NOI MARE. Archeologia subacquea: quando un piatto di ceramica racconta secoli di storia

Dall’amore per il mare alla tutela del patrimonio sommerso: l’archeologa subacquea genovese Valentina Brodasca spiega perché ogni reperto è un tassello insostituibile della nostra storia.

di Beatrice Puppo, 1B

Sotto la superficie del Mar Ligure si nascondono moltissimi tesori che rendono le nostre acque ancora più affascinanti e piene di storia. Sono i testimoni di secoli e secoli di commerci e attraversamenti, dei quali la città di Genova è esperta.

Valentina Brodasca è una delle custodi di questa memoria subacquea. Classe 1975, è cresciuta tra le onde del Mediterraneo grazie alle uscite in barca con suo padre e da genovese amante di tutti gli aspetti della sua città ha trasformato la sua passione in un’interessante carriera.

Dopo il liceo classico, Valentina ha frequentato l’Università di Lettere a Genova, ma, una volta laureata, “ha costruito viaggiando, il vero bagaglio culturale”. Ha avuto infatti la possibilità di aggiungere al suo percorso letterario un’esperienza in California, nella quale si è letteralmente immersa nel mondo dell’archeologia subacquea e ha imparato l’inglese, poi, a Barcellona, ha ottenuto un master di archeologia nautica mediterranea. La sua tesi ha trattato argomenti di archeologia subacquea, nella quale si è specializzata in seguito a Genova, con particolare riguardo a delle ceramiche trafugate a Vado Ligure da un piemontese.

Valentina in un’immersione

Proprio nell’intervista Valentina tiene a specificare quanto qualsiasi reperto archeologico abbia un valore inestimabile agli occhi giusti, mentre alcuni pensano ad un valore economico, come nel caso del trafugamento di Vado Ligure. La vera preziosità del reperto, tuttavia, sta nei dati storici che riporta e nella sua contestualizzazione. Quest’ultima “è fondamentale per un archeologo al fine di risalire alle origini di ciascun ritrovamento’’ e deve essere sempre molto specifica.

Valentina non cerca reperti spettacolari ma si occupa principalmente di archeologia preventiva, la disciplina che studia e salvaguarda il patrimonio archeologico prima e durante i progetti di costruzione. Una delle leggi di questa materia che ogni cittadino dovrebbe rispettare è la “Legge del mare”, ovvero ciascun relitto disperso in mare è di chi lo trova, ma non se si tratta di un reperto archeologico. Infatti, “la decontestualizzazione rende un rinvenimento nudo, fa in modo che  si perdano tantissime informazioni uniche” che nelle mani di un bravo archeologo, come Valentina, avrebbero potuto ricostruire eventi storici. Anche perché spesso il reperto non è solo, e, nelle vicinanze, si potrebbero trovare altri rinvenimenti che, oltre ad essere preziosissimi, potrebbero chiarire dubbi sull’oggetto iniziale.

Foto di un’immersione di Valentina

Cosa fare quindi se ci si imbatte in un reperto archeologico sommerso? La procedura corretta prevede di contattare immediatamente le autorità competenti (Guardia di Finanza o Soprintendenza). “Se però l’oggetto si dovesse trovare in grave e imminente pericolo è decisamente consigliato recuperarlo e metterlo in salvo, ma solo per metterlo in sicurezza in attesa dell’intervento delle autorità” .

Foto di un’immersione di Valentina

L’archeologo però non cerca il bello, come si faceva nell’Ottocento, quando è nata l’archeologia, ma anche un piatto di ceramica o addirittura un coprolite, delle feci decomposte, possono dire tante cose.

 

Copertina del libro “Archeologia subacquea”

Valentina Brodasca ha anche scritto un libro insieme ad altri due colleghi (V. Salaris e H. De Santis) intitolato Archeologia Subacquea (2009) che aiuta a immergersi  nel profondo di questa interessante disciplina e fa luce su molti aspetti del mondo sottomarino. Purtroppo il libro non è più in stampa ma io sono stata fortunata ad aver ricevuto una copia direttamente dalla nostra archeologa

Estratto del libro “Archeologia Subacquea” nel quale Valentina suddivide i materiali

La sezione da lei scritta ci illustra le varie tecniche di recupero e conservazione del materiale e insegna i metodi di suddivisione dei reperti recuperati. Infatti, un rinvenimento può essere inorganico (minerali, rocce, ceramiche…) o organico, a sua volta facente parte del regno vegetale (papiri, carta, tessuti…) o di quello animale (ossa, avorio, pelle, coprolite…).

