Ennio Tomaselli: il magistrato scrittore

di Lisa Ferrari e Maria Roccella, 1B. 

Quest’anno l’autore dell’incipit per il progetto “Staffetta di scrittura” a cui ha partecipato la 1B del Liceo D’Oria non è solo un romanziere, ma anche un ex magistrato minorile: Ennio Tomaselli. 

Nato presso Firenze, si è trasferito con la famiglia a Torino, nel quartiere delle Vallette. Il magistrato abita tuttora nel capoluogo piemontese con la moglie Rosamaria. Si è laureato in giurisprudenza nel 1978 e ha superato il concorso d’ingresso in magistratura, per diventare giudice penale del tribunale di Torino dal 1978 al 1986. Ha partecipato anche ad alcuni processi in corte d’Assise, e nell’86 è diventato giudice del tribunale per i minorenni. Tomaselli, forse anche per aver lavorato come giudice minorile, si sente a suo agio in presenza dei ragazzi e ci tiene a valorizzare questa esperienza. Si è sempre impegnato ad incontrare i giovani e parlare con loro, anche se a distanza. Il 3 dicembre 2024 la classe 1B del liceo classico Andrea D’Oria di Genova ha avuto la possibilità di contattare lo scrittore tramite videoconferenza  meet, per porgli alcune domande.

Ha sempre voluto diventare un magistrato, oppure se n’è convinto strada facendo?

Ho deciso di diventare magistrato alle scuole superiori, in quinta liceo, perché fino ad allora ero molto indeciso su quale carriera intraprendere. Mio padre faceva parte del corpo di polizia e forse la mia scelta è stata indirizzata anche dall’ambiente in cui sono cresciuto. All’esame di maturità mi è stato chiesto da un membro esterno cosa volessi fare dopo l’università ed è stato allora che ho espresso per la prima volta questo mio desiderio. 

Com’è stata per lei l’esperienza del liceo?

Ho frequentato il classico e a dire la verità, il primo anno ho avuto non pochi problemi…sono stato rimandato in latino, matematica, greco e italiano. Anche dopo aver studiato tutta l’estate mi hanno bocciato, ma grazie al sostegno dei miei genitori sono riuscito ad andare avanti e alla fine ho lasciato la scuola con il massimo dei voti. Dopotutto a volte nella vita ci sono momenti di difficoltà, ma si possono sempre superare con la fiducia in sé stessi e il supporto dei propri cari. 

In quanto magistrato lei deve aver affrontato casi di ragazzi che avevano completamente perso la loro strada. Qual è stato il caso più importante e difficile che abbia mai incontrato? 

A dire la verità tutti i casi che ho affrontato sono importanti per me, anche quelli meno complessi. Ho sempre cercato di non essere superficiale mentre analizzavano i diversi problemi, perché al di là dell’apparente semplicità della situazione nulla si deve dare per scontato. Sia che stessi scrivendo la sentenza (ad esempio del caso “Erika e Omar”) sia che stessi esaminando una pronuncia sullo stato di adottabilità, non ho mai smesso di sentirmi responsabile del minore che mi stava davanti. Infatti sbagliare su una di queste pronunce avrebbe potuto portare a delle conseguenze psicologiche irreversibili per la persona in questione. 

La carriera di magistrato sembrava esserle molto a cuore, quindi per quale motivo ha scelto di abbandonarla per diventare scrittore? 

La legalità è stata senza dubbio una parte importantissima della mia vita, ma ad un certo punto ho sentito il bisogno di abbandonarla. Ho optato per il pensionamento anticipato perché mi era parso di aver completato un certo percorso di lavoro e di vita e quindi di potermi permettere, essendo già nelle condizioni per accedere alla pensione, di sperimentare qualcosa di diverso e, magari, “diversamente utile”. Ormai passavo perfino le vacanze a scrivere sentenze! Non avevo più tempo da dedicare a me stesso e alle mie passioni: così ho deciso di lasciare la magistratura per esplorare nuove forme di linguaggio con cui esprimermi.

Facendo sedimentare i ricordi della mia carriera, ho scritto quattro romanzi e un saggio intitolato “Giustizia e ingiustizia minorile”. In pratica ho continuato a partecipare alla questione minorile, solo in un modo diverso e con maggiore tranquillità. 

Anche la scrittura quindi è molto importante per lei: ma cosa significa per lei scrivere? 

Secondo me la scrittura nasce dall’emozione, da quello che si vuole comunicare. Per me è molto importante esprimere la mia opinione per quanto riguarda la legalità ed è proprio per questo che sono diventato autore. I miei libri rispecchiano la realtà della vita, sono inventati ma realistici: penso che non riuscirei mai a scrivere un romanzo fantasy o di fantascienza. In essi ho narrato la storia di qualcun altro ma parlando di me: ogni scrittore alla fine racconta di sé nelle sue opere.

I libri in cui forse mi sono immedesimato di più sono stati quelli che fanno parte di una piccola trilogia, formata da Messa alla prova, Un anno strano e Fronte Sud. Il protagonista di questi romanzi è il magistrato Malavoglia, che rispecchia molto la mia esperienza personale. Alla fine dell’ultimo libro Malavoglia esce di scena, lasciando alle persone più giovani il suo posto, proprio come ho fatto io. 

                  FronteSud

Avrebbe un messaggio da lasciare a queste nuove generazioni, signor Tomaselli?

Certamente…per voi andare avanti forse sarà difficile, ma il futuro è nelle vostre mani.  Volevamo lasciarvi un mondo migliore ma non tutto è possibile. Però come dice un antico proverbio africano: “ognuno è responsabile degli occhi che guarda”. Per questo vi posso lasciare il mio più grande augurio di un domani luminoso. 

