La gentilezza in carcere non deve essere un ossimoro

L’opinione di Giuliano Saracino, Garante dei detenuti della Regione Liguria

 

di Pietro Barosso, Martina Cao, Egle Gatto e Serena Ferrari, classe 4B

Doriano Saracino, garante regionale dei detenuti

“La gentilezza in carcere può sembrare un ossimoro” Così Doriano Saracino, garante dei detenuti della regione Liguria, chiude l’incontro tenutosi il 19 novembre al Palazzo Ducale di Genova “Stile di vita etico e libero” al Palazzo Ducale. “Pare assurdo parlare di cortesia nelle carceri , ma cerchiamo di capire quale spazio possa avere l’importanza della gentilezza in un istituto di pena”, ha esordito Saracino.

 

 

La gentilezza

Il termine gentilezza deriva dal latino gens, famiglia nobile, si considera nobile chi appartiene a una nuova stirpe. Nel corso del tempo la parola muta la propria accezione di significato, anche grazie ai poeti del Dolce Stil Novo. Si tratta di una realtà nuova, che tratta l’aspetto della gentilezza: gentile è ciò che ci nobilita e la gentilezza diviene una qualità che non si acquisisce dalla nascita, come dono innato, ma è una virtù che si può coltivare attraverso il tempo e la dedizione, al fine di entrare in relazione, o come meglio specifica Saracino, in “empatia” l’uno con l’altro, con lo scopo di ampliare la propria dimensione sociale. 

Spesso il termine gentilezza viene adottato come sinonimo di cortesia, che indica lo sviluppo della società di corte; Saracino ha ricordato il grande sociologo Norbert Elias, commentatore dello sviluppo nel corso del tempo della società cortese. 

In particolare Elias parla di un processo definito di “civilizzazione”, cambia il modo in cui l’essere umano, inteso come cittadino, si rapporta con gli altri nel passaggio fra il Medioevo e i tempi moderni.

Nel processo di civilizzazione traspare progressivamente un certo livello di imbarazzo su alcuni argomenti, i quali però, come il tema del corpo, ritornano prepotentemente sullo scenario sociale del carcere. Tutto ciò che abbiamo allontanato dalla nostra civiltà, come la violenza, il contatto interpersonale, la nudità del corpo, ritorna con forzata prepotenza nelle mura delle carceri.

I diritti dei detenuti 

Il tema dei diritti dei carcerati è una questione quanto mai delicata: in molti contesti le condizioni di detenzione e l’assenza di tutela dei diritti fondamentali riservati ai detenuti sono indizi allarmanti. 

Le condizioni di detenzione sono infatti uno degli aspetti più problematici dei sistemi penitenziari: sovraffollamento, igiene scarsa, carenza di servizi sanitari e una dieta insufficiente sono solo alcuni degli aspetti che vanno a minare il benessere dei detenuti.

Carcere di Canton Mombello

“Sembra di  stare bloccati in un ascensore”, sono le parole dei detenuti del carcere di Brescia, Canton Mombello, uno dei più affollati d’Italia, riportate al presidente della Repubblica Sergio Mattarella , per raccontare la loro esperienza di vita in un luogo in cui viene meno il pudore, in cui si è costretti a vivere privi di libertà personale, anche decine di persone nella stessa cella. “I corpi riprendono la scena ed entrano prepotentemente in un avvicinamento forzato, non si è mai soli “. 

 

Il corpo inteso come strumento di protesta 

 La convivenza forzata in carcere ha eliminato il pudore: il loro corpo diventa uno strumento di protesta e di manifestazione di ciò che si ha dentro.

 Molti detenuti, anche giovani, ricorrono all’autolesionismo, autoinfliggendosi ferite.

“Il dolore che si vede da fuori è meno di quello che che si prova dentro – spiega un detenuto – con i tagli inflitti al nostro corpo mostriamo loro quello che potremmo fare, ma che decidiamo di fare contro di noi”. 

Si tratta di assillanti richieste di auto, ma anche di una forma di nuda protesta. Quest’anno sono avvenuti più di ottanta suicidi in carcere, anche a causa  dello sciopero della fame, provvedimento adottato dai carcerati  a supporto di tale protesta.

“La violenza è il convitato di pietra di tanti discorsi che si fanno sui detenuti”, conclude Doriano Saracino, “in quanto il carcere è il luogo in cui si sente con forza la pressione e il potere dello Stato.”

Il carcere non è solo un luogo di punizione, ma anche di formazione, in quanto non bisogna trascurare l’esperienza di innumerevoli ragazzi che, non potendo entrare in contatto con il mondo esterno, tentano di socializzare, di crescere e formarsi in carcere, cercando di ottenere tardivamente un’esperienza formativa di cui, complice la precoce prigionia, si è stati privati .

“Il carcere sta iniziando a piacermi”: sono le parole di un giovane ventenne rinchiuso in carcere da ormai qualche anno , ed è proprio in vista di tali situazioni così drammatiche che bisogna aprirsi e comunicare i propri bisogni e le proprie necessità.

 Si può quindi parlare di gentilezza in carcere? 

“Sì, in quanto unico mezzo per contrastare la violenza”, si parla di gentilezza come parole e gesti carezzevoli, pronunciati per superare la divisione fra “barbari” e civilizzati e per aiutare a esprimere sinceramente sentimenti e dolori, preoccupazioni e speranze. Una parola diffusa in carcere è “loro”, “quelli che non sono come noi”, ma bisogna essere in grado di dire “noi”.

 

 

 

 

  

 

La didattica e l’Intelligenza Artificiale

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Intervista alla professoressa Alessandra Bertolotto.

Di Anna Cugurra, Rebecca Dufour, Filippo Moreschini, Alice Moretti, Francesco Nicolao, Lisa Poverelli

L’esperienza di PCTO, vissuta dalla nostra classe 3B nella settimana dal 21 al 25 ottobre, si è rivelata molto formativa riguardo all’utilizzo consapevole dell’Intelligenza Artificiale a scuola, non solo per noi studenti, ma anche per i docenti.

Per questo motivo abbiamo deciso di intervistare la professoressa Alessandra Bertolotto, che insieme alle professoresse Marina Terrana e Cristina Frisone  ha seguito in prima persona l’organizzazione e lo sviluppo del progetto Campbus del Corriere della sera.

Come crede che quest’esperienza del PCTO abbia influenzato il nostro punto di vista sull’Intelligenza Artificiale?

Spero che vi abbia fatto capire alcune delle sue potenzialità e criticità e vi abbia fatto pensare anche a un orientamento per il futuro, ovvero in che modo sia l’Intelligenza Artificiale sia la tecnologia possono essere utili nel lavoro di ciascuno di voi, non necessariamente solo in una professione scientifica o tecnologica ma anche in campo umanistico. 

Pensa che l’intelligenza artificiale possa essere utilizzata a scuola?

Penso di sì, ma solo a scopo didattico.

Faccio un paragone: l’ascensore di un grattacielo è comodo e può essere utile per arrivare anche ai piani più alti, mentre arrivarci con le scale è sicuramente più faticoso e ci si impiega molto più tempo. Grazie ad esso si guadagna tempo da poter spendere in altre attività. È però importante conservare l’abilità di saper salire le scale: non vogliamo rinunciare all’uso delle gambe perché “tanto c’è l’ascensore”.

Per l’I.A. il discorso è lo stesso: rinunciare al ragionamento e all’uso della propria mente perché ”tanto c’è l’I.A.” è assurdo.

Dobbiamo utilizzarla con consapevolezza: può aiutarci a velocizzare processi che sono lunghi e complessi realizzando degli abstract o delle sintesi e quindi sfruttandola come strumento di servizio.

Crede che quest’esperienza del PCTO abbia influenzato il nostro punto di vista sull’Intelligenza Artificiale?

Direi di sì, secondo me lo sta già cambiando.

A breve seguirò un corso di formazione in cui imparerò anche io a usare l’I.A. nella didattica. Alcune delle mie colleghe l’hanno già utilizzata per fare delle lezioni, per spiegare ai ragazzi; quindi sicuramente entrerà nella mia pratica quotidiana a scopo didattico ma è importante imparare insieme ad utilizzarla.

Anch’io devo rimanere sempre aggiornata e secondo me questo è compito della scuola: non può ignorare tutto ciò che è nuovo, deve conoscerlo e mediarlo ai ragazzi. Questi strumenti cambieranno necessariamente la nostra modalità di approccio al lavoro e allo studio.

Dopo questa esperienza, considererà l’opzione di integrare nelle sue lezioni l’intelligenza artificiale?

Sì, vorrei provarci perché credo che sia giusto utilizzarla per realizzare sintesi o  questionari, oppure rendere la lezione più creativa nel momento in cui l’argomento di cui si tratta risulta difficile o pesante.

Nonostante l’I.A. sia fantastica anche nella creazione di test, credo che non possa realizzarli così bene nel modo in cui sono capace io, che ho in mente esattamente quello che voglio chiedere alla mia classe, ma magari proverò…

Però, per esempio, posso usarla come aiuto per realizzare uno schema delle domande del compito, da rielaborare in un secondo momento: quindi può facilitare il mio lavoro e posso già utilizzarla adesso.

Spero che con questo corso potrò iniziare a usarla anche in modo più sofisticato.

 

Il progetto Campbus, organizzato dal Corriere della Sera, si è rivelato un’esperienza formativa sia per gli studenti che per i professori che hanno imparato a sfruttare al massimo le capacità dell’Intelligenza Artificiale, per utilizzarla come strumento di supporto allo studio e all’insegnamento.

L’entusiasmo e la partecipazione con cui gli studenti hanno accolto l’iniziativa sono la testimonianza del successo del PCTO, che rappresenta un modello innovativo di didattica e di orientamento.

È auspicabile che vengano proposti più progetti di questo tipo, in grado di fornire nuove prospettive e di creare una scuola sempre più aperta all’innovazione e alle esigenze dei giovani.

Discipline umanistiche e STEM : il Campbus del Corriere della sera.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Intervista alla prof.ssa Cristina Frisone.

Di Carlotta Berni, Eleonora Capone, Isabella Manni, Francesco Repetto, Linda Simonotto, Pietro Speroni, classe 3B

Tra il 21 e il 25 ottobre è arrivato nella nostra scuola il Campbus del Corriere della Sera, un progetto che ha visto coinvolte quattro scuole in giro per l’Italia. Per tutta la settimana le classi 3B e 3D hanno partecipato ad attività proposte da esperti di varie aziende specializzate nel campo dell’elettronica.

Gli studenti sono stati immersi in un mondo di tecnologie all’avanguardia, partecipando a workshop su intelligenza artificiale, programmazione e cybersecurity.

Abbiamo intervistato la professoressa Cristina Frisone, una delle coordinatrici del progetto per la nostra scuola.

Com’è nata la collaborazione con il Corriere della Sera?

Quello con il Corriere della Sera è sempre stato un appuntamento fisso per le nostre classi. Da quando abbiamo iniziato il percorso di giornalismo, ogni anno, con le classi prime portiamo i ragazzi a Milano per visitare la sede del giornale, a eccezione del periodo del Covid. Il Corriere è stato per noi una meta di approccio al giornalismo, un giornalismo con una forte tradizione storica nel nostro Paese.

Inoltre, abbiamo sviluppato diversi progetti di PCTO con le classi del triennio. Quest’anno, quando il Corriere ha deciso di venire a Genova con il Campbus, hanno pensato a noi proprio perché esisteva già questo parternariato. A volte seguiamo anche le loro conferenze online, che risultano interessanti sia per l’attualità sia per la letteratura, dato che il Corriere ha una solida tradizione nel campo delle conoscenze letterarie.

Ritiene che le attività proposte siano state inerenti alle materie del liceo classico?

Direi di sì, perché tutto è inerente al liceo classico. Il classico è sempre stato un percorso che fornisce una formazione ampia. Sebbene il latino e il greco possano sembrare materie lontane dalla realtà, la forma mentis del liceo classico ha sempre preparato anche per le materie che oggi definiamo STEM. Il Corriere della Sera, proponendoci questo progetto del Campus incentrato su queste discipline, ha rafforzato l’idea che il liceo classico non offre solo una preparazione umanistica; anzi, risulta efficace nel valutare criticamente anche le novità nei campi scientifici e professionali.

Cosa ne pensa degli esperti invitati a parlare durante il progetto?

Non ho partecipato direttamente, poiché la mia classe era composta da ragazzi più grandi, che avevano già svolto altri PCTO in passato. Tuttavia, ho partecipato alla visita sul Campbus. Ho trovato molto valido l’approccio della persona che ci ha accolto, Roberto Sitelli. Era simpatico e sapeva come coinvolgere i ragazzi con leggerezza ma anche con efficacia. Ha accolto i ragazzi parlando in inglese, non per fare scena, ma per sottolineare l’importanza della conoscenza dell’inglese in questo momento storico, dato che è la lingua di comunicazione globale. Durante la visita, ci ha illustrato varie possibilità sia lavorative sia didattiche, e ha rispettato molto il ruolo della scuola, evidenziando che la tecnologia è uno strumento complementare, non sostitutivo. Ho trovato questo messaggio molto utile.

Ritiene che questo progetto sia stato utile per i ragazzi in ottica di un futuro lavoro?

Penso che l’idea di un futuro lavoro maturi lentamente, soprattutto in base all’età. Sicuramente, però, i ragazzi hanno avuto modo di scoprire nuove professioni, uscendo dai soliti stereotipi di voler diventare medici o avvocati. Queste sono scelte nobili, certo, ma hanno visto che esistono anche altre professioni molto specializzate e con una valenza significativa nel mercato del lavoro.

Se in futuro ci fosse un’altra occasione per partecipare a questo tipo di attività, cambierebbe qualcosa per migliorarla?

Il Campbus ci ha proposto un pomeriggio di formazione per insegnanti, a cui abbiamo partecipato. Bisogna ammettere che era organizzato in parte dagli sponsor dietro il progetto come Google, Eni e TikTok: multinazionali prestigiose. Certo, nel presentarci le possibilità d’uso dei loro strumenti, hanno anche pubblicizzato i loro marchi. Non penso fosse pubblicità occulta, dato che era evidente, e credo che anche i ragazzi lo abbiano capito. In ogni caso, ritengo che gli sponsor siano necessari per queste attività, che altrimenti non sarebbero gratuite. Gli sponsor sono venuti gratuitamente per una settimana, portando con sé personale e tecnologie che hanno un costo, ed è educativo per i ragazzi comprendere che non tutto è gratis.

Personalmente, apprezzerei di più, per quanto riguarda la formazione per insegnanti, l’intervento di professionisti che utilizzano già la tecnologia in classe. Quando un’applicazione ci viene presentata da un insegnante, risulta più convincente perché ci mostra concretamente cosa si può fare con quella tecnologia. Questo approccio lo trovo molto più efficace.

Successivamente abbiamo ascoltato il parere sul progetto direttamente da un alunno della classe 3D

Come è stata questa esperienza?

Ci sono state proposte attività  con dei professionisti tra cui video makers e specialisti nel campo del videomaking, abbiamo lavorato per cinque giorni, ogni pomeriggio, per creare un video utilizzando tutti gli strumenti professionali del campo. E arrivare al prodotto finale,  un cortometraggio sul tema dell’intelligenza artificiale e della tecnologia.

È stata un’esperienza divertente e formativa che ci ha fornito strumenti che ci saranno molto utili nel mondo del lavoro.

 

QUANDO IL PCTO SI FA STRUMENTO PER IL FUTURO

Di Giovanni Porceddu, Chiara Bottino, Aurora Borriello, Emma Riciputi, Chiara Guatelli, Alessia Grandicelli, Emanuela Gasperini, Edoardo Malfettani, Linda Manni, Lorenzo Pittaluga, 3B.

Dopo Bari, Roma e Milano, l’iniziativa Campbus del Corriere Della Sera è arrivata a Genova, al Liceo D’Oria, dal 21 al 25 di ottobre.  

Il progetto ha coinvolto diverse classi in molte attività, fra mattino e pomeriggio, in un’unica direzione: la tecnologia e il suo utilizzo nella didattica in aula.  

Le classi 3B e 3D, dell’indirizzo umanistico, durante l’intera settimana, hanno svolto attività di PCTO. La sezione B è stata la classe “incubatore” di tecnologia, spettatrice e parte attiva di lezioni di didattica digitale con esperti del settore.  

Lo scopo dell’attività è stato informare gli studenti riguardo all’importanza delle nuove tecnologie che al giorno d’oggi vedono come protagonista l’intelligenza artificiale e formare all’utilizzo di quest’ultima.  

LE ATTIVITA’ GIORNATA PER GIORNATA

Lunedì una collaboratrice di Google ci ha parlato di workspace. Dopo una spiegazione sull’intelligenza artificiale e i suoi usi ha presentato Gemini,  un chatbot basato sull’intelligenza artificiale generativa e sull’apprendimento automatico sviluppato da Google con il quale abbiamo creato una presentazione sull’IA.

L’IA è un programma (un chatbot), nato intorno agli anni ’50, che raccoglie migliaia di informazioni e dati provenienti da tutto il mondo e aiuta l’uomo a svolgere i suoi lavori. Viene usata dagli assistenti virtuali, ad esempio Siri e Alexa, ma anche da app come Spotify e Apple Music per scegliere la musica consigliata. La classe ha anche chiesto a Gemini i rischi del suo utilizzo e il software di Google ha risposto con vari esempi. Uno di questi è la probabile perdita di posti di lavoro. Altre professioni, come quelle degli insegnanti, dei medici e degli autisti, potrebbero invece cambiare.

In questi anni gli studiosi stanno cercando  programmi che possano aiutare i medici a diagnosticare malattie e i ragazzi di Leonardo  hanno presentato proprio uno di questi sistemi. Hanno spiegato il loro progetto in maniera tecnica e precisa.

Martedì abbiamo assistito all’incontro con alcuni rappresentati inviati da Eni, che hanno spiegato alla classe che la loro è un’azienda italiana attiva principalmente nel settore dell’energia e del petrolio. Hanno poi fatto una breve introduzione sull’intelligenza artificiale e i suoi usi. In seguito abbiamo formato dei gruppi e gli esperti ci hanno sottoposto diversi problemi, come la dispersione scolastica. Successivamente, divisi in gruppi da sei persone, abbiamo dovuto creare un’applicazione che aiutasse le persone che si sentivano toccate da queste difficoltà. Per realizzare l’app abbiamo usato l’intelligenza artificiale, in particolare Google Gemini. Tutti i gruppi hanno poi presentato la propria app cercando di essere il più professionali possibile.

La classe 3B al lavoro

Il giorno seguente le Maestre a Cubetti, insegnanti rappresentanti del gruppo Acer che utilizzano il videogioco Minecraft come metodo di apprendimento per i ragazzi, ci hanno consegnato un computer da usare in coppia e richiesto di costruire la Lanterna di Genova cercando di essere i più fedeli possibile all’originale. Dopo averci fornito svariate informazioni storiche sul faro di Genova, ci hanno consegnato una scheda con le misure da rispettare nell’attività di costruzione. Abbiamo avuto a disposizione due ore per terminare la Lanterna, anche se ci era già stata anticipata la difficoltà del completarla in così poco tempo. Infatti solo un gruppo ha portato a termine il lavoro.

In seguito all’attività con Acer siamo passati a quella con PagoPA, un sistema di pagamento utilizzato per semplificare i versamenti. Anch’essa richiedeva di elaborare una start up. A differenza di Eni questa si basava sul problema della gestione del denaro. Gli esperti ci hanno dato la possibilità di realizzare delle interviste per elaborare un sondaggio, che abbiamo poi utilizzato per sviluppare un’applicazione che risolvesse il problema che ci avevano sottoposto. Ogni gruppo ha poi presentato il lavoro alla classe.

Giovedì abbiamo incontrato le collaboratrici Silvia ed Emanuela dell’IIT. Silvia si occupa dello studio della percezione dei non vedenti e degli ipovedenti e ci ha permesso di capire come vivono le persone affette da queste disabilità. Emanuela invece ci ha parlato della biorobotica, cioè la scienza che costruisce robot attraverso lo studio della natura. Abbiamo visto, ad esempio, delle strutture che copiano la forma del tentacolo del polpo. La prima attività è stata molto interattiva anche grazie ai giochi proposti, mentre la seconda è risultata un po’ più pesante a causa della lunga spiegazione. 

L’ultimo giorno a parlare per l’azienda Mr. Digital c’era la professoressa Chiara, la quale ci ha mostrato l’app BricksLab e, dopo averci diviso in due macro gruppi, ci ha assegnato delle date corrispondenti a numeri di giornali del Corriere della Sera e il nostro compito era quello di elencare le caratteristiche delle prime pagine. Alla presentazione dei nostri lavori era presente anche un giornalista del Corriere, Federico Cella. L’ultima attività, ovvero quella di Cicap, ci è stata presentata dall’assistente Luca, il quale ci ha mostrato varie tabelle statistiche usate da diversi giornali. Ci ha anche aiutato a riconoscere le fake news attraverso un volantino creato appositamente dalla sua società e ci ha mostrato una tabella riguardante il riscaldamento globale dal 1900 al 2000. Nonostante la lezione sia stata molto breve, Luca ha spiegato con leggerezza argomenti che potrebbero risultare più pesanti se non spiegati in maniera adeguata.

 

LA VISITA AL BUS

Campbus in sosta davanti al Liceo d’Oria

Giovedì, dopo quattro giorni di intensa e stimolante attività nelle aule e nei laboratori della scuola, Roberto Ricchitelli ci ha accompagnati sul bus tecnologico, che per tutta la durata del PCTO ha sostato davanti al Liceo D’Oria. . Per prima cosa Roberto ci ha chiesto che lavoro volessimo fare in futuro. Alcuni non hanno saputo rispondere con precisione, mentre la maggior parte di noi ha nominato lavori di tipo tradizionale, come l’avvocato, il giornalista e il medico. Prima che Roberto proponesse occupazioni come l’influencer o il fashion blogger nessuno aveva pensato a impieghi che avessero a che fare con i social. In seguito c’è stata la lezione sul bus durante la quale sogni e passione sono stati messi in primo piano.  Abbiamo ricevuto lo stimolo a uscire dalla “comfort zone” e a pensare di poter concretizzare qualsiasi desiderio in una professione , senza porsi limiti e senza farsi frenare da pregiudizi di alcun tipo, dal momento che, in una società sempre più dominata dalla tecnologia, non è inconsueto tramutare lo svago e il divertimento di un bambino nella fonte di guadagno di un imprenditore.  

Ciò che emerge da questa settimana di PCTO è la presa di coscienza della costante presenza dell’intelligenza artificiale nel lavoro. Qualsiasi mestiere, anche se apparentemente insostituibile dalla tecnologia, è permeato da questa. In tale contesto, non voler stare al passo dell’evoluzione tecnologica sarebbe un ottuso anacronismo e comporterebbe un deficit di conoscenza non indifferente, tanto a livello personale che aziendale.

 

 

Il Campbus del Corriere approda davanti al liceo D’Oria

Di Lisa Ferrari classe 1B

Le classi dello storico liceo classico genovese visitano l’autobus tecnologico parcheggiato davanti alla scuola.

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Genova, 21 ottobre 2024. E’ in questa data che il CampBus, il laboratorio tecnologico su ruote del Corriere della Sera, si parcheggia davanti all’ingresso del D’Oria, pronto ad aprire ai suoi studenti le porte dell’innovazione digitale. Questo progetto inaugurato nel 2020 e giunto alla sua quinta edizione, ha l’obiettivo di promuovere le nuove tecnologie nella didattica.

Mai come durante la pandemia si è percepita questa necessità. Dopo la fine della quarantena, si è capito che nell’era del digitale per i giovani è fondamentale utilizzare questi strumenti con consapevolezza. Il progetto mira proprio a questo: insegnare agli studenti di oggi come costruire il futuro di domani, grazie all’aiuto delle nuove tecnologie.

Il CampBus ha scelto come ultima tappa Genova dopo Milano, Roma e Bari e rimarrà nel capoluogo ligure anche per l’annuale Festival della Scienza.

Il mezzo, originariamente un vero e proprio bus, è stato rimodernato e dotato di tutte le più recenti innovazioni. A mostrarle è stato un giornalista del Corriere della Sera, Roberto Ricchitelli, che, con un approccio entusiasta, ha illustrato agli studenti molti modi in cui possono imparare tramite l’intelligenza artificiale o le piattaforme social.

Ad esempio Tiktok, molto popolare fra i ragazzi di oggi, presenta una funzione detta STEM (acronimo di Science Technology Engineering and Mathematichs) che consente la divulgazione di brevi video didattici.

Durante le visite guidate gli studenti hanno osservato vari strumenti modernissimi, come un braccio meccanico ideato dall’azienda italiana Leonardo, a forma di tentacolo di polipo. Il suo scopo è liberare i pozzi petroliferi da eventuali oggetti che li ostruiscono. Gli alunni hanno potuto notare anche i componenti più piccoli che formano i dispositivi utilizzati tutti i giorni, come un minuscolo processore di calcolo, che traduce il linguaggio binario del PC.

