Lezioni di Memoria: contro l’indifferenza di ieri e di oggi

Di Filippo Lussana, Gabriele Coli, Riccardo Olivieri, Elena Lanza 5B

«Era molto difficile per i miei parenti convivere con un animale ferito come ero io: una ragazzina reduce dall’inferno, dalla quale si pretendeva docilità e rassegnazione. Imparai ben presto a tenere per me i miei ricordi tragici e la mia profonda tristezza. Nessuno mi capiva, ero io che dovevo adeguarmi ad un mondo che voleva dimenticare gli eventi dolorosi appena passati, che voleva ricominciare, avido di divertimenti e spensieratezza.» Così Liliana Segre ricorda la tragica condizione di chi, come lei, negli anni successivi alla guerra, non trovò orecchie disposte ad ascoltarla. 

La famiglia De Benedetti

Le dolorose storie di migliaia di famiglie ebree italiane rimasero confinate tra le mura domestiche, per il fatto che i protagonisti di queste erano stati segnati tremendamente dal dolore e da un paradossale senso di vergogna e inadeguatezza. Anche la storia di Franca De Benedetti e della sua famiglia non si conobbe fino al 2005, anno in cui decise di aprire il suo cuore al nipote, Filippo Biolè, raccontandogli per la prima volta dettagliatamente i travagliati anni vissuti tra il 1938 e il 1945.   Da questo racconto è iniziata la difficile ricostruzione della vicenda da parte dell’avvocato Filippo Biolè, presidente dell’ANED Genova (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti), che il 10 febbraio 2025 ha raccontato agli studenti del Liceo Andrea D’Oria la tragica storia della sua famiglia colpita dalla persecuzione nazifascista.

L’avvocato Biolè al Liceo D’Oria

Durante il racconto della fuga dall’Italia della famiglia De Benedetti verso una disperata salvezza in Svizzera, Biolè ha voluto mettere l’accento sui tanti piccoli gesti di aiuto compiuti da persone che, opponendosi alla diffusa indifferenza, rischiarono la loro vita per salvare quella di altri. E’ il caso del podestà di Levanto che nel settembre del 1943 sapendo che in pochi giorni sarebbero arrivati i nazisti a prenderli, invitò i De Benedetti a scappare. O dell’oste di Como che, di fronte a una famiglia segnata in volto dalla fame, consapevole si trattasse di ebrei, non ha esitato a mettere a disposizione uno spazio sicuro in cui avessero potuto sistemare le valigie con gli ultimi loro vestiti. Infine i guardiani sul confine svizzero che, pur avendo a poche centinaia di metri un presidio di nazisti, li fecero passare attraverso un buco nel filo spinato. 

Bruno De Benedetti

A non riuscire a trovare la salvezza fu Bruno De Benedetti che venne deportato prima nel campo di Fossoli, dal quale tenne una commovente corrispondenza con la moglie, successivamente ad Auschwitz e Dachau. Con il suo commovente racconto, l’avvocato non ha solo rapito l’attenzione di tutti i presenti, ma ne ha anche condotto il cuore nella quotidianità di una delle troppe famiglie tuttora dilaniate da abominevoli eventi che noi definiamo “storici”, ma che sono più che mai attuali. La necessità e l’importanza di testimoni determinati e documentati come Filippo Biolè non è infatti da considerarsi esclusivamente finalizzata alla “memoria”, nel senso latino di “ricordo”; certo, esso è e deve rimanere un “peso gravoso sulla schiena” di tutta l’umanità in quanto ferita inguaribile ancora in cerca di una cicatrice, ma tali discorsi rivestono soprattutto un ruolo moderno di prevenzione ed accortezza verso indifferenza e discriminazioni, piaghe tutt’altro che superate. Non a caso Biolè sceglie, con grande efficacia e partecipazione, di concludere l’incontro citando ancora una volta Liliana Segre, rinnovando l’importante invito a scegliere con responsabilità e in nome della propria coscienza, affinché tutti “Siate la farfalla gialla che vola sopra il filo spinato.” che, nel caso dell’oste di Como o del podestà di Levanto, ha salvato la vita e il racconto della famiglia De Benedetti, e indirettamente anche noi. 

Un viaggio attraverso la memoria

“Le tappe dell’ignominia” scandite dalle voci della Shoah

Di Anna Cugurra, Rebecca Dufour, Emanuela Gasperini, Chiara Guatelli, Lisa Poverelli, Francesco Repetto 

Per celebrare il Giorno della Memoria il Cinema Sivori, lunedì 3 febbraio, ha presentato uno spettacolo di straordinario valore storico, ma soprattutto umano: “Tu passerai per il Camino – Le tappe dell’ignominia”, che invita ognuno di noi ad una riflessione profonda e commovente, servendosi di immagini d’epoca, letture e della toccante narrazione di Rino Mario Giannini e Raffaella Burlando.

Il progetto nasce da uno studio basato su numerose testimonianze di sopravvissuti ai lager e si pone l’obiettivo di restituire memoria e sensibilizzare il pubblico sulle atrocità della Shoah.
Gli autori dello spettacolo, Claudio Cadario e Lidia Eseleva, hanno constatato l’impossibilità di riprodurre il lager sulla scena e hanno motivato la loro decisione di inserire le testimonianze all’interno della rappresentazione, senza identificare direttamente le persone, puntando su un teatro di parola.