 

 

logo del Posidonia Green Festival

Oggi, Valentina sta lavorando insieme a suo fratello Edoardo Brodasca, un esperto di sostenibilità marina e divulgatore ambientale, al Posidonia Green Festival , un evento internazionale che promuove la conservazione del Mar Mediterraneo e la salute dell’ecosistema marino.

Posidonia oceanica

Al centro del festival c’è la Posidonia oceanica del Mediterraneo, una pianta endemica, ovvero che cresce esclusivamente in un’area geografica ben definita e limitata, non trovandosi in nessun’altra parte del mondo.

Questa pianta è fondamentale per l’ambiente costiero: le sue praterie sottomarine non solo ospitano biodiversità, ma proteggono le coste dall’erosione e assorbono CO₂ (anidride carbonica), fungendo da veri e propri “polmoni blu” del nostro mare.

Un impegno che unisce archeologia e sostenibilità, passato e futuro. Perché, come ci insegna Valentina, proteggere il mare significa proteggere la memoria che custodisce e la vita che sostiene. Oggi, come duemila anni fa, il Mediterraneo continua a essere crocevia di storie, culture e biodiversità che meritano di essere salvaguardate per le generazioni future.

NOI MARE. Dragonjeans: pagaiare insieme significa ricominciare a vivere

L’associazione Dragonjeans di Genova aiuta le donne operate di tumore al seno a rientrare nel mondo attraverso lo sport

di Alessandro Delaini Viscoli, 1°B

Natalia Fiori è la presidentessa dell’associazione Dragonjeans, un gruppo che nasce con lo scopo di supportare le donne operate di tumore al seno che vogliono ricominciare o iniziare a fare sport. Il dragonboat in questo caso è perfetto perché il movimento che serve per praticare questo sport aiuta la riabilitazione dopo l’operazione. Infatti dopo alcuni studi svolti in questo campo i ricercatori hanno scoperto che svolgere un determinato tipo di movimento aiuta le donne operate a riprendersi dall’intervento.

La nascita dell’associazione

Questa associazione è nata sotto l’intervento di Francesca Gallino, che grazie al gruppo delle Dragonette di Torino ha scoperto il dragonboat, una disciplina acquatica di origine cinese che si svolge su una barca lunga 12 metri e con 20 posti per i vogatori. Nel 2023 ha quindi fondato l’associazione del Dragonjeans a Genova.

Unisono: la forza del gruppo

Per Natalia essere su un dragone o barca da dragonboat significa essere parte di un gruppo perché per fare avanzare l’imbarcazione bisogna remare tutte alla stessa velocità per poter raggiungere le distanze che la federazione italiana dragonboat fissa per le gare. Lo scopo del Dragonjeans non è però quello di vincere le gare perché, come dice Natalia, “ognuna deve raggiungere gli obiettivi del gruppo con i suoi tempi a seconda della propria capacità e forma fisica”.

Il canale di Prà dove il Dragonjeans si allena.

Il dragonboat è uno sport sociale con benefici sia psichici, perché aiuta a sentirsi parte di un gruppo, sia fisici dato che è uno sport completo che coinvolge tutti i principali gruppi di muscoli. E nel caso delle donne del Dragonjeans aiuta la prevenzione del linfedema e fa tornare le donne operate alla vita normale dopo l’operazione. Infatti pagaiare insieme è un atto di sinergia che aiuta a ritrovare la fiducia in se stesse che dopo un’esperienza come il cancro è messa a dura prova: il Dragonjeans serve anche a supportare psicologicamente le donne che hanno subito l’operazione, infatti sentirsi parte di un gruppo aiuta a reintegrarsi nella vita di tutti i giorni perché Quello che vogliamo è che la nostra associazione diventi un posto sicuro”.

