Dal “giocattolo per ricchi” all’icona italiana: viaggio nel Centro Storico Fiat di Torino

di Elena Traverso, 2B 

“Un giocattolo per ricchi, o una moda passeggera”. Così veniva definita l’automobile agli inizi del Novecento. L’equivalente di trecentomila euro per un’automobile che andava a passo d’uomo. Eppure qualcuno la comprò. È da questa curiosità che prende avvio la storia della Fiat, raccontata tra le mura del suo archivio storico a Torino.

Dalle officine all’impero industriale

Il centro storico Fiat di Torino rappresenta uno dei luoghi simbolo dell’industria automobilistica italiana:  offre ai visitatori un percorso attraverso la collezione permanente dei diversi modelli che ne hanno fatto la storia. L’edificio che oggi ospita l’archivio storico fu la prima sede della Fiat, fondata nel 1899. Attraverso fotografie, manifesti, modelli e documenti originali, il museo racconta la nascita dell’automobile e la crescita di un’azienda destinata a diventare protagonista dello sviluppo industriale italiano All’inizio la costruzione delle automobili era interamente artigianale e i costi erano elevatissimi. Ben presto, però, Fiat ampliò la propria attività producendo non solo automobili, ma anche motori per camion, trattori, motoscafi e aerei, diventando un punto di riferimento per molti settori dei trasporti.

La pubblicità come arte

Uno degli aspetti più interessanti della visita riguarda la comunicazione. Per convincere il pubblico ad acquistare un prodotto così innovativo non bastava costruire buone automobili: bisognava anche raccontarle. Nacquero così le prime campagne pubblicitarie. In un’epoca in cui la figura del grafico pubblicitario non era ancora definita, furono artisti affermati a realizzare manifesti destinati a promuovere il marchio. Tra questi spicca il nome di Plinio Codognato, autore di celebri opere pubblicitarie.

Anche le corse automobilistiche e i saloni dell’auto divennero strumenti fondamentali per dimostrare l’affidabilità dei veicoli e conquistare la fiducia dei potenziali clienti. In quegli anni Fiat collaborava inoltre con aziende importanti come Pirelli e iniziò a sperimentare nuove soluzioni tecniche, tra cui l’aerodinamica, che cambiò profondamente l’aspetto delle vetture.

Dante Giacosa: l’uomo che inventò la 500

Il museo dedica uno spazio speciale a Dante Giacosa,  uno tra i più grandi progettisti della Fiat, considerato l’artefice dei modelli più famosi, tra cui la 500 e la 600, automobili che contribuirono alla motorizzazione di milioni di famiglie.

Comunicare in tempo di guerra

La visita mostra inoltre come Fiat abbia saputo adattare la propria comunicazione ai diversi momenti storici. I manifesti degli anni Trenta e Quaranta riflettono il clima politico dell’epoca, mentre nel dopoguerra la grafica pubblicitaria assunse uno stile più moderno ed essenziale. Particolarmente interessante è il caso della Balilla: pur essendo un modello relativamente economico, veniva presentata attraverso immagini eleganti e raffinate per trasmettere un’idea di prestigio e qualità.

Il primo manifesto Fiat fu commissionato a Giovanni Battista Carpanetto   e rappresenta una coppia di eleganti signori a bordo di una vettura ancora molto simile a una carrozza. In Italia, tra fine Ottocento e inizio Novecento, esistevano circa 164 case automobilistiche e farsi spazio tra queste promuovendo i propri modelli era fondamentale per la crescita della propria produzione. Particolarmente interessante è il caso della Balilla: pur essendo un modello relativamente economico, veniva presentata attraverso immagini eleganti e raffinate per trasmettere un’idea di prestigio e qualità.

Un altro elemento importante emerso durante la visita è l’attenzione dedicata alla formazione dei lavoratori. Fiat investiva infatti nell’istruzione dei giovani operai attraverso scuole professionali e percorsi di specializzazione, preparando personale qualificato per le esigenze dell’industria.

Il Centro Storico Fiat non racconta soltanto la storia di un’azienda, ma anche quella dell’innovazione italiana. La mostra ricorda come le tecnologie che oggi consideriamo normali siano nate grazie al coraggio di imprenditori, ingegneri e clienti che hanno creduto in un’invenzione ancora tutta da scoprire. Comprendere il passato dell’automobile significa anche capire meglio le sfide della mobilità del futuro.

 

 Symbios: una “climate positive car” porta il nostro liceo alla finale di Varese

di Christian Giannini, Giovanni Agosti,  Leonardo Crucioli, classe 5B , Manuel dal Bianco, 5H ed Emanuele de Ferrari, classe 5I

Trasformare un’idea innovativa in un progetto imprenditoriale concreto e arrivare tra i finalisti di una competizione che coinvolge circa 3.000 studenti. È l’esperienza vissuta da un gruppo interclasse del nostro liceo che ha partecipato al progetto di Formazione Scuola-Lavoro “La mia impresa, il mio futuro”, promosso dalla Fondazione Sodalitas.

Qui il video di presentazione del progetto

L’iniziativa, che coinvolge migliaia di studenti provenienti da scuole della Lombardia, del Piemonte e della Liguria, ha l’obiettivo di avvicinare i giovani al mondo del lavoro, dell’imprenditorialità e della sostenibilità, insegnando come trasformare un’idea in una start-up attraverso attività formative e incontri con professionisti del settore.

Il percorso prevedeva tre incontri durante i quali alcuni ex imprenditori ci hanno spiegato come nasce una start-up, come si sviluppa un business plan e come sia possibile trasformare un’intuizione in qualcosa di concreto e realizzabile. L’esperienza ci ha fatto riflettere sul valore dell’innovazione, della sostenibilità e soprattutto sull’importanza del lavoro di squadra. Al termine del percorso, infatti, gli studenti sono stati suddivisi in gruppi e ciascuno ha dovuto presentare una propria idea imprenditoriale.

Tra tutte le scuole partecipanti sono stati selezionati 63 progetti finalisti da presentare alla cerimonia conclusiva di Varese. Tra questi c’era anche quello del nostro gruppo.

La nostra start-up si chiama Symbìos ed è basata sul concetto di una nuova climate-positive car, un veicolo capace non solo di ridurre l’inquinamento, ma anche di migliorare l’ambiente circostante. Il progetto prevede un’auto in grado di generare energia durante il movimento grazie a sistemi innovativi come ruote generative, pannelli fotovoltaici e dispositivi per il recupero energetico. La carrozzeria è inoltre progettata per raccogliere e filtrare l’aria urbana, contribuendo a eliminare parte delle sostanze inquinanti presenti nelle città.

 

Un altro aspetto chiave del progetto è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per gestire in tempo reale il consumo energetico del veicolo, la filtrazione dell’aria e l’ottimizzazione delle prestazioni. L’obiettivo di Symbios è trasformare l’automobile da semplice mezzo di trasporto a vera e propria infrastruttura ambientale mobile, capace di produrre energia e contribuire al miglioramento della qualità dell’aria urbana.

Dopo la selezione, la mattina del 28 maggio siamo partiti per Varese, dove si è svolta la cerimonia finale. Durante l’evento abbiamo assistito alla presentazione e alla premiazione delle migliori start-up tra quelle selezionate. La parte più significativa dell’esperienza, però, non è stata tanto la giornata finale quanto il percorso svolto insieme ai professionisti di Fondazione Sodalitas. Abbiamo imparato in modo pratico come funziona il mondo dell’imprenditoria, come costruire un progetto credibile e quanto sia importante sviluppare un’idea in maniera strutturata e realistica.

Un’esperienza che ci ha permesso di avvicinarci a un mondo spesso poco approfondito a scuola, facendoci capire come creatività, impegno e collaborazione siano elementi fondamentali per trasformare un’idea innovativa in un progetto concreto.

La nostra start-up si chiama Symbios ed è basata sul concetto di una nuova “climate-positive car” che possa non solo ridurre l’inquinamento ma migliorare l’ambiente circostante. Il progetto prevede un’auto in grado di generare energia mentre è in movimento grazie a sistemi innovativi come ruote generative, pannelli fotovoltaici e recupero di energia. Inoltre la carrozzeria è concepita per raccogliere e filtrare l’aria urbana, eliminando parte delle sostanze inquinanti presenti nelle città. Un altro aspetto chiave del progetto è stato l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per gestire in tempo reale il consumo energetico del veicolo, la filtrazione dell’aria e l’ottimizzazione delle prestazioni. L’obiettivo principale di Symbios è trasformare l’auto da semplice mezzo di trasporto in una vera e propria infrastruttura ambientale mobile, in grado di produrre energia e contribuire al miglioramento della qualità dell’aria urbana.

Dopo la selezione,la mattina del 28 maggio, siamo andati a Varese dove si sarebbe tenuta la cerimonia finale. Durante l’evento abbiamo assistito alla presentazione e alla premiazione delle migliori start-up tra quelle selezionate. È stata sicuramente una giornata interessante, ma la parte più importante dell’esperienza non è stata tanto il viaggio o la premiazione ma piuttosto il percorso che abbiamo fatto con i professionisti di Sodalitas. Abbiamo infatti imparato in modo pratico come funziona il mondo dell’imprenditoria, come costruire un progetto credibile e quanto sia importante saper sviluppare un’idea in modo strutturato e realistico. Ci ha permesso di avvicinarci a un mondo che spesso non viene trattato abbastanza a scuola, facendoci capire come creatività, impegno e collaborazione siano elementi fondamentali per realizzare qualcosa di innovativo.

