Vivere con il manifesto 

Un percorso di educazione civica sulle parole che usiamo, dentro e fuori dalla rete

di Emma Zitta, 1b

In questo anno, durante le ore di religione ed educazione civica con la professoressa Maria Letizia Borello, abbiamo iniziato a conoscere il Manifesto della comunicazione non ostile. È stato interessante scoprire come questo Manifesto aiuti a usare le parole in modo più civile, soprattutto quando siamo online.

Per lavorarci meglio, ci siamo divisi in piccoli gruppi e abbiamo analizzato i vari articoli. Ognuno di noi ha espresso il proprio punto di vista, rendendo il lavoro più personale e più vicino alla nostra vita di tutti i giorni, infine unendo tutti i commenti in un’unica presentazione. Questo ci ha fatto sentire anche più uniti, perché abbiamo imparato ad ascoltarci e a comunicare con più rispetto.

Il Manifesto è utile perché ci ricorda che le parole ci rappresentano e che la comunicazione è alla base di ogni relazione virtuale e reale.

È anche un esempio di inclusività, in quanto è tradotto in quasi ogni lingua conosciuta compreso latino e greco. Inoltre si può applicare ovunque: a scuola, nello sport, in politica e in qualsiasi situazione in cui dobbiamo parlare e confrontarci con gli altri.

Tra i commenti di noi studenti è emersa una cosa importante: dobbiamo fare attenzione a come usiamo le parole, perché possono ferire più delle armi stesse.

La rete può essere un posto pieno di cattiveria, ma noi possiamo scegliere di renderlo un ambiente inclusivo e rispettoso, rendendolo utile e sfruttando ogni sua funzione.

Questo percorso ci ha fatto capire che comunicare rispettosamente non è solo una questione di educazione, ma un modo per vivere meglio con gli altri in ogni fascia di età e in ogni luogo.

“Adotta uno scrittore”: il nostro incontro con “La ragazza d’aria”

di Carola Caruso e Margherita Fabrizio, 2 E

Il progetto “Adotta uno scrittore” è un’iniziativa promossa dal Salone del libro di Torino che coinvolge diverse regioni italiane come il Piemonte, la Liguria, la Basilicata e la Calabria.

Attraverso tre incontri in classe ed uno a Torino, gli studenti e le studentesse delle classi partecipanti hanno l’occasione di conoscere lo scrittore o la scrittrice che hanno “adottato” e di approfondire diverse tematiche.

La nostra classe II E, partecipando al progetto, ha “adottato” la scrittrice Andreea Simionel e, in modo particolare, ha avuto modo di leggere il suo ultimo romanzo “La ragazza d’aria”.

Il romanzo racconta la storia di Aryna, una giovane ragazza molto brillante, nata in Romania, che si è da poco trasferita con i suoi genitori in Italia. Aryna si sente molto distaccata dal mondo che la circonda: vive tra la scuola, la famiglia e i rapporti con i coetanei, ma fatica a sentirsi davvero parte di qualcosa. Con i genitori ha un rapporto molto difficile, mentre a scuola, nonostante sia la più brava della classe, si sente spesso inadeguata e si vergogna del suo nome straniero e delle sue origini.

L’elemento centrale della storia è il rapporto della protagonista con il proprio corpo e con il cibo. Aryna attraversa un periodo segnato da un disturbo alimentare: inizia ad allenarsi e fare diete per provare a perdere peso, ma la situazione ben presto le sfugge di mano. La ragazza si rifiuta di mangiare e non accetta l’aiuto offerto dalla sua famiglia e dai suoi amici. Per affrontare questo momento critico, è costretta a ricoverarsi in ospedale per un lungo periodo di tempo.

Durante il periodo trascorso in clinica, Aryna, lontana da casa e dagli affetti, si sente sola, in una condizione di profondo disagio e spaesamento. È in questo momento che emerge la figura di Anna. Questa ragazza rappresenta un punto di riferimento importante: attraverso il suo ruolo di guida e sostegno, aiuta Aryna a confrontarsi con sé stessa e con le proprie difficoltà. Non si limita a offrirle aiuto pratico, ma cerca di instaurare un dialogo, spingendola ad aprirsi con lei e a riflettere sulle sue fragilità.

Anche grazie all’amicizia con Anna, Aryna reagisce e prova a guarire, per poter finalmente “stare bene”

Il tema centrale del romanzo è senz’altro la costruzione dell’identità. Questo percorso non è lineare, ma fatto di difficoltà, ricadute e piccoli progressi, che rendono la storia realistica e vicina all’esperienza di molti giovani. Aryna, dopo la sua dimissione dall’ospedale, capisce il valore della famiglia, dell’amicizia e dell’amore. Scopre il mondo della boxe e diventa più consapevole, forte e responsabile.

Un aspetto particolarmente significativo, che abbiamo avuto modo di scoprire durante gli incontri del progetto “Adotta uno scrittore”, è che il romanzo ha una forte componente autobiografica. Come ci ha raccontato la stessa Andreea Simionel, il personaggio di Aryna è in gran parte ispirato a se stessa: anche l’autrice ha vissuto in prima persona un periodo difficile legato all’anoressia. Per questo motivo, la storia risulta ancora più intensa e autentica, perché nasce da un’esperienza reale. La scrittura diventa quindi non solo un modo per raccontare, ma anche uno strumento per elaborare il proprio vissuto e dare voce a emozioni profonde.

Durante gli incontri in classe con la scrittrice abbiamo svolto varie attività. In primo luogo, l’autrice ci ha raccontato alcuni fatti relativi alla sua vita personale: il suo trasferimento in Italia, il modo con cui ha iniziato ad avvicinarsi alla scrittura, come mai ha deciso di scrivere questo romanzo. Siamo riusciti così a conoscerla meglio e a comprendere le sue idee e i suoi sentimenti.