In Italia ci sono 57 squadre di dragonboat con lo scopo di promuovere questo sport tra le donne operate di tumore al seno.

Il posto della coccola

Le donne del Dragonjeans si impegnano anche a supportare le loro compagne che magari un giorno non possono pagaiare portandole con loro sul dragone e facendole

Il gruppo Dragonjeans con la presidentessa del Soroptimist Maria Clelia Galassi

 sedere su un posto chiamato da loro “posto della coccola” dove la donna interessata si può sedere e uscire insieme alle sue compagne, però, anche senza pagaiare può aiutare le sue compagne a mandare avanti il dragone con un semplice movimento del busto.

L’associazione Dragonjeans ha collaborato anche con la sezione genovese del Soroptimist, quest’ultima ha sostenuto l’associazione e la presidentessa del Soroptimist Club di Genova 2 Maria Clelia Galassi ha partecipato ad una delle sedute di allenamento del gruppo.

L’associazione Dragonjeans è un gruppo che si impegna a migliorare la vita delle donne operate di tumore al seno attraverso uno sport di squadra: il dragonboat ci riesce includendo tutte le donne operate o meno che possono sostenere l’associazione, dentro e fuori dalla barca, sostenendo il gruppo moralmente ed economicamente.

Un messaggio di speranza

Una parte importantissima del dragonboat è la capacità di creare uno spirito di gruppo che lega tutte quante le vogatrici e le aiuta a superare le loro paure e insicurezze e che le fa sentire al sicuro perché “Pagaiare su un dragone significa raggiungere l’unisono”.

Per avere informazioni su come sostenere questa magnifica iniziativa potete contattarle visitando il loro sito o attraverso il loro canale social.

NOI MARE. Liquidatore di avarie: 34 anni a proteggere il cuore marittimo di Genova

La testimonianza di chi vive il porto dall’interno e affronta ogni giorno le avarie marittime con professionalità e passione.

di Margherita Giachero,1B

Il porto di Genova è un mondo in continuo movimento: navi in costruzione, che arrivano e partono, merci che si spostano da un continente all’altro, operai che lavorano sul traffico marittimo. Ma in questo complesso contesto opera una figura spesso poco conosciuta, ma fondamentale: il liquidatore di avarie marittime.

Il Dott. Paolo Carbone svolge questa professione da ormai 34 anni, affrontando ogni giorno imprevisti e danni a navi mercantili, che si verificano quando qualcosa non va secondo i piani.

Perché ha deciso di intraprendere questo lavoro?

Da sempre il mio sogno era lavorare nel campo marittimo e quello che sin da ragazzo desideravo fare era lo ship broker / mediatore marittimo, ovvero chi si occupa di noleggi e/o compravendita di navi.
Poi, però, mi sono scontrato con la realtà: tramite alcuni familiari, ho potuto verificare come lavorano gli ship brokers e sono arrivato alla conclusione che è un lavoro estremamente stressante, perché non vi è mai un momento di pausa, dato che si intrattengono rapporti di affari con clienti e  professionisti di ogni parte del  mondo.
Tuttavia, grazie alla passione ed all’incentivo di un mio compagno di scuola, ora collega, il Dott. Stefano Cavallo, sono riuscito a iniziare la mia carriera come liquidatore di avarie marittime.

Cosa si intende per avaria marittima?

 Ci sono due principali tipi di avarie marittime: quelle che riguardano la nave, il nostro lavoro principale, e quelle che riguardano il carico trasportato sulla nave. L’avaria marittima è un danno che colpisce una nave per una serie di possibili cause, che possono essere causate dal mare oppure occorse sul mare.
Le avarie causate dal mare sono, ad esempio, il cattivo tempo, l’urto con ghiacci o un incaglio: eventi naturali che provocano un’avaria.
Le avarie occorse sul mare sono principalmente due:

  •  un vizio occulto, ovvero un difetto intrinseco di una parte delle macchine (ad esempio, i motori), che non si sa di avere e che provoca, quindi, un danno;
  • la negligenza dell’equipaggio che, non operando “a regola d’arte”, fa male qualcosa che andava fatta in un altro modo oppure non fa qualcosa che invece andava fatta.
Qual è stata la situazione più brutta a cui ha dovuto porre rimedio?

La situazione più brutta in cui ho dovuto lavorare è stata quando la nave è affondata e l’equipaggio è andato giù con essa. In questo caso si parla di perdita totale effettiva, quindi niente di recuperabile. Per noi liquidatori è una delle circostanze più complesse, perché oltre ad aver  perso una nave di un certo valore e tutte le merci che vi erano a bordo, abbiamo anche perso l’equipaggio.

Secondo lei, la nostra città sarebbe la stessa senza il mare?

Assolutamente no. Non riesco nemmeno a immaginare cosa potrebbe essere Genova senza il suo mare. Il mare non è soltanto un elemento geografico: è la nostra storia, la nostra economia, la nostra identità culturale.
Il porto, il commercio, i legami internazionali … tutto nasce da lì. Senza il mare Genova non avrebbe avuto lo stesso sviluppo, né la stessa personalità.
La bellezza della città sta proprio nel contrasto tra le montagne che la proteggono e l’apertura verso il mare. Quel confine tra terra e mare crea un fascino particolare, che si riflette anche nel carattere dei genovesi: un po’ chiusi, ma pronti a partire, ad aprirsi quando serve.
Io ho un rapporto di amore / odio con Genova, come credo molti di noi. A volte ti fa arrabbiare, ma poi basta guardare l’orizzonte dal porto per ricordarti perché è impossibile non amarla.

Nella vita privata, che rapporto ha con il mare?  

Un rapporto di amore vero, direi. Il mare per me è sempre stato un punto di riferimento, una palestra sia dal punto di vista sportivo, che umano, un posto dove andare quando ho bisogno di staccare o di rimettere le idee in ordine.

Da ragazzo ho iniziato con un po’ di canottaggio, poi sono passato alla vela e ci sono rimasto per diciotto anni. Lo sport sul mare ti cambia: impari a rispettare l’acqua, a capire i suoi tempi, a non dare mai nulla per scontato.

Per me il mare è casa, ma anche sfida. È dove mi sento libero, ma anche dove ho imparato a conoscere i miei limiti. Senza il mare sarei una persona diversa.

Mentre il Dott. Carbone ripercorre la sua vita e la sua esperienza lavorativa, si capisce che per lui questo non è solo lavoro, ma un vero stile di vita. Racconta ciò che fa come se lo spiegasse al se stesso bambino mostrando con orgoglio quello che è diventato grazie al suo impegno. Dalle sue parole, emerge chiaramente che il lavoro può essere molto più di un mestiere: può diventare un motivo di orgoglio.

NOI MARE. I segreti del grande navigatore Cristoforo Colombo svelati al Galata

La nuova sezione del Museo del Mare di Genova rivela dettagli e curiosità sul famoso navigatore ligure

di Leonardo Scarrone, 1B

Nella giornata di venerdì 5 Dicembre 2025 al Museo del Mare Galata è stata inaugurata una nuova sezione dedicata a Cristoforo Colombo. L’esposizione racchiude in un’unica grande sala numerosi cimeli, fonti e innovativi strumenti per scoprire e approfondire la storia di Colombo e l’enorme impatto che le sue scoperte hanno avuto per il mondo.

L’esposizione può essere suddivisa in due parti: le riproduzioni ed i reperti storici. All’interno della mostra sono presenti diverse accurate riproduzioni inerenti le spedizioni di Colombo: tra tutti spiccano quelle delle tre caravelle, la Nina, la Pinta e la Santa Maria, ricreate fedelmente in miniatura e accompagnate da brevi descrizioni che aiutano a capirne la storia in maniera più dettagliata.

Ma possiamo trovare anche altre riproduzioni, come i diversi tipi di prodotti alimentari che vennero scoperti durante le spedizioni e, successivamente importati, come pomodori, cacao, mais e tuberi.

Per quanto riguarda invece i reperti e i cimeli relativi al famoso navigatore genovese, la sezione del museo è dimora di alcuni tra i più famosi e preziosi conosciuti, tra questi spicca il ritratto di Cristoforo Colombo di Ridolfo Ghirlandaio (1520 circa)  protetto, proprio per il suo valore immenso, da una teca in vetro anti-proiettile.

