma Spinelli.
Sulle rotte globali e le prospettive di lungo periodo, sulla cosiddetta rotta artica, spesso dipinta come alternativa ai tradizionali corridoi marittimi, Spinelli non ha dubbi: ‘’Affascinante, sì, ma non sostituirà le rotte tradizionali. Non per costi, non per volumi, non per sicurezza. Al massimo potrà integrare in casi specifici’’.
Più concreta appare ai suoi occhi la partita del Mediterraneo, che secondo Spinelli può tornare competitivo rispetto ai grandi porti del Nord Europa, a una condizione, però: investimenti strutturali. ‘’I porti del nord Europa avrebbero dovuto fare il cambiamento radicale che stiamo facendo noi almeno 30 anni fa’’, ricorda con fermezza.
E poi c’è stato il COVID, la prova più dura degli ultimi decenni. Un passaggio che, per Spinelli, ha chiarito una volta per tutte la centralità del mare. ‘’È stato l’unico mezzo di trasporto che non si è fermato. Ha tenuto in piedi forniture e logistica’’.
Conclude dicendo: ‘’L’Italia non dovrebbe dimenticare: abbiamo quasi 8.000 km di costa. Nessun altro sistema garantisce questa continuità. E Genova, qui dentro, resta un punto centrale’’.
Una grande atleta olimpica che insegue il suo sogno ci dimostra il suo amore per la città di Genova.
di Marta Cordone, 1B
Genova, oltre ad essere una città ricca di storia che la rende affascinante e motivo di orgoglio dei suoi abitanti, è anche un luogo che facilita la pratica degli sport acquatici grazie al suo affaccio sul Mar Ligure.
Maggie Pescetto, atleta dello Yacht Club Italiano, ha partecipato alle Olimpiadi del 2024, gareggiando con il suo kitesurf, ed ogni giorno è sempre più orgogliosa e grata di essere potuta crescere a Genova e quindi di aver iniziato il suo percorso fin da piccola nella sua città.
Durante gli allenamenti Maggie ha la possibilità di vedere la città da un altro punto di vista che, secondo lei, la rende ancora più speciale. Le piace moltissimo quando passa davanti a Boccadasse con il suo kitefoil a tutta velocità, è “un’esperienza davvero unica, vedere le case colorate soprattutto durante le giornate soleggiate provoca molta allegria e felicità”.
Spiaggia di Boccadasse, Genova
L’atleta è entrata nella Nazionale Italiana di kitesurf all’età di 17 anni. Dopo essersi laureata all’Università IULM di Milano ha ottenuto la medaglia d’argento al Campionato Open in Africa nel 2022 e ha partecipato a campionati italiani, europei e mondiali avendo gloriosi successi. Nel 2024, ha rappresentato l’Italia ai Giochi Olimpici di Parigi.
Maggie Pescetto
Maggie Pescetto descrive il suo legame con il mare fondamentale per la sua vita. Ogni volta che non è a Genova, per partecipare a regate a livello internazionale, dentro di sé vorrebbe subito ritornare, perché la sua città è il suo luogo felice dove ha coltivato moltissime amicizie importanti per lei. Inoltre lei afferma che “sicuramente crescere in una città di mare ha influenzato profondamente il mio rapporto con l’acqua. Sento di non riuscire a stare lontana dal mare”
“Una delle emozioni più importanti che ho provato”, dice Maggie, “è stato tornare a casa dopo un lungo periodo e vedere dopo tanto tempo la mia famiglia, il circolo e i miei amici, che mi hanno sempre sostenuta nei miei traguardi e obiettivi”.
Durante le Olimpiadi le mancava anche il gusto della vera focaccia e del pesto, che la fa sentire subito a casa ricordandole quelle piccole abitudini che la riportano subito nel suo posto del cuore.
Tuttavia rimane una “donna da vento” che ama la sfida del mare come racconta in questa intervista:
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Maggie Pescetto è una ragazza che simboleggia il grandissimo amore dei velisti genovesi per il proprio mare, che è un simbolo di divertimento ma anche di orgoglio per chi abita in questa meravigliosa e sorprendente città.
Il mare di Genova non è solo una via di commercio o un posto di lavoro: è un luogo che rappresenta parte della vita dei lavoratori e dei cittadini che vivono a contatto con esso. Il porto Antico, più precisamente vicino al Museo del Mare, è il luogo in cui l’ex pescatore Stefano Donati ha lavorato per un decennio, insieme a suo padre e suo zio che lo hanno introdotto nel mondo della pesca. Da subito ha voluto chiarire che il pescatore non è un lavoro semplice: richiede impegno, costanza, pazienza e molto studio.
Il rapporto tra un pescatore e il mare va oltre il semplice guadagno.
Che cosa le viene in mente quando pensa al mare e, in particolare, a Genova?
“Pensando al mare mi vengono in mente tanti ricordi piacevoli. Ricordo per esempio quando andavo a Monterosso con mio padre, vedevamo i delfini, passavamo intere giornate completamente circondati dal mare.” Il mestiere del pescatore non è caratterizzato solo da ricordi, ma anche dalle soddisfazioni che si possono ricavare. “Ricordo la soddisfazione di svolgere un lavoro così faticoso: una volta con mio padre abbiamo trascorso un’intera giornata provando a pescare delle ricciole che continuavano a scappare dalle reti. Dopo un giorno e una notte che continuavamo a fallire e aspettare, siamo riusciti a catturarle. Il piacere di questi momenti è indescrivibile”.
La difficoltà del mestiere è ripagata da emozioni che non si possono esprimere a parole.
“Mentre stai pescando, sei a contatto con la natura, con l’acqua, con un mondo completamente diverso da quello terreno”.
La pesca diventava ancora più particolare di notte, come ci racconta. Da aprile a maggio avveniva la pesca delle acciughe, da luglio ad ottobre la pesca sugli scogli, a dicembre la pesca delle orate. In questi mesi amava particolarmente pescare di notte. “Mi è sempre piaciuto vivere il mare di notte. La notte è magica, è scura, è strana… fa un certo effetto. Tutti dormono e tu sei lì, in mezzo al mare, a pescare, e ti senti come se fossi sopra le nuvole su un altro mondo”.
Il suo rapporto con il mare, come tutte le relazioni, non è sempre semplice. “Il mare è un amico, ma può diventare anche un nemico e per fare questo lavoro devi esserne consapevole”. Essere pescatori oggi richiede non solo di saper pescare, ma di saper rispettare il mare. Grazie alle nuove tecnologie la pesca sta cambiando sempre di più. Gli strumenti si sono rinnovati, e per questo è aumentata anche la quantità di pesce che si può pescare, causando anche una riduzione del pesce in mare. Molti pesci tipici di Genova, come le acciughe o le ricciole, vengono pescati in grandi quantità perciò non si ripopolano velocemente. “Essere pescatori oggi non richiede soltanto abilità, ma anche tanto impegno e soprattutto rispetto per il mare. È per questo che il progresso rende la pesca più efficiente ma allo stesso tempo più complicata di prima”.
Quali sono i valori più importanti che ha appreso da questo mestiere?
“Sicuramente ho imparato ad essere calmo, paziente, poco impulsivo. Questo è un lavoro destinato a scomparire. Un ragazzo non inizierà mai di sua spontanea volontà a pescare. Deve essere guidato, deve imparare questi valori. Gli si deve spiegare più che la tecnica, l’approccio che si deve avere. La pesca sarebbe un’esperienza meravigliosa per tutti e sarebbe bello poter diffondere di più l’idea di poter fare questo mestiere. La voglia di un ragazzo di pescare deve nascere dal cuore. Non si può iniziare nel modo corretto senza la più sincera volontà di farlo.
Più che un lavoro la pesca è una passione. Ci vuole passione. Se non ce l’hai, non puoi fare il pescatore. Questa dedizione deve nascere da dentro la persona, deve essere più forte di ciò che potresti guadagnare. Se hai l’amore per questo mestiere poi puoi arrivare ad un guadagno. Non ha senso partire con il presupposto di farlo come un lavoro, perché non si ottiene nessun risultato.”
Oggi Stefano Donati gestisce la pescheria “La Lampara” a Genova. Nonostante abbia lasciato il mestiere di pescatore, continua a trasmettere i suoi valori di rispetto per il mare e per la pesca alle nuove generazioni che, forse, manterranno viva questa tradizione.