L’immagine come potente strumento di influenza culturale

di Ludovica Dufour, 2B

Fin dall’inizio della sua storia il cinema ha avuto un ruolo chiave nel veicolare messaggi e guidare i punti di vista : anche quando l’immagine che ci viene proposta sembra semplice e elementare, in realtà nasconde qualcosa di più. Si è discusso proprio riguardo a questo tema lo scorso 22 aprile nell’aula magna del Liceo D’Oria, insieme al professor Pier Maria Bocchi, docente all’Università di Pavia e critico cinematografico.

Durante l’incontro ci siamo soprattutto soffermati su come il cinema sia e sia stato uno strumento di potere, capace di influenzare intere generazioni. Ne è un esempio il “male gaze“, lo sguardo maschile: dagli anni ’50 del Novecento, in ambito pubblicitario e cinematografico, la figura femminile è stata posta al centro dell’inquadratura, per essere osservata e desiderata dall’occhio dell’uomo bianco eterosessuale, e non per trasmettere una sua storia. La donna divenne un oggetto visivo atto a vendere un prodotto, come una doccia o un film: il professor Bocchi ha preso come riferimento il lungometraggio “Niagara” di Henry Hathaway, in cui la celeberrima attrice Marilyn Monroe, famosa per la sua bellezza, venne posta al centro della locandina, in un atteggiamento sensuale e ammiccante verso l’osservatore. Anche nelle riprese si evidenzia la bellezza del personaggio interpretato da Marilyn, attraverso colori accesi o inquadrature studiate a rendere desiderabile la sua figura.

Niagara (1953) - IMDb

Locandina del film “Niagara”

Col tempo però il cinema ha anche saputo far fronte a nuove idee e orientamenti, dimostrandosi portavoce delle minoranze emergenti. Alla fine degli anni ’60 infatti iniziò il processo di rivendicazione dei propri diritti da parte della comunità LGBT, che fu accompagnato da un conseguente cambiamento della cinematografia. I personaggi gay e non conformi all’idea etero-normativa, un tempo ridicolizzate e patologizzati, ottennero ruoli da protagonisti positivi. Tra i film appartenenti a questa rivoluzione troviamo “The Rocky Horror Picture Show” di Jim Sharman, “Paris is burning” di Jennie Livingston, “Emilia Perez” di Jacques Audiard…

Rocky Horror Picture Show 40th Anniversary“The Rocky Horror Picture Show”

Quello dell’identità di genere è un tema delicato e  gli stereotipi e le discriminazioni sono sfortunatamente all’ordine del giorno; sebbene indubbiamente da solo non possa fare la differenza, il cinema, grazie all’immenso potere che hanno le immagini, ha l’opportunità di contribuire nel processo di superamento dei pregiudizi e delle barriere culturali che alimentano le discriminazioni.

“Come fare cose con le parole”: il Certamen Classicum Philosophicum

di Giovanni Porceddu, 4^B

 

Nel mese di aprile ho partecipato alla V edizione del “Certamen Classicum Philosophicum”, ospitato dal Liceo Classico e Musicale Cavour di Torino ed organizzato  dal professor Luca Pucci, affiancato dal collega Francesco Pelliccio.  Si tratta di una competizione nazionale che si incentra, di anno in anno, su diversi argomenti di carattere etico-comportamentale, sociale ed esperienziale, divisa nelle categorie di greco, latino e filosofia/cultura. Il tema di quest’anno, “Come fare cose con le parole. I poteri del linguaggio tra retorica, filosofia e sociologia”, deve il proprio titolo all’omonima raccolta di lezioni tenute da J.L. Austin ad Harvard nel 1955, un testo fondamentale per la filosofia del linguaggio del Novecento.

Raccolta di lezioni tenute da Austin ad Harvard nel 1955

Chi sceglie di cimentarsi con greco e latino traduce una versione e scrive un breve commento. Chi, invece, affronta la prova di filosofia/cultura, produce un elaborato piuttosto libero, a partire dal commento di alcuni passi scelti fra i più importanti testi filosofici dalla Grecia classica all’età umanistico-rinascimentale.

 

Nei mesi precedenti la competizione si è svolto un ciclo di lezioni tenute da professori universitari e di laboratori relativi. Ho apprezzato soprattutto la conferenza dello storico della filosofia Federico Maria Petrucci (UniTo), dal titolo: “Un discorso policefalo: filosofia e persuasione nel mito di Platone”. Il professore ha evidenziato la presenza, all’interno di alcune opere del filosofo greco, di discorsi di carattere retorico, contenenti messaggi tecnici rivestiti di un mantello letterario. L’analisi si è incentrata in particolar modo sul dialogo “Timeo”, nel quale, alla luce dell’inevitabile scissione esistente fra linguaggio e realtà, non si esclude l’ipotesi che il filosofo, per parlare a chi non è in grado di cogliere il vero, possa addirittura utilizzare la menzogna. In questa prospettiva viene meno la superiorità del λόγος rispetto al μῦϑος, dal momento che l’obiettivo del parlante non è la totale aderenza alla realtà, irrealizzabile per i limiti strutturali del linguaggio stesso, ma la trasmissione efficace di conoscenze e valori, secondo metodi discorsivi adatti all’interlocutore.