Questa scelta è stata compiuta riflettendo sulle parole pronunciate da Goti Bauer, che sostiene che ogni ricordo relativo alla deportazione è solo un microscopico tassello in quel mosaico infinito di sofferenze umane che è stata la Shoah. La loro idea è stata quella di presentare una storia attraverso la lettura di diversi racconti, servendosi del teatro di narrazione per mettere al centro e rendere pregnante ogni parola.

Lo spettacolo include letture tratte da Primo Levi, Liliana Millu, Elie Wiesel e testimonianze di deportati liguri, per concludersi con una celebre sequenza de “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin.
A chiudere la serata vi è stato un momento di cabaret del repertorio ebraico, segno di come l’ironia possa diventare uno strumento di resistenza e memoria.

La rappresentazione è stata accompagnata da musica Yiddish/Klezmer eseguita dal vivo, alternando brani strumentali e cantati, che richiamano la sofferenza e la vita degli ebrei nei campi di concentramento, offrendo un ulteriore spunto di riflessione sulla tragedia della Shoah.

Dal 2007, “Tu passerai per il camino – Le tappe dell’ignominia” viene riproposto annualmente in diverse sedi, rivolgendo la sua forza educativa a studenti e docenti.

Lo spettacolo rende tangibile la realtà della Shoah attraverso le testimonianze dirette dei sopravvissuti, ed è proprio questa discriminante a donare potenza alla narrazione e, grazie all’ausilio delle immagini, a rivolgersi direttamente al cuore di ognuno di noi.

La rappresentazione ci ha fortemente colpiti anche a causa di alcune immagini per noi inedite e molto crude  ed è stata un’occasione preziosa per coltivare la memoria, ricordandoci l’indicibile orrore della Shoah e sfidando chi ancora oggi minimizza o nega la tragedia. Ci ha indotti a riflettere non solo su quanto accaduto, ma sulle atrocità che l’uomo è in grado di compiere se non si impegna attivamente contro l’odio e l’indifferenza.

Monumento Fieschi: un’icona di storia e bellezza nel cuore di Genova

Di Carlotta Berni, Alice Moretti, Giovanni Porceddu, Francesco Repetto, Linda Simonotto, classe 3B

Il 29 novembre 2024 la classe 3B è stata accompagnata nel centro storico della città di Genova in visita al Museo Diocesano, uno spazio che un tempo fu la residenza dei canonici e dove ora vengono esposti gli oggetti appartenuti alla Diocesi della città. A questi si aggiunge il Monumento funebre di Luca Fieschi, storico membro della nobile famiglia genovese e cardinale di grande rilevanza per la storia e la cultura di Genova.

Uno spazio particolarmente interessante è stato quello dedicato alla Stanza dei mesi, stanza dove vivevano i canonici, ricoperta di affreschi che rappresentano il passaggio delle stagioni e le tradizioni popolari che lo accompagnano. Al suo interno è custodito un libro dei canti, un affascinante scritto religioso, decorato da un’immagine che rappresenta l’incontro tra due donne gravide, la Vergine Maria ed Elisabetta. Il contorno del capolettera è formato da un drago che dalle fauci fa uscire un elemento floreale invece del fuoco, ciò rappresenta il soffocamento del male e la nascita del bene. Successivamente abbiamo visitato la parte del museo dedicata al Monumento di Luca Fieschi.

 

Il monumento funebre è stato voluto dal cardinale stesso, che pochi giorni prima della sua morte convocò dei testamentari per esprimere le sue ultime volontà. Egli chiese che la sua salma fosse posta nella cattedrale di San Lorenzo, dietro l’altare, vicino alle ceneri di San Giovanni Battista, posizione che nessuno aveva mai ottenuto prima. Il monumento venne fatto costruire da scultori Pisani, commissionati da due dei sette eredi testamentari.

Originariamente si ergeva con un’altezza di circa 12m ed è composto alla base da quattro statue che rappresentano le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza temperanza. Sopra queste è presente un sarcofago raffigurante Gesù Cristo che mostra le sue piaghe agli apostoli, sul quale si poggia la statua della salma di Luca Fieschi, realizzata facendo il calco del viso del defunto. La salma viene sovrastata dalle statue di due angeli che sembrano aprire le tende di un sipario, in cima possiamo ancora vedere le statue della Madonna col Bambino, San Lorenzo e San Giovanni Battista, molto probabilmente erano presenti altre statue, ma purtroppo dopo la caduta della famiglia Fieschi il monumento ha subito diversi spostamenti e molti pezzi sono andati perduti.

Questa disposizione che si può ammirare all’interno del museo è frutto di un grande lavoro di restauro da parte degli studiosi, che si sono serviti delle poche fonti del Medioevo e inevitabilmente anche della loro creatività : basti pensare che per collocare il monumento nel luogo in cui si trova ora all’interno del museo Diocesano si è dovuto tagliare parte del pavimento del secondo piano, creando una balconata che permette di osservarlo da una posizione inedita.

Grazie alla rappresentazione teatrale di Pino Petruzzelli e di Valentina Messa a cui abbiamo successivamente assistito presso l’Auditorium Eugenio Montale, che alternava momenti narrativi e di ricostruzione storica a intermezzi musicali, abbiamo potuto ascoltare la storia della costruzione e del restauro del Monumento dedicato a Fieschi, rivendendone proiettate sullo sfondo le immagini anche nei suoi preziosi particolari.