Un altro eccezionale reperto è l’ampolla contenente le ceneri di Colombo, creata da un anonimo artigiano genovese, molto tempo dopo la sua morte. Infatti, sebbene Colombo sia morto il 20 maggio del 1506, il suo corpo venne trasferito successivamente da Valladolid a Siviglia, per poi passare da Santo Domingo e Cuba per essere sepolto “definitivamente” in Spagna. Ma nel 1877 il nunzio di Santo Domingo, aprendo il sarcofago dove un tempo era seppellito lo storico navigatore, scoprì che il corpo era ancora lì, e che i resti spostati prima a Cuba e poi a Siviglia erano del figlio, Diego Colombo.

Un altro cimelio di rilievo che possiamo trovare è il Codice dei privilegi di Cristoforo Colombo. Prodotto nel 1502 da un copista della corte spagnola, contiene i privilegi concessi a Colombo dai reali di Castiglia e Aragona sulle terre scoperte. Di questo libro esistono in tutto quattro copie: una venne affidata al convento di Las Cuevas di Siviglia, un’altra al suo procuratore a Santo Domingo, mentre le altre due copie vennero affidate all’ambasciatore genovese in Spagna, Nicolò Oderico, affinché le portasse a Genova e le affidasse al Banco di San Giorgio. Mentre i primi due volumi andarono dispersi (ne rimane solo un estratto a Providence, negli USA), le due copie genovesi furono rubate dagli emissari napoleonici: una è rimasta a Parigi, mentre la seconda è conservata alla Biblioteca Berio a Genova. 

L’esposizione permette di conoscere il navigatore e le sue imprese, ma anche gli strumenti e le tecniche disponibili al tempo che gli permisero le sue scoperte in un percorso approfondito che cattura l’interesse del visitatore.

Questa nuova sezione impreziosisce la già ricca offerta del Museo Galata, il più grande museo marittimo dell’area del Mediterraneo, che è diventato negli anni meta di migliaia di visitatori.

NOI MARE. Genova, città “de mâ”: opportunità e sfide del turismo marittimo

L’opinione di Laura Gazzolo sul futuro del turismo marittimo, balneare e sostenibile a Genova

di Magenta Verna 1B

 

Genova è una città di mare caratterizzata da una storia e una cultura molto importante, che si collega in maniera imprescindibile al turismo, in particolare a quello marittimo. Tuttavia, se da un lato crociere e traghetti contribuiscono alla visibilità della città, dall’altro pongono interrogativi importanti sul reale impatto economico e ambientale.

Laura Gazzolo

Ne parliamo con Laura Gazzolo, General Manager dell’AC Hotel Genova e vicepresidente e coordinatrice regionale turismo di Confindustria Genova, che offre una visione critica ma costruttiva sul futuro del settore.    

Come il turismo marittimo, per esempio navi da crociera, traghetti, influenza l’economia di Genova e come secondo lei può essere sviluppato?

Il turismo marittimo ha una ricaduta molto bassa sul territorio. Cosa significa? Significa che è uno di quei turismi in cui il turista lascia molto poco dal punto di vista di potere di spesa sulla città, perché alla fine una persona che va sulla nave da crociera o su un traghetto, praticamente a Genova non lascia niente, perché sale o  scende dal traghetto e va al massimo a fare le escursioni o a prendersi un gelato, però dal punto di vista della ricaduta non è un turismo che comunque apprezzo. Non credo che si debba sviluppare più di tanto, un po’ perché ha un impatto negativo sul mare e un po’ perché non ha una grossa ricaduta economica sulla città. Ci porta solo tanta coscienza, cioè il fatto che, quando una persona prende una nave da crociera a Genova, fa sì che la conosca parzialmente, così fa una piccola vista di Genova e poi magari torna perché vuole vederla. E’ forse  l’unica cosa buona che vedo  nel turismo marittimo, poi mi rendo conto che è importante perché comunque i trasporti dei traghetti sono importanti, però io non investirei più di tanto sulle navi da crociera e su questo tipo di turismo.

Nave da crociera Porto di Genova
Come si possono limitare le eventuali conseguenze negative del turismo, in particolare di quello marittimo?