Io ho partecipato nella sezione di filosofia/cultura. I brani proposti erano estratti del “Fedro” di Platone, della “Retorica” di Aristotele, delle “Lettere a Lucilio” di Seneca e delle “Confessioni” di Sant’Agostino. Ho individuato un processo di progressivo svincolamento del linguaggio dalla realtà: se in Platone le parole devono contenere almeno in parte la verità per poterla rievocare, per il padre della patristica il linguaggio è un semplice sistema di segni che il bambino impara ad associare ad oggetti fisici per poter entrare a far parte del mondo degli adulti. Nel libro I delle “Confessioni” Agostino attribuisce anche rilevanza al contesto in cui avviene la comunicazione: tale riflessione mi ha permesso di collegarmi all’attualità, evidenziando come spesso si verifichi il processo contrario, per cui la parola modifica la realtà sociale in cui viene proferita.

Sono stato accompagnato dalla professoressa Dolcino il giorno precedente le prove, che abbiamo sostenuto nell’Aula Magna del Liceo Cavour il mattino del 14 aprile. Il pomeriggio stesso alcuni studenti ci hanno guidato in una visita del centro di Torino, e alla sera abbiamo potuto assistere ad un concerto degli alunni delle sezioni musicali del liceo ospitante.

Il 15 aprile, prima delle premiazioni, si è tenuta una “Tavola rotonda”: sulla questione del linguaggio sono intervenuti tre esperti dagli interessi e campi d’indagine più disparati, stimolando le domande e le osservazioni del pubblico. Per primo, il neuroscienziato Andrea Marini (UniUd) ha analizzato la comunicazione umana dal punto di vista neurale. Poi il professore di filosofia e teoria dei linguaggi Alessandro Prato (UniSi) ha indagato l’origine della retorica, facendo particolare riferimento ad Aristotele. Infine la docente di greco e latino del Liceo Parini di Milano Laura Suardi ha dimostrato la simultanea eleganza e forza tagliente della politica retorica classica, concentrandosi soprattutto sulla figura di Pericle.

A prescindere dal primo posto ottenuto, la partecipazione al “Certamen Classicum Philosphicum” è stata un’importante esperienza culturale e umana, oltre che un’occasione di confronto con ragazzi provenienti da realtà molto diverse. Ho potuto inoltre fare esperienza del metodo accademico, sia durante la “Tavola rotonda”, sia nel corso dei mesi precedenti la competizione.

Ho apprezzato molto la possibilità di affrontare argomenti nuovi e approfondire la conoscenza di filosofi già studiati, nonché la costante richiesta di una rielaborazione critica dei contenuti, all’interno del loro contesto storico-culturale ed in chiave contemporanea.

 

 

Creature di un sol giorno: filosofia, Grecia e modernità nell’incontro con Mauro Bonazzi

di Matias Di Giacomo, Maria Giovanna Lauria, Eleonora Malatesta, Alice Moscatelli, Beatrice Pincelli, Giulia Portalupi, Chiara Ravaschio, 3B

In un’epoca segnata da grandi cambiamenti e da un rapido sviluppo tecnologico, può sembrare che le domande più profonde sull’esistenza passino in secondo piano. Eppure, proprio nei momenti di incertezza, torna il bisogno di confrontarsi con i classici e con la filosofia, discipline che da secoli indagano la condizione umana. L’incontro con il professor Mauro Bonazzi, autore del saggio “Creature di un sol giorno. I Greci e il mistero dell’esistenza ”, ci ha offerto l’occasione per riflettere su questi temi, partendo dal mondo greco fino ad arrivare alle sfide del presente.

Come le foglie”. L’incontro si è aperto sulla visione omerica della vita umana: Omero considera l’essere umano  fragile, come si evidenzia nella metafora delle foglie presente nel libro VI dell’Iliade: il confronto tra Glauco e Diomede diventa anche occasione per una riflessione esistenziale sulla precarietà della condizione umana e le generazioni degli uomini sono paragonate alle foglie che cadono dagli alberi dopo aver vissuto una vita breve, effimera, e di stagione in stagione si succedono incessantemente. E allora come dare valore alla nostra esistenza?