Andreea Simionel ha deciso di svolgere con noi una sorta di “gioco” che ci avrebbe coinvolto maggiormente nel corso della lettura. Leggendo insieme vari brani tratti dal romanzo, ci siamo focalizzati sulla descrizione di personaggi e luoghi e sul modo con cui veniva resa sulla carta. Abbiamo analizzato gli “oggetti” che delineano i protagonisti e i suoni che caratterizzano ambienti e situazioni: in tal senso, abbiamo compreso più a fondo alcune scelte stilistiche della scrittrice e abbiamo apprezzato il romanzo anche sotto questo specifico punto di vista.

Inoltre, durante gli incontri si è tenuto anche un laboratorio di scrittura creativa: seguendo gli spunti dell’autrice, sono stati stesi diversi testi, come dialoghi e storie. Andreea ci ha aiutato a svolgere al meglio i compiti assegnati, fornendoci consigli per migliorare il nostro stile di scrittura.

Il progetto “Adotta uno scrittore” è dunque un’esperienza molto interessante e coinvolgente. Il romanzo “La ragazza d’aria”, insieme alla sua autrice, è stato parte integrante di questo percorso. Con questa iniziativa, abbiamo riflettuto su varie tematiche e abbiamo allargato i nostri orizzonti, grazie al confronto attivo con idee e visioni diverse dalle nostre. In conclusione, “La ragazza d’aria” è un romanzo di formazione che affronta temi importanti e attuali come la solitudine, il rapporto con il proprio corpo, la fragilità e la ricerca di sé. Attraverso il percorso di Aryna, il libro mostra quanto sia difficile, ma anche possibile, imparare a conoscersi, accettarsi e trovare la propria forza.

Video — L’incontro con l’autrice al Salone Internazionale del Libro di Torino:

 “Il mio corpo è arrivato, finalmente. Ha percorso i chilometri che ci separavano, ha oltrepassato i confini. Siamo diventati tutt’uno. Sono un oggetto affilato. Se mi tocchi, taglio.”

                                          

Macbeth al Carlo Felice: tra critiche e applausi

Macbeth e Lady Macbeth che tramano

di Agostino Ferretti, 2B

Fredda e distaccata la recitazione, lo spettacolo privo di tensione, afferma l’Ansa riguardo all’opera andata in scena al Carlo Felice il quindici maggio con regia di Fabio Ceresa e direzione d’orchestra di Sesto Quatrini; a contrapporsi alla visione dell’Ansa ci sono decine di spettatori che applaudono fragorosamente elogiando attori, regia e orchestra.

La trama

Macbeth è un’opera di Shakespeare del 1606. Il valoroso generale Macbeth riceve da tre streghe la profezia che diventerà re di Scozia. Spinto da una cieca ambizione e dall’istigazione della spietata moglie, decide di affrettare il destino e uccide a tradimento il re Duncan mentre è suo ospite. Ottenuta la corona, Macbeth viene divorato dal senso di colpa e da una paranoia ossessiva che lo spinge a ordinare nuovi omicidi, tra cui quello dell’amico Banquo, il cui fantasma tormenterà i suoi incubi. Nel frattempo, Lady Macbeth, oppressa dal rimorso per i crimini commessi, perde la ragione e si toglie la vita. La tirannia di Macbeth solleva la rivolta dei nobili scozzesi, guidati da Macduff e sostenuti dall’esercito inglese del principe Malcolm. I soldati marciano verso il castello mascherati con i rami della foresta di Birnam. Durante la battaglia finale, Macduff affronta e decapita il tiranno in un violento duello di spada. Con la morte dell’usurpatore, la pace viene finalmente restaurata e Malcolm sale al trono come legittimo re.

La critica

L’Ansa scrive: “Lo spettacolo proposto, purtroppo, è parso totalmente privo di tensione: una recita fredda e distaccata soprattutto per una impostazione visiva del tutto asettica. La scena ideata prevedeva uno spazio vuoto (due poltrone portate e tolte indicavano l’interno del palazzo), in secondo piano cornici luminose e concentriche e nel fondo un sipario che si apre verso il mondo dei fantasmi.” e continua “Il regista Fabio Ceresa, interessato, come si legge nel programma di sala, a “una rilettura filosofica sul destino dell’uomo” perde di vista alcuni momenti fondamentali dell’azione.”

Il pubblico

La lettura dell’Ansa si può trovare senza dubbio interessante, comunque al Carlo Felice si sono visti molti spettatori sulle spine e interessati alla rappresentazione. Molti di questi hanno trovato eccellente la direzione di Sesto Quatrini che è riuscito con l’orchestra a imprimere una forte tensione drammatica, ma non solo, hanno trovato anche eccellente la performance di Jennifer Rowley (Lady Macbeth) che li ha conquistati con una voce potente e un’interpretazione aggressiva.

Conclusioni

Questo Macbeth al Carlo Felice ha suscitato emozioni per alcuni, riuscendo nell’intento di farli entrare nello spettacolo, per altri invece, è stata una interpretazione lenta e noiosa che non ha saputo interessare, insomma, senza una via di mezzo. Bisogna però aggiungere che rispetto ad altre interpretazioni ha raccolto più critiche negative,  quindi si può affermare che Fabio Ceresa e i suoi collaboratori non abbiano saputo cogliere la vera essenza del capolavoro di Shakespeare.

Dalla scuola al palcoscenico: gli studenti protagonisti a Siracusa

di Chiara Bottino, Giovanni Porceddu, Francesco Repetto (Classe 4B) — Redazione Acta Diurna

Un viaggio di istruzione in Sicilia offre l’opportunità di vedere con i propri occhi, dal vivo, il teatro che si è studiato per l’intero anno scolastico. Significa vivere una giornata intensa — com’è stato per noi giovedì 21 maggio — trascorsa tra il teatro di Palazzolo Acreide e quello di Siracusa, per assistere a rappresentazioni teatrali adeguate e messe in scena da studenti provenienti da tutta Italia, fino ad arrivare a una tragedia interpretata da attori professionisti alle luci del tramonto siracusano.

A Palazzolo Acreide, in occasione del Festival Internazionale del Teatro Classico dei Giovani, abbiamo assistito alla “Pace” di Aristofane (portata sul palco proprio dai nostri compagni di classe), ma anche alle commedie “Lisistrata” e “Le Nuvole” e alla tragedia “Antigone”, allestite da altre scuole d’Italia. I diversi istituti hanno optato per differenti modalità di rappresentazione: alcuni hanno scelto testi originali, altri degli adattamenti; alcuni hanno caratterizzato i personaggi in modo tradizionale, altri hanno preferito una messinscena corale (scelta condivisa anche dal nostro gruppo).

Per approfondire il lavoro dietro le quinte, abbiamo intervistato Anna, una delle studentesse-attrici protagoniste del festival.

Come vi siete preparati a questo spettacolo e come avete strutturato la messinscena?

«Le professoresse incaricate di seguire il progetto, Laura Dolcino, Ambra Tocco e Raffaella Pansardi, si sono occupate della traduzione del testo originale. Siamo rimasti molto fedeli all’opera, introducendo solo piccole variazioni per valorizzare le caratteristiche interpretative di ognuno di noi. Il regista Enrico Campanati ha deciso di applicare le modifiche più consistenti con l’eliminazione dei ruoli singoli e la divisione netta delle battute in cori maschili e femminili.»

Qual è stato il momento più complesso da gestire?

«Durante la messinscena a Palazzolo abbiamo riscontrato alcune difficoltà tecniche nella sequenza che precedeva la pace: la coreografia prevedeva l’uso di corde che avremmo dovuto attorcigliare intorno ai nostri corpi. Purtroppo alcuni di noi si sono impigliati, ma siamo stati bravi a gestire l’imprevisto e a non darlo troppo a vedere al pubblico.»

Cosa vi lascerà un’esperienza di questo tipo, sia a livello personale che scolastico?

«Nonostante il percorso sia stato a tratti molto faticoso, poiché i flussi di prove coincidevano con i numerosi impegni scolastici della fine dell’anno, sono davvero entusiasta di questo viaggio. Si è trattato di un’esperienza altamente formativa: d’altronde non capita tutti i giorni di avere l’opportunità di recitare su un vero palcoscenico greco!»

La sera dello stesso giorno, le classi si sono dirette al teatro greco di Siracusa, all’interno del parco archeologico della Neapolis, per assistere alla messinscena dell’“Alcesti” di Euripide, per la regia di Filippo Dini. La rappresentazione ha colpito per il contrasto visivo tra i gradoni millenari della struttura a una scenografia decisamente contemporanea, caratterizzata da una riproduzione di una villa design e installazioni moderne che hanno reinterpretato lo spazio antico senza snaturarlo, accompagnando il dramma fino al tramonto.

Il diario del viaggio: tra storia, mito e barocco

Il nostro itinerario nell’isola è iniziato via mare: siamo arrivati a Palermo in traghetto e da lì, a bordo di un pullman, ci siamo diretti verso Agrigento. Nella mattinata di mercoledì 20 maggio abbiamo visitato la suggestiva Valle dei Templi e abbiamo camminato lungo la via sacra tra i maestosi resti del Tempio della Concordia e del Tempio di Giunone, mentre nel pomeriggio ci siamo spostati a Noto, universalmente riconosciuta come il cuore pulsante e la capitale del barocco siciliano, con le sue caratteristiche facciate in pietra dorata adornate dai balconi a petto d’oca; in entrambi i siti siamo stati accompagnati da una guida professionista.

Estate 2025 al Teatro di Taormina: concerti, spettacoli e tanto altro |  Citymap SiciliaVenerdì 22 maggio, prima di tornare a Palermo per imbarcarci sul traghetto di ritorno, abbiamo visitato Taormina in autonomia, dall’ora di pranzo fino al tardo pomeriggio. Molti di noi hanno scelto di accedere alla splendida cornice del teatro antico, situato nel punto più panoramico della cittadella, da cui si gode contemporaneamente della vista dell’Etna e del Mar Mediterraneo. Dal punto di vista storico-architettonico, l’impianto attuale risale in realtà all’età romana, epoca in cui la struttura ha perso parte della sua originaria autenticità greca a causa della costruzione della monumentale scena retrostante il palcoscenico.

Questo viaggio di istruzione ha dimostrato e fatto emergere il valore più autentico del liceo classico. Vedere i testi di Aristofane o Euripide uscire dalle righe delle versioni pomeridiane per riprendere la loro funzione originaria — quella di parlare a una comunità riunita in un teatro — ha dato un senso concreto e tangibile a mesi di studio formale. L’esperienza non si è configurata come una semplice parentesi di svago, ma come la naturale e ideale prosecuzione delle ore passate sui banchi, rivelandosi uno dei momenti più stimolanti ed emozionanti dell’intero quinquennio.