Dalla pietra alla carta: la storia attraverso la codicologia

di Gabriele Coli, Greta Mumolo, Marta Uva e Riccardo Olivieri, 5 B

Il 23 Gennaio 2025 la professoressa Sandra Macchiavello, docente di Paleografia dell’Università di Genova, ha fatto fare un salto nel passato agli studenti del liceo classico Andrea D’Oria, introducendoli al mondo della Codicologia. La codicologia è la disciplina storica che studia il manoscritto.  Il termine manoscritto, dal latino manu scriptus, indica un qualsiasi documento scritto a mano. Esso può trovarsi in forma di codice ma anche di libro o pergamena. La codicologia nasce a partire da altre due discipline, la paleografia e la filologia. La prima consiste nello studio delle caratteristiche e dell’evoluzione delle prime forme di scrittura, la seconda si occupa anch’essa di studiare testi di varia natura per ricostruirne la loro forma originaria con l’analisi critica e comparativa delle fonti. 

Nello specifico la codicologia non si concentra sullo studio del contenuto e del valore storico dei manoscritti, ma del mezzo utilizzato. Si delinea quindi un viaggio a partire dal Papiro, passando per la pergamena, per arrivare infine alla carta. Oggi protende verso una probabile transizione digitale che eliminerà, come successo in passato durante tutte le transizioni, il mezzo precedente. 

I primi supporti scrittori quali le tavolette di argilla, terracotta o metalli come il bronzo, erano inorganici e la scrittura era scolpita o a sgraffio. In epoca classica si utilizzavano molto gli ostraka, cocci di vaso che venivano utilizzati per prendere veloci appunti sfruttando la loro trasportabilità. Inoltre erano anche adibiti al voto al fine di indicare chi esiliare dalla città perché ritenuto un pericolo. Successivamente si passa ad utilizzare supporti organici, come foglie, pelle, ossa e seta, su cui si scriveva con l’inchiostro. 

A partire dal III millennio a.C. invece, inizia ad essere utilizzato il papiro, ricavato da una pianta acquatica presente in abbondanza in Egitto, sul delta del Nilo. Raggiunge la sua massima diffusione nel IV sec. a.C., per poi essere sostituito dalla pergamena nel II secolo a.C.. La pergamena è una membrana ricavata dalla pelle di animale, solitamente agnello o vitello. Plinio il Vecchio, nei suoi scritti, racconta che la Pergamena prende il nome dalla città di Pergamo, in Asia Minore. Questa città vantava la presenza di una biblioteca al pari di quella di Alessandria D’Egitto. A causa della concorrenza tra il sovrano egiziano e il re di Pergamo gli egizi smisero di esportare papiro e Pergamo inventò la pergamena lavorando le pelli di animali. 

Il supporto scrittorio di uso corrente è invece la carta, ottenuta per la prima volta in Cina nel II secolo a.C. dalla corteccia degli alberi. La carta viene creata sciogliendo della cellulosa in acqua, che è  poi raccolta con una rete metallica e fatta asciugare. Gli Arabi hanno il merito di averla portata in Europa intorno al XI secolo d.C. Tuttavia la produzione industriale che ne ha consentito l’uso su larga scala è iniziata solo nell’Ottocento.

Molti dei manoscritti che sono stati conservati fino ai giorni nostri risalgono al Medioevo. I monaci infatti, chiamati amanuensi proprio per l’attività di copiatura a cui si dedicavano, si rinchiudevano negli scriptoria nelle ore più luminose del giorno per trascrivere migliaia di testi antichi che ritenevano di grande importanza per il nostro patrimonio culturale. A questo periodo risale anche il più grande manoscritto del mondo, il Codex Gigas, creato in un monastero benedettino in Boemia attorno al XIII sec. d.C..

Il Codex Gigas è conservato a Praga nella Biblioteca Nazionale Ceca.
Il codice Gigas è anche conosciuto col nome di Bibbia del Diavolo per la grande illustrazione del demonio in esso contenuta e per la leggenda riguardo al fatto che l’autore, per scriverlo, abbia richiesto l’aiuto del demonio.

Prima dell’invenzione della stampa, arrivata con Gutenberg, la circolazione dei testi scritti era molto limitata, a tal punto che i pochi che avessero voluto possedere un certo libro, avrebbero dovuto chiederlo in prestito ad altri per poi copiarlo a mano o delegare il lavoro ad uno scriba. Lo stesso accadeva agli studenti nelle università, i quali, per possedere un libro di testo, erano costretti a farselo dettare dai propri professori.

Inoltre a partire dall’alto medioevo compaiono anche i primi manoscritti miniati, ovvero decorati con pitture ornamentali. In origine il termine miniatura indicava esclusivamente l’immagine realizzata per decorare le lettere iniziali dei capitoli in un manoscritto, tradizionalmente di colore rosso. Successivamente iniziano a diffondersi illustrazioni di piccolo formato e il sostantivo “miniatura” passa ad indicare dipinti, oggetti e forme di dimensioni ridotte.