La ricerca di senso. Per i Greci agire era fondamentale poiché rappresentava il modo per dimostrare il proprio valore e conquistare con la fama una forma di immortalità,  sconfiggendo simbolicamente la morte. A primo impatto gli eroi omerici sembravano combattere per il bottino di guerra, ma in realtà quello era solo un mezzo per misurare la propria τιμή, l’onore. Il fine ultimo nella cosiddetta “civiltà della vergogna”  era, invece, la conquista del κλέος, la gloria. Ma perché? Perché la gloria permetteva di dare un senso alla loro vita: non rendeva immortali o incorruttibili, ma consentiva loro di essere ricordati, dimostrando che la propria esistenza non era stata vana. Tutta la civiltà greca, da Omero a Pericle, è attraversata da questo desiderio di affermarsi attraverso l’azione. Achille, che avrebbe potuto vivere una vita lunga e tranquilla, scelse invece di combattere a Troia per ottenere la gloria e dimostrare il proprio valore. Quindi, l’obiettivo che ciascuno doveva perseguire era trovare un modo per non essere dimenticato: solo così la propria esistenza avrebbe acquisito un significato. In epoche successive i Greci hanno riflettuto sull’esigenza di comprendere la realtà “Agire o conoscere?” si chiedevano. E riconoscendosi nella propria incompletezza, hanno continuato a farsi domande: in questo, secondo il nostro autore, “sta la cifra più autentica del mondo antico”.

L’importanza delle “humanae litterae”. Al professore è stato poi domandato da uno degli studenti quale ruolo abbia oggi la filosofia nel mondo della digitalizzazione e se studiare le materie umanistiche abbia ancora un senso. Il vero quesito da porsi, secondo Bonazzi, è un altro: una società può permettersi di vivere senza studi umanistici? Queste materie si occupano di qualcosa che non si può comprendere studiando solo altre discipline: la capacità di distinguere il  Bene e dal Male. Viviamo in un’epoca caratterizzata da una potenza e uno sviluppo tecnologico, scientifico e informatico mai visti prima, eppure pochi sembrano porsi il problema di dove stia il limite e di chi debba stabilirlo. Il professore ha citato numerosi esempi di innovazioni, come la chirurgia plastica o l’editing genetico, nati originariamente con lo scopo di curare malattie ma che, con il passare degli anni, sono stati utilizzati anche a fini estetici e commerciali. Può questo essere considerato giusto o sbagliato? Non c’è una risposta univoca. Vale però la pena discuterne, perché ormai si dà per scontato che il progresso scientifico sia sempre positivo e necessario.

Grazie a questo lettura e a questo incontro abbiamo compreso che le domande spesso sono più importanti delle risposte e che proprio nella nostra mortalità risiedono la forza e il senso della nostra esistenza.

Siamo eroici proprio nella nostra fragilità ostinata, per questa capacità di non arrenderci, di continuare a porci domande, tentando di fare ordine nel mondo e in noi stessi, con le azioni e con i pensieri”.

 

Ma è davvero “naturale”? La risposta di Telmo Pievani

di Matilde Procopio e Maria Sole Venturino, 2B

Se ciò che chiamiamo “naturale” viene usato per giustificare guerre, disuguaglianze e comportamenti umani, siamo davvero sicuri che “seguire la natura” sia sempre la cosa giusta… oppure è solo il modo più comodo per evitare di interrogarci sulle nostre responsabilità?

Un interrogativo stimolante che ci siamo posti venerdì 27 Marzo, quando nella suggestiva sede di Palazzo Ducale, abbiamo assistito a una conferenza tenuta da Telmo Pievani nell’ambito degli eventi previsti dalla manifestazione La storia in piazza

Filosofo della scienza, saggista, divulgatore, professore presso l'università degli Studi di Padova e visiting scientist presso l'American Museum of Natural History di New York. Dal 2017 fino al 2019 è stato presidente della Società Italiana di Biologia Evoluzionistica.
Filosofo della scienza, saggista, divulgatore, professore presso l’università degli Studi di Padova.

A noi e ad altre classi di diverse scuole di Genova è stata data la possibilità di partecipare alla conferenza intitolata “Siamo tutti contro-natura”.

Il titolo già suggerisce l’argomento principale dell’incontro, ovvero il rapporto tra uomo e natura e come quest’ultima possa essere interpretata da diversi punti di vista. Fin dall’inizio, Telmo Pievani ha evidenziato quanto l’aggettivo “naturale” sia ambiguo e spesso ideologico. Quando parliamo di “famiglia naturale” o di “guerra come istinto naturale”, cosa intendiamo davvero? Che qualcosa è giusto perché esiste da sempre? Questo modo di pensare è pericoloso: in natura esiste anche la violenza, ma ciò non significa che sia un modello da seguire. Confondere “naturale” con “giusto” o “normale” è un errore profondamente radicato nella nostra cultura.