Grazie mille per il pensiero. Comunque secondo noi lei e i suoi colleghi magistrati siete davvero riusciti a migliorare il nostro presente! Avete riscattato tante giovani vite, che altrimenti si sarebbero perse. Ci potrebbe raccontare come riusciva a gestire i colloqui con gli imputati? 

In un processo minorile è necessario usare un linguaggio informale per favorire la comunicazione. Di solito preferisco l’uso del “tu” e cerco di non mettere soggezione al ragazzo che ho davanti. Trovo che sia molto utile chiedere l’opinione del minore sulla situazione, per sapere cosa ne pensa. In un processo dove l’imputato è adulto il tono usato è naturalmente più formale. 

Secondo lei quanto è cambiata la giustizia minorile negli ultimi anni?

È cambiata molto. Nel settore civile, ad esempio, con maggiori garanzie complessive e in particolare, per i ragazzi, grazie a norme che ne prevedono o esigono l’ascolto, da una certa età in poi, nelle procedure i cui effetti sono destinati a ricadere su di loro. Parlo anche di procedure di particolare rilievo, come quelle di adottabilità e di decadenza di uno o entrambi i genitori dalla responsabilità (un tempo potestà) genitoriale.

E invece cosa accade nei casi in cui è il minore a compiere il reato? 

Il minore ovviamente viene sottoposto ad un tribunale, viene stabilita una sentenza e se il ragazzo è colpevole di grave reato viene mandato in prigione. Tuttavia si tratta sempre di una condizione temporanea, anche se può durare per diversi anni non si tratta mai di una condanna a vita. In alcuni Stati si favorisce l’ergastolo anche per i minori ma la Corte Costituzionale ha stabilito che esso è incompatibile con la giustizia minorile. Questi ragazzi sono ancora giovani e nella maggior parte dei casi è possibile anche un buon reinserimento nella società. 

Ma come si può prevenire il reato minorile secondo lei? 

Per prevenire reati gravi come omicidi serve fin da subito un’azione all’interno della famiglia, il primo nucleo sociale, poi della scuola e delle associazioni educative. Ad esempio il volontariato è un buon modo di imparare ad agire per il bene degli altri. 

E per quanto riguarda la sua esperienza con i migranti? Come mai ha basato l’incipit proprio su questo tema? 

La migrazione è una realtà molto attuale e molto spesso sottovalutata. Le immigrazioni dagli altri Paesi sono ben più pericolose e segnano nell’anima le persone che le intraprendono. Ho preso ispirazione per il mio incipit, da un gruppo di volontari triestini che accolgono tutti i giorni i viaggiatori della rotta balcanica. Così, ecco, ho pensato di portare questo tema anche fra due ragazzi come potreste essere voi…che discutono in riva al mare. 

Giusto, Gabriel e Alessandra, i due protagonisti dell’incipit, l’uno più indeciso e l’altra più determinata. Si aspettava che fosse Alessandra a diventare la protagonista dei capitoli successivi? 

Certamente, Alessandra fin dal principio sembra la più coraggiosa e decisa a cambiare le cose. Secondo lei la migrazione non è una questione per politici o adulti ma per tutti, anche loro che sono ragazzi secondo lei possono fare la differenza!

Grazie mille  per la sua disponibilità e la sua gentilezza nel rispondere alle nostre domande. Siamo sicuri che ricorderemo questo incontro con lei per molto tempo. 

       

 

Ginnastica, con il Grand Prix la Federazione festeggia a Genova le medaglie del 2024

di Gioia Bertuccini e Ilaria Canobbio 2D

Il 23 novembre 2024 il nuovo Palasport di Genova ha ospitato la manifestazione dedicata alla chiusura della stagione sportiva per le discipline della Federazione Ginnastica d’Italia: il Grand Prix.

La manifestazione si è aperta con l’esibizione degli atleti della FISDIR, la Federazione Italiana Sport paralimpici Degli Intellettivo Relazionali, che hanno mostrato le loro competenze in questa disciplina.

L’evento sportivo si è successivamente svolto in due fasi. Durante la prima gli spettatori hanno assistito alle coinvolgenti esibizioni del Gala, mentre nel corso della seconda si è svolta la competizione tra due squadre, ciascuna composta dai ginnasti dei team nazionali.

A precedere l’inizio dei tanti momenti indimenticabili che le ginnaste hanno portato in pedana, una rappresentazione significativa per il tema scelto, ovvero l’eliminazione della violenza contro le donne, argomento che traspariva dai passi, dalla musica e dai foulard rossi del Gruppo Sportivo Sambughè.

Ad aprire il Gala è stata l’esibizione delle ginnaste della sezione di ritmica che hanno dato vita anche all’apertura della World Cup di Milano. A seguire si è esibita la squadra olimpica della sezione di artistica femminile, accompagnata dalle esibizioni alla trave dell’oro e del bronzo a Parigi 2024, rispettivamente di Alice D’Amato e Manila Esposito.

Per la ginnastica ritmica, le Farfalle della Nazionale Italiana hanno portato in pedana due coreografie: la prima è stata descritta come “Cinque corpi alla ricerca della propria anima. L’interrogativo è dove finisce la realtà e dove comincia invece il sogno“, mentre la seconda, sulle note di “Sogna ragazzo, sogna” di Alfa e Roberto Vecchioni, è stata la commovente rappresentazione simbolica del passaggio del testimone, attraverso un cerchio, dalle olimpioniche e “veterane” della squadra alle nuove ginnaste che saranno il futuro della ritmica italiana a squadre.