 

 

Dunque i manoscritti sono documenti estremamente preziosi non solo per il loro contenuto testuale, da cui emerge la nostra identità culturale, ma perché mostrano anche le procedure più o meno travagliate tramite le quali i nostri avi si misuravano nella scrittura e nel difficile ma fondamentale compito di tramandarla.  



Dalla pietra alla carta: la storia attraverso la codicologia

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Gabriele Coli, Greta Mumolo, Marta Uva e Riccardo Olivieri, 5 B

Il 23 Gennaio 2025 la professoressa Sandra Macchiavello, docente di Paleografia dell’Università di Genova, ha fatto fare un salto nel passato agli studenti del liceo classico Andrea D’Oria, introducendoli al mondo della Codicologia. La codicologia è la disciplina storica che studia il manoscritto.  Il termine manoscritto, dal latino manu scriptus, indica un qualsiasi documento scritto a mano. Esso può trovarsi in forma di codice ma anche di libro o pergamena. La codicologia nasce a partire da altre due discipline, la paleografia e la filologia. La prima consiste nello studio delle caratteristiche e dell’evoluzione delle prime forme di scrittura, la seconda si occupa anch’essa di studiare testi di varia natura per ricostruirne la loro forma originaria con l’analisi critica e comparativa delle fonti. 

Nello specifico la codicologia non si concentra sullo studio del contenuto e del valore storico dei manoscritti, ma del mezzo utilizzato. Si delinea quindi un viaggio a partire dal Papiro, passando per la pergamena, per arrivare infine alla carta. Oggi protende verso una probabile transizione digitale che eliminerà, come successo in passato durante tutte le transizioni, il mezzo precedente. 

I primi supporti scrittori quali le tavolette di argilla, terracotta o metalli come il bronzo, erano inorganici e la scrittura era scolpita o a sgraffio. In epoca classica si utilizzavano molto gli ostraka, cocci di vaso che venivano utilizzati per prendere veloci appunti sfruttando la loro trasportabilità. Inoltre erano anche adibiti al voto al fine di indicare chi esiliare dalla città perché ritenuto un pericolo. Successivamente si passa ad utilizzare supporti organici, come foglie, pelle, ossa e seta, su cui si scriveva con l’inchiostro. 

A partire dal III millennio a.C. invece, inizia ad essere utilizzato il papiro, ricavato da una pianta acquatica presente in abbondanza in Egitto, sul delta del Nilo. Raggiunge la sua massima diffusione nel IV sec. a.C., per poi essere sostituito dalla pergamena nel II secolo a.C.. La pergamena è una membrana ricavata dalla pelle di animale, solitamente agnello o vitello. Plinio il Vecchio, nei suoi scritti, racconta che la Pergamena prende il nome dalla città di Pergamo, in Asia Minore. Questa città vantava la presenza di una biblioteca al pari di quella di Alessandria D’Egitto. A causa della concorrenza tra il sovrano egiziano e il re di Pergamo gli egizi smisero di esportare papiro e Pergamo inventò la pergamena lavorando le pelli di animali. 

Il supporto scrittorio di uso corrente è invece la carta, ottenuta per la prima volta in Cina nel II secolo a.C. dalla corteccia degli alberi. La carta viene creata sciogliendo della cellulosa in acqua, che è  poi raccolta con una rete metallica e fatta asciugare. Gli Arabi hanno il merito di averla portata in Europa intorno al XI secolo d.C. Tuttavia la produzione industriale che ne ha consentito l’uso su larga scala è iniziata solo nell’Ottocento.

Molti dei manoscritti che sono stati conservati fino ai giorni nostri risalgono al Medioevo. I monaci infatti, chiamati amanuensi proprio per l’attività di copiatura a cui si dedicavano, si rinchiudevano negli scriptoria nelle ore più luminose del giorno per trascrivere migliaia di testi antichi che ritenevano di grande importanza per il nostro patrimonio culturale. A questo periodo risale anche il più grande manoscritto del mondo, il Codex Gigas, creato in un monastero benedettino in Boemia attorno al XIII sec. d.C..

Il Codex Gigas è conservato a Praga nella Biblioteca Nazionale Ceca.
Il codice Gigas è anche conosciuto col nome di Bibbia del Diavolo per la grande illustrazione del demonio in esso contenuta e per la leggenda riguardo al fatto che l’autore, per scriverlo, abbia richiesto l’aiuto del demonio.

Prima dell’invenzione della stampa, arrivata con Gutenberg, la circolazione dei testi scritti era molto limitata, a tal punto che i pochi che avessero voluto possedere un certo libro, avrebbero dovuto chiederlo in prestito ad altri per poi copiarlo a mano o delegare il lavoro ad uno scriba. Lo stesso accadeva agli studenti nelle università, i quali, per possedere un libro di testo, erano costretti a farselo dettare dai propri professori.

Inoltre a partire dall’alto medioevo compaiono anche i primi manoscritti miniati, ovvero decorati con pitture ornamentali. In origine il termine miniatura indicava esclusivamente l’immagine realizzata per decorare le lettere iniziali dei capitoli in un manoscritto, tradizionalmente di colore rosso. Successivamente iniziano a diffondersi illustrazioni di piccolo formato e il sostantivo “miniatura” passa ad indicare dipinti, oggetti e forme di dimensioni ridotte.

