NOI MARE. La visione di Marco Bucci per un futuro blu

Il presidente della Regione Liguria racconta il legame tra Genova e il mare: blue economy, Waterfront e nuove opportunità
di Lorenza Grillo, 1B

“Il mare coincide con l’identità di Genova e dei suoi abitanti”: è questo che pensa Marco Bucci, presidente della Regione Liguria, intervistato per cercare di comprendere il rapporto tra Genova e il mare.

Liguria Oggi – Il quotidiano di Genova e Liguria
Marco Bucci

Marco Bucci ha trascorso molti anni all’estero, negli Stati Uniti, ma una parte di sé è sempre rimasta ancorata alla sua città dove ha voluto portare il suo contributo per garantire un futuro migliore alle nuove generazioni. Infatti è stato sindaco di Genova dal 27 giugno 2017 al 9 dicembre 2024 per due mandati consecutivi. Dal  6 novembre 2024, invece, è presidente della Regione Liguria succedendo a Giovanni Toti indagato per corruzione. Nel tempo libero è un appassionato velista che vede il mare con ammirazione e rispetto.
Stiamo vivendo un momento storico particolare che in molti casi frena lo sviluppo, ma come ha voluto sottolineare Bucci, anche in queste circostanze  l’economia ligure mostra segnali di crescita, in particolare, grazie alla blue economy. Infatti “nel primo trimestre del 2025 i porti liguri hanno registrato un incremento del traffico passeggeri del 2,5% in particolare grazie al +4% delle crociere solo una lieve flessione dell’1,1% per il traffico commerciale in tonnellate anche se crescono di un buon 6% i container movimentati.”

Presentato il progetto del Waterfront al Municipio VIII Medio Levante - Lavocedigenova.it
Progetto del Waterfront

Anche dal punto di vista di possibili contrasti tra lo sviluppo urbano e la qualità di vita della città, il presidente sostiene che le nuove tecnologie e gli strumenti che abbiamo a disposizione rendono sempre più possibile la convivenza pacifica e fruttuosa. Opere che dimostrano questa tesi sono ad esempio il Waterfront di Levante, un grande lavoro che ha permesso di integrare alla città un luogo considerato a lungo marginale. Il Waterfront sarà anche molto utile per tutti coloro che vorranno avviare una start-up: infatti Bucci dice che c’è la volontà di realizzare delle scuole del mare in modo che le tante professioni legate al settore siano sempre più qualificate. Per questi progetti è necessario, però, che la tutela dell’ambiente e la crescita vadano di pari passo senza sovrapporsi fra loro. Infatti “Da un lato il mare, con la sua ricchezza di fauna e flora, la sua biodiversità, è un monito importante, perché rappresenta un patrimonio ambientale che dobbiamo difendere e tutelare per il futuro dell’umanità. Dall’altro, come la storia ci insegna, il mare per Genova è una straordinaria fonte di lavoro e ricchezza; queste due dimensioni oggi possono andare avanti insieme”.

La città di Genova continua e continuerà a essere influenzata dal mare che ne determina lo sviluppo economico, sociale e culturale. La gestione del mare e delle sue risorse è quindi un tema centrale per il futuro di Genova.

 

 

NOI MARE. L’Acquario di Genova: conservazione, ricerca e futuro del Mediterraneo

Dalla tutela dei coralli al recupero delle tartarughe: l’impegno dell’Acquario per il Mediterraneo.

di Cecilia Toma, 1B

Quando si parla di Genova, l’immagine che affiora subito alla mente è quella del mare. Fin dai tempi delle Repubbliche Marinare, la distesa blu ha rappresentato la sua ricchezza e identità, influenzandone cultura e tradizioni. Il mare rappresenta dunque il nucleo vivo della città. Luogo di fascino, l’Acquario non è soltanto una meta turistica ma un’icona di Genova e una fucina di progetti e obiettivi che gravitano attorno alla conservazione degli ecosistemi in via di estinzione. Un argomento che abbiamo approfondito durante l’Intervista con la dott.ssa Bruna Valettini, Responsabile dei progetti europei presso Costa Edutainment S.p.A.- Acquario di Genova.

I progetti di conservazione: un impegno concreto

L ’Acquario di Genova opera su molteplici fronti per la conservazione e la ricerca. Innanzitutto i progetti di ricerca sui mammiferi marini, che vanno avanti da molti anni e che consentono, anche attraverso un network internazionale, di disporre di un numero sempre maggiore di dati sulla presenza dei cetacei nel Mare Mediterraneo.

Fonte: https://www.acquariodigenova.it/i-coralli-tropicali-un-patrimonio-da-preservare

Un’altra tematica cruciale è il “Progetto Coralli”, una collaborazione tra l’Acquario e l’Università Bicocca di Milano per la tutela dei coralli tropicali. Questi organismi sono soggetti a numerosi rischi dovuti all’innalzamento della temperatura a causa dei cambiamenti climatici, che provoca il cosiddetto: “sbiancamento dei coralli”. Si stanno conducendo molti studi e i coralli vengono riprodotti direttamente all’Acquario. È stato creato un centro per questo progetto direttamente alle Maldive, per intervenire sul campo. Un altro fronte importante è la reintroduzione di specie che vengono allevate in cattività. Ne è un esempio la testuggine palustre, specie di acqua dolce che viene riprodotta in un centro ad Albenga; i piccoli vengono poi portati in Acquario, dove rimangono in stabulario per circa un anno, per poi essere riportati al centro di riproduzione e successivamente reintrodotti negli stagni intorno alla piana di Albenga. Questo progetto ha ottenuto un importante  finanziamento dall’Unione Europea.