Hanno concluso questa prima fase dell’evento la coppia formata da Arianna Lucà ed Edoardo Ferraris per la sezione di acrobatica, e il gruppo misto per l’aerobica.

Terminata la parte di Gala, si è aperta la sfida, cuore dell’evento, con la presentazione degli atleti e delle capitane dei due team, Alessia Maurelli e Vanessa Ferrari. La gara si è svolta in tre round, in ciascuno dei quali i ginnasti schierati si sono confrontati con altri atleti della loro stessa disciplina di fronte ad una giuria composta da giudici nazionali. Per la prima volta nella storia dei Grand Prix della ginnastica il pubblico è stato parte attiva della competizione, infatti al termine di ogni round gli spettatori hanno potuto votare il team che avevano preferito, e il loro voto ha influito nella valutazione finale per il 50%, mentre il restante è stato determinato dal voto della giuria. Al termine dei tre round, con il 52% di preferenze, è stato proclamato vincitore il team Ferrari, a cui è stato assegnato un premio di 10.000 euro da devolvere alla Fondazione GaslinInsieme.

In questa giornata è stata ospite d’onore Sarah Toscano, la vincitrice della ventitreesima edizione di “Amici”, promessa del pop italiano, che tra un’esibizione e l’altra ha cantato i suoi nuovi pezzi, regalando al pubblico ulteriore spettacolo e intrattenimento.

Mauthausen: un salto nel passato tra memoria e dolore

Di Chiara Flacco, 2D

Quest’estate ho avuto l’opportunità di visitare il memoriale di Mauthausen, luogo di memoria e di educazione storico-politica che mi ha permesso di approfondire non solo le mie conoscenze ma anche la mia consapevolezza degli avvenimenti.

Negli anni dal 1938 al 1945 il campo di concentramento di Mauthausen era il luogo centrale di persecuzione nazista in Austria. Apparteneva a una rete di campi che si estendeva sul territorio dell’intero Reich germanico. Questi campi servivano alla detenzione di oppositori politici arrestati nei confini del Reich ma, con l’inizio della guerra, i prigionieri venivano deportati oltre che per motivi politici, anche per motivi razziali. 

Sicuramente questa è stata una delle esperienze più significative che abbia mai fatto perché trovarmi in un luogo reale con un passato così terrificante è stata una sensazione che solo chi ha visitato questi luoghi può comprendere.  

Appena entrata nel campo, la prima cosa che ho visto è stato il parco dei monumenti, un enorme prato dedicato a statue commemorative dei deceduti all’interno del campo, ogni nazione ha inserito un proprio monumento per ricordare i propri morti. Soltanto negli anni ‘70 venne costruito un monumento per ricordare tutti gli ebrei deceduti, quando già erano presenti molti monumenti nazionali. 

Tra tutti i monumenti quello che mi ha colpito di più è stato quello della Cecoslovacchia che raffigura un uomo scavato dalla fame con il viso segnato che rappresenta i detenuti, che urla e cerca aiuto senza però ricevere soccorso. 

 Dal prato si riusciva a vedere anche la grande cava di granito, motivo per cui il campo era stato costruito in questo territorio: i prigionieri nei primi anni della guerra venivano obbligati a lavorare nelle cave di pietra e, a partire dal 1942, si sviluppò una rete formata da più di 40 sottocampi, nei quali i prigionieri venivano usati come schiavi.  Per lo sfruttamento delle cave era stata formata una vera e propria impresa: la società s.r.l. DEST “deutsche Erd- und Steinwerke GmbH” che fece enormi profitti. La cava era anche un luogo di eliminazione e punizione, infatti i detenuti erano costretti a trasportare blocchi di granito pesanti più di 50 chilogrammi, salendo quella che loro stessi chiamavano “scala della morte”. 

Durante il lavoro nella cava i deportati venivano uccisi in modo mirato: le SS sparavano loro oppure li facevano cadere giù dalla cava. 

Una testimonianza, contenuta nell’audioguida del memoriale, mi è rimasta particolarmente impressa, quella del sopravvissuto polacco Stefan Niewiada, testimone oculare di uno di questi episodi:

Io ho visto dei crimini commessi nei confronti di un gruppo di ebrei olandesi composto da circa cento persone. Furono messi in fila uno dietro l’altro e obbligati a spingere il compagno davanti a loro giù dalla parete della cava. Io stavo lavorando a 150 metri di distanza dal punto esatto in cui toccavano terra dopo la caduta, i cadaveri furono poi portati al crematorio dalla compagnia di punizione.″ 

Dopo aver visitato il parco mi sono spostata verso il vero e proprio ingresso del campo dei prigionieri che all’esterno è delineato da alte mura in pietra che separano il campo dei prigionieri dalle numerose baracche Delle SS. 

L’unico accesso al campo è tramite il grande portone di ingresso caratterizzato da due grandi palazzine ai lati. I deportati al loro arrivo passavano da questa grande entrata per poi seguire estenuanti procedure accompagnate da lunghe torture. Spesso i prigionieri dovevano stare in piedi per ore lungo il cosiddetto “muro del pianto” per poi venire registrati e privati dei vestiti e dei propri averi. 

Di fronte a questo muro erano situate a destra le baracche dei prigionieri, strutture pensate per contenere un massimo di 300 persone ma, negli ultimi anni della guerra, erano più di 2000 i deportati che venivano ammassati in quei luoghi angusti. 