 

 

Dunque i manoscritti sono documenti estremamente preziosi non solo per il loro contenuto testuale, da cui emerge la nostra identità culturale, ma perché mostrano anche le procedure più o meno travagliate tramite le quali i nostri avi si misuravano nella scrittura e nel difficile ma fondamentale compito di tramandarla.  



La fragilità è il luogo della spiritualità.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

L’intervento di Monsignore Giacomo Martino

di Elena Iannacchino e Vittoria Marfella, 4B

 

Il 19 novembre 2024 a Palazzo Ducale si è tenuto un evento formativo, rivolto a tutte le professioni del ruolo sanitario, alle scuole e a tutta la cittadinanza. Il titolo dell’incontro era “Spiritualità, gentilezza, consapevolezza. In cammino verso uno stile di vita etico e sano”.

Uno degli ultimi interventi, “Spiritualità, un concetto universale”, è stato quello di Monsignore Giacomo Martino, parroco delegato regionale e membro di diritto del Consiglio Nazionale Cappellani  dell’Amministrazione Penitenziaria.

Martino ha parlato della spiritualità come di un’entità immisurabile, incalcolabile. Gli standard di vita oggi pongono come fine ultimo la carriera, anziché la felicità, che sembra solo un mezzo nella vita dell’uomo, per ottenere  successo. Il risultato di questa operazione è un mondo infelice e pieno di rabbia.

Per fortuna però esiste qualcosa capace di andare oltre i modelli e risistemare i valori, riportando i mezzi come tali e il fine al suo posto: la spiritualità. Il maestro di spiritualità è una persona fragile, perché la fragilità è il luogo della spiritualità. Infatti davanti alla fragilità cadono le maschere del mondo moderno. La fragilità invita a riscoprire ciò che è davvero importante.

Nella relazione si osserva proprio la capacità di andare oltre la fragilità. Nell’incontro con i più fragili ci si ricostruisce reciprocamente. Se si riesce a vivere in relazione con tutti, superando le diversità, allora si vive in armonia. È importante ricostruire la propria vita basandola su valori corretti.

La persona spirituale è quella capace di rallentare, guardare, avvicinarsi, toccare e prendersi cura dell’altro. Tutti necessitano di essere uomini spirituali perché conoscendo l’altro conosciamo noi stessi.

Un elemento importantissimo per giungere alla spiritualità è quindi la gentilezza, la parola stessa viene da gens che significa “famiglia nobile, stirpe”. Questo termine in letteratura cambia accezione con il Dolce Stil Novo, “gentile” diventa infatti non più chi lo è per stirpe, ma per virtù.

La gentilezza può perciò essere coltivata per entrare in relazione con l’altro. La gentilezza è ancora oggi, e tale resterà sempre, una necessità.

La nostra vita è fatta di relazioni e un uomo senza gentilezza è un uomo solo.

 

 

 

Red Valley ad Olbia: un evento estivo indimenticabile

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Tommaso Fioroni, 2D 

Un’esperienza che rimarrà per sempre impressa nella mia memoria è il concerto a cui ho assistito ad Olbia, in Sardegna. È stata una serata straordinaria, piena di musica e forti emozioni, che hanno trasformato la mia idea su ciò che un concerto dal vivo possa offrire.

Era la seconda settimana di agosto, e passavo le mie vacanze estive nell’incantevole isola sarda assieme alla mia famiglia. Olbia, con le sue acque cristalline e le strade piene di turisti, si è rivelata il palcoscenico ideale per ospitare il grande evento musicale Red Valley. Il concerto si è svolto in un’enorme piazza che offriva un panorama già di per sé mozzafiato, accompagnato da un tramonto pieno di colori vivaci. 

L’attesa per gli artisti principali italiani tra cui l’artista napoletano Geolier, la cantante Anna Pepe e il più acclamato, Sfera Ebbasta, era palpabile. Gli organizzatori avevano preparato il palco con cura e ogni dettaglio era pensato per far risuonare al meglio l’emozione per la serata. Mentre il pubblico si raduna, i gruppi di persone si mescolano, creando un’atmosfera che solo la musica sa generare.

Quando finalmente il concerto inizia, con le canzoni degli artisti più acclamati, l’energia del pubblico esplode. Ogni canzone è speciale e racconta una storia. Impossibile rimanere immobili: tutti saltano, cantano e si lasciano trasportare dalla musica. Ricordo un momento particolarmente emozionante, quando Sfera Ebbasta ha iniziato a cantare “Bottiglie privè”, il suo pezzo più famoso, nonché il mio preferito. Gli occhi illuminati del pubblico, le mani alzate in aria, le urla di emozione della gente, hanno creato un momento di pura magia. Mi sono sentito parte di qualcosa di più grande.

La luce delle stelle cominciava a brillare sopra di noi, mentre il ritmo della musica continuava incessante ormai da ore, a tal punto da far sparire tutto quello che esisteva al di fuori di quella piazza.

Alla fine del concerto nel pieno della notte, mentre il pubblico applaudiva, ho capito che quella serata non era solo un evento da ricordare, ma un’esperienza che aveva arricchito la mia anima. La musica ha il potere di unire le persone, di farci sentire tutti parte di una cosa sola, e quella notte a Olbia mi ha insegnato il valore di vivere il momento e apprezzare la bellezza delle esperienze vissute.

Tornato a casa, porto con me non solo i ricordi delle canzoni, ma anche il calore, la felicità di quella serata e l’adrenalina che la musica ha saputo offrirmi. Essendo la mia prima volta ad un evento musicale così importante, rimarrà certamente per sempre tra i ricordi indimenticabili di questa mia estate in Sardegna.

 

 

 

Red Valley ad Olbia: un evento estivo indimenticabile

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Tommaso Fioroni, 2D 

Un’esperienza che rimarrà per sempre impressa nella mia memoria è il concerto a cui ho assistito ad Olbia, in Sardegna. È stata una serata straordinaria, piena di musica e forti emozioni, che hanno trasformato la mia idea su ciò che un concerto dal vivo possa offrire.

Era la seconda settimana di agosto, e passavo le mie vacanze estive nell’incantevole isola sarda assieme alla mia famiglia. Olbia, con le sue acque cristalline e le strade piene di turisti, si è rivelata il palcoscenico ideale per ospitare il grande evento musicale Red Valley. Il concerto si è svolto in un’enorme piazza che offriva un panorama già di per sé mozzafiato, accompagnato da un tramonto pieno di colori vivaci. 

L’attesa per gli artisti principali italiani tra cui l’artista napoletano Geolier, la cantante Anna Pepe e il più acclamato, Sfera Ebbasta, era palpabile. Gli organizzatori avevano preparato il palco con cura e ogni dettaglio era pensato per far risuonare al meglio l’emozione per la serata. Mentre il pubblico si raduna, i gruppi di persone si mescolano, creando un’atmosfera che solo la musica sa generare.

Quando finalmente il concerto inizia, con le canzoni degli artisti più acclamati, l’energia del pubblico esplode. Ogni canzone è speciale e racconta una storia. Impossibile rimanere immobili: tutti saltano, cantano e si lasciano trasportare dalla musica. Ricordo un momento particolarmente emozionante, quando Sfera Ebbasta ha iniziato a cantare “Bottiglie privè”, il suo pezzo più famoso, nonché il mio preferito. Gli occhi illuminati del pubblico, le mani alzate in aria, le urla di emozione della gente, hanno creato un momento di pura magia. Mi sono sentito parte di qualcosa di più grande.

La luce delle stelle cominciava a brillare sopra di noi, mentre il ritmo della musica continuava incessante ormai da ore, a tal punto da far sparire tutto quello che esisteva al di fuori di quella piazza.

Alla fine del concerto nel pieno della notte, mentre il pubblico applaudiva, ho capito che quella serata non era solo un evento da ricordare, ma un’esperienza che aveva arricchito la mia anima. La musica ha il potere di unire le persone, di farci sentire tutti parte di una cosa sola, e quella notte a Olbia mi ha insegnato il valore di vivere il momento e apprezzare la bellezza delle esperienze vissute.

Tornato a casa, porto con me non solo i ricordi delle canzoni, ma anche il calore, la felicità di quella serata e l’adrenalina che la musica ha saputo offrirmi. Essendo la mia prima volta ad un evento musicale così importante, rimarrà certamente per sempre tra i ricordi indimenticabili di questa mia estate in Sardegna.

 

 

 

Ennio Tomaselli: il magistrato scrittore

di Lisa Ferrari e Maria Roccella, 1B. 

Quest’anno l’autore dell’incipit per il progetto “Staffetta di scrittura” a cui ha partecipato la 1B del Liceo D’Oria non è solo un romanziere, ma anche un ex magistrato minorile: Ennio Tomaselli. 

Nato presso Firenze, si è trasferito con la famiglia a Torino, nel quartiere delle Vallette. Il magistrato abita tuttora nel capoluogo piemontese con la moglie Rosamaria. Si è laureato in giurisprudenza nel 1978 e ha superato il concorso d’ingresso in magistratura, per diventare giudice penale del tribunale di Torino dal 1978 al 1986. Ha partecipato anche ad alcuni processi in corte d’Assise, e nell’86 è diventato giudice del tribunale per i minorenni. Tomaselli, forse anche per aver lavorato come giudice minorile, si sente a suo agio in presenza dei ragazzi e ci tiene a valorizzare questa esperienza. Si è sempre impegnato ad incontrare i giovani e parlare con loro, anche se a distanza. Il 3 dicembre 2024 la classe 1B del liceo classico Andrea D’Oria di Genova ha avuto la possibilità di contattare lo scrittore tramite videoconferenza  meet, per porgli alcune domande.

Ha sempre voluto diventare un magistrato, oppure se n’è convinto strada facendo?

Ho deciso di diventare magistrato alle scuole superiori, in quinta liceo, perché fino ad allora ero molto indeciso su quale carriera intraprendere. Mio padre faceva parte del corpo di polizia e forse la mia scelta è stata indirizzata anche dall’ambiente in cui sono cresciuto. All’esame di maturità mi è stato chiesto da un membro esterno cosa volessi fare dopo l’università ed è stato allora che ho espresso per la prima volta questo mio desiderio. 

Com’è stata per lei l’esperienza del liceo?