 

“A stare fermi non succede niente”: Alex Zanardi, la forza di vivere due volte

La storia di Alex Zanardi inizia da un kart messo in vendita nell’officina di paese a Castel Maggiore (provincia di Bologna), dove un ragazzino magro e determinato sognava la velocità guardando con suo padre Dino le gare del suo idolo Ayrton Senna. Già da giovanissimo Alex mostra di che pasta era fatto: nel 1982, a 16 anni, Zanardi è terzo nel campionato italiano di kart, l’anno successivo debutta all’estero e nel 1985 domina la stagione nazionale, vincendo quasi tutte le gare. In pista si confronta con i migliori talenti della sua generazione, tra cui Michael Schumacher, che poi ritroverà in Formula 1. Non aveva i mezzi dei suoi rivali, ma aveva una fame diversa. Quella fame lo portò a 25 anni, dopo qualche anno di gavetta, in Formula 1, dove esordì nel 1991 con la Jordan, passando poi per scuderie come Lotus e Williams. Tuttavia, il suo vero regno furono gli Stati Uniti. Nel campionato CART, Alex divenne un fenomeno globale: vinse due titoli mondiali nel 1997 e nel 1998, incantando l’America con sorpassi che sembravano violare le leggi della fisica. Il più celebre, al Cavatappi di Laguna Seca, resta ancora oggi il sorpasso più folle della storia dell’automobilismo: un tuffo nel vuoto fuori pista che dimostrò il suo credo assoluto: “Se un buco non c’è, io me lo creo”.

Ma la vita di Alex è stata un’altalena tra il trionfo e la tragedia. Il 15 settembre 2001, sul circuito del Lausitzring, la sua carriera di pilota subì un colpo che avrebbe ucciso chiunque altro. Un impatto a 300 km/h gli tranciò le gambe, lasciandolo con meno di un litro di sangue in corpo. Eppure, in quell’ospedale di Berlino dove lottò tra la vita e la morte, Alex compì il suo primo vero miracolo. Invece di piangere la fine del pilota, celebrò la nascita dell’uomo nuovo. Con una forza d’animo sovrumana e un filo di ironia, dichiarò: “Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato quel che era rimasto, non quel che era andato perduto”. Da quella tragedia nacque una seconda carriera sportiva ancora più incredibile. Alex salì sulla handbike e, con la stessa tenacia e forza di volontà con cui pennellava le curve a 300 all’ora, iniziò a macinare chilometri. Il risultato fu leggendario: quattro medaglie d’oro olimpiche tra Londra 2012 e Rio 2016 e ben dodici titoli mondiali. Zanardi non era più solo un campione di sport; era diventato l’ambasciatore della speranza, l’uomo che ricordava a tutti che “i limiti, come le paure, spesso sono solo un’illusione” e che ha sempre spinto se stesso e gli altri a superarli (“Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più”)

Il destino, però, tornò a bussare alla sua porta con una ferocia inaudita. Il 19 giugno 2020, durante una staffetta solidale in Toscana, un nuovo schianto contro un tir gli procurò gravissime lesioni cerebrali. Da quel momento è iniziata la sua gara più lunga e silenziosa: anni di interventi, riabilitazione estrema e una lotta quotidiana combattuta lontano dai riflettori, protetto dall’amore della moglie Daniela e del figlio Niccolò. Alex ha lottato con la dignità di un leone, riprendendo a comunicare con gli occhi e a muovere i primi, faticosi passi verso la vita, dimostrando ancora una volta che “la vita è come il caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi far diventare dolce devi girare il cucchiaino. A stare fermi non succede niente.”

Oggi, a pochi giorni dalla sua scomparsa avvenuta il 1° maggio 2026 all’età di 59 anni, il mondo intero si inchina davanti a un’eredità che non ha eguali. Se n’è andato nello stesso giorno che nel 1994 portò via il suo idolo Senna, quasi a voler riunire sotto lo stesso cielo due dei piloti più amati e sfortunati di sempre. Ma Alex ci lascia qualcosa di diverso: non solo il ricordo di un motore ruggente o di una medaglia d’oro al collo, ma la prova vivente che l’essere umano può essere più forte della sfortuna, del dolore e della disabilità stessa. Piangiamo la perdita di un campione infinito, ma celebriamo il traguardo di un uomo che ha vinto la gara più importante: quella contro l’impossibile.

La pace necessaria e l’utopia come forma di resistenza.

di Laura Dolcino

Portare in scena un testo che abbia al centro l’esigenza di pace è stata una scelta naturale, quasi immediata, in questo presente segnato dai conflitti della guerra ormai globale. Ma rappresentare La pace di Aristofane non è banale né semplice.

La sfida è stata raccolta dagli studenti del laboratorio teatrale  delle classi  quarte per l’edizione 2025-2026 del Progetto Siracusa che partecipano al XXX Festival Internazionale dei Giovani a Palazzolo Acreide (SR) il 21 maggio e replicano al Teatro della Tosse di Genova il 10 giugno 2026. I 20 studenti-attori, che hanno collaborato  a tutte le fasi del lavoro, dalla lettura e analisi del testo alla realizzazione scenica,  e hanno partecipato alle prove settimanali con costanza e impegno da novembre a maggio, portano  in scena La pace  in una nuova veste grazie alla traduzione delle prof.sse Laura Dolcino, Raffaella Pansardi e Ambra Tocco,  all’adattamento del regista Enrico Campanati e alla guida artistica della prof.ssa Paola Maria Di Stefano.

La commedia fu rappresentata alle Dionisie nel 421 a.C., dopo la morte dei due leaders guerrafondai di Atene e Sparta, Cleone e Brasida, e pochi giorni prima della firma della pace di Nicia, in quella fase illusoria della guerra del Peloponneso in cui si pensava di poter arrivare ad una pace duratura. Questo clima di rinnovato ottimismo influenzò anche gli spettacoli teatrali e la geniale fantasia di Aristofane immaginò il ritorno della Pace con una liberazione fantastica attraverso la scalata al cielo del protagonista, Trigeo. Il vecchio contadino  decide di salire sull’Olimpo per andare a chiedere agli dei  di far cessare la terribile guerra che tormenta le città della Grecia ormai da dieci anni. Tutto il prologo è occupato dal viaggio su un gigantesco scarabeo stercorario, nutrito da due schiavi che si affannano a preparargli polpette di letame e che nel frattempo informano il pubblico dell’antefatto. A cavallo di questo animale immondo, Trigeo arriva al cielo e apprende da Ermes che gli dei, disgustati dalla cattiveria umana, se ne sono andati, lasciando il potere a Polemos, la Guerra, mostro orrendo e smisurato, che ha rinchiuso Pace in una grotta e si prepara a pestare in un mortaio le città greche. Mancano i pestelli, però, Cleone e Brasida, e mentre Polemos si allontana per procurarsene uno nuovo, Trigeo ne approfitta e, con l’aiuto dei contadini attici, libera Pace (insieme  a Opora e Teoria, rispettivamente personificazioni dell’abbondanza di frutti e della gioia della festa). Tornati sulla terra, tutti godono dei benefici della pace ritrovata, mentre i guerrafondai sono ridotti in rovina. Le nozze di Trigeo con Opora chiudono  la commedia.