Fonte: https://www.acquariodigenova.it/sos-tartarughe

Al centro dell’attenzione ci sono anche le tartarughe marine: da anni l’Acquario è centro di recupero autorizzato e riconosciuto per il salvataggio di questi animali. Quando viene avvistata una tartaruga marina, viene segnalata e la Capitaneria di Porto che la conduce all’Acquario, dove viene curata. Si tratta spesso di tartarughe rimaste impigliate nelle reti o che, purtroppo, hanno incontrato per loro sfortuna le eliche di qualche imbarcazione. Quando possibile, vengono poi rilasciate nuovamente in mare.

Innovazione tecnologica al servizio del mare

Fonte: https://www.acquariodigenova.it/i-cavallucci-marini

Sul fronte tecnologico, l’Acquario  sta portando avanti diverse ricerche innovative, il primo è lo studio sui bioattivatori, sostanze naturali utili per il risanamento delle acque del porto, in grado di degradare le sostanze nocive presenti nei fanghi dei fondali.

Alcuni studi prendono in considerazione il DNA ambientale, in particolare per individuare la presenza della foca monaca, di cui esistono veramente pochi individui, difficili da osservare direttamente. Quando se ne sospetta la presenza, vengono prelevati e analizzati campioni d’acqua, nei quali si verifica l’eventuale presenza attraverso il DNA. Questa tecnica innovativa viene portata avanti dalla Fondazione Acquario di Genova nell’ambito del progetto sulla foca monaca.

Un altro progetto concreto è stato quello che ha interessato i cavallucci marini, riprodotto in Acquario e grazie alla collaborazione con l’università, reintrodotti nel Mar Piccolo di Taranto.

Educare per conservare

L’Acquario di Genova ha come missione quella di sensibilizzare ed educare il grande pubblico alla conservazione, al rispetto e all’applicazione di comportamenti sostenibili. Questo avviene tramite attività di educazione, sensibilizzazione e laboratori educativi sia con le scuole sia con gli adulti perché è fondamentale far conoscere le diverse specie  in pericolo, gli habitat minacciati e l’importanza della conservazione dell’ambiente marino. Attraverso azioni concrete, come progetti di conservazione e di ricerca che prevedono anche attività con impatto diretto sul campo, l’Acquario dimostra che è possibile fare la differenza.

La dott.ssa Valettini conclude con una visione che unisce conservazione marina e inclusione sociale: “Se potessi avere ampie risorse e possibilità, mi piacerebbe provare a realizzare un progetto, in collaborazione con enti, università e associazioni che si occupano dell’assistenza a persone con bisogni speciali, per fare in modo che possano usufruire non solo dell’Acquario e delle attività che svolgiamo, ma anche di esperienze come, ad esempio, la nautica o la subacquea, in maniera più facile, accessibile e inclusiva, cercando gli strumenti e le tecniche migliori affinché tutto ciò possa avere un beneficio concreto su di loro e migliorare la loro qualità di vita.

Un messaggio di speranza che dimostra come la conservazione marina e l’inclusione sociale possano andare di pari passo.

NOI MARE. La musica di Genova raccontata da Andrea Incandela

Il liutaio e presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, racconta il legame tra Genova, De André e la tradizione marinara.

di Daniele Ferro, 1B

Genova ha sempre avuto una forte tradizione musicale, profondamente legata al mare: dai canti popolari dei marinai fino ai grandi cantautori che hanno reso celebre la città in tutto il mondo. Tra questi, il nome più rappresentativo è senza dubbio Fabrizio De André, capace di raccontare Genova e il Mediterraneo come pochi altri.

Andrea Incandela

Andrea Incandela, musicista, liutaio ed esperto di strumenti, è il presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, “A casa di Andrea” in genovese, una realtà attiva nel centro storico di Genova che si occupa di concerti, produzione musicale, riparazione di strumenti e corsi di musica e pittura. Andrea Incandela ha conosciuto personalmente Fabrizio De André e, in questa intervista, racconta il legame profondo tra Genova, il mare e la musica.

Cos’è per te Genova e il mare?

Tutto. E con “tutto” ti direi pochissimo. Io non vivrei mai in una città senza mare, non potrei farlo. Sono nato a contatto con il mare, nella città Superba, che per me è la più bella del mondo. Non ho bisogno di vederlo o di andarci, non ci vado quasi mai. Ma mi basta sapere che c’è.

Chi era per te Fabrizio De André?

Un grande amico. L’ho conosciuto quando ero ragazzino. All’inizio il nostro rapporto era soprattutto legato al lavoro: gli vendevo strumenti, prestavo attrezzi e mi occupavo delle riparazioni, e lui ne era contento. Con il tempo, però, è diventata una vera amicizia. Passava spesso, abbiamo parlato tante volte di Genova e di musica. Era una persona stupenda, molto comprensiva e un grande poeta. Secondo me, dovrebbero candidarlo al premio Nobel.

Hai mai suonato o cantato insieme a Fabrizio De André?

Cantato sì, suonato no. Una volta ci siamo trovati in piazza De Ferrari e ricordo che nacque spontaneamente un coro: cantavamo tutti insieme. C’era un bar sotto i portici, il Giavotto, frequentato da Paoli, da De André, da Manfredi e da tanti altri musicisti e personaggi famosi. Andammo lì a cantare con lui: è stato un momento molto bello e particolare, perché eravamo tutti insieme.

Perché De André scrive Crêuza de mä e cosa racconta questa canzone?

Crêuza de mä nasce dal desiderio di raccontare il mare di Genova e, allo stesso tempo, il Mediterraneo come spazio di incontro. De André sceglie il dialetto genovese perché è una lingua marinara, formata dal contatto tra molti popoli del Mediterraneo, quindi perfetta per rappresentare questa realtà. 
Attraverso il dialetto e una musica ispirata alle tradizioni mediterranee, racconta un Mediterraneo “prima della globalizzazione”, fatto di viaggi e scambi. È stata una scelta controcorrente per l’epoca, ma proprio questo rende la canzone straordinaria. Crêuza de mä guarda al passato per parlare in modo universale del presente ed è una delle opere più importanti di Fabrizio De André.