Ho frequentato il classico e a dire la verità, il primo anno ho avuto non pochi problemi…sono stato rimandato in latino, matematica, greco e italiano. Anche dopo aver studiato tutta l’estate mi hanno bocciato, ma grazie al sostegno dei miei genitori sono riuscito ad andare avanti e alla fine ho lasciato la scuola con il massimo dei voti. Dopotutto a volte nella vita ci sono momenti di difficoltà, ma si possono sempre superare con la fiducia in sé stessi e il supporto dei propri cari. 

In quanto magistrato lei deve aver affrontato casi di ragazzi che avevano completamente perso la loro strada. Qual è stato il caso più importante e difficile che abbia mai incontrato? 

A dire la verità tutti i casi che ho affrontato sono importanti per me, anche quelli meno complessi. Ho sempre cercato di non essere superficiale mentre analizzavano i diversi problemi, perché al di là dell’apparente semplicità della situazione nulla si deve dare per scontato. Sia che stessi scrivendo la sentenza (ad esempio del caso “Erika e Omar”) sia che stessi esaminando una pronuncia sullo stato di adottabilità, non ho mai smesso di sentirmi responsabile del minore che mi stava davanti. Infatti sbagliare su una di queste pronunce avrebbe potuto portare a delle conseguenze psicologiche irreversibili per la persona in questione. 

La carriera di magistrato sembrava esserle molto a cuore, quindi per quale motivo ha scelto di abbandonarla per diventare scrittore? 

La legalità è stata senza dubbio una parte importantissima della mia vita, ma ad un certo punto ho sentito il bisogno di abbandonarla. Ho optato per il pensionamento anticipato perché mi era parso di aver completato un certo percorso di lavoro e di vita e quindi di potermi permettere, essendo già nelle condizioni per accedere alla pensione, di sperimentare qualcosa di diverso e, magari, “diversamente utile”. Ormai passavo perfino le vacanze a scrivere sentenze! Non avevo più tempo da dedicare a me stesso e alle mie passioni: così ho deciso di lasciare la magistratura per esplorare nuove forme di linguaggio con cui esprimermi.

Facendo sedimentare i ricordi della mia carriera, ho scritto quattro romanzi e un saggio intitolato “Giustizia e ingiustizia minorile”. In pratica ho continuato a partecipare alla questione minorile, solo in un modo diverso e con maggiore tranquillità. 

Anche la scrittura quindi è molto importante per lei: ma cosa significa per lei scrivere? 

Secondo me la scrittura nasce dall’emozione, da quello che si vuole comunicare. Per me è molto importante esprimere la mia opinione per quanto riguarda la legalità ed è proprio per questo che sono diventato autore. I miei libri rispecchiano la realtà della vita, sono inventati ma realistici: penso che non riuscirei mai a scrivere un romanzo fantasy o di fantascienza. In essi ho narrato la storia di qualcun altro ma parlando di me: ogni scrittore alla fine racconta di sé nelle sue opere.

I libri in cui forse mi sono immedesimato di più sono stati quelli che fanno parte di una piccola trilogia, formata da Messa alla prova, Un anno strano e Fronte Sud. Il protagonista di questi romanzi è il magistrato Malavoglia, che rispecchia molto la mia esperienza personale. Alla fine dell’ultimo libro Malavoglia esce di scena, lasciando alle persone più giovani il suo posto, proprio come ho fatto io. 

                  FronteSud

Avrebbe un messaggio da lasciare a queste nuove generazioni, signor Tomaselli?

Certamente…per voi andare avanti forse sarà difficile, ma il futuro è nelle vostre mani.  Volevamo lasciarvi un mondo migliore ma non tutto è possibile. Però come dice un antico proverbio africano: “ognuno è responsabile degli occhi che guarda”. Per questo vi posso lasciare il mio più grande augurio di un domani luminoso. 

Grazie mille per il pensiero. Comunque secondo noi lei e i suoi colleghi magistrati siete davvero riusciti a migliorare il nostro presente! Avete riscattato tante giovani vite, che altrimenti si sarebbero perse. Ci potrebbe raccontare come riusciva a gestire i colloqui con gli imputati? 

In un processo minorile è necessario usare un linguaggio informale per favorire la comunicazione. Di solito preferisco l’uso del “tu” e cerco di non mettere soggezione al ragazzo che ho davanti. Trovo che sia molto utile chiedere l’opinione del minore sulla situazione, per sapere cosa ne pensa. In un processo dove l’imputato è adulto il tono usato è naturalmente più formale. 

Secondo lei quanto è cambiata la giustizia minorile negli ultimi anni?

È cambiata molto. Nel settore civile, ad esempio, con maggiori garanzie complessive e in particolare, per i ragazzi, grazie a norme che ne prevedono o esigono l’ascolto, da una certa età in poi, nelle procedure i cui effetti sono destinati a ricadere su di loro. Parlo anche di procedure di particolare rilievo, come quelle di adottabilità e di decadenza di uno o entrambi i genitori dalla responsabilità (un tempo potestà) genitoriale.

E invece cosa accade nei casi in cui è il minore a compiere il reato? 

Il minore ovviamente viene sottoposto ad un tribunale, viene stabilita una sentenza e se il ragazzo è colpevole di grave reato viene mandato in prigione. Tuttavia si tratta sempre di una condizione temporanea, anche se può durare per diversi anni non si tratta mai di una condanna a vita. In alcuni Stati si favorisce l’ergastolo anche per i minori ma la Corte Costituzionale ha stabilito che esso è incompatibile con la giustizia minorile. Questi ragazzi sono ancora giovani e nella maggior parte dei casi è possibile anche un buon reinserimento nella società. 