Le baracche al loro interno si presentavano completamente vuote, mi sarebbe piaciuto vedere delle riproduzioni di quelle che potevano essere le cose che si trovavano all’interno di queste strutture, per riuscire a capire meglio le difficoltà che i prigionieri affrontavano ogni giorno, ma vedere tutti i segni sulle pareti e sul pavimento è stato comunque segnante. 

Ogni baracca aveva una piccola stanza dedicata ai bagni che era sorprendentemente piccola e stretta e di certo non era adeguata alle esigenze di tutte le persone che vivevano (se così si può dire) lì; non a caso le condizioni igieniche erano davvero basse e dunque il rischio di contrarre malattie altissimo e soltanto alcuni deportati che godevano di particolari privilegi, come  abilità specifiche o ritenuti utili, potevano accedere alle cure mediche, questo causò infatti la morte di molti detenuti. 

Nella parte opposta alle baracche era situata la cucina, dove i prigionieri dovevano preparare il cibo per le SS e per i prigionieri. 

La guida ci ha spiegato che a differenza delle guardie che ricevevano un pasto abbondante, i prigionieri ricevevano pasti che avevano come massimo 1500 calorie che erano troppo poche rispetto a quelle necessarie per tutto il lavoro che svolgevano ogni giorno.  

 Questo serviva a rendere i deportati più deboli e incitare la lotta per la sopravvivenza tra i prigionieri. 

L’ex deportato Hans Maršálek scrive: ″Eravamo perseguitati dal senso di fame di giorno e di notte e gli affamati parlavano del mangiare in ogni occasione che gli si offriva. […] Facevano degli scambi: scambiavano due fettine di salame o di pane per un po‘ di zuppa […], biancheria o indumenti per generi alimentari. Nei luoghi di lavoro rovistavano ovunque in cerca di ogni possibile oggetto commestibile, mangiavano radici, erba, germogli, ghiande, ratti, gatti, cani, ogni tipo di rifiuto e carbone. Assalivano chi trasportava il cibo o cercavano di leccare dalle pentole vuote ultimi resti della zuppa di rape. […] Di notte cercavano di rubare il pane.″ 

Nel campo è situata anche una struttura più moderna che ha funzione di mostra. All’interno si trovano vari reperti come registri, utensili che venivano usati per cucinare, vestiti, armi, fotografie e diversi berretti che erano costretti ad indossare seguendo rigide regole. 

Infine nei sotterranei si trovano le camere a gas e i forni crematori. 

Prima di accedere a queste stanze però c’è una sala dedicata a tutti i deceduti. È stata veramente molto particolare e impressionante perché era costituita da innumerevoli tavoli con forme diverse su cui era poggiato uno schermo nero digitale sul quale erano scritti i nomi di tutte le vittime. Vedere tutti quei nomi e tutti quegli enormi registri è stato molto intenso.  

Come disse Primo Levi: “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. 

 

Gentilezza e carcere: un’utopia?

di Sabrina Pieralisi e Lucia Riggio, 4B

Quando nasce il termine “gentilezza”?

Un ottimo modo per capire il legame fra due termini così apparentemente discordanti è confrontarsi con le etimologie: la parola gentilezza deriva dal termine latino gens, che per i Romani significava “famiglia nobile”; alla fine del ’200, grazie ai poeti del dolce Stil novo, per gentilezza si intende la virtù che nobilita; il senso di questa parola, adesso ha una accezione leggermente diversa, oggi è gentile chi ha un comportamento generoso e benevolo nei confronti degli altri.

Il potere della gentilezza può cambiare il mondo | Ohga!Altra cosa è la cortesia, termine derivato dallo sviluppo della società di corte, da cui deriva il galateoLe norme delle buone maniere sono state analizzate dal sociologo tedesco Norbert Elias, che ha studiato il processo di civilizzazione dell’uomo.

Grazie allo sviluppo di quelle norme nate nella società cortese, cambia il modo in cui il cittadino percepisce l’uomo in relazione con gli altri.

Con il processo di civilizzazione, oggi, anche il contatto involontario innocuo diventa imbarazzante: nel tempo infatti ci si è dissociati da ciò che implicava aggressività, violenza o anche semplice contatto in pubblico.

Per esempio, in passato era consuetudine mostrare la selvaggina agli invitati di un banchetto prima di cucinarla; oggi in Oriente il cibo viene tagliato simmetricamente e artisticamente prima di servirlo nel piatto, cosicché a tavola non ci sia  necessità di un coltello, perché viene percepito come oggetto violento.

Gentilezza e spiritualità per contrastare la violenza nell’ambiente carcerario

Se tutto ciò che è associato alla sfera della violenza è inusuale per un codice di consuetudini, allora, cosa succede in carcere? Nelle prigioni, infatti, cadono i filtri che presenti nella vita normale: i detenuti non hanno una propria intimità, sono costretti a superare ogni imbarazzo.

I carcerati, infatti, si trovano spesso a condividere celle di dimensioni disumane: i detenuti hanno descritto la sensazione dello stare un cella come quella di un ascensore affollato, che però ha una porta sempre chiusa. Vivono per lunghi periodi con un solo bagno per decine di persone e per questo trovano spesso conforto nella solitudine.

In carcere si dimentica il contegno tipico del mondo esterno, non si temono sanzioni o prolungamenti di pena perché, chiusi tra  quattro mura, non si vede il futuro: per questo i detenuti sono spesso frustrati e violenti.

La violenza può essere anche interiore: l’autolesionismo, purtroppo, è molto diffuso nelle carceri e di solito chi ne soffre lo giustifica come dimostrazione del fatto che il dolore fisico sia più sopportabile di quello interiore. 

Contrastare la violenza con altra violenza è quindi controproducente: come rimedio per arginare l’aggressività, sono necessarie gentilezza e spiritualità. 

Le parole hanno un potere performativo, si trasformano cioè in azione. Il lessico della gentilezza e della spiritualità ha un valore che deve essere ristabilito nelle carceri, in modo che siano davvero un ambiente educativo.  

Mostrare ai detenuti che possono essere trattati con rispetto, che meritano comprensione, significa aiutarli a riconquistare una parte di quella dignità che appare costantemente negata dalle condizioni della detenzione.Carcere: ecco in che situazione vivono i detenuti nelle prigioni italiane

La gentilezza ha anche il potere di aprire il dialogo.

In un luogo dove la comunicazione è spesso basata su conflitti o paure, un atto gentile può essere il primo passo verso un cambiamento, un’inversione di rotta. Non si tratta di cancellare le colpe, ma di offrire la possibilità di un percorso di crescita, di consapevolezza, di riparazione.

È importante anche coltivare la spiritualità: lo spirito è un soffio, un respiro vitale che è necessario risvegliare e ciò avviene tramite l’ascolto. La comunicazione e l’apertura alla spiritualità offrono quindi un servizio riparativo e riescono a riportare ai detenuti la gioia nel ricordare quel respiro che un tempo possedevano. E’ davvero un’intima gioia ridare respiro a chi trascorre la propria esistenza in carcere.

 

 

 

 

 

 

Esperienze pre-morte: un problema da affrontare su basi scientifiche.

di Christian Giannini e Alessandro Pastore, 4B

Le esperienze pre-morte (in inglese Near-death Experience o NDE) sono visioni e percezioni che alcune persone riferiscono di aver sperimentato nel momento in cui si trovavano in situazioni di pericolo di vita o in prossimità di morte, come durante un arresto cardiaco o interventi chirurgici con complicazioni.

Queste esperienze, pur essendo diverse da persona a persona, sono caratterizzate da elementi comuni.

Più pazienti hanno riportato di aver visto lunghi tunnel di luce insieme a una sorta di “film retrospettivo” della propria vita con i momenti più significativi della propria esistenza.

Tra le persone che hanno sperimentato queste sensazioni, alcune hanno percepito una proiezione di sé al di fuori dal proprio corpo apparentemente privo di coscienza: questo tipo di esperienza viene definita “esperienza extracorporea” o OBE  (Out of body Experience).

Diverse persone testimoniano di aver avuto incontri con figure amichevoli o anche con  propri cari deceduti e di aver provato una sensazione di pace e serenità, insieme a un senso di unità cosmica, oltre che alla percezione di essere in connessione con l’universo o con una realtà superiore.

Le esperienze pre-morte sono oggetto di studi da parte sia di scienziati che di filosofi e teologi.

Infatti a oggi non si è giunti a una conclusione che riesca a spiegare scientificamente come e perché queste si verifichino.

Ci sono diverse ipotesi scientifiche per spiegarle.

Alcuni ricercatori le attribuiscono a fenomeni neurochimici e fisiologici che si verificano nel cervello in condizioni di stress estremo come ipossia o alterazione dello stato di coscienza (arresto cardiaco).

Altri le considerano una risposta psicologica al trauma o al timore della morte.

Le esperienze pre-morte suscitano grande interesse da parte anche di chi non le ha vissute, lasciando però spazio a convinzioni errate. Infatti c’è chi le paragona a sogni o a fenomeni di delirium. A differenza dei sogni, però, vengono ricordate a distanza di molti anni nei minimi dettagli, inoltre sono organicamente strutturate, al contrario  dei sogni che risultano frammentari.

È sbagliato anche paragonare le NDE a casi di delirium poiché questi ultimi non richiedono necessariamente una situazione di pericolo di vita, ma sono dovuti a effetti di farmaci e a problemi neurologici. Inoltre la durata del delirium è molto più lunga e la struttura non appare “ordinata” come nelle NDE bensì si ha una percezione distorta della realtà in modo caotico e angosciante.

Secondo Enrico Facco, neurologo, terapista del dolore e professore di anestesia e rianimazione dell’Università di Padova,  ’’le principali interpretazioni scientifiche che vanno dalla ischemia retinica concentrica, all’acidosi metabolica, alla disfunzione del lobo temporale e scariche simil epilettiche, delirium da farmaci, aspettative dell’aldilà dovute alle proprie credenze religiose, etc, non sono sufficienti a fare luce sulle esperienze di OBE e di NDE’

A livello scientifico si tratta di una questione ancora aperta. Le NDE infatti continuano a rappresentare un affascinante enigma sul confine tra scienza, spiritualità e psicologia.
Nonostante le spiegazioni scientifiche riconducano queste esperienze a fenomeni neurologici o chimici in situazioni critiche, le NDE ricordano quanto siano complesse le dimensioni della coscienza umana.

Esperienze di pre-morte (NDE) e spiritualità nell’intervento di Enrico Facco

di Anna Moscatelli e Tommaso Agostini, 4B

Il 19 novembre presso il Palazzo Ducale, la Asl3 ha proposto un incontro riguardo alla spiritualità, alla consapevolezza e alla gentilezza, elementi fondamentali per il raggiungimento di uno stile di vita etico e libero.  All’incontro ha partecipato con un intervento illuminante sulle Near Death Experiences   Enrico Facco, docente di Anestesiologia e Neurologia presso l’Università degli Studi di Padova. 

