Ed è sempre la stessa storia per le ragazze bogliaschine, che vincono per la quattordicesima volta uno scudetto U16 a livello femminile, in occasione del campionato invernale 2024. A capo delle terribili allieve c’è Mario Sinatra, pilastro della pallanuoto femminile italiana con 19 scudetti vinti da allenatore fino ad ora in tutta la sua carriera.
L’allenatore Mario Sinatra
Sicuramente dopo tante vittorie la domanda che sorge spontanea è “quale sarà la chiave della loro vittorie?”. L’attaccante del Bogliasco Chiara Roccalberti ha affermato che oltre ad essere compagne di squadra, sono anche compagne di vita quotidiana e quindi oltre ad essere indubbiamente brave tecnicamente, passando molto tempo insieme hanno creato un legame non solo sportivo ma anche di amicizia.
La prima cosa che viene insegnata loro da Mario è il non arrendersi mai, ad esempio come è accaduto in occasione del loro ultimo scudetto vinto a Livorno. E’ stata una rivincita mozzafiato, con un parziale di 8 a 0 che ha portato le ragazze alla rimonta e a conquistare il loro sogno.
Per loro indossare la calottina del Bogliasco significa molto, poiché in ogni finale nazionale le nostre ragazze rappresentano i 4.000 abitanti di un paesino di mare affrontando squadre provenienti da città ben più grandi come Roma, Catania, Padova e Trieste.
Come premio dopo lo scudetto alcune di loro hanno il privilegio di essere convocate per un collegiale con la nazionale o addirittura difendere la calottina italiana nelle varie competizioni europee e mondiali. Ad esempio quest’anno sono stati convocate ben cinque atlete del Bogliasco, Carlotta Paganuzzi, Benedetta Bo, Agnese Deserti, Greta Barbagelata e Giulia De Capitani, per le quali tutti si augurano un lungo percorso con i colori della nazionale italiana.
Ora le ragazze si stanno allenando duramente per raggiungere il loro obiettivo, lo scudetto estivo. Chissà se le terribili bogliaschine riusciranno ad accaparrarsi il secondo scudetto in un anno per coronare al meglio una stagione.
Questo periodo si preannuncia essere molto soggetto a riforme per quanto riguarda l’ambito scolastico. Infatti a metà gennaio di quest’anno il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato possibili novità che toccherebbero notevolmente l’organizzazione scolastica italiana. Le prime indiscrezioni di riforma hanno suscitato già molto scalpore tra professori e alunni, difatti tra i netti cambiamenti ci sarebbe persino l’abolizione di una materia.
In attesa di vedere cosa verrà deciso, sono stati ascoltati i professori del Liceo Classico Andrea D’Oria di Genova, in particolare riguardo alla distribuzione dell’orario scolastico, tema molto discusso. Gli insegnanti hanno rilasciato anche dei pareri. “Sono contrario al sabato a scuola e troverei bilanciati gli orari attuali se non ci fossero i compiti” le dichiarazioni di Dario Gattiglia, professore di geostoria e latino al primo anno dietro la cattedra. Il docente ha indirettamente parlato per gli studenti proponendo l’eliminazione o quantomeno la riduzione dei compiti a casa. E’ nel suo interesse far sì che gli alunni lavorino più a scuola che a casa.
Di altra opinione la professoressa Bianca Pastorino, attuale vicepreside del liceo e insegnante di matematica, che si schiera dalla parte degli insegnanti: “Ritengo che l’orario in vigore abbia poco margine di azione a causa delle lezioni da soli 50 minuti, sono dunque favorevole al sabato, ma i moduli dovrebbero durare 60 minuti ed essere cinque al giorno, con questo compromesso gli studenti avrebbero meno materie da studiare ogni giorno“. Poi aggiunge che “non sarà facile attuare una riforma così radicale, vista la volontà di molti di preservare il giorno di riposo“.
Tra gli alunni prevale la volontà di lasciare l’intero fine settimana come un’occasione per riposarsi e c’è anche chi vorrebbe meno moduli e compiti. Nel complesso, la cosa più importante per gli studenti è che il sabato non venga reso un giorno feriale.
Per avere un parere diverso su questo tema è stata raccolta la testimonianza di un geometra che ha svolto le superiori dal 1964 al 1968 e ha vissuto il sabato a scuola: “A oggi dipenderebbe molto dalla vita privata di professori e alunni, è difficile stabilire cos’è meglio per una persona. Secondo me l’orario odierno è migliore di quello di un tempo, perché con un giorno libero in più si creano nuove relazioni e si rafforzano quelle già presenti ed è molto importante in ottica familiare. Ma anche rimanere a scuola aiuta sicuramente nell’apprendimento. Una proposta che si potrebbe fare è quella di programmare i vari corsi di recupero proprio al sabato per non occupare i pomeriggi feriali agli studenti”.