Infine il cronista ci ha spiegato anche una legge fisica della velocità attraverso un esperimento con una rampa costruita in LEGO. Il giornalista ha dimostrato in questo modo che un’esperienza pratica e divertente può aiutare a comprendere meglio delle nozioni della didattica scolastica. 

 Il progetto CampBus in conclusione “Promuove l’apprendimento attraverso la tecnologia, senza limiti…purché usata in maniera intelligente!” per dirlo con le parole di Roberto Ricchitelli. 

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Orientarsi alle professioni del futuro con il Campbus del Corriere

di Irene Collufio e Margherita Fazioli, 4B

Dal 21 al 25 ottobre 2024 si è svolta al liceo classico Andrea D’Oria la quarta e ultima settimana della quinta edizione del tour CampBus, un’iniziativa del Corriere della Sera sviluppata in varie città italiane con la finalità di informare i giovani sui cambiamenti che la tecnologia ha portato nel mondo del lavoro. 

Cos’è il Campbus?

Nel 2020, a causa della pandemia di Covid e la conseguente didattica a distanza, è stato necessario per tutti avvicinarsi alla tecnologia. Il progetto del Corriere della Sera nasce con lo scopo di fare conoscere approfonditamente tutte le innovazioni tecnologiche che la pandemia ci ha “costretto” ad utilizzare. Vari professionisti provenienti da diversi settori si sono messi a disposizione degli studenti per infondere conoscenze acquisite nel corso di molti anni di carriera.

Le città coinvolte nel tour Campbus 2024

Quest’anno l’iniziativa ha coinvolto Milano, Roma, Bari e Genova e si concluderà il 5 dicembre in Sala Buzzati, nella sede degli uffici del Corriere della Sera a Milano, dove avverrà una competizione tra le scuole coinvolte nella proposta per i migliori video, podcast e reportage social realizzati dagli studenti.

 

Una settimana a scuola con Campbus

Ogni mattina i giornalisti del Corriere e gli studenti leggono il giornale e viene avviato un dibattito sulle notizie del giorno, nelle ore successive si parla di ‘intelligenza artificiale, delle sue funzionalità e regolamentazione e delle nuove opportunità di lavoro  che potrebbe offrire.

Per spiegare agli studenti i nuovi sbocchi lavorativi generati dall’IA viene chiesto proprio a loro di provare a definirli partendo solamente dal nome. Tra questi, ad esempio, il “data scientist”, che si occupa dello studio dei dati per adottare nuove strategie di marketing.

In seguito gli studenti si spostano sul vero e proprio CampBus, che si trova fuori dalla scuola, dove vengono illustrate anche tecnologie facilmente accessibili ai giovani, come la funzionalità STEM di TikTok.

L’incontro in Aula magna con i professionisti delle nuove tecnologie

Nella mattinata di mercoledì, giorno in cui si svolgono i seminari, i rappresentanti di aziende che lavorano a stretto contatto con il mondo dell’intelligenza artificiale raccontano il loro percorso di formazione e di lavoro  per giungere a posizioni di rilievo, in modo da potersi orientare nelle scelte del futuro.

Anche gli insegnanti hanno dovuto mettersi dall’altra parte della cattedra, con “Prof on Board”, l’incontro per i docenti con l’obiettivo di informarli sui modi per mettere in pratica al meglio la didattica digitale.

 

 

I lavori del futuro… oggi

Il Campbus del Corriere della Sera a Genova.

di Emma Benvenuto e Virginia Sabatini, 2D

Cosa vuoi fare da grande?

Il Campbus del Corriere della Sera arriva a Genova per la sua ultima tappa del tour, partito da Milano, seguita a Roma e Bari, per approdare al liceo classico Andrea D’Oria. Il laboratorio tecnologico su ruote  ci presenta un futuro più prossimo di quanto possiamo immaginare.

Infatti dalla quarta rivoluzione industriale, cioè la rivoluzione digitale iniziata con l’avvento del nuovo millennio, la nostra quotidianità si è evoluta insieme alla tecnologia. Lo sviluppo delle ICT ha mutato il mondo del lavoro inserendo alcune nuove tecnologie per migliorare le condizioni di lavoro, creare nuovi modelli di business, aumentare la produttività degli impianti e migliorare la qualità dei prodotti, questo processo viene chiamato industria 4.0.

Ma la tecnologia può sostituire la manodopera umana?

E’ presto per dirlo, ma non è una possibilità da escludere, soprattutto per quanto riguarda i lavori manuali. Ma dobbiamo ricordare che le macchine devono pur sempre essere programmate da qualcuno e che, per questa ragione, non possono fare qualcosa che un umano non può fare. Comunque si tiene conto il punto di vista sociale, politico ed economico: rimpiazzare completamente il lavoro di un umano con quello di una macchina porterebbe ad un aumento della disoccupazione. 

Ma quali sono i “nuovi” lavori?

Si prevede che Economia, Giurisprudenza e Medicina saranno le lauree più richieste intorno al 2025, ma nasceranno anche lavori “di nuova generazione”, non solo l’influencer, ma anche il machine learning specialist, un ingegnere informatico specializzato nella matematica e nella statistica, che applica le sue competenze sulla tecnologia, il project manager, che si occupa del business online, e molti altri ancora.

L’ AI come cambierà il lavoro?

Se pensiamo a lavori legati al disegno o alla scrittura, sicuramente per quei settori l’AI non sarà un vantaggio, probabilmente il contrario. Ma se consideriamo il marketing e l’economia aziendale, l’intelligenza artificiale porterà beneficio dal punto di vista organizzativo e produttivo. Ovviamente con il recente sviluppo dell’AI si sono create nuove occasioni di lavoro come: l’ingegnere dell’Intelligenza Artificiale, il Machine Learning Specialist, uno specialista dell’ AI ed altri.

Con lo sviluppo tecnologico la nostra vita sta cambiando, stiamo prendendo nuove abitudini e abbandonando altre, quindi, quando si pensa ad un futuro che orbita intorno alla tecnologia, dovremmo pensare che quel momento è già arrivato.

 

Visita al Palazzo Reale di Torino: un tuffo nella storia e nell’arte

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Di Camilla Demartini, 2D

Oggi ho avuto l’opportunità di visitare il Palazzo Reale di Torino, un luogo ricco di storia e di bellezza. Il Palazzo, situato nel cuore della città, è stato la residenza dei Savoia fino al 1946 e ancora oggi al suo interno conserva molte opere d’arte, mobili e cimeli storici.

Appena giunta al palazzo, sono stata colpita dall’imponenza dell’edificio.
La facciata, lunga 107 metri, è in stile barocco, e le sue decorazioni eleganti e raffinate preannunciavano un interno altrettanto sontuoso e regale. Dopo aver acquistato il biglietto, la mia visita è iniziata dalle grandissime sale del palazzo. I principali artisti che resero queste sale così maestose sono: Isidoro Bianchi, Claudio Francesco Beaumont, Rocco Comaneddi e molti altri.

Al Primo Piano Nobile, sono presenti quadri e ritratti di personaggi storici, legati a casa Savoia. Una delle sale più importanti è la Galleria Sabauda, che include una vastissima collezione che spazia dalle pitture gotiche del XVI secolo e comprende alcune delle più famose opere d’arte italiane.
Sullo stesso piano è inoltre visitabile la Sala del Trono, ambiente ricco di colori e affreschi.

Si accede al secondo piano grazie alla scala detta “delle Forbici”, ideata dall’architetto Filippo Juvarra nel 1720. Tale scala prende il nome, appunto, dalla figura di un paio di forbici, poste nella volta, che tagliano le due trecce laterali incrociate, creando una lingua biforcuta.

Al termine della visita, sono andata ai giardini del palazzo, un angolo di tranquillità e bellezza.
Durante il giro, ho avuto l’opportunità di partecipare a una visita guidata, che mi ha permesso di approfondire alcuni aspetti storici e curiosità sul Palazzo.

Se vi trovate a Torino, non potete assolutamente perdervi una visita al Palazzo Reale: è un viaggio nel tempo che vi lascerà senza parole.


La Scala a Genova

Di Emma Benvenuto, 2D 

Il teatro alla Scala al Festival di Nervi.

Passati vent’anni dall’ultima trasferta del corpo di ballo, i ballerini della Scala si esibiscono al Teatro Carlo Felice di Genova con titoli del novecento e contemporanei: Reveal, Skew-Whiff, un estratto da Il pipistrello, Cantata, Donizetti pas de deux e Blake Works.

“Reveal”

“Reveal”, il primo balletto della serata, si concentra sulla dualità: luce e ombra, bianco e nero, uomo e donna. Coreografia creata da Garrett Smith per lo Houston Ballet nel 2015, trasmette dall’inizio alla fine sensazioni di contrasto. Lascia lo spettatore ammaliato dai complessi giochi di luce intrecciati con i muovimenti ipnotici di ben dodici bellerini, che si alternano tra coppie, gruppi e solisti.

Skew-Whiff
Il pipistrello”
Cantata”
Donizetti pas de deux

“Skew-Whiff”, coreografia di Sol León e Paul Lightfoot, mette in armonia la musica classica, l’Ouverture dalla Gazza ladra di Rossini, e lo stile contemporaneo. In questa coreografia non mancano situazioni che fanno scappare una risata, ma si viene anche impressionati dai muovimenti alternati tra morbidi e spigolosi, accompagnati, anche in questo caso, da giochi di luce che formano sottili raggi dorati.

Lo spettacolo continua con un estratto dal famoso balletto “Il pipistrello” di Roland Petit. Si viene trasportati in un mondo frizzante e leggero, senza dubbio comico. Bella è una giovane sposa della borghesia che si ritrova un marito frivolo, così chiede aiuto a Ulrich, amico fidato.

Segue un passo a due da “Cantata” di Mauro Bigonzetti, un balletto fisico e passionale dalle sfumature mediterranee, che fa riflettere sui propri rapporti e sulla visceralità di essi. Non ci sono giochi di luce o costumi strabilianti, si viene incantati dalla semplicità e dagli intrecci dei due corpi, che creano armonia, come dovrebbe essere in un rapporto sincero.