Ma come si può prevenire il reato minorile secondo lei? 

Per prevenire reati gravi come omicidi serve fin da subito un’azione all’interno della famiglia, il primo nucleo sociale, poi della scuola e delle associazioni educative. Ad esempio il volontariato è un buon modo di imparare ad agire per il bene degli altri. 

E per quanto riguarda la sua esperienza con i migranti? Come mai ha basato l’incipit proprio su questo tema? 

La migrazione è una realtà molto attuale e molto spesso sottovalutata. Le immigrazioni dagli altri Paesi sono ben più pericolose e segnano nell’anima le persone che le intraprendono. Ho preso ispirazione per il mio incipit, da un gruppo di volontari triestini che accolgono tutti i giorni i viaggiatori della rotta balcanica. Così, ecco, ho pensato di portare questo tema anche fra due ragazzi come potreste essere voi…che discutono in riva al mare. 

Giusto, Gabriel e Alessandra, i due protagonisti dell’incipit, l’uno più indeciso e l’altra più determinata. Si aspettava che fosse Alessandra a diventare la protagonista dei capitoli successivi? 

Certamente, Alessandra fin dal principio sembra la più coraggiosa e decisa a cambiare le cose. Secondo lei la migrazione non è una questione per politici o adulti ma per tutti, anche loro che sono ragazzi secondo lei possono fare la differenza!

Grazie mille  per la sua disponibilità e la sua gentilezza nel rispondere alle nostre domande. Siamo sicuri che ricorderemo questo incontro con lei per molto tempo. 

       

 

Ginnastica, con il Grand Prix la Federazione festeggia a Genova le medaglie del 2024

di Gioia Bertuccini e Ilaria Canobbio 2D

Il 23 novembre 2024 il nuovo Palasport di Genova ha ospitato la manifestazione dedicata alla chiusura della stagione sportiva per le discipline della Federazione Ginnastica d’Italia: il Grand Prix.

La manifestazione si è aperta con l’esibizione degli atleti della FISDIR, la Federazione Italiana Sport paralimpici Degli Intellettivo Relazionali, che hanno mostrato le loro competenze in questa disciplina.

L’evento sportivo si è successivamente svolto in due fasi. Durante la prima gli spettatori hanno assistito alle coinvolgenti esibizioni del Gala, mentre nel corso della seconda si è svolta la competizione tra due squadre, ciascuna composta dai ginnasti dei team nazionali.

A precedere l’inizio dei tanti momenti indimenticabili che le ginnaste hanno portato in pedana, una rappresentazione significativa per il tema scelto, ovvero l’eliminazione della violenza contro le donne, argomento che traspariva dai passi, dalla musica e dai foulard rossi del Gruppo Sportivo Sambughè.

Ad aprire il Gala è stata l’esibizione delle ginnaste della sezione di ritmica che hanno dato vita anche all’apertura della World Cup di Milano. A seguire si è esibita la squadra olimpica della sezione di artistica femminile, accompagnata dalle esibizioni alla trave dell’oro e del bronzo a Parigi 2024, rispettivamente di Alice D’Amato e Manila Esposito.

Per la ginnastica ritmica, le Farfalle della Nazionale Italiana hanno portato in pedana due coreografie: la prima è stata descritta come “Cinque corpi alla ricerca della propria anima. L’interrogativo è dove finisce la realtà e dove comincia invece il sogno“, mentre la seconda, sulle note di “Sogna ragazzo, sogna” di Alfa e Roberto Vecchioni, è stata la commovente rappresentazione simbolica del passaggio del testimone, attraverso un cerchio, dalle olimpioniche e “veterane” della squadra alle nuove ginnaste che saranno il futuro della ritmica italiana a squadre.

Hanno concluso questa prima fase dell’evento la coppia formata da Arianna Lucà ed Edoardo Ferraris per la sezione di acrobatica, e il gruppo misto per l’aerobica.

Terminata la parte di Gala, si è aperta la sfida, cuore dell’evento, con la presentazione degli atleti e delle capitane dei due team, Alessia Maurelli e Vanessa Ferrari. La gara si è svolta in tre round, in ciascuno dei quali i ginnasti schierati si sono confrontati con altri atleti della loro stessa disciplina di fronte ad una giuria composta da giudici nazionali. Per la prima volta nella storia dei Grand Prix della ginnastica il pubblico è stato parte attiva della competizione, infatti al termine di ogni round gli spettatori hanno potuto votare il team che avevano preferito, e il loro voto ha influito nella valutazione finale per il 50%, mentre il restante è stato determinato dal voto della giuria. Al termine dei tre round, con il 52% di preferenze, è stato proclamato vincitore il team Ferrari, a cui è stato assegnato un premio di 10.000 euro da devolvere alla Fondazione GaslinInsieme.

In questa giornata è stata ospite d’onore Sarah Toscano, la vincitrice della ventitreesima edizione di “Amici”, promessa del pop italiano, che tra un’esibizione e l’altra ha cantato i suoi nuovi pezzi, regalando al pubblico ulteriore spettacolo e intrattenimento.