Di cosa parlano i canti dei marinai genovesi?

I canti dei marinai genovesi parlano soprattutto della vita sul mare: dei viaggi lunghi e faticosi, della nostalgia per la terra, delle donne lasciate a casa, del pericolo e, a volte, anche della povertà. Raccontano un’esistenza dura, fatta di lavoro e di attesa, spesso con un tono ironico o rassegnato. Parlano di uomini comuni, di fatica quotidiana e di ritorni incerti: molti non sapevano quando sarebbero tornati. Il mare non è mai idealizzato, è una presenza necessaria ma anche crudele

Quali strumenti usavano i marinai?

Gli strumenti erano pochi e semplici, facili da portare in viaggio. Si usavano soprattutto strumenti a corda come la chitarra o il mandolino, ma anche il violino. Non mancavano percussioni improvvisate, come tamburi rudimentali o semplicemente il battito delle mani e dei piedi. Spesso, però, il canto era soprattutto vocale e corale, perché serviva anche a tenere il ritmo del lavoro a bordo.

Esistono ancora musicisti che mantengono viva questa tradizione?

Sì, questa tradizione non è scomparsa. Oggi viene portata avanti da gruppi e musicisti che lavorano sulla musica popolare ligure e mediterranea, cercando di conservarne la lingua e lo spirito. Alcuni lo fanno in modo più tradizionale, altri in maniera moderna, mescolando strumenti antichi e contemporanei. Naturalmente Fabrizio De André, con Crêuza de mä, ha avuto un ruolo fondamentale nel far riscoprire e valorizzare questa tradizione, portandola a un pubblico molto più ampio e rendendola conosciuta in tutto il mondo.

Attraverso il racconto di Andrea Incandela emerge un’immagine di Genova profondamente legata al mare, non solo come spazio fisico ma come luogo culturale e musicale. Dai canti dei marinai fino a Crêuza de mä, la musica diventa memoria, identità e racconto collettivo di una città che continua, ancora oggi, a suonare.

Come cantava Fabrizio De André nei versi finali di Crêuza de mä:

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na

creuza de mä

(padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.)






 

NOI MARE. Da Quarto al Vespucci: il racconto di un genovese cresciuto guardando l’orizzonte.

Dal piccolo quartiere di Quarto ai porti internazionali: il percorso di Andrea Venturi, sottufficiale della Marina Militare italiana.

di Asia Di Calogero, 1B

Genova non è soltanto una città: per il marinaio Andrea Venturi è casa, identità. È cresciuto a Quarto respirando salsedine tutto il giorno e proprio per questo il mare non è stato per lui un semplice panorama, ma una presenza costante, un compagno di vita.

“Sono nato sul mare e sono sempre stato vicino all’acqua: dalla mattina alla sera respiravo aria di mare” racconta. È proprio lì che, grazie a suo padre, ha imparato ad amare tutti gli angoli di Genova: dai caruggi a tutto il centro storico, dalla storia fino alla cultura marittima. Venturi non ci ha messo infatti molto a comprendere che il suo legame con quella città era qualcosa di speciale, di intenso. Una volta cresciuto ha così deciso di realizzare il suo sogno d’infanzia, entrando nella Marina Militare Italiana: “Ancora non ci credo di aver realizzato il mio sogno…Ogni tanto pensandoci ho paura che sia tutto una finzione”.

Non finisce però qui: grazie alla sua determinazione Venturi è riuscito a diventare addirittura sottufficiale, iniziando così a ricoprire un ruolo molto importante; inoltre da ormai quattro anni naviga senza sosta da un porto all’altro sull’Amerigo Vespucci (nave scuola che simboleggia l’Italia all’estero). Svolge il suo lavoro con passione, contribuendo al mantenimento della nave in tutto il suo splendore: “Lavorare sul Vespucci è qualcosa di magico. Sapere di rappresentare il proprio paese su una delle navi più belle del mondo è una situazione impagabile, soprattutto per il me bambino; mi sento molto fortunato a riguardo”.

Tra uno scalo e un altro: lo scalo al porto di Genova

Venturi ha visto porti in ogni continente, ha visitato numerose località ed è entrato in contatto con culture lontane,  ma, nonostante ciò, le sensazioni che prova quando la nave sta per attraccare al porto di Genova sono imparagonabili a qualsiasi altra. “Qui è diverso…l’aria, la tramontana, il profumo della focaccia. Appena scendi senti qualcosa che nessun altro porto ti dà”.

Il Vespucci che fa rotta verso Genova.
Infatti tutti i rientri verso il porto della sua città gli regalano emozioni fortissime: “Quando il Vespucci entra a Genova, è come tornare dalla propria famiglia. Mi sembra sempre di essere aspettato, come se la città stessa mi abbracciasse”.

Ogni rientro a casa è speciale e unico e permette ad Andrea di “riconnettersi” al suo posto del cuore, dopo esserci stato lontano per svariato tempo, e di passare momenti in compagnia di parenti e amici di vecchia data. “Quando torno e mi metto sulla ringhiera a Priaruggia a guardare il mare, capisco che quello è il mio posto. È casa. Non posso fare a meno di pensare che la mia vita finirà lì, dove tutto è iniziato”.

 La nostalgia del mare

Celebre saluto militare del “Veliero”

Durante i periodi a casa però c’è sempre un vuoto difficile da colmare: manca l’odore del mare aperto, il ritmo della vita a bordo del vascello, la complicità con l’equipaggio, le guardie in plancia, le notti insonni, i raggi del sole sulla pelle…Tutte cose di cui Venturi non può fare a meno. “Adoro passare del tempo a casa con la mia famiglia, ma quando non sono in mare aperto mi manca tutto, anche i dettagli più insignificanti. Mi mancano i miei amici, tutte le risate e i sorrisi fatti con loro, le notti trascorse a osservare le stelle, le giornate passate con la nausea a causa delle troppe onde…So che è strano, ma solo chi vive il mare con passione può comprendere davvero”.

 Se non fosse nato a Genova… 

Deposizione del berretto sul Tricolore

Secondo Venturi, il suo legame tanto speciale con il mare è da attribuire alla sua città natale, Genova. “Se non fossi nato qui, forse non avrei preso questa strada: magari sarei un veterinario, un autista o chi lo sa, magari uno scrittore. Ma è merito di questa città se sono chi sono oggi e se ho trovato la mia strada. Qui i pescatori, gli amici, la vita sul mare ti trasmettono un amore profondo per quell’enorme cosa blu: questo amore incondizionato ti cambia per sempre.”

Questa non è una semplice storia: è la storia di un uomo che porta ovunque vada la sua città, con amore, ambizione e soprattutto passione. Genova non è solo la città che ha dato inizio al suo viaggio, ma è la luce che continua a dargli l’ispirazione per proseguirlo al meglio e il suo punto di riferimento: “Per me è come una specie di bussola…Mi aiuta a orientarmi e qualsiasi cosa succeda, so di poterci sempre tornare. È il mio porto sicuro”.

Oggi, mentre l’Amerigo Vespucci solca gli oceani, Andrea osserva l’orizzonte, con la consapevolezza che il mare prima o poi lo riporterà a casa: “Il mare è magico: è quella cosa che può allontanarti ma che allo stesso tempo ti lega a ciò che ami”.

Andrea ogni giorno con il suo lavoro e il suo viaggiare porta l’amore incondizionato per la sua terra in tutto il mondo, mostrandoci come è possibile trasformare la passione in professione. Una testimonianza di impegno, dedizione, amore per il mare e orgoglio per la Marina Italiana.

 

 

 

 

NOI MARE. Alcide Ezio Rosina: L’amore per il mare che ha influenzato le sue scelte di vita

“Con il mare è stato amore a prima vista”. La storia di un decano degli armatori italiani

di Pietro Barbieri, 1B

Alcide Ezio Rosina, classe 1931, attualmente Presidente Onorario di Premuda S.p.A. ha vissuto una vita ricca ed emozionante, di cui il mare è parte dominante. Genovese di nascita, cresce in una famiglia contadina che lo sprona a lavorare in banca per ottenere un lavoro stabile. Dopo gli studi in ragioneria, si laurea in economia nell’Università di Genova. Dal 1952 in poi Rosina occupa posizioni manageriali sempre più importanti: Presidente di Costa Crociere, Amministratore Delegato di Finmare (finanziaria dell’IRI), Amministratore Delegato e Azionista di riferimento di Premuda, fra le più rilevanti. Nel 2006 Rosina è stato insignito dal Presidente della Repubblica dell’Onorificenza di Cavaliere del Lavoro.

Cavalier Rosina, qual è il suo rapporto con il mare? C’è un ricordo particolarmente emozionante collegato al mare?

Con il mare è stato amore a prima vista. Ai tempi del liceo ogni tanto marinavo la scuola e andavo su a Carignano, dove c’era lo sbocco per il porto. Successivamente andavo sulle banchine, mi sedevo e guardavo le navi entrare e uscire”.

Quanto ha inciso l’essere nato a Genova, città di mare, nelle sue scelte professionali?

“Il legame con Genova è sempre stato molto forte, ancor più quando, durante i bombardamenti del ‘44,  fui allontanato con la mia famiglia e sfollato nelle campagne venete. Il ritorno in città ha rafforzato l’amore per il mare e il desiderio di fare un mestiere ad esso collegato”.

Quali sono le innovazioni tecnologiche che hanno contribuito maggiormente allo sviluppo dell’industria marittima?

Le innovazioni più significative riguardano i dettagli strutturali delle navi commerciali. Tutte le innovazioni sono sempre state finalizzate a rendere le navi adatte a nuovi traffici, nuovi carichi e nuovi mercati. Potrei ricordare l’ottimizzazione degli spazi: mezzo secolo fa le navi erano due o tre volte più grandi di oggi a parità di portata. Un altro enorme cambiamento è stata la costante riduzione degli equipaggi, dovuta prima alla motorizzazione e poi alla progressiva automatizzazione delle apparecchiature di bordo. Oggi su una nave commerciale da 50.000 tonnellate di portata lorda lavorano non più di 20 persone”. 

Quali sono state le intuizioni che hanno determinato il suo successo nella sua carriera?

“La più grande intuizione fu capire che il mondo si stava preparando a un grande cambiamento e che era necessario uscire dai confini non solo italiani ma anche europei. Già cinquant’anni fa mi prodigavo per fare affari e collegarmi con gli Stati Uniti e l’Asia. Oggi la globalizzazione è un fatto assodato e tutti sono al corrente di tutto, in tempo reale, ma cinquant’anni fa chi aveva previsto questa tendenza aveva un chiaro vantaggio competitivo”.

Premuda è stata fondata nel 1907 a Trieste. Come mai la sede è stata portata a Genova e cosa rappresenta per un’azienda la scelta della sede?

“Il cambio di sede avvenne per causa mia. Quando diventai azionista di Premuda decisi di tornare qui dove si trovava la mia famiglia e dove c’era ampia disponibilità di personale altamente specializzato nel business shipping”.

Cosa ne pensa sul futuro dell’industria marittima genovese? 

“Oggi penso che il mare sia una risorsa sottoutilizzata. Purtroppo le aziende armatoriali presenti a Genova sono molte meno rispetto a quando ho cominciato la mia attività. Tuttavia la città ha un grande potenziale inespresso e per esempio spero che i lavori che interesseranno la nuova diga foranea possano rimettere la città al centro di traffici che oggi non sono possibili per evidenti limiti strutturali. In ogni caso, Genova continua a esprimere importanti talenti nel settore shipping. Molti genovesi lavorano all’estero in grandi aziende di logistica e armamento, a riprova del fatto che la città continua ad essere una “capitale” dello shipping mondiale” 

Il Cav. Alcide Ezio Rosina è il decano degli armatori italiani e la sua esperienza di vita è un patrimonio inestimabile perché unisce competenze tecniche, qualità umane e successi professionali. Il suo legame con il mare e con la città di Genova è fortissimo. Cosa mi rimane di questa intervista? Una persona che, nonostante sia nata, cresciuta, e abbia sviluppato i suoi principali successi imprenditoriali in un’epoca molto diversa dalla mia, dimostra una grande comprensione del mondo di oggi. E soprattutto trasmette ai giovani una grande fiducia nel futuro. 



NOI MARE. Un viaggio nel tempo nel porto di Genova

Quando i camalli scaricavano a spalla e papà andava al porto in tram

di Bianca Alvarado, 1b

Giancarlo Razeto, nasce a Sori il 17 agosto 1942 da una famiglia di imprenditori che decide di chiudere il negozio di pasta fresca e aprire una fabbrica produttrice di accessori per il settore navale. La guerra, la fame e la laboriosità segnano la sua infanzia. Oggi è amministratore delegato della società F.lli Razeto e Casareto S.p.A. di Sori. La sua vita, i suoi ricordi, le sue passioni sono legate al mare e al porto di Genova.

Parlando con Giancarlo Razeto riesco a immaginare un porto di altri tempi. Quando gli chiedo dei cambiamenti che ha visto, intravedo nei suoi occhi emozioni e malinconia: “Quando ero bambino le navi trasportavano prevalentemente passeggeri. Tra questi c’era un numero consistente di migranti che dall’Italia andavano a cercare lavoro nelle Americhe (del nord e del sud). Tutto era più lento e anche le navi viaggiavano tranquille in mezzo al mare. Per quanto riguarda le merci non esistevano i container, infatti, la merce veniva scaricata attraverso sistemi di imbragature dai cosiddetti “camalli” che la movimentavano a spalla senza l’aiuto di nessuna macchina. Mi ricordo quando per la prima volta ho assistito alla chiamata dei camalli. Quando arrivava una nave, la persona incaricata li radunava spiegando loro cosa avrebbero dovuto scaricare. A quel punto chi era disposto ad effettuare il  lavoro alzava la mano. Nel momento in cui era raggiunto il numero richiesto dei lavoratori, l’incaricato provvedeva a illustrare loro le pratiche di scarico”. Alla domanda se  la lontananza della fabbrica dal porto abbia causato criticità, risponde di no, la lontananza dal porto non li ha particolarmente penalizzati. Ricorda che quando era un bambino, suo padre si recava al porto in cerca di lavoro. Andava a contrattare direttamente con i cantieri navali e per lui era un viaggio, infatti, prendeva il treno fino a Nervi e poi il tram.

La situazione è migliorata quando hanno comprato la prima macchina aziendale, la 1100 FIAT-E, una giardinetta in dotazione anche alla Polizia, che aveva i sedili posteriori ribaltabili. Avrò avuto tredici anni. Salire su quella macchina è stata per me un’esperienza che non dimenticherò mai. Era l’unica in tutto il paese e la prima sulla quale fossi mai salito. Le prime consegne nel porto di Genova sono avvenute con questa auto. Sono dovuti passare quasi dieci anni per trasportare i nostri prodotti al porto con un  autotrasportatore. Al tempo ricordo che un carpentiere di  Sori detto “il Gamba” ha deciso di cambiare vita. Ha comprato un piccolo camion e ha iniziato a fare le consegne per noi e per altre aziende del luogo.

All’inizio in che modo la società teneva i contatti e riceveva gli ordini dai cantieri navali di Genova?

Al porto, mio padre andava direttamente negli uffici acquisti dei cantieri navali, portava con sé campioni e faceva preventivi. Intanto l’azienda cresceva e si adattava alle esigenze del mercato. Le grandi commesse per i transatlantici le abbiamo prese direttamente dall’Ansaldo proprio così ed è stata proprio l’Ansaldo a farci decollare. Oggi purtroppo le cose sono cambiate perché le grandi navi vengono costruite tutte a Monfalcone dalla Fincantieri e Genova ha perso il suo ruolo di leader in questo settore”.

Gli chiedo poi se la produzione della sua azienda sia cambiata molto dall’inizio dell’attività e mi risponde di sì, tantissimo: “siamo passati dall’attrezzatura rudimentale dell’inizio del ‘900 alle macchine a controllo numerico attuali che sono quelle che oggi mandano avanti la produzione”.

Alla domanda se secondo lui la generazione di oggi sia legata al mare come lo era la sua, la risposta negativa non sorprende. Giancarlo spiega che il tipo di lavoro che si svolge all’interno del porto è sicuramente meno attraente rispetto ad altre professioni più remunerative e meno faticose.

Che effetto gli ha fatto vedere una città di portuali e pescatori trasformarsi in una città turistica? Con voce tremante risponde: “Visto che non sono giovanissimo avrei preferito vedere il porto funzionante come un tempo. Oggi le navi da crociera invadono e portano turisti. Probabilmente la città è diventata turistica anche grazie al porto. Anche le persone che abitano nel centro storico non sono più quelle di un tempo. La prima volta che con mio padre ci siamo addentrati nel centro storico, mi ha portato a vedere la cattedrale di Genova e sono rimasto esterrefatto. La cosa che mi ha colpito di più sono state le statue dei leoni e il colore della facciata che solo successivamente ho scoperto essere tipica della nostra terra. Ai tempi i genovesi vivevano, lavoravano e godevano della bellezza del centro storico. Oggi purtroppo molte zone sono degradate”.

Qual è il ricordo più bello legato al porto?

E’ il fatto che ci andavo con mio padre. Per me lui è stato più che un padre. Tutte le cose che ho imparato sul lavoro me le ha insegnate lui. Penso di poter affermare che sono la persona che sono, grazie a lui e lo dico in senso positivo. Quando penso al porto di un tempo penso a lui”.

Se una delle sue nipoti le chiedesse consiglio, le consiglierebbe di lavorare nel settore marittimo oggi?

I tempi sono molto cambiati e fortunatamente all’interno del porto molte cose sono migliorate, per esempio le donne oggi ci lavorano, cosa impensabile ai miei tempi, quindi, direi di sì, se piace il settore. Io ho avuto la fortuna di amare il mio lavoro e per questo penso che si debba fare un lavoro che piaccia”.

NOI MARE. Storia di un lupo di mare

Intervista all’ex marinaio e istruttore di vela del Circolo Vele Vernazzolesi

di Alessandro Bega, 1B

Emanuele “Mauro” Bonamano al Circolo Vele Vernazzolesi

La nostra amata città, Genova, è per sua natura da sempre legata al mare. Molti genovesi, soprattutto in passato, vissero una vita tutt’uno con esso; il signor Emanuele Bonamano, che tutti i soci del Circolo Vele Vernazzolesi da sempre chiamano Mauro, è uno di essi.

Ex marinaio e istruttore di vela, appassionato in particolare alle regate, Mauro si avvicinò al mare sin da bambino, all’età di 12 anni, prima pescando e andando in barca per diletto, poi decidendo di voler rendere questa passione il lavoro della sua vita. 

Una vita in mare non può che essere ricca di esperienze interessanti e, alla mia domanda su quale fosse quella a lui più cara, Mauro ha risposto che trent’anni fa, o forse qualcosa in più, mentre navigava in alto mare, durante una tempesta un fulmine colpì l’imbarcazione mettendone fuori uso l’attrezzatura. Grazie a una bussola in suo possesso, Mauro e il resto dell’equipaggio riuscirono a tornare a casa; questa è tra le avventure da lupo di mare quella che il signor Bonamano ama ricordare e raccontare maggiormente. 

Regata in mare, vista dal circolo vele

Con minor entusiasmo e partecipazione parla del suo periodo in marina, durante il quale non potè imbarcarsi, dovendo lavorare per ben due anni – che a lui sembravano non passare mai – da dietro una scrivania, cosa dolorosa per lui, dato che riteneva la possibilità di navigare la parte migliore della sua vita, dimostrando davvero di essere innamorato del mare.

Ormai in pensione, da vero lupo di mare, conserva ancora oggi la sua grande passione, trascorrendo le sue giornate, che sia estate, che sia inverno, al circolo di vela scrutando l’orizzonte.

La sua opinione su Genova e sulle città in generale è invece meno sentimentale. Quel che è certo è che non gradiva tornare a terra, preferendo i periodi in mare; criticando aspramente l’inquinamento e lo sfruttamento, cosa a dir poco sofferta dal signor Bonamano, egli infatti sostiene che il mare non sia più rispettato come un tempo.

Ci vuole molta passione per fare questo lavoro” ha dichiarato Emanuele Bonamano, consigliando caldamente a chiunque ami il mare di abbracciare la vita da marinaio, una vita senz’altro difficile ma altrettanto appagante e che riassume perfettamente il rapporto dell’uomo con il mare.

NOI MARE. Il porto è ancora il cuore economico di Genova?

120.000 posti di lavoro e 12,8 miliardi di euro: un’intervista all’Autorità Portuale per scoprire perché il porto resta il motore di Genova.

di Thomas Bergamo, 1B

Il mare costituisce da sempre l’anima dell’economia di Genova. Quando si pensa alla nostra città il pensiero va subito al porto e al legame tra la città, i suoi abitanti e il sistema portuale, per questo motivo mi sono rivolto all’ Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, che gestisce questa grande realtà.
Ho contattato via e-mail Ports of Genoa e ho potuto rivolgere le mie domande alla Dottoressa Silvia Martini, Responsabile Ufficio Relazioni con il Pubblico.

Negli ultimi 10 anni ci sono stati cambiamenti significativi nei traffici di merci e passeggeri?
Sì, negli ultimi dieci anni il sistema dei Ports of Genoa ha vissuto trasformazioni molto rilevanti con un grande impatto occupazionale ed economico. Oggi il porto è il primo in Italia per volumi complessivi, grazie a oltre 63 milioni di tonnellate di merci movimentate, 2,8 milioni di TEU e più di 5 milioni di passeggeri in un anno. Il traffico container è cresciuto in modo costante, diventando una componente centrale dei traffici marittimi. Il traffico passeggeri, sia traghetti sia crociere, ha avuto un andamento più movimentato: è cresciuto fino al 2019, ha subito un forte calo durante la pandemia, ed è poi tornato a crescere tra il 2022 e il 2023, anche se con alcune flessioni dovute ai lavori in corso sulle infrastrutture. Parallelamente, il porto è stato interessato da grandi interventi infrastrutturali, come la nuova diga foranea, l’ampliamento dei terminal e l’aumento dei fondali, che hanno migliorato la capacità di accogliere navi sempre più grandi. In sintesi, il porto è diventato più moderno, più efficiente e sempre più orientato alla containerizzazione e all’intermodalità.

Le merci sono cambiate per tipologia e quantità?
Sì, sia la tipologia sia la quantità delle merci sono cambiate in modo significativo. La crescita più evidente riguarda le merci containerizzate, che oggi rappresentano una componente fondamentale dei traffici. Le merci alla rinfusa, sia liquide sia solide, mostrano invece un andamento più variabile, fortemente influenzato dalle dinamiche dei mercati energetici e dai cicli produttivi delle industrie. Accanto a questi segmenti, continuano a crescere le merci convenzionali, tra cui le automobili nuove e il traffico ro-ro, per cui l’area di Savona–Vado è particolarmente rilevante. Nel complesso, il sistema portuale movimenta più di 63 milioni di tonnellate all’anno, con una forte diversificazione merceologica.

Il porto è ancora una risorsa per l’occupazione diretta e l’indotto?

Sì, e molto più di quanto spesso si immagina. Il sistema dei Ports of Genoa genera oggi circa 71.000 posti di
lavoro in Liguria e altri 50.000 nel resto d’Italia, contribuendo in modo decisivo all’economia nazionale. Il suo impatto economico complessivo è stimato in circa 12,8 miliardi di euro di produzione e 5,3 miliardi di euro di valore aggiunto. Dal punto di vista occupazionale, il porto è un vero e proprio “distretto produttivo” che comprende:

  • circa 700 ettari di aree portuali;
  • 100 accosti operativi e 35 terminal;
  •  oltre 300 case di spedizione;
  • circa 65 aziende di costruzione e riparazione navale, un settore altamente specializzato che dà lavoro a migliaia di persone tra operai, tecnici e ingegneri.

Negli ultimi vent’anni è stato fatto anche un grande lavoro su sicurezza e formazione:  gli infortuni sul lavoro in porto si sono ridotti da circa 500 a meno di 100 all’anno;· ogni anno vengono rilasciati centinaia di attestati di formazione professionale a lavoratori portuali e addetti alla logistica.

Il porto svolge anche una funzione sociale e culturale, avvicinando le nuove generazioni a questo mondo: nel solo 2023 più di 840 studenti hanno partecipato a visite guidate e iniziative educative dedicate alla portualità e alla logistica.

Chiudo l’intervista con una certezza: il porto di Genova è ancora – e lo sarà anche in futuro – una risorsa fondamentale per l’occupazione diretta, per l’indotto e per la vita economica e sociale della città e del territorio. Ora so che il porto siamo anche noi: i nostri genitori che ci lavorano, le aziende che ne dipendono, gli studenti che lo visitano per capire il proprio futuro. Il mare resta l’anima di Genova, e questa anima batte più forte che mai.

NOI MARE. L’evoluzione dei transatlantici dagli anni 50 a oggi.

Alla Fondazione Ansaldo per una chiacchierata con una storica della navigazione

di Alessandro Ponte, 1B

Claudia Cerioli

Claudia Cerioli è una storica navale, che si occupa degli archivi storici della Fondazione Ansaldo. Il suo compito è quello di preservare e divulgare il patrimonio storico fotografico e librario legato all’industria italiana in particolare all’industria genovese.
Ci spiega che la società Ansaldo nasce nel 1853, creata da Giovanni Ansaldo.
L’azienda (Ansaldo Energia) si occupa ancora oggi di fabbricare impianti e macchinari per la produzione di energia elettrica, come turbine e generatori.
Claudia Cerioli tiene anche a raccontare la storia di uno dei personaggi più significativi per la società Ansaldo: “Ferdinando Maria Perrone nasce in Alessandria nel 1847 da una famiglia umile, giornalista di professione non aveva nessun legame con il mare. Nel 1884 va in Argentina, dove continua a fare il suo mestiere e nel 1895 senza avere alcuna esperienza riesce a vendere al presidente dell’Argentina Julio Roca l’incrociatore corazzato “ Garibaldi “. Così nel 1902 gli viene dato l’incarico di rappresentare l’ Ansaldo in Sud America; diventerà poi proprietario dell’ Azienda dando inizio all’ Ansaldo Energia. Muore nel 1908 a Genova”.
La storica Claudia Cerioli afferma che “l’ Ansaldo e in particolare Genova, ha dimostrato anche di saper ripartire da zero. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, infatti, si cominciava a utilizzare l’aereo per spostarsi dall’ Europa all’ America e i transatlantici non venivano quasi più utilizzati. Per risolvere questo problema vennero inventate le navi da crociera, nei primi anni ’50: non si viaggiava più per raggiungere un punto b ma per divertimento. Genova divenne una delle principali produttrici di queste navi in Italia e lo è ancora oggi, si è infatti adattata al cambiamento che ha subito l’industria navale”.
Il metodo di costruzione delle navi è cambiato molto negli anni: fino agli anni sessanta le navi venivano costruite in darsena e non in bacino protetto, inoltre venivano varate quando ancora non erano terminate, mancavano infatti gli allestimenti e gli interni.
Ma il cambiamento più significativo è stato l’ automazione, molti passaggi della costruzione  delle navi non erano più gestiti dall’uomo, questo provocò più sicurezza e meno infortuni.

Transatlantico Andrea Doria in costruzione

Continua raccontando che “i transatlantici vennero adattati per attirare clienti: divennero dei veri e propri musei galleggianti allestiti con opere d’arte e statue.
Uno dei transatlantici Genovesi più belli e famosi era l’Andrea Doria comandata da Piero Calamai.

Interni del transatlantico Andrea Doria

La nave divenne famosa in tutto il mondo dopo il naufragio che si verificò dopo che la nave svedese Stockholm la speronò. In quell’occasione più di 1660 persone vennero tratte in salvo, il comandante fece tutto il possibile ma morirono comunque 46 persone. A seguito dell’incidente Calamai non poté più navigare, morì poi a Genova nel 1972”.

Transatlantico Rex
Nave da crociera moderna

La dottoressa conclude dicendo che il porto è una struttura molto importante per Genova, è un simbolo che la caratterizza da sempre e sarà fondamentale per l’economia genovese negli anni a venire.

Dalle sale della Fondazione Ansaldo, dove si conserva questa memoria, fino ai cantieri ancora attivi, si respira la stessa passione per il mare. Una storia che continua a scriversi ogni giorno e che merita di essere conosciuta.

Chi volesse approfondire, può visitare la Fondazione Ansaldo e immergersi in questo straordinario patrimonio di immagini, documenti e storie di mare.