Questo è sempre un po’ un discorso delicato perché è pieno di contraddizioni, ci vuole un equilibrio, ci vuole tanto rispetto del territorio, di chi ci abita principalmente, in modo che questo turismo non vada poi a peggiorare le condizioni generali del territorio. Quindi si deve fare una buona politica su come preservarlo al meglio, legata alle persone che ci abitano e ai turisti che arrivano. 

Il turismo balneare di Genova può essere rinnovato e reso più competitivo? In che modo?

Diciamo che il turismo balneare è cambiato molto negli ultimi anni, nel senso che le persone non vivono più la vacanza esclusivamente balneare: Genova è molto adatta, perché tu, quando vieni a Genova, puoi fare la tua giornata d’arte, la tua giornata di mare. Purtroppo adesso siamo in una situazione un po’ particolare perché le strutture dove si fa balneazione stanno subendo dei cambiamenti di tipo legislativo, quindi stiamo vivendo un po’ una situazione di stallo dove i balneari non stanno investendo molto in questa innovazione. Tuttavia intorno a noi, si stanno muovendo dei sistemi innovativi di balneazione che noi dovremmo assolutamente attuare e che sono la prenotazione online, disporre di un vero e proprio menù della balneazione, cioè sapere per esempio dov’è la spiaggia dove posso portare il bambino, la spiaggia dove posso portare il cane, la spiaggia più sabbiosa, la spiaggia più di sassi. Quindi  credo che ci voglia proprio tantissima innovazione tecnologica e digitale anche per le spiagge.

Stabilimento balneare Genova – Immagine: www.ilsecoloxix.it

 

Ci sono delle iniziative che gli hotel e Confindustria Genova stanno prendendo per promuovere la responsabilità ambientale nei confronti del nostro mare?

In Confindustria mi occupo solo di turismo, ma abbiamo notato che il turista ha sempre più sensibilità per la sostenibilità e quindi noi stiamo cominciando più che altro a essere strutture turistiche sostenibili, in cui il cliente quando arriva trova un’attenzione nel confronto dell’ambiente e del territorio. Cerchiamo quindi  anche di suggerire per esempio di non utilizzare la macchina, proponendo delle alternative, ed essendo noi specialisti dell’accoglienza dobbiamo essere preparati ad accogliere le persone con le loro nuove tendenze, le nuove idee che sono sicuramente tante, e quindi si può dire che queste siano delle iniziative che prendiamo nei confronti del turismo sostenibile.

Genova ha tutte le carte in regola per valorizzare il proprio rapporto con il mare in modo nuovo e più consapevole. Dalla diversificazione dell’offerta turistica all’innovazione nel settore balneare, fino a una crescente attenzione alla sostenibilità, il futuro passa da scelte mirate e condivise. Il turismo marittimo può essere solo un punto di partenza: il vero obiettivo resta quello di costruire un modello turistico capace di generare valore per la città, per chi la vive ogni giorno e per chi la sceglie come destinazione.

NOI MARE. La cucina genovese tra tradizione e innovazione, una storia da scoprire

Lo chef stellato Marco Visciola spiega come mare, tradizione e innovazione hanno plasmato l’identità gastronomica di Genova 

di Emma Zitta, 1B                 

Genova indubbiamente non sarebbe la stessa senza la sua tradizione culinaria, resa unica dallo scarso benché raffinato sfruttamento del pesce e dall’utilizzo principalmente di vegetali, ma negli anni questa particolarità è stata una scelta o una necessità?  e soprattutto ha reso migliore la nostra cucina? Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato Marco Visciola chef del ristorante stellato “Il Marin” di Genova che, con la sua rinomata esperienza, è riuscito a renderci più chiara la questione e a farci veramente comprendere l’identità della cucina genovese e ligure.

Chef stellato Marco Visciola

Per lo chef Visciola, infatti, la maggior fonte di ispirazione in cucina “è il territorio nel quale viviamo”, che infatti comprende mare e terre che è perciò “suddiviso in produttori come contadini, pescatori e allevatori, i quali ci permettono di avere materie prime da tutto il territorio”.