Trigeo non è un eroe, né un generale: è un semplice contadino. È la voce del popolo che non ha potere. Anche per questo la scelta del nostro regista è stata  quella di dare alla commedia una struttura pienamente corale: non vediamo un solo Trigeo in scena, non un solo protagonista , ma una pluralità di presenze sceniche che rappresentano il popolo sopraffatto, ma  che ha ancora la forza di sognare.

Scalare il cielo per il mito è una tipica manifestazione di ὕβρις, un atto empio, di tracotanza, tentato da giganti e mostri che vengono castigati per il loro sacrilegio. Ma nella prospettiva comica di Aristofane la violazione del limite consente di infrangere le barriere del reale per penetrare nel mondo dell’utopia, dove tutto è lecito e possibile. Trigeo intraprende un’azione che è utopia, ma anche  atto politico di disobbedienza: è finito il tempo di parlare di pace, ora si deve agire per la pace. A chi rivolgersi? Agli dei, naturalmente, da cui la sorte umana si crede dipenda. Dei governanti non ci si può fidare, sono corrotti, inetti, incapaci e vili. E’ il popolo a prendere in mano la situazione e a dimostrare che la salvezza non arriva dai potenti, ma dalla gente comune che riesce ancora ad immaginare un mondo diverso. Appare chiaro che la guerra sopravvive perché conviene a qualcuno: ai mercanti d’armi, ai demagoghi, ai politici che costruiscono consenso sul nemico.

Quando finalmente torna pace sulla terra, il coro di contadini pregusta il ritorno alle consuetudini e alla serenità della vita campestre ed esprime chiaramente l’astio nei confronti della vita militare e l’avversione verso la spocchia di tanti che si pavoneggiano nelle divise  e dietro le armi.

”Quanto bene fa la pace! Nessuno più comprava falci neppure a un soldo, mentre ora si  vendono a cinquanta dracme  e a cinque dracme si vendono le anfore per i campi! I mercanti di armi sembrano affranti. Poveri sciagurati!”

Il sogno di Trigeo è un invito a considerare la ricostruzione della pace come processo collettivo, fatto di ascolto, di empatia, di lavoro quotidiano. Così la pace, da utopia, si trasforma in una conquista possibile: un ideale che, ieri come oggi, richiede coraggio, immaginazione e impegno condiviso.

E Aristofane ci lascia in eredità la speranza che il teatro, il pensiero e la parola possano ancora cambiare il mondo.

Parole antiche, voci nuove: il Festival del teatro dei giovani riporta in vita i classici

    di Francesca Custo, 4D

Giovedì 21 maggio 2026 si è tenuta una delle giornate del Festival del Teatro Classico dei Giovani, la più importante rassegna teatrale nazionale dedicata alle nuove generazioni, presso il teatro greco Akrai a Palazzolo Acreide (un comune in provincia di Siracusa, nella Val di Noto).

Si tratta di una manifestazione di portata internazionale, organizzata dalla Fondazione INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) e partecipata da giovani provenienti non solo dall’Italia ma anche dalla Grecia, dal Belgio, dalla Francia e dal Lussemburgo.

Il festival ha cadenza annuale e si sviluppa nell’arco di un mese, tra maggio e giugno. A prendervi parte, in veste di attori, sono studenti di istituti superiori, università e accademie. Ogni anno si confrontano 2000 giovani provenienti da 102 scuole diverse, che allestiscono riletture di testi classici, latini e greci. Quest’anno vi ha partecipato anche il Liceo d’Oria di Genova.

La particolarità del festival è che non si configura come una competizione a premi, ma come uno spazio di condivisione culturale e artistica. Il teatro è un luogo di dialogo tra diversi punti di vista, ancora oggi come nell’Atene del V secolo a.C., quando le rappresentazioni teatrali erano l’unica forma d’arte aperta anche agli stranieri.

Quest’anno, alla ricorrenza della trentesima edizione, il tema scelto come filo conduttore del festival è stato quello di “guerra e amore”, ad oggi molto attuale, un po’ come nella Grecia classica, scossa prima dalle guerre Persiane e, poi, da quella del Peloponneso.

La giornata è cominciata alle nove del mattino e prevedeva la messa in scena di  quattro rappresentazioni, da un’ora ciascuna, con termine previsto per l’una. Abbiamo assistito a tre rappresentazioni comiche, tra cui quella inscenata dagli studenti del d’Oria e ad un’unica tragedia.

La prima rappresentazione di cui siamo stati spettatori è stata Lisistrata, di Aristofane, presentata dagli studenti del Liceo Galilei di Novara. La commedia racconta dello sciopero del sesso organizzato dalle donne ateniesi (a cui si uniscono, però, anche donne da altre città dell’Ellade) durante la guerra del Peloponneso, con l’obiettivo di convincere gli uomini a porre fine alle ostilità.