NOI MARE. Quattro generazioni di pescheria: storie di un Mediterraneo che cambia”

La titolare della pescheria storica del Mercato Orientale racconta come il riscaldamento e la sovrapesca stanno trasformando il nostro mare

di Martino Piana, 1B

La storia di Pescherie Conti Genova risale alla fine dell’Ottocento e nonostante diverse difficoltà resiste ancora oggi.

Nata nel centro storico di Genova, in quella che un tempo si chiamava Ciappa Vegia (oggi Piazza della Raibetta), l’attività è stata proseguita dalla famiglia, di generazione in generazione, con le donne al banco e gli uomini dediti all’ingrosso. 

La sede storica della pescheria in piazza della Raibetta

Oggi l’attività continua nel Mercato Orientale (via XX Settembre) e al mercato di Piazza Scio alla Foce, dove un banco storico come quello di Pescherie Conti offre quotidianamente pesce di qualità da specie pregiate fino al “pesce povero”.

Alla domanda se la gente incontrata ogni giorno sia diversa da quella di una volta, Caterina risponde che con il passare del tempo inevitabilmente cambiano anche le persone che contrastano molto con ricordi del passato legati a una vita più semplice, a una clientela cresciuta con la tradizione del pesce e del mercato.

 

Cambiamenti in mare: inquinamento e riscaldamento mettono a rischio il pescato

Non solo le persone sono cambiate. Anche il mare e le sue creature risentono profondamente delle trasformazioni ambientali. «Il fenomeno più importante adesso, oltre l’inquinamento, è il riscaldamento delle acque del Mediterraneo… questo sta cambiando il nostro mare

Secondo Caterina, l’aumento delle temperature ha alterato l’equilibrio marino: alcune specie che erano comuni un tempo quasi non esistono più, mentre ne arrivano di nuove, non autoctone, che spesso compromettono la vita delle specie locali. Ad esempio, spiega, «i muscoli stanno soffrendo tantissimo di questo cambiamento»: quest’anno è stata vietata la raccolta di una varietà tipica, perché ormai troppo rara.

Il risultato è una rottura dell’armonia del mare: l’equilibrio che regnava prima viene turbato da un ecosistema che si adatta a fatica ai mutamenti continui.

Metodi di pesca e danni all’ambiente

Caterina spiega che a nuocere all’ambiente non è il cambiamento dei metodi di pesca che si mantengono sempre uguali (strascico, traino, circuizione…) ma a cambiare è la potenza tecnologica e l’intensità eccessiva con cui la si applica che non permette alla fauna marina di riprodursi adeguatamente.

Proprio per questo motivo, continua, sono stati istituiti i “fermi pesca”: nei periodi stabiliti, in certe zone a seconda dei cicli naturali si sospende la pesca per permettere ai pesci di riprodursi. Attualmente ,spiega, stiamo vivendo un fermo pesca dalla Liguria fino alla Sicilia che sarebbe dovuto concludersi a fine mese, ma in alcune zone è stato prorogato, per volontà degli gli esperti che monitorano i mari. I fermi pesca sono utili per salvaguardare la fauna ma vanno applicati con criterio anche per tutelare i lavori che, come il suo, dipendono molto dal mare “sono mestieri antichi che ci permettono di mangiare il pesce locale

Cambiamenti nei gusti e nella domanda

Un altro cambiamento evidente rispetto al passato riguarda le richieste dei clienti.

Per esempio quando iniziò a lavorare con la madre aveva circa 15 anni e sul banco non c’erano pesci come il salmone.

Oggi, invece, il salmone è spesso richiesto, spinto dalla moda del sushi e del pesce “esotico”. Ma per lei questa tendenza ha poco senso. «È un pesce che vive tra mare e fiume, ma i salmoni che mangiamo noi non sono originari di queste zone… e gli omega-3 che ci sono in un pesce di mare non ci sono in un pesce di allevamento

Secondo la sua esperienza, il pesce allevato perde gran parte del valore nutrizionale e ambientale rispetto al pescato locale. Per questo continua a consigliare l’acquisto di specie tradizionali e di stagione, come l’orata e il branzino, evitando di seguire mode momentanee.

Caterina Conti nella sede del Mercato Orientale

Tanti sono i pesci che rispetto a una volta si vedono molto meno in vendita, o addirittura scompaiono. Tra questi, Caterina cita il “bronco”, le “bughe”, gli sgombri (detti “i laĝerti”) e il pesce azzurro piccolo, ricco di sapore e nutriente, ma spesso trascurato dalle nuove generazioni perché richiede pulizia e attenzione.

«Bisogna imparare a conoscere i pesci per conoscerne le proprietà».

Un tempo, i bianchetti i piccoli delle acciughe o sardine erano regolarmente pescati e venduti. Oggi, invece, una legge europea blocca del tutto quella pesca in alcuni paesi come il nostro, rendendo queste specie pressoché introvabili nei mercati italiani.

Un consiglio per i consumatori: variare e scegliere “pesce povero”

Concludendo, Caterina lancia un appello al buon senso del consumatore. Mai mangiare sempre lo stesso tipo di pesce. Consumare poche specie in grandi quantità danneggia la biodiversità marina e, di riflesso, la nostra salute. Prediligere il pesce “povero”, cioè quello locale, di stagione, poco costoso e nutriente. Alternare tipi diversi di pesce: seppie, polpi, triglie, piccoli pesci azzurri e pescato del giorno.

«La natura ve ne provvede, è quello che costa poco. È quello da mangiare di più».

La famiglia di Caterina deve tutto al mare, dall’apertura della pescheria alla pesca quotidiana e per questo lo rispetta molto. Ogni giorno da più di un secolo gli fornisce una fonte di guadagno ma anche molto altro come il venire a contatto con persone nuove e lavorare nel posto che amano, dove sono cresciuti.