di Matias Di Giacomo, Maria Giovanna Lauria, Eleonora Malatesta, Alice Moscatelli, Beatrice Pincelli, Giulia Portalupi, Chiara Ravaschio, 3B
In un’epoca segnata da grandi cambiamenti e da un rapido sviluppo tecnologico, può sembrare che le domande più profonde sull’esistenza passino in secondo piano. Eppure, proprio nei momenti di incertezza, torna il bisogno di confrontarsi con i classici e con la filosofia, discipline che da secoli indagano la condizione umana. L’incontro con il professor Mauro Bonazzi, autore del saggio “Creature di un sol giorno. I Greci e il mistero dell’esistenza ”, ci ha offerto l’occasione per riflettere su questi temi, partendo dal mondo greco fino ad arrivare alle sfide del presente.
“Come le foglie”. L’incontro si è aperto sulla visione omerica della vita umana: Omero considera l’essere umano fragile, come si evidenzia nella metafora delle foglie presente nel libro VI dell’Iliade: il confronto tra Glauco e Diomede diventa anche occasione per una riflessione esistenziale sulla precarietà della condizione umana e le generazioni degli uomini sono paragonate alle foglie che cadono dagli alberi dopo aver vissuto una vita breve, effimera, e di stagione in stagione si succedono incessantemente. E allora come dare valore alla nostra esistenza?
La ricerca di senso. Per i Greci agire era fondamentale poiché rappresentava il modo per dimostrare il proprio valore e conquistare con la fama una forma di immortalità, sconfiggendo simbolicamente la morte. A primo impatto gli eroi omerici sembravano combattere per il bottino di guerra, ma in realtà quello era solo un mezzo per misurare la propria τιμή, l’onore. Il fine ultimo nella cosiddetta “civiltà della vergogna” era, invece, la conquista del κλέος, la gloria. Ma perché? Perché la gloria permetteva di dare un senso alla loro vita: non rendeva immortali o incorruttibili, ma consentiva loro di essere ricordati, dimostrando che la propria esistenza non era stata vana. Tutta la civiltà greca, da Omero a Pericle, è attraversata da questo desiderio di affermarsi attraverso l’azione. Achille, che avrebbe potuto vivere una vita lunga e tranquilla, scelse invece di combattere a Troia per ottenere la gloria e dimostrare il proprio valore. Quindi, l’obiettivo che ciascuno doveva perseguire era trovare un modo per non essere dimenticato: solo così la propria esistenza avrebbe acquisito un significato. In epoche successive i Greci hanno riflettuto sull’esigenza di comprendere la realtà “Agire o conoscere?” si chiedevano. E riconoscendosi nella propria incompletezza, hanno continuato a farsi domande: in questo, secondo il nostro autore, “sta la cifra più autentica del mondo antico”.
L’importanza delle “humanae litterae”. Al professore è stato poi domandato da uno degli studenti quale ruolo abbia oggi la filosofia nel mondo della digitalizzazione e se studiare le materie umanistiche abbia ancora un senso. Il vero quesito da porsi, secondo Bonazzi, è un altro: una società può permettersi di vivere senza studi umanistici? Queste materie si occupano di qualcosa che non si può comprendere studiando solo altre discipline: la capacità di distinguere il Bene e dal Male. Viviamo in un’epoca caratterizzata da una potenza e uno sviluppo tecnologico, scientifico e informatico mai visti prima, eppure pochi sembrano porsi il problema di dove stia il limite e di chi debba stabilirlo. Il professore ha citato numerosi esempi di innovazioni, come la chirurgia plastica o l’editing genetico, nati originariamente con lo scopo di curare malattie ma che, con il passare degli anni, sono stati utilizzati anche a fini estetici e commerciali. Può questo essere considerato giusto o sbagliato? Non c’è una risposta univoca. Vale però la pena discuterne, perché ormai si dà per scontato che il progresso scientifico sia sempre positivo e necessario.
Grazie a questo lettura e a questo incontro abbiamo compreso che le domande spesso sono più importanti delle risposte e che proprio nella nostra mortalità risiedono la forza e il senso della nostra esistenza.
“Siamo eroici proprio nella nostra fragilità ostinata, per questa capacità di non arrenderci, di continuare a porci domande, tentando di fare ordine nel mondo e in noi stessi, con le azioni e con i pensieri”.