La seconda rappresentazione  è stata quella allestita dagli studenti del Liceo d’Oria: la Pace di Aristofane

 che racconta l’avventura dei cittadini ateniesi che cercano di raggiungere il

 cielo volando su scarabei giganti nel tentativo di liberare la dea Eirene, prigioniera di Polemos. 

Alla seconda rappresentazione è seguita la terza, questa volta di carattere tragico: l’Antigone  di Sofocle, presentata dagli studenti del Polo Liceale Guerrisi-Gerace di Cittanova. Questa tragedia ruota attorno al tema della giustizia umana e divina, incarnate rispettivamente in Creonte ed Antigone, i due protagonisti.

Infine, la mattinata si è conclusa con l’Aerobato’, un adattamento di Le Nuvole di Aristofane, presentato dagli attori del Teatro Sociale di Sondrio. La commedia racconta di un vecchio cittadino oberato dai debiti che iscrive suo figlio alla scuola di pensiero di Socrate; inizialmente il ragazzo la frequenta con l’obiettivo di aiutare la famiglia a sfuggire ai creditori sfruttando l’arte retorica, ma, poi, ritorcerà questi stessi insegnamenti contro suo padre.

Il pubblico, tra cui erano presenti spettatori di tutte le età, ha apprezzato molto l’energia dei giovani attori, che si sono cimentati in questo progetto con passione e hanno recitato sotto il sole cocente di una Sicilia agli inizi della stagione estiva.

Gli studenti sono stati capaci di interpretare con grande naturalezza testi complessi e di trasmettere quegli stessi sentimenti che gli autori delle opere intendevano comunicare, nonostante la semplicità della scenografia e dei costumi.

L’essenzialità dell’allestimento ha segnato il distacco rispetto al passato: se nel teatro antico l’impatto emotivo era legato all’uso di costumi e maschere, che annullavano la mimica facciale, qui è stato dovuto proprio all’espressività degli studenti. La loro bravura è stata, quindi, amplificata dall’assenza di elementi scenici professionali.

Ma non si è conclusa qui: giovedì è stata una giornata interamente dedicata al teatro! 

La sera, dopo aver lasciato Palazzolo Acreide, abbiamo assistito ad un’ultima rappresentazione tragica, questa volta interpretata da professionisti, presso il Teatro di Siracusa: l’ Alcesti di Euripide.

Per certi versi, è stato un po’ come prendere parte ad un particolare tipo di festa dionisiaca, a metà strada tra le Grandi Dionisie e le Lenee, ma vissuta più di venti secoli dopo.

È stato bello vedere ragazzi così giovani avvicinarsi al mondo del teatro, senza lasciare che questa forma d’arte si spenga e lasci, così, completamente posto al cinema. Siamo ormai tanto abituati alla perfezione della recitazione registrata da dimenticare che il teatro conserva la magia dell’evento unico ed irripetibile.

È stata un’esperienza davvero meravigliosa che mi ha profondamente segnata, anche per altre motivazioni: da studente, ascoltare e vedere interpretati dal vivo quegli stessi testi che, per mesi, abbiamo tradotto e analizzato a scuola è stata la conclusione perfetta di questo quarto anno. 

Frequentare il Liceo Classico può spesso dare l’impressione di rimanere confinati in una dimensione astratta, ma esperienze come questa dimostrano l’esatto contrario: le parole che leggiamo sui libri non sono formule polverose né reperti cristallizzati nel tempo, ma frammenti di vita.

Inoltre, abbiamo percepito l’assoluta attualità del teatro e del mito: le inclinazioni, le passioni, la natura più intrinseca dell’uomo non cambiano nel tempo, nemmeno a distanza di millenni e questo è impressionante. Pensare che ancora oggi ci commuoviamo di fronte ad una rappresentazione tragica e ridiamo di fronte ad una comica, esattamente allo stesso modo di come facevano i nostri antenati nel V secolo a.C., mi lascia sgomenta.

C’è un neologismo inventato dallo scrittore Koenig (che scrive con l’obiettivo di dare un nome alle più particolari e oscure sfumature delle emozioni umane), che credo spieghi perfettamente questa sensazione: sonder. Tradurre la parola è complesso, ma la si può definire come l’improvvisa presa di consapevolezza che ogni singolo essere umano che ha vissuto, vive e vivrà sulla Terra possiede una vita profonda e indipendente proprio come la nostra. E in fondo, quindi, anche piuttosto simile alla nostra. 

Mi sono sentita estremamente vicina a persone vissute all’incirca 2500 anni fa e a personaggi e storie costruiti su così antichi modelli di vita. 

Seduta su quelle gradinate vecchie di secoli, che hanno ospitato decine di spettatori e resistito al tempo e alla natura, ho provato esattamente questo: la vertigine di sentirmi piccola ma, contemporaneamente, parte di qualcosa di immenso, universale ed eterno.

Eliminare il fast fashion per comprare in modo più consapevole

di Maria Sole Venturino, 2B

Al giorno d’oggi molte persone sono vittime del fast fashion, del desiderio cioé di essere sempre alla moda e al passo con i tempi, anche rinunciando alla qualità di tagli e tesuti. Ma è davvero necessario comprare vestiti dalle grandi industrie per riuscire in questo intento? O ci sono molti altri metodi più sostenibili e meno dannosi per il nostro pianeta?

Il concetto di fast fashion, che è chiamato anche moda veloce, è caratterizzato da una produzione e un consumo molto rapidi con la realizzazione di capi di abbigliamento in grandi quantità e a basso costo, di conseguenza con un ciclo di vita molto breve. Le aziende creano nuove collezioni quasi ogni settimana e meno dell’1% dei vestiti vecchi viene riciclato.

Il fast fashion comporta a gravi impatti ambientali creando quindi inquinamento per il nostro pianeta. In questo modo fare shopping non si basa su bisogni reali, ma su una continua ricerca della novità, infatti molti dei vestiti prodotti da queste grandi industrie, anche se inizialmente possono sembrare entusiasmanti, in poco tempo perdono il loro fascino.