Passiamo al balletto classico, sempre con un occhio più attuale, creata da Manuel Legris nel 2007: “Donizetti pas de deux”, creazione briosa e avvolgente, che vi sorprenderà con la tecnica classica accompagnata da una sensazione di leggerezza.

Blake Works

La serata si conclude con “Blake Works”, accompagnato dalle musiche di James Blake, che mostra la bellezza della danza con le sue linee e i suoi movimenti sinuosi, che ipnotizzano e avvolgono. Anche in questo caso la semplicità dei costumi e delle luci lascia spazio a vere e proprie opere d’arte disegnate con cura.

“Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.”
Rudolf Nureyev

Foto prese dal sito del  “Festival di Nervi”

 

La Provenza: una terra ricca di meraviglie e sorprese.

Di Ilaria Canobbio, 2D

Arrivata in Provenza, avverto fin da subito una particolare aria di festa. Di lì a pochi giorni ci sarebbe stata una delle giornate più importanti per Plateau de Valensole: la raccolta della lavanda. Nelle valli della Provenza la presenza di enormi estensioni di campi di lavanda è una parte fondamentale, oltre che della tradizione, anche dell’economia della zona, perché durante questa attesissima festa, che ricorre il 14 luglio, si raccoglie la lavanda per venderla, produrre oli essenziali, profumi, saponi, tutti oggetti che attirano l’attenzione dei turisti per i loro profumi inebrianti e che verranno venduti, oltre che nei negozi, anche nei mercati: parte della tradizione di questa pianta, infatti, sono anche i Marché Provençal.

La lavanda era già usata per questi scopi dai Romani, infatti furono proprio loro a dare il via a questa grande tradizione francese. Se si rimane, però, lontano dai paesi e ci si addentra nei veri e propri campi dove la lavanda viene coltivata, prima che avvenga la mietitura, si può assistere ad uno spettacolo che lascerà tutti senza fiato: intere distese di lavanda piantata con estrema precisione in numerosissime file che sprigionano colori e profumi. Di giorno assistere a questo spettacolo naturale è bellissimo e si riescono a vedere i veri colori della pianta, ma la parte migliore è vedere il sole che tramonta dietro ai campi: i colori vengono percepiti in modo diverso, in un primo momento si tinge tutto di arancione, poi, dopo la scomparsa del sole, anche il cielo si unifica ai campi, tingendosi di un leggero violetto che accostato al lilla delle piante toglie il fiato a chiunque si trovi lì.

Questi luoghi sono conosciuti principalmente per questa coltivazione, ma nell’altopiano di Valensole le sorprese non finiscono mai: in quello che adesso è un semplice parcheggio per visitare il paesino di Riez nel pieno centro di Plateau de Valensole si possono trovare quattro colonne romane. Infatti, come già detto, i Romani in questa zona della Francia erano di casa; queste quattro colonne appartenevano alla facciata di un tempio romano del I secolo. Le colonne rimanenti del tempio sono in granito monolito, sovrastate da un architrave scolpita . Questa sito dove oggi vi é la cittadina di Riez, soprannominata anche “la Romana”, era usato dagli stessi Romani come luogo di comunicazioni, siccome si trova sulla confluenza di tre valli. Essa era stata chiamata anticamente Julia Augusta Reiorum Apollinaris.

Un’altra meraviglia che la Provenza ha in serbo per i suoi turisti? il paesino di Moustiers San Marie. Esso è costruito sulla roccia delle vette di questo luogo; si può visitare sia la parte bassa, ovvero quella più moderna, che il vecchio borgo, raggiungibile attraverso una lunga scalinata dalla quale, se si volge lo sguardo in basso, la vista sul borgo sarà a dir poco mozzafiato. Se si volge, invece, lo sguardo in alto, si può notare una stella appesa ad una catena che collega le due vette che si innalzano sulla città. Secondo una leggenda è stata eretta da un cavaliere di ritorno da una crociata, che aveva fatto voto alla Madonna di consacrare un monumento nel caso fosse stato liberato; così decise di appendere una stella a sedici punte, simbolo della sua famiglia. La stella ormai è stata sostituita molte volte perché caduta a causa del suo peso, fino al 1995 quando nel riagganciarla al suo posto è stata sostituita con una a cinque punte. 

 

Non si può parlare di Provenza, però, senza citare le gole del Verdon. Il Verdon è il fiume che, attraversando la Provenza, crea alcuni laghi, e che durante il suo corso è contornato da rocce talmente alte e ripide da formare delle gole. Esse si possono osservare direttamente dalla strada che permette di fare dall’alto il giro del fiume. Scendendo dalla macchina, però, si può arrivare ai punti panoramici presenti lungo il suo corso e da lì si può ammirare la migliore vista su questa meraviglia unica.

La Provenza la definirei il posto “perfetto per tutti”, per i bambini a cui piacciono i fiori, per tutti coloro a cui piace ammirare la natura e per tutti coloro a cui piace la storia, sia moderna che classica.