Andrea Puccio otto mesi all’anno al Centro Surf Club
di Simone Repetto, 1B
Inizia la primavera e lui è già lì, al lavoro, perché Andrea Puccio è uno dei titolari, con il fratello Maurizio e le rispettive mogli, di uno stabilimento balneare e ristorante in Lungomare Lombardo (una strada parallela a Corso Italia), il Centro Surf Club.
Il Centro Surf Club e sullo sfondo l’Abbazia di San Giuliano
E lì lo puoi trovare tutti i giorni, tutto il giorno, fino alla fine di ottobre, quando la stagione finisce e lui può godersi un “meritato” riposo. Ma il mare accompagna Andrea anche a stagione balneare conclusa, durante i suoi viaggi per il mondo.
Lo conosco da sempre e a lui ho pensato quando ho deciso di intervistare una persona che avesse con il mare un rapporto particolare. L’ho quindi contattato telefonicamente, siamo in inverno, e lui è fuori Genova, al caldo e ovviamente al mare! Lui mi ha risposto entusiasta: “Sull’argomento mare mi trovi particolarmente preparato!“.
Andrea Puccio
Innanzitutto gli chiedo se i genovesi amano il mare e lo rispettano. Mi risponde: “Quale genovese non ha mai fatto un bagno in mare? Ogni genovese ha con il mare un rapporto particolare: c’è chi ama passeggiare sul bagnasciuga, chi ama prendere il sole, chi adora praticare al mare attività sportiva e chi si ferma semplicemente ad osservarlo, magari e soprattutto durante delle belle mareggiate”.
Gli domando se ritiene che il mare sia fruibile per tutti e quali modalità si potrebbero usare per migliorarne l’accessibilità. “A Genova non abbiamo molto spazio per le spiagge, lo sappiamo bene, e molte sono ricoperte di pietre o piene di scogli. Le spiagge di dimensioni più grandi sono quelle in prossimità di sbocchi di torrenti e di molte spiagge derivano da diverse azioni dell’uomo sull’ambiente. Le nostre spiagge quindi non sono facilmente raggiungibili da chiunque, proprio per via della loro conformazione. Oggigiorno c’è sempre più attenzione sul tema della disabilità, e recentemente nuove leggi sono state emanate perché tutti gli stabilimenti balneari siano obbligati ad adottare delle misure per permettere anche alle persone con disabilità di godersi il mare.” Sebbene lui parli da titolare, con tutto ciò che ne comporta dovendosi il suo stesso stabilimento adeguare a questa recente normativa, mi confida: “Queste nuove leggi sono giustissime.”
Gli chiedo se ha mai temuto il mare durante un’emergenza. “Assolutamente sì!”. Ricorda da ragazzino, al largo di Quarto, una virata sbagliata e la barca a vela cappottata, con lui finito fuori bordo e la compagna di corso finita sotto lo scafo. La paura legata alla difficoltà di non poter aiutare l’amica perché il giubbotto di salvataggio non gli consentiva di immergersi nell’acqua per poterla liberare da quella situazione.
Poi gli domando come ha imparato a leggere il mare e quali segnali osserva per capire se è pericoloso. “Ogni posto ha le sue caratteristiche”, mi dice. Certamente l’età e l’esperienza gli sono di aiuto. Il meteo genovese ormai non ha più segreti per lui. Al giorno d’oggi ognuno di noi è più avvantaggiato nel conoscere le previsioni atmosferiche ed Internet è sicuramente di aiuto in tutto questo.
Infine gli chiedo quale è stato il salvataggio più significativo della sua carriera. Qui si fa serio (ammetto che la chiacchierata fino ad ora è stata serena e molto divertente). Il soccorso che si è trovato a dover effettuare è stato causato da una sua imprudenza, per il fatto di aver sottovalutato il mare: giornata di mare calmo, esce in canoa con i suoi due nipoti, che porta alla boa, un po’ al largo. Purtroppo si alza il vento di Tramontana che spinge i suoi nipoti, che sono in acqua, ancora più al largo in direzioni opposte uno rispetto all’altro. Andrea deve scegliere rapidamente chi salvare per primo, consapevole che ogni secondo è prezioso. Riesce a portare in salvo entrambi, ma quella paura non l’ha mai dimenticata.