Qual è il nesso con il tema del convegno? Come spiega il professor Facco le NDE sono esperienze con forte potere trasformativo e implicazioni esistenziali importanti: chi le ha vissute generalmente applica cambiamenti profondi alla propria concezione dell’esistenza, supera la paura della morte e coltiva maggiormente la propria spiritualità.

Il professore è una delle voci più rilevanti a livello internazionale in questo campo insieme a nomi come Bruce Greyson e Sam Parnia che negli ultimi anni hanno guidato un progetto proprio sulle esperienze vissute in condizioni critiche cerebrali associate a perdita di coscienza, coinvolgendo più di 25 ospedali.

Un momento della presentazione di Enrico Facco durante il Convegno

Il professore ci ha introdotto ai fenomeni di pre-morte, che negli ultimi anni sono stati oggetto di numerosi studi specialistici, pubblicati anche su riviste scientifiche internazionali come Lancet.

Le cosiddette NDE o esperienze pre-morte sono fenomeni che si verificano in prossimità della morte in seguito a una perdita di coscienza. Sono episodi  testimoniati da persone che hanno ripreso le funzioni vitali dopo un periodo di coma o dopo essere state dichiarate clinicamente morte.

Le NDE sono state studiate attraverso le testimonianze di centinaia di soggetti: dall’analisi di diversi casi si è notata la presenza di numerosi elementi in comune.

Il professor Enrico Facco, relatore al Convegno di Asl3

Innanzitutto la maggior parte di esperienze pre-morte avviene in seguito a arresti cardiaci o durante un tentativo di suicidio. Ci sono poi diversi passaggi che le caratterizzano:  hanno inizio quando un paziente raggiunge il livello massimo di sofferenza fisica; il soggetto ha la sensazione di elevarsi e di distaccarsi dal proprio corpo. Successivamente è comune la visione di un tunnel buio che presenta alla fine una luce che diventa sempre più luminosa. Questa luce viene descritta dai pazienti come una entità viva con cui entrano in dialogo. Avviene poi una sorta di rapidissimo riepilogo delle vicende più importanti della propria vita, che sembrano scorrere velocemente.

Un elemento sicuramente notevole è la lucidità dei pazienti nel racconto di queste esperienze:  tutti  ricordano dettagli incredibili anche a distanza di anni e descrivono l’esperienza con una precisione eccezionale. È infine incredibilmente comune la visione di familiari defunti che accolgono il soggetto morente e lo rassicurano. Queste esperienze sono relativamente frequenti in pazienti in prossimità della morte ma non si è ancora giunti alla scoperta definitiva della loro causa.

Finora le interpretazioni scientifiche, che sono esclusivamente ipotesi, si riconnettono a un’alterazione organica transitoria del cervello. Tuttavia per il professor Facco numerose di queste ipotesi possono risultare poco verosimili.

 

 

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Pensare significa ringraziare

La filosofia come arte di vita, nell’intervento al Ducale di Simone Regazzoni

di Rocco Ciliberti e Giovanni Agosti, classe 4B


Viviamo in un’epoca dominata da social media e comunicazione istantanea in cui  il pensiero rischia di essere relegato a un semplice esercizio mentale, disconnesso dalla realtà. C’è però un modo per evadere da questa realtà opprimente.

Come affermava il filosofo Martin Heidegger, “pensare significa ringraziare”. L’affermazione non è solo un invito alla riflessione, ma è anche una chiamata a riconoscere il valore dell’eredità culturale che ci è stata trasmessa, sviluppando la capacità di tradurla in un’esperienza concreta.

L’atto del pensare, visto in quest’ottica, diventa un atto di gratitudine. Ogni pensiero deve trovare risposta in un’eredità, dando al presente un’interpretazione che si origina da un passato ricco di significato. Eppure, in un mondo in cui il pensiero è spesso confinato nella bolla dei social, è fondamentale riscoprire la fatica del pensiero, che non indica una fatica fine a sé stessa, ma un processo necessario per uscire dalla zona di comfort e abbracciare la trasformazione personale.

Simone Regazzoni

Come affermava Platone, “non dobbiamo essere zoppi davanti alla fatica per diventare filosofi”. La fatica, quindi, non è un ostacolo, ma un ponte verso la sapienza.
Simone Regazzoni, filosofo contemporaneo, intervenuto al Convegno ““Spiritualità, gentilezza, consapevolezza: in cammino verso uno stile di vita etico e libero” tenutosi a Palazzo Ducale il 19 novembre, ci ha invitato a riflettere intorno a un concetto fondamentale: la filosofia non è solo un insieme di teorie astratte, ma un vero e proprio
stile di vita, come suggerisce l’espressione greca τέχνη του βίου.

 

Applicando questo concetto si presuppone che la filosofia debba essere vissuta, incarnata sia nel nostro corpo che nella nostra mente. Non bisogna trascurare il corpo nel nostro percorso di crescita intellettuale ma, al contrario, è solo attraverso l’unione di mente e corpo che possiamo diventare filosofi completi.


Il miglior esempio che offre un’immagine potente di questo processo è il mito della caverna di Platone: gli uomini, seduti con la schiena contro il muro, devono alzarsi per scoprire la luce della verità. Il primo a compiere questo gesto è colui che inizia il suo cammino filosofico, un movimento che simboleggia la vita stessa. Per i greci il movimento era sinonimo di esistenza, noi infatti siamo vivi perché ci muoviamo, sforzandoci di superare le nostre limitazioni.