Consumare un pasto nel suo ristorante è più che una semplice degustazione quasi un incontro con la forza del mare di Genova che lo chef è riuscito a portare nei piatti “attraverso la tradizione, il legame con il territorio e il mare, e con la conoscenza delle specie marine” dimostrando non solo la bravura nel suo mestiere ma anche la passione che utilizza per praticarlo, proprio per questo alla domanda su quale fosse l’elemento più importante nei suoi piatti ha risposto che” non c’è ne uno in particolare perché la cosa più importante di un piatto è che ci sia equilibrio tra gli ingredienti per soddisfare in pieno il palato dei clienti e far assaporare la vera identità ligure e genovese”.

Interno del ristorante “Il Marin”

Marco Visciola descrive il mare come “quella forza in più senza la quale non sarebbe mai riuscito a raggiungere gli obiettivi che si è posto” come se descrivesse il mare come un amico con il quale ha condiviso il suo percorso lavorativo traendone ispirazione e vantaggi.

Riguardo alla scarsa presenza del pesce nella tradizione culinaria genovese ha invece dato una risposta storica in quanto “Nel passato il pesce veniva venduto come merce di scambio sulla via del sale la quale collegava la Liguria al basso Piemonte. Lungo questa via avveniva uno scambio tra pescatori liguri e contadini piemontesi, perciò il pesce veniva trattato principalmente come merce di scambio da barattare con altre materie prime le quali venivano utilizzate maggiormente”. Infatti anche i piatti cardine della nostra tradizione sono principalmente a base vegetale (trofie, minestrone, pansoti). Tuttavia lo chef ritiene che “nonostante il mare non fosse sfruttato come fonte di pesce è stato comunque fondamentale nella tradizione in quanto a grazie al suo porto più grande d’Europa riceveva fondamentali materie prime da altri paesi e continenti, come spezie” . Perciò lo chef sottolinea il ruolo fondamentale che il mare ha avuto e continuerà ad avere nella nostra tradizione.

Inoltre, è stato fatto notare allo chef che nella tradizione genovese si utilizzano principalmente gli scarti del pesce. Tuttavia, per lui non è corretto chiamarli scarti,  in quanto, se preparati con una buona tecnica, possono essere molto più pregiati delle parti del pesce che vengono definite più nobili. Grazie a questi ingredienti, nei secoli è aumentato il prestigio della nostra tradizione.

Vista dal Marin

Inoltre, lo chef ha inventato sul momento una ricetta che, secondo lui rappresenta in pieno la nostra tradizione: cavolo navone (ortaggio antico che si sta riscoprendo, miccio e ravacou in dialetto genovese) in sfoglia con la pasta matta servito con un pesto delle sue foglie e un fondo vegetale.

Lo chef Visciola ha inoltre dimostrato le sue eccellenti doti nel rivisitare i piatti tipici liguri mostrando due piatti: cappon magro che al “Marin” non è servito come tradizione insegna (con salsa verde, le verdure bollite condite con  sale olio aceto e pesce bollito) ma utilizza per le verdure la tecnica di fermentazione coreana, rendendo un piatto tradizionale, moderno e accessibile a tutti; il tortello ripieno di pesto, invertendo i ruoli degli ingredienti nel piatto e giocando con i loro gusti ha reso una semplice pasta al pesto una vera e propria esperienza culinaria.

Inaugurazione di “Nonno Giuan”

Lo chef possiede altri due locali molto noti : “L’Ortica” e “Nonno Giuan” che si distinguono dal Marin per le loro proposte specifiche. Il Marin vuole valorizzare gli imprenditori del territorio e il mare, L’Ortica si concentra più sulla tradizione vegetale e tutti i piatti passano su una griglia, accomunati dal retrogusto di brace, mentre nonno Giuan è una bottega nella quale non solo si vendono prodotti tipici da degustare a casa ma si serve  una delle tradizioni più iconiche della Liguria, ovvero le focaccette al formaggio.

La nostra città è unica e speciale grazie alla sua storia e dobbiamo imparare a conservare le sue tradizioni e a rinnovarle così da renderle accessibili a tutti e durature nel tempo, proprio come fa lo chef Marco Visciola.