Proprio per questo l’obiettivo di abbandonare il fast fashion nasce dal desiderio di comprare vestiti che duri nel tempo, che non impattino sul pianeta e che siano creati con materiali di buona qualità, perché molti dei vestiti delle grandi industrie sono spesso in poliestere, cioé un materiale molto dannoso perché impiega diversi anni a decomporsi.

Lo slow fashion è la risposta 

Scegliere lo slow fashion significa comprare in modo più consapevole: per esempio recandosi nei negozi che rivendono vestiti di seconda mano, oppure in negozi vintage, dove si possono trovare moltissimi articoli differenti tra loro. Si può anche comprare su siti web che adottano pratiche più sostenibili, come per esempio  ECOALF, un marchio che propone alternative eco-friendly come l’uso di materiali riciclati. ECOALF propone inoltre un progetto innovativo e molto ambizioso: ovvero quello di recuperare i rifiuti marini del mare, con l’aiuto dei pescatori, e dargli una seconda vita. È un progetto nato in Spagna nel 2015, ma che ad oggi si è esteso a diversi paesi come Thailandia, Grecia, Italia, Francia ed Egitto. Oltre a dare una seconda vita ai rifiuti riescono anche a contribuire nella pulizia degli oceani. I rifiuti vengono recuperati, poiché rimangono incastrati nelle reti dei pescatori, vengono poi depositati e trasportati negli impianti appositi, in cui vengono convertiti in materiali riutilizzabili.

Questi sono solo alcuni degli esempi su come si possa fare shopping in modo più responsabile.

Se ognuno di noi mette in pratica diverse abitudini, come comprare solo ciò di cui si ha veramente bisogno, riciclare e riutilizzare i vestiti si riuscirà comunque ad avere un abbigliamento alla moda, preservando il pianeta.

Dal “giocattolo per ricchi” all’icona italiana: viaggio nel Centro Storico Fiat di Torino

di Elena Traverso, 2B 

“Un giocattolo per ricchi, o una moda passeggera”. Così veniva definita l’automobile agli inizi del Novecento. L’equivalente di trecentomila euro per un’automobile che andava a passo d’uomo. Eppure qualcuno la comprò. È da questa curiosità che prende avvio la storia della Fiat, raccontata tra le mura del suo archivio storico a Torino.

Dalle officine all’impero industriale

Il centro storico Fiat di Torino rappresenta uno dei luoghi simbolo dell’industria automobilistica italiana:  offre ai visitatori un percorso attraverso la collezione permanente dei diversi modelli che ne hanno fatto la storia. L’edificio che oggi ospita l’archivio storico fu la prima sede della Fiat, fondata nel 1899. Attraverso fotografie, manifesti, modelli e documenti originali, il museo racconta la nascita dell’automobile e la crescita di un’azienda destinata a diventare protagonista dello sviluppo industriale italiano All’inizio la costruzione delle automobili era interamente artigianale e i costi erano elevatissimi. Ben presto, però, Fiat ampliò la propria attività producendo non solo automobili, ma anche motori per camion, trattori, motoscafi e aerei, diventando un punto di riferimento per molti settori dei trasporti.

La pubblicità come arte

Uno degli aspetti più interessanti della visita riguarda la comunicazione. Per convincere il pubblico ad acquistare un prodotto così innovativo non bastava costruire buone automobili: bisognava anche raccontarle. Nacquero così le prime campagne pubblicitarie. In un’epoca in cui la figura del grafico pubblicitario non era ancora definita, furono artisti affermati a realizzare manifesti destinati a promuovere il marchio. Tra questi spicca il nome di Plinio Codognato, autore di celebri opere pubblicitarie.

Anche le corse automobilistiche e i saloni dell’auto divennero strumenti fondamentali per dimostrare l’affidabilità dei veicoli e conquistare la fiducia dei potenziali clienti. In quegli anni Fiat collaborava inoltre con aziende importanti come Pirelli e iniziò a sperimentare nuove soluzioni tecniche, tra cui l’aerodinamica, che cambiò profondamente l’aspetto delle vetture.

Dante Giacosa: l’uomo che inventò la 500

Il museo dedica uno spazio speciale a Dante Giacosa,  uno tra i più grandi progettisti della Fiat, considerato l’artefice dei modelli più famosi, tra cui la 500 e la 600, automobili che contribuirono alla motorizzazione di milioni di famiglie.

Comunicare in tempo di guerra

La visita mostra inoltre come Fiat abbia saputo adattare la propria comunicazione ai diversi momenti storici. I manifesti degli anni Trenta e Quaranta riflettono il clima politico dell’epoca, mentre nel dopoguerra la grafica pubblicitaria assunse uno stile più moderno ed essenziale. Particolarmente interessante è il caso della Balilla: pur essendo un modello relativamente economico, veniva presentata attraverso immagini eleganti e raffinate per trasmettere un’idea di prestigio e qualità.

Il primo manifesto Fiat fu commissionato a Giovanni Battista Carpanetto   e rappresenta una coppia di eleganti signori a bordo di una vettura ancora molto simile a una carrozza. In Italia, tra fine Ottocento e inizio Novecento, esistevano circa 164 case automobilistiche e farsi spazio tra queste promuovendo i propri modelli era fondamentale per la crescita della propria produzione. Particolarmente interessante è il caso della Balilla: pur essendo un modello relativamente economico, veniva presentata attraverso immagini eleganti e raffinate per trasmettere un’idea di prestigio e qualità.

Un altro elemento importante emerso durante la visita è l’attenzione dedicata alla formazione dei lavoratori. Fiat investiva infatti nell’istruzione dei giovani operai attraverso scuole professionali e percorsi di specializzazione, preparando personale qualificato per le esigenze dell’industria.