Diventa, quindi, cruciale, in un’epoca in cui il pensiero può facilmente diventare passivo, riscoprire il valore della fatica. Ogni passo verso la conoscenza richiede sforzo e impegno, e ogni pensiero profondo è il risultato di un’interrogazione attiva del mondo che ci circonda. Dobbiamo essere grati per questa fatica, perché è attraverso di essa che possiamo veramente comprendere l’essenza e la profondità delle cose.
Pensare quindi è un atto di gratitudine verso il passato e un impegno verso il futuro. La filosofia, come stile di vita, ci invita a integrare mente e corpo, a muoverci verso la luce della verità e a non temere la fatica. Solo così possiamo diventare filosofi completi capaci di affrontare le sfide del presente e di costruire un futuro migliore.
In conclusione quindi possiamo dire che la vera filosofia non è solo pensiero, ma è anche un movimento, un viaggio che ci porta oltre i confini del conosciuto, verso un’illuminazione sempre più profonda.

 

Pensare significa ringraziare

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

La filosofia come arte di vita, nell’intervento al Ducale di Simone Regazzoni

di Rocco Ciliberti e Giovanni Agosti, classe 4B


Viviamo in un’epoca dominata da social media e comunicazione istantanea in cui  il pensiero rischia di essere relegato a un semplice esercizio mentale, disconnesso dalla realtà. C’è però un modo per evadere da questa realtà opprimente.

Come affermava il filosofo Martin Heidegger, “pensare significa ringraziare”. L’affermazione non è solo un invito alla riflessione, ma è anche una chiamata a riconoscere il valore dell’eredità culturale che ci è stata trasmessa, sviluppando la capacità di tradurla in un’esperienza concreta.

L’atto del pensare, visto in quest’ottica, diventa un atto di gratitudine. Ogni pensiero deve trovare risposta in un’eredità, dando al presente un’interpretazione che si origina da un passato ricco di significato. Eppure, in un mondo in cui il pensiero è spesso confinato nella bolla dei social, è fondamentale riscoprire la fatica del pensiero, che non indica una fatica fine a sé stessa, ma un processo necessario per uscire dalla zona di comfort e abbracciare la trasformazione personale.

Simone Regazzoni

Come affermava Platone, “non dobbiamo essere zoppi davanti alla fatica per diventare filosofi”. La fatica, quindi, non è un ostacolo, ma un ponte verso la sapienza.
Simone Regazzoni, filosofo contemporaneo, intervenuto al Convegno ““Spiritualità, gentilezza, consapevolezza: in cammino verso uno stile di vita etico e libero” tenutosi a Palazzo Ducale il 19 novembre, ci ha invitato a riflettere intorno a un concetto fondamentale: la filosofia non è solo un insieme di teorie astratte, ma un vero e proprio
stile di vita, come suggerisce l’espressione greca τέχνη του βίου.

 

Applicando questo concetto si presuppone che la filosofia debba essere vissuta, incarnata sia nel nostro corpo che nella nostra mente. Non bisogna trascurare il corpo nel nostro percorso di crescita intellettuale ma, al contrario, è solo attraverso l’unione di mente e corpo che possiamo diventare filosofi completi.


Il miglior esempio che offre un’immagine potente di questo processo è il mito della caverna di Platone: gli uomini, seduti con la schiena contro il muro, devono alzarsi per scoprire la luce della verità. Il primo a compiere questo gesto è colui che inizia il suo cammino filosofico, un movimento che simboleggia la vita stessa. Per i greci il movimento era sinonimo di esistenza, noi infatti siamo vivi perché ci muoviamo, sforzandoci di superare le nostre limitazioni.


Diventa, quindi, cruciale, in un’epoca in cui il pensiero può facilmente diventare passivo, riscoprire il valore della fatica. Ogni passo verso la conoscenza richiede sforzo e impegno, e ogni pensiero profondo è il risultato di un’interrogazione attiva del mondo che ci circonda. Dobbiamo essere grati per questa fatica, perché è attraverso di essa che possiamo veramente comprendere l’essenza e la profondità delle cose.
Pensare quindi è un atto di gratitudine verso il passato e un impegno verso il futuro. La filosofia, come stile di vita, ci invita a integrare mente e corpo, a muoverci verso la luce della verità e a non temere la fatica. Solo così possiamo diventare filosofi completi capaci di affrontare le sfide del presente e di costruire un futuro migliore.
In conclusione quindi possiamo dire che la vera filosofia non è solo pensiero, ma è anche un movimento, un viaggio che ci porta oltre i confini del conosciuto, verso un’illuminazione sempre più profonda.

 

Innanzi tutto, l’esempio: la gentilezza non è un concetto astratto.

A colloquio con Alberto Ferrando, presidente dell’Associazione pediatri della Liguria

di Stella Napolitano, Matilde Tesini e Agnese Traverso, 4B

I bambini ci guardano.  E dai genitori imparano tutto. Le cose buone e le cose cattive. 

Secondo il pediatra Alberto Ferrando, nei primi anni di vita, i neonati osservano i genitori, passano la maggior parte del tempo con loro, vivono con loro. E i neo-genitori hanno un dovere fondamentale e imprescindibile: dare l’esempio ai loro figli. Così agli adulti spetta anche il ruolo di figure educative, esemplari, che i figli successivamente imiteranno, nei comportamenti e negli atteggiamenti.

I bambini – come il pediatra ha spiegato lo scorso 19 novembre al pubblico del Convegno“Spiritualità, gentilezza, consapevolezza: in cammino verso uno stile di vita etico e libero” – lo fanno in maniera spontanea e inconsapevole, e piano piano faranno proprie quelle attitudini.