Vediamo lo stesso equivoco anche nel linguaggio quotidiano e sui social, dove spesso si sostiene che alcune azioni umane, come la guerra, siano “nel nostro DNA”, che vengono fatte per natura, come per cercare di giustificarsi, dicendo che, in fondo, non è tutta colpa nostra. Oppure si parla di eventi, le pandemie, come di una “punizione della natura”. Proprio per queste ragioni, Pievani ha messo in discussione l’uso di questa parola: “naturale” non è una spiegazione, ma spesso un modo superficiale e fuorviante di interpretare la realtà.

Allo stesso modo, non esiste una natura umana fissa o determinata. Pievani ci spiega che, seguendo le intuizioni di Charles Darwin, l’essere umano non è programmato per essere né violento né cooperativo, ma possiede entrambe le possibilità, in un equilibrio dinamico tra egoismo e collaborazione. Un ruolo fondamentale è svolto dalla cultura, che modula persino i nostri meccanismi biologici. Lo dimostra, ad esempio, un esperimento condotto a New York, in cui le reazioni di paura verso il “diverso” vengono attivate automaticamente ma poi corrette dal cervello, e possono addirittura scomparire se il volto è familiare: “natura e cultura non sono separate, ma profondamente intrecciate!” afferma Pievani.

Fin dalle origini, infatti, gli esseri umani trasformano l’ambiente attraverso la tecnologia, dal fuoco all’agricoltura. Un esempio è la capacità di digerire il latte in età adulta. Questo processo, definito “costruzione di nicchia”, descrive una specie che cambia il proprio ambiente e poi si adatta ai cambiamenti che ha prodotto. Questo modello evolutivo è rappresentato per esempio dal castoro.

Oggi questi cambiamenti riguardano tutto il pianeta: l’attività umana ha modificato profondamente l’ambiente. Un esempio sono le zanzare ormai adattate al microclima della metropolitana di Londra, che mostrano come anche gli ambienti artificiali possano influenzare l’evoluzione. Allo stesso tempo, tecnologie come l’intelligenza artificiale ci costringono ad affermare che gli esseri umani sono capaci di pensare, dubitare e prendere decisioni in modo critico, a differenza delle macchine, che seguono regole precise.

In conclusione, non siamo “contro natura”: siamo parte di una natura in continua evoluzione, che trasformiamo attraverso cultura e tecnologia.

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“Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza”, la Fondazione Carige lancia il suo nuovo progetto

Nella mattinata del 19 marzo la Fondazione Carige ha presentato il suo nuovo progetto “Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” in collaborazione con la Camera di Commercio, con il fine di sensibilizzare i giovani nei confronti della sicurezza a seguito della tragedia di Crans-Montana.

di Virginia Sabatini e Riccardo Veneziani, 3D.

Lorenzo Cuocolo, presidente della Fondazione, ha ospitato Maurizio Caviglia, Segretario Generale della Camera di Commercio di Genova, e l’ingegnere Roberto Orvieto, specializzato in sicurezza antincendio, per il lancio del progetto rivolto alle scuole secondarie di secondo grado, che si basa sulla collaborazione tra gli enti accomunati dal desiderio di agire in prevenzione di eventi terribili come quello avvenuto nel locale “Le Costellation” il primo gennaio del 2026. È proprio durante la riunione straordinaria indetta due giorni dopo l’incendio che sono stati presi due provvedimenti inerenti ad esso. Il primo consiste nell’investimento di 30.000 euro nell’acquisto della bromelina, farmaco utilizzato per la cura di gravi ustioni, donata all’ospedale genovese “Villa Scassi”; il secondo invece riguarda l’iniziativa indirizzata agli studenti, vera protagonista della conferenza.

Ad illustrare più dettagliatamente gli argomenti e le modalità della proposta è stato l’ingegner Orvieto, che innanzitutto ha tenuto a specificare che non si tratterà di lezioni, ma di un trasferimento di esperienze da parte di autorità quali vigili del fuoco, psicologi e tecnici professionisti del settore. Il progetto “Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” prevederà degli incontri, svolti in orario curricolare, dove sarà approfondita la regolamentazione della sicurezza aiutando così i ragazzi a riconoscere situazioni di pericolo all’interno dei locali in modo tale da saperle prevenire. Inoltre verranno fornite le indicazioni per contattare i soccorsi qualora necessario. Orvieto segnala l’utilità dell’applicazione Where Are U, che geolocalizza il dispositivo al momento della chiamata. Gli altri principali aspetti che verranno trattati saranno il comportamento dei materiali soggetti alla combustione e il triangolo del fuoco, i quali saranno esposti dai pompieri, e la reazione emotiva delle persone coinvolte, della quale si occuperanno degli psicologi selezionati.