Il Centro Storico Fiat non racconta soltanto la storia di un’azienda, ma anche quella dell’innovazione italiana. La mostra ricorda come le tecnologie che oggi consideriamo normali siano nate grazie al coraggio di imprenditori, ingegneri e clienti che hanno creduto in un’invenzione ancora tutta da scoprire. Comprendere il passato dell’automobile significa anche capire meglio le sfide della mobilità del futuro.

 

 Symbios: una “climate positive car” porta il nostro liceo alla finale di Varese

di Christian Giannini, Giovanni Agosti,  Leonardo Crucioli, classe 5B , Manuel dal Bianco, 5H ed Emanuele de Ferrari, classe 5I

Trasformare un’idea innovativa in un progetto imprenditoriale concreto e arrivare tra i finalisti di una competizione che coinvolge circa 3.000 studenti. È l’esperienza vissuta da un gruppo interclasse del nostro liceo che ha partecipato al progetto di Formazione Scuola-Lavoro “La mia impresa, il mio futuro”, promosso dalla Fondazione Sodalitas.

Qui il video di presentazione del progetto

L’iniziativa, che coinvolge migliaia di studenti provenienti da scuole della Lombardia, del Piemonte e della Liguria, ha l’obiettivo di avvicinare i giovani al mondo del lavoro, dell’imprenditorialità e della sostenibilità, insegnando come trasformare un’idea in una start-up attraverso attività formative e incontri con professionisti del settore.

Il percorso prevedeva tre incontri durante i quali alcuni ex imprenditori ci hanno spiegato come nasce una start-up, come si sviluppa un business plan e come sia possibile trasformare un’intuizione in qualcosa di concreto e realizzabile. L’esperienza ci ha fatto riflettere sul valore dell’innovazione, della sostenibilità e soprattutto sull’importanza del lavoro di squadra. Al termine del percorso, infatti, gli studenti sono stati suddivisi in gruppi e ciascuno ha dovuto presentare una propria idea imprenditoriale.

Tra tutte le scuole partecipanti sono stati selezionati 63 progetti finalisti da presentare alla cerimonia conclusiva di Varese. Tra questi c’era anche quello del nostro gruppo.

La nostra start-up si chiama Symbìos ed è basata sul concetto di una nuova climate-positive car, un veicolo capace non solo di ridurre l’inquinamento, ma anche di migliorare l’ambiente circostante. Il progetto prevede un’auto in grado di generare energia durante il movimento grazie a sistemi innovativi come ruote generative, pannelli fotovoltaici e dispositivi per il recupero energetico. La carrozzeria è inoltre progettata per raccogliere e filtrare l’aria urbana, contribuendo a eliminare parte delle sostanze inquinanti presenti nelle città.

 

Un altro aspetto chiave del progetto è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per gestire in tempo reale il consumo energetico del veicolo, la filtrazione dell’aria e l’ottimizzazione delle prestazioni. L’obiettivo di Symbios è trasformare l’automobile da semplice mezzo di trasporto a vera e propria infrastruttura ambientale mobile, capace di produrre energia e contribuire al miglioramento della qualità dell’aria urbana.

Dopo la selezione, la mattina del 28 maggio siamo partiti per Varese, dove si è svolta la cerimonia finale. Durante l’evento abbiamo assistito alla presentazione e alla premiazione delle migliori start-up tra quelle selezionate. La parte più significativa dell’esperienza, però, non è stata tanto la giornata finale quanto il percorso svolto insieme ai professionisti di Fondazione Sodalitas. Abbiamo imparato in modo pratico come funziona il mondo dell’imprenditoria, come costruire un progetto credibile e quanto sia importante sviluppare un’idea in maniera strutturata e realistica.

Un’esperienza che ci ha permesso di avvicinarci a un mondo spesso poco approfondito a scuola, facendoci capire come creatività, impegno e collaborazione siano elementi fondamentali per trasformare un’idea innovativa in un progetto concreto.

La nostra start-up si chiama Symbios ed è basata sul concetto di una nuova “climate-positive car” che possa non solo ridurre l’inquinamento ma migliorare l’ambiente circostante. Il progetto prevede un’auto in grado di generare energia mentre è in movimento grazie a sistemi innovativi come ruote generative, pannelli fotovoltaici e recupero di energia. Inoltre la carrozzeria è concepita per raccogliere e filtrare l’aria urbana, eliminando parte delle sostanze inquinanti presenti nelle città. Un altro aspetto chiave del progetto è stato l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per gestire in tempo reale il consumo energetico del veicolo, la filtrazione dell’aria e l’ottimizzazione delle prestazioni. L’obiettivo principale di Symbios è trasformare l’auto da semplice mezzo di trasporto in una vera e propria infrastruttura ambientale mobile, in grado di produrre energia e contribuire al miglioramento della qualità dell’aria urbana.

Dopo la selezione,la mattina del 28 maggio, siamo andati a Varese dove si sarebbe tenuta la cerimonia finale. Durante l’evento abbiamo assistito alla presentazione e alla premiazione delle migliori start-up tra quelle selezionate. È stata sicuramente una giornata interessante, ma la parte più importante dell’esperienza non è stata tanto il viaggio o la premiazione ma piuttosto il percorso che abbiamo fatto con i professionisti di Sodalitas. Abbiamo infatti imparato in modo pratico come funziona il mondo dell’imprenditoria, come costruire un progetto credibile e quanto sia importante saper sviluppare un’idea in modo strutturato e realistico. Ci ha permesso di avvicinarci a un mondo che spesso non viene trattato abbastanza a scuola, facendoci capire come creatività, impegno e collaborazione siano elementi fondamentali per realizzare qualcosa di innovativo.