Tuttavia, a volte succede che i genitori non adempiano pienamente al loro ruolo e si trasformino invece in figure diseducative, se non completamente nocive e dannose. I bambini imitano infatti i gesti gentili ed educati dei genitori, ma possono imitare anche i loro comportamenti violenti e prepotenti.

Anche se spesso non è facile educare i bambini, è opportuno ricordarsi che spetta ai genitori essere una figura adulta e di riferimento. Spesso il modo migliore per rapportarsi con i figli quando sbagliano non è arrabbiandosi o castigandoli, mettendo in atto un atteggiamento violento, ma piuttosto cercare di spiegare loro l’errore commesso, in maniera pacata e tranquilla, perché prima o poi, quel comportamento verrà imitato dal bambino. 

Inoltre, i genitori hanno un’ulteriore responsabilità educativa: essere coerenti. I bambini imparano con il tempo dai genitori, osservando costantemente i loro comportamenti, che necessitano di una coerenza tra loro.

I genitori devono dedicare tempo a costruire e a mantenere la relazione con i loro figli, stabilendo delle priorità e trovando un equilibrio tra il lavoro e la vita personale, anche se non è facile farlo.

Sovente i genitori possono essere troppo impegnati con il lavoro, diventando così figure assenti per i figli, pur non avendoli abbandonati fisicamente. Un genitore che pensa sempre e solo al lavoro, diventa inevitabilmente una figura negativa per il bambino, e in futuro potrà creare un enorme vuoto in lui, una mancanza che questi cercherà di colmare, nella maggior parte dei casi, in modo erroneo.

Il vuoto spesso crea una dipendenza che però non è mai in grado di colmarlo.

Tra gli adolescenti, le dipendenze più comuni sono quelle da videogiochi, alcol o sostanze stupefacenti. Purtroppo, molte volte i genitori si accorgono in ritardo (o non si accorgono affatto) della dipendenza sviluppata dai loro giovani figli, perché la sottovalutano oppure perché la ritengono addirittura “normale”. Anzi, a volte si preoccupano se i loro figli non fumano o non bevono alcolici; insomma, se non fanno le cose che, secondo loro, “normalmente” si dovrebbero fare a quell’età.

Tuttavia, un genitore dovrebbe preoccuparsi di insegnare valori totalmente diversi al proprio figlio e  il più importante tra tutti è la gentilezza. Alberto Ferrando afferma che: “La gentilezza non è un concetto astratto”, e che perciò può essere insegnata concretamente ai bambini, proprio attraverso l’esempio dei genitori.

E’ essenziale coltivare la gentilezza nei bambini, fino a farla sbocciare del tutto, una volta che saranno adulti.

Perché gentilezza e spiritualità fanno bene alla salute

di Irene Collufio, Margherita Fazioli e Vittoria Gandolfo, 4B

Il cervello produce pensieri come il fegato secerne bile.

Patrizia Balbinot e Gianni Testino del Dipartimento “Educazione ai corretti stili di vita” di Asl 3, durante il convegno “Spiritualità, gentilezza, consapevolezza: in cammino verso uno stile di vita etico e libero” tenutosi a Palazzo Ducale la mattina del 19 novembre, hanno smentito quest’affermazione di Pierre Cabanis, filosofo francese vissuto nella seconda metà del Settecento, un’affermazione nettamente materialistica, che riduce l’uomo a pura chimica.

La relatrice ha spiegato che l’uomo è dotato di un meccanismo sofisticato per elaborare i pensieri, ovvero il cervello, che costituisce quindi la componente chimica, tuttavia sono necessarie anche le idee, che costituiscono invece quella spirituale. 

La chimica del cervello ha bisogno di essere indirizzata da un’energia intelligente che viene dall’esterno, che prende il nome di spirito, il quale vive oltre la fisicità e ciò significa che è trascendente. Lo spirito non si identifica con la mente, con cui però deve trovare un equilibrio al fine di garantire il benessere psicofisico.

Per fare fronte al dolore inspiegabile che talvolta si fa strada dentro di noi,  molti potrebbero pensare che l’unica soluzione sia la medicina che offre trattamenti farmacologici; invece un’alternativa da non sottovalutare, sperimentata anche a livello scientifico nell’approccio ad alcune sofferenze, come quelle causate da dipendenze, è quella di aprirsi, sperimentando e compiendo un percorso spirituale sull’interiorità, senza il quale la medicina si rivelerebbe utile solo in maniera limitata.

Il corpo umano è un tempio e come tale va curato e rispettato sempre.

Ippocrate, medico vissuto nell’Antica Grecia e considerato il padre della medicina scientifica, con questa affermazione attribuisce assoluta importanza al corpo, tuttavia insieme alla carne deve essere curato anche lo spirito, poiché senza equilibrio risulta impossibile raggiungere il benessere di entrambe le dimensioni.

Il dottor Testino ha poi esposto le conseguenze sul piano neurologico di alcuni comportamenti sociali, quali ad esempio gli atti di gentilezza che possono causare una riduzione dei telomeri, responsabili della formazione delle rughe. Gentilezza, empatia e altruismo hanno vari effetti positivi sull’organismo, come l’aumento della vita media, la riduzione di infiammazioni e di patologie cardiovascolari, il contenimento dell’aggressività e infine sono un argine contro le dipendenze.

La gentilezza e l’intelligenza spirituale sono caratteristiche innate, però le possiamo coltivare ed allenare, invece che abbatterle e reprimerle, attraverso l’educazione, che attiva i percorsi neurologici della gentilezza.

Sappiamo quindi che la gentilezza fa bene alla salute, ma soprattutto che ci rende persone eticamente libere.