Il progetto, prima di essere divulgato nelle scuole di Genova e di Imperia, si rivolgerà al Liceo Classico Andrea D’Oria, con il quale la Fondazione collabora da tempo e del quale sono stati invitati degli studenti ad assistere alla presentazione. È infatti intervenuta la preside, Maria Aurelia Viotti, per ringraziare e rimarcare l’importanza della trasmissione di competenze pratiche alle nuove generazioni al fine di fornire loro gli strumenti per proteggersi da eventuali pericoli. Si tratta di un percorso che nasce già come concreto, un provvedimento necessario a seguito di un disastro che ha scosso non solo la Svizzera, ma tutta l’Europa ed anche la stessa città di Genova.

Erano presenti anche altri esponenti delle principali istituzioni a dimostrare il loro sostegno nei confronti dell’iniziativa, come Stefano Balleari, Presidente del Consiglio Regionale della Liguria, che ha portato i saluti del Presidente della Regione Marco Bucci, ed Erica Venturini in rappresentanza del Comune di Genova e della Sindaca Silvia Salis.

Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” arriverà nelle scuole a partire da mercoledì 8 aprile al ritorno dalle vacanze pasquali.

 

Raccontare per emozionare: Tommaso Sacchi e l’arte di avvicinare i giovani alla bellezza

di Silvia Alicata, Camilla De Martini, Iacopo Di Muzio e Agata Reggiardo, 3D

Quante volte si sente dire che i giovani non si interessano alla cultura? Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura di Milano, ribalta questa prospettiva. Ospite il 20 febbraio al Museo Diocesano di Genova per presentare il suo Negli occhi la bellezza. Sedici esperienze tra arte e natura da vivere prima dei 16 anni, Sacchi ha individuato il vero ostacolo nell’atteggiamento del mondo adulto: un “paternalismo” diffuso che spesso allontana i giovani dall’arte e dalla cultura. Questo approccio nasce dalla storia familiare di Sacchi, cresciuto seguendo l’esempio di una madre geografa e autrice il cui lavoro rivolto ai giovani ha ispirato il desiderio di instaurare un dialogo autentico con loro. L’opera pone l’accento sul valore del viaggio inteso come atto di conoscenza e scoperta, sottolineando come l’età dei sedici anni rappresenti una fase cruciale in cui le esperienze vissute possono cambiare radicalmente le prospettive personali.

La scelta dei sedici siti Unesco raccontati nel volume non segue una gerarchia, ma risponde alla volontà di presentare l’Italia come un insieme di forme identitarie capaci di trasformare chi le visita. Tra i casi più sorprendenti, quello di Ivrea emerge come una testimonianza fondamentale di bellezza sociale e civile: definita dall’autore come la Silicon Valley italiana, la città rappresenta il successo del modello industriale e di welfare promosso da Adriano Olivetti.

Attraverso il racconto di questi luoghi, Sacchi invita a riscoprire il viaggio anche nelle sue forme più semplici, come l’utilizzo dei treni regionali per esplorare i territori meno celebrati ma ricchi di storia. 

Durante la presentazione, Sacchi affronta le critiche delle generazioni precedenti, che attribuiscono alle nuove uno scarso interesse per la cultura. Il vero problema, secondo l’assessore alla Cultura di Milano, è invece l’atteggiamento dei più anziani, che pretendono che l’interesse parta spontaneamente dai giovani, senza che nasca da una dimensione di dialogo o di scambio autentico.

Gli interessi dei ragazzi di oggi sono moltissimi e il viaggio è tra i più sentiti. Lo stesso Sacchi lo sa bene: fin da giovane ha esplorato il mondo vivendo emozioni profonde grazie al padre fotoreporter, ed è proprio con l’intenzione di suscitare queste stesse emozioni nei giovani che ha scritto questo libro pensato più come un diario che come una guida di viaggio e come un invito concreto a osservare gli elementi naturalistici, storici e artistici che il nostro paese ha da offrire. Racconta a questo proposito un aneddoto della sua infanzia: il nonno offriva ai nipoti una ricompensa monetaria in cambio di una visita a un museo o a una galleria d’arte, una sorta di “banca della cultura” familiare per avvicinare i giovani all’arte. 

Incontro con gli studenti del Liceo D’Oria, prima della presentazione del libro.

Il cuore del metodo di Sacchi, però, è lo storytelling. Raccontare, non descrivere. Lo dimostra con due esempi concreti: la storia di una tazzina di caffè rimasta su un capitello nel complesso monumentale di Santa Croce dopo un’alluvione a Firenze nel 1966, storia capace di spingere chiunque, il giorno dopo, ad andare a verificare di persona; il motivo per cui Picasso decise di esporre Guernica nella sala delle Cariatidi a Milano, una scelta carica di significato che nessuna descrizione architettonica avrebbe saputo rendere altrettanto viva. La narrazione, insomma, è la chiave per aprire una porta che la didattica tradizionale spesso tiene chiusa.

A questo si affianca un impegno concreto: Sacchi, come assessore, ha sostenuto a Milano una tessera dei musei civici annuale, al costo di soli 15 euro, convinto che l’arte debba diventare un’esperienza quotidiana e non un evento occasionale. L’obiettivo finale è lo stesso del libro: restituire ai giovani lo stupore davanti alla bellezza, e ricordare loro che il viaggio, anche quello più semplice, è uno degli strumenti più potenti per costruire la propria identità. 

Otello: il femminicidio riscritto da Dacia Maraini

di Chiara Scalera Caserza, 2B

In un mondo circondato dalla violenza e dall’indifferenza, il teatro non resta in silenzio.

Otello” nasce proprio dal bisogno di smuovere la coscienza delle persone. È una tragedia scritta da William Shakespeare nel 1603, riadattata poi in chiave moderna da Dacia Maraini, con la regia di Giorgio Pasotti. La rappresentazione è stata messa in scena il 20 e il 21 Gennaio 2026 al Teatro Ivo Chiesa di Genova.

La tragedia parla della vendetta di Iago, adirato perché Otello, un generale moro di Venezia, ha promosso a tenente Cassio a sue spese. Iago insinua nella mente del moro che l’amata moglie Desdemona lo tradisca proprio con Cassio. Per dimostrare ciò, ruba un fazzoletto rosso che Otello aveva regalato alla moglie, e lo fa ritrovare fra gli averi di Cassio. Otello, accecato dalla gelosia, uccide Desdemona sul loro letto nuziale, ma quando si accorge di essere stato manipolato, decide di togliersi la vita.

Quando Shakespeare scrive la trama, dà particolare rilievo al tema del razzismo. Otello è infatti un uomo molto ricco e potente, un abile condottiero ammirato per le sue doti militari, ma, nonostante ciò, è considerato diverso in quanto moro. Il suo matrimonio con l’amata Desdemona è dunque visto come un’unione non solo sentimentale, ma anche politica.

Nella riscrittura della Maraini, invece, emerge un altro tema, quello della violenza sulle donne. Lo spettacolo non parla infatti di un omicidio scatenato solo dalla manipolazione, ma anche dalla mutazione dell’animo di Otello che, corroso dalla gelosia, diventa possessivo e malato. Desdemona non viene uccisa solo da un coltello, ma dall’ossessione autodistruttiva del marito.

La scena con cui si conclude lo spettacolo non è più la morte di Otello, ma un momento di rottura della quarta parete. Durante tutta la rappresentazione è stato utilizzato uno specchio che rifletteva ciò che veniva proiettato sul palcoscenico, in modo da poter giocare con effetti visivi, ricreando i luoghi in cui era ambientata la storia. Alla fine, lo specchio è stato ruotato verso la platea e i riflettori sono stati rivolti sul pubblico, in modo che ogni spettatore fosse in grado di vedere la propria immagine riflessa per alcuni secondi. Anche grazie alla musica di sottofondo, si è creato un momento di tensione e di forte emozione, spezzato dall’entrata in scena del Doge. Il Doge, per tutta la durata dello spettacolo è sempre stato un personaggio dallo stampo comico, sempre pronto a strappare un sorriso nei momenti di maggiore drammaticità. Ma alla fine della rappresentazione pronuncia un discorso molto intenso rivolto alla platea. L’uomo sottolinea che il femminicidio non è un semplice raptus isolato, ma un fatto che dilania l’intera società, che molto spesso rimane indifferente o finge di non vedere ciò che sta accadendo. Accusa lo spettatore di essere rimasto a guardare mentre si consumava la tragedia, diventando colpevole tanto quanto Otello.

Questo messaggio è stato accompagnato da una messa in scena cinematografica. Sono stati utilizzati infatti effetti speciali e musiche che incorniciavano scene da grande schermo. Anche lo stile recitativo è atipico per il teatro, dato che risente della formazione televisiva della maggior parte del cast. Sul palco sono saliti infatti Giacomo Giorgio nei panni di Otello, Giorgio Pasotti in quelli di Iago, Claudia Tosoni in quelli di Desdemona, Salvatore Rancatore in quelli di Cassio, Gerardo Maffei in quelli di Brabanzio, Dalia Aly in quelli di Emilia, Andrea Papale in quelli di Roderigo e infine Diego Migeni nel ruolo del Doge.

La scelta stilistica di portare un vero e proprio film sul palco, oltre che dare l’occasione di immergersi ancora di più nella trama, è pienamente azzeccata. Infatti, il pubblico era composto per lo più da adolescenti, che erano completamente stregati dalla messa in scena, oltre che ad essere molto attenti.

Ciò che la Maraini, Pasotti e tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione dello spettacolo sono riusciti a fare è creare un modo per riscoprire e far apprezzare una delle opere più iconiche della letteratura inglese anche ad un pubblico di giovanissimi, oltre che a far uscire “trasformato” dal teatro ogni spettatore.