“Quel giorno ho ricordato che il mare non perdona la superficialità“, mi confessa. “Anche quando sembra calmo, devi sempre rispettarlo. È questo che cerco di trasmettere a chi viene al Centro Surf Club: il mare è una cosa meravigliosa, dobbiamo goderne, ma dobbiamo rispettarlo. Sempre.“
Una sportiva ai vertici della città: ricordi, progetti e sogni olimpici
di Beatrice Vacca Sita, 1B.
Silvia Salis, eletta Sindaca di Genova il 29 maggio 2025, conosce bene la sua città ed il mare che la costeggia.
Fin da piccola si allena nel campo sportivo di Villa Gentile, in cui è praticamente cresciuta e dove si ambientano numerosi ricordi d’infanzia: “Mi ricordo quando mi allenavo di mattina, il campo era vuoto, silenzioso e, se c’erano delle mareggiate, sentivo il rumore del mare”.
Alluvione disastrosa avvenuta a Genova nel 2011.
Il mare di Genova ha però due facce: quella dei ricordi d’infanzia e quella delle emergenze. A Genova si presenta un grosso problema di protezione lato mare “che andrebbe affrontato in maniera organica, considerando l’esposizione totale della città al mare”.
Questi problemi vengono affrontati anche attraverso vari progetti importanti, tra cui “Genova Ocean Agorà” un consorzio che unisce oltre 30 organizzazioni per proteggere la costa ligure.
Recente maltempo a Genova, 12/10/2025.
Riferendosi ai recenti eventi di maltempo afferma: “Durante questo mandato richiederò una presa in carico da parte dello stato di un’ operazione organica di protezione a mare” e rivolgendosi direttamente ai cittadini comunica: “Bisogna seguire le indicazioni, non si devono sottovalutare i rischi”.
Quali iniziative ha previsto per promuovere la cultura e la storia di Genova e del suo mare, anche attraverso eventi e manifestazioni?
“La cultura di Genova e del suo mare viene continuamente tramandata attraverso varie tipologie di attività, come Le Regate delle Repubbliche Marinare”, il “Confeugo”, il “Salone Nautico” e portando avanti quella che era la realtà del “Doge”. Secondo me, fare un “Fuorisalone” del Salone Nautico, come quello del Mobile di Milano, può creare attrattiva per la città e cambiare la percezione di quello che è il Salone Nautico”.
Confeugo 2025.Salone Nautico 2025.
Accetterebbe la proposta di organizzare le Olimpiadi estive a Genova?
“Non solo accetterei la proposta, una delle prime cose che ho fatto quando sono diventata Sindaca è stata dire a GiuseppeSala e a Stefano Lo Russo di fare un triangolo di collaborazione tra Genova, Milano e Torino, riservando tutti gli sport d’acqua a Genova e non nascondo che, da sindaca che ha fatto le Olimpiadi, sarebbe un grandissimo sogno”.
Come vede Genova e le sue coste alla fine del suo mandato, quali sono le sue aspettative?
“Al termine del mio mandato vorrei innanzitutto una città universitaria, attenta ai giovani nei suoi programmi, nelle proposte culturali, che pensi a dei servizi per i giovani, che presenti una grande metropolitana che possa collegare tutta la città, che produca sempre di più lavoro qualificato, con stipendi che siano all’altezza della possibilità di pensare a una vita qui, a Genova, non un lavoro che non permetta a un giovane di andare a vivere da solo”.
Riuscirebbe a vivere in una città senza mare? Perché?
“Nella vita non si può dire: “Io non farei mai”, perché nella vita, purtroppo, devi prendere delle scelte anche in base a delle necessità, ma chi vive a Genova sa che privilegio si ha nel vivere in una città con una qualità di vita buona e con il mare a portata di mano. Spero di vivere sempre a Genova, perché quando non vivi più nella tua città o nella città che ami, le altre sono tutte uguali e non sono più la tua; ad esempio potrei andare a vivere a Barcellona, ma non sarebbe Genova, perché, aldilà del mare, la qualità di una città è legata alla tua famiglia, ai tuoi amori, ai tuoi affetti, alla tua storia e ai tuoi ricordi”.