Le opinioni sono molto diverse tra loro e con questo disaccordo sarà difficile vedere cambiamenti del genere a breve. Eppure non è assolutamente da escludere che in futuro si valuterà più attentamente il volere della maggioranza.
Di Filippo Lussana, Gabriele Coli, Riccardo Olivieri, Elena Lanza 5B
«Era molto difficile per i miei parenti convivere con un animale ferito come ero io: una ragazzina reduce dall’inferno, dalla quale si pretendeva docilità e rassegnazione. Imparai ben presto a tenere per me i miei ricordi tragici e la mia profonda tristezza. Nessuno mi capiva, ero io che dovevo adeguarmi ad un mondo che voleva dimenticare gli eventi dolorosi appena passati, che voleva ricominciare, avido di divertimenti e spensieratezza.» Così Liliana Segre ricorda la tragica condizione di chi, come lei, negli anni successivi alla guerra, non trovò orecchie disposte ad ascoltarla.
La famiglia De Benedetti
Le dolorose storie di migliaia di famiglie ebree italiane rimasero confinate tra le mura domestiche, per il fatto che i protagonisti di queste erano stati segnati tremendamente dal dolore e da un paradossale senso di vergogna e inadeguatezza. Anche la storia di Franca De Benedetti e della sua famiglia non si conobbe fino al 2005, anno in cui decise di aprire il suo cuore al nipote, Filippo Biolè, raccontandogli per la prima volta dettagliatamente i travagliati anni vissuti tra il 1938 e il 1945. Da questo racconto è iniziata la difficile ricostruzione della vicenda da parte dell’avvocato Filippo Biolè, presidente dell’ANED Genova (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti), che il 10 febbraio 2025 ha raccontato agli studenti del Liceo Andrea D’Oria la tragica storia della sua famiglia colpita dalla persecuzione nazifascista.
L’avvocato Biolè al Liceo D’Oria
Durante il racconto della fuga dall’Italia della famiglia De Benedetti verso una disperata salvezza in Svizzera, Biolè ha voluto mettere l’accento sui tanti piccoli gesti di aiuto compiuti da persone che, opponendosi alla diffusa indifferenza, rischiarono la loro vita per salvare quella di altri. E’ il caso del podestà di Levanto che nel settembre del 1943 sapendo che in pochi giorni sarebbero arrivati i nazisti a prenderli, invitò i De Benedetti a scappare. O dell’oste di Como che, di fronte a una famiglia segnata in volto dalla fame, consapevole si trattasse di ebrei, non ha esitato a mettere a disposizione uno spazio sicuro in cui avessero potuto sistemare le valigie con gli ultimi loro vestiti. Infine i guardiani sul confine svizzero che, pur avendo a poche centinaia di metri un presidio di nazisti, li fecero passare attraverso un buco nel filo spinato.
Bruno De Benedetti
A non riuscire a trovare la salvezza fu Bruno De Benedetti che venne deportato prima nel campo di Fossoli, dal quale tenne una commovente corrispondenza con la moglie, successivamente ad Auschwitz e Dachau. Con il suo commovente racconto, l’avvocato non ha solo rapito l’attenzione di tutti i presenti, ma ne ha anche condotto il cuore nella quotidianità di una delle troppe famiglie tuttora dilaniate da abominevoli eventi che noi definiamo “storici”, ma che sono più che mai attuali. La necessità e l’importanza di testimoni determinati e documentati come Filippo Biolè non è infatti da considerarsi esclusivamente finalizzata alla “memoria”, nel senso latino di “ricordo”; certo, esso è e deve rimanere un “peso gravoso sulla schiena” di tutta l’umanità in quanto ferita inguaribile ancora in cerca di una cicatrice, ma tali discorsi rivestono soprattutto un ruolo moderno di prevenzione ed accortezza verso indifferenza e discriminazioni, piaghe tutt’altro che superate. Non a caso Biolè sceglie, con grande efficacia e partecipazione, di concludere l’incontro citando ancora una volta Liliana Segre, rinnovando l’importante invito a scegliere con responsabilità e in nome della propria coscienza, affinché tutti “Siate la farfalla gialla che vola sopra il filo spinato.” che, nel caso dell’oste di Como o del podestà di Levanto, ha salvato la vita e il racconto della famiglia De Benedetti, e indirettamente anche noi.
“Le tappe dell’ignominia” scandite dalle voci della Shoah
Di Anna Cugurra, Rebecca Dufour, Emanuela Gasperini, Chiara Guatelli, Lisa Poverelli, Francesco Repetto
Per celebrare il Giorno della Memoria il Cinema Sivori, lunedì 3 febbraio, ha presentato uno spettacolo di straordinario valore storico, ma soprattutto umano: “Tu passerai per il Camino – Le tappe dell’ignominia”, che invita ognuno di noi ad una riflessione profonda e commovente, servendosi di immagini d’epoca, letture e della toccante narrazione di Rino Mario Giannini e Raffaella Burlando.
Il progetto nasce da uno studio basato su numerose testimonianze di sopravvissuti ai lager e si pone l’obiettivo di restituire memoria e sensibilizzare il pubblico sulle atrocità della Shoah. Gli autori dello spettacolo, Claudio Cadario e Lidia Eseleva, hanno constatato l’impossibilità di riprodurre il lager sulla scena e hanno motivato la loro decisione di inserire le testimonianze all’interno della rappresentazione, senza identificare direttamente le persone, puntando su un teatro di parola.
Questa scelta è stata compiuta riflettendo sulle parole pronunciate da Goti Bauer, che sostiene che ogni ricordo relativo alla deportazione è solo un microscopico tassello in quel mosaico infinito di sofferenze umane che è stata la Shoah. La loro idea è stata quella di presentare una storia attraverso la lettura di diversi racconti, servendosi del teatro di narrazione per mettere al centro e rendere pregnante ogni parola.
Lo spettacolo include letture tratte da Primo Levi, Liliana Millu, Elie Wiesel e testimonianze di deportati liguri, per concludersi con una celebre sequenza de “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin. A chiudere la serata vi è stato un momento di cabaret del repertorio ebraico, segno di come l’ironia possa diventare uno strumento di resistenza e memoria.
La rappresentazione è stata accompagnata da musica Yiddish/Klezmer eseguita dal vivo, alternando brani strumentali e cantati, che richiamano la sofferenza e la vita degli ebrei nei campi di concentramento, offrendo un ulteriore spunto di riflessione sulla tragedia della Shoah.
Dal 2007, “Tu passerai per il camino – Le tappe dell’ignominia” viene riproposto annualmente in diverse sedi, rivolgendo la sua forza educativa a studenti e docenti.
Lo spettacolo rende tangibile la realtà della Shoah attraverso le testimonianze dirette dei sopravvissuti, ed è proprio questa discriminante a donare potenza alla narrazione e, grazie all’ausilio delle immagini, a rivolgersi direttamente al cuore di ognuno di noi.
La rappresentazione ci ha fortemente colpiti anche a causa di alcune immagini per noi inedite e molto crude ed è stata un’occasione preziosa per coltivare la memoria, ricordandoci l’indicibile orrore della Shoah e sfidando chi ancora oggi minimizza o nega la tragedia. Ci ha indotti a riflettere non solo su quanto accaduto, ma sulle atrocità che l’uomo è in grado di compiere se non si impegna attivamente contro l’odio e l’indifferenza.
Di Carlotta Berni, Alice Moretti, Giovanni Porceddu, Francesco Repetto, Linda Simonotto, classe 3B
Il 29 novembre 2024 la classe 3B è stata accompagnata nel centro storico della città di Genova in visita al Museo Diocesano, uno spazio che un tempo fu la residenza dei canonici e dove ora vengono esposti gli oggetti appartenuti alla Diocesi della città. A questi si aggiunge il Monumento funebre di Luca Fieschi, storico membro della nobile famiglia genovese e cardinale di grande rilevanza per la storia e la cultura di Genova.
Uno spazio particolarmente interessante è stato quello dedicato alla Stanza dei mesi, stanza dove vivevano i canonici, ricoperta di affreschi che rappresentano il passaggio delle stagioni e le tradizioni popolari che lo accompagnano. Al suo interno è custodito un libro dei canti, un affascinante scritto religioso, decorato da un’immagine che rappresenta l’incontro tra due donne gravide, la Vergine Maria ed Elisabetta. Il contorno del capolettera è formato da un drago che dalle fauci fa uscire un elemento floreale invece del fuoco, ciò rappresenta il soffocamento del male e la nascita del bene. Successivamente abbiamo visitato la parte del museo dedicata al Monumento di Luca Fieschi.
Il monumento funebre è stato voluto dal cardinale stesso, che pochi giorni prima della sua morte convocò dei testamentari per esprimere le sue ultime volontà. Egli chiese che la sua salma fosse posta nella cattedrale di San Lorenzo, dietro l’altare, vicino alle ceneri di San Giovanni Battista, posizione che nessuno aveva mai ottenuto prima. Il monumento venne fatto costruire da scultori Pisani, commissionati da due dei sette eredi testamentari.
Originariamente si ergeva con un’altezza di circa 12m ed è composto alla base da quattro statue che rappresentano le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza temperanza. Sopra queste è presente un sarcofago raffigurante Gesù Cristo che mostra le sue piaghe agli apostoli, sul quale si poggia la statua della salma di Luca Fieschi, realizzata facendo il calco del viso del defunto. La salma viene sovrastata dalle statue di due angeli che sembrano aprire le tende di un sipario, in cima possiamo ancora vedere le statue della Madonna col Bambino, San Lorenzo e San Giovanni Battista, molto probabilmente erano presenti altre statue, ma purtroppo dopo la caduta della famiglia Fieschi il monumento ha subito diversi spostamenti e molti pezzi sono andati perduti.
Questa disposizione che si può ammirare all’interno del museo è frutto di un grande lavoro di restauro da parte degli studiosi, che si sono serviti delle poche fonti del Medioevo e inevitabilmente anche della loro creatività : basti pensare che per collocare il monumento nel luogo in cui si trova ora all’interno del museo Diocesano si è dovuto tagliare parte del pavimento del secondo piano, creando una balconata che permette di osservarlo da una posizione inedita.
Grazie alla rappresentazione teatrale di Pino Petruzzelli e di Valentina Messa a cui abbiamo successivamente assistito presso l’Auditorium Eugenio Montale, che alternava momenti narrativi e di ricostruzione storica a intermezzi musicali, abbiamo potuto ascoltare la storia della costruzione e del restauro del Monumento dedicato a Fieschi, rivendendone proiettate sullo sfondo le immagini anche nei suoi preziosi particolari.
di Gabriele Coli, Greta Mumolo, Marta Uva e Riccardo Olivieri, 5 B
Il 23 Gennaio 2025 la professoressa Sandra Macchiavello, docente di Paleografia dell’Università di Genova, ha fatto fare un salto nel passato agli studenti del liceo classico Andrea D’Oria, introducendoli al mondo della Codicologia. La codicologia è la disciplina storica che studia il manoscritto. Il termine manoscritto, dal latino manu scriptus, indica un qualsiasi documento scritto a mano. Esso può trovarsi in forma di codice ma anche di libro o pergamena. La codicologia nasce a partire da altre due discipline, la paleografia e la filologia. La prima consiste nello studio delle caratteristiche e dell’evoluzione delle prime forme di scrittura, la seconda si occupa anch’essa di studiare testi di varia natura per ricostruirne la loro forma originaria con l’analisi critica e comparativa delle fonti.
Nello specifico la codicologia non si concentra sullo studio del contenuto e del valore storico dei manoscritti, ma del mezzo utilizzato. Si delinea quindi un viaggio a partire dal Papiro, passando per la pergamena, per arrivare infine alla carta. Oggi protende verso una probabile transizione digitale che eliminerà, come successo in passato durante tutte le transizioni, il mezzo precedente.
I primi supporti scrittori quali le tavolette di argilla, terracotta o metalli come il bronzo, erano inorganici e la scrittura era scolpita o a sgraffio. In epoca classica si utilizzavano molto gli ostraka, cocci di vaso che venivano utilizzati per prendere veloci appunti sfruttando la loro trasportabilità. Inoltre erano anche adibiti al voto al fine di indicare chi esiliare dalla città perché ritenuto un pericolo. Successivamente si passa ad utilizzare supporti organici, come foglie, pelle, ossa e seta, su cui si scriveva con l’inchiostro.
A partire dal III millennio a.C. invece, inizia ad essere utilizzato il papiro, ricavato da una pianta acquatica presente in abbondanza in Egitto, sul delta del Nilo. Raggiunge la sua massima diffusione nel IV sec. a.C., per poi essere sostituito dalla pergamena nel II secolo a.C.. La pergamena è una membrana ricavata dalla pelle di animale, solitamente agnello o vitello. Plinio il Vecchio, nei suoi scritti, racconta che la Pergamena prende il nome dalla città di Pergamo, in Asia Minore. Questa città vantava la presenza di una biblioteca al pari di quella di Alessandria D’Egitto. A causa della concorrenza tra il sovrano egiziano e il re di Pergamo gli egizi smisero di esportare papiro e Pergamo inventò la pergamena lavorando le pelli di animali.
Il supporto scrittorio di uso corrente è invece la carta, ottenuta per la prima volta in Cina nel II secolo a.C. dalla corteccia degli alberi. La carta viene creata sciogliendo della cellulosa in acqua, che è poi raccolta con una rete metallica e fatta asciugare. Gli Arabi hanno il merito di averla portata in Europa intorno al XI secolo d.C. Tuttavia la produzione industriale che ne ha consentito l’uso su larga scala è iniziata solo nell’Ottocento.
Molti dei manoscritti che sono stati conservati fino ai giorni nostri risalgono al Medioevo. I monaci infatti, chiamati amanuensi proprio per l’attività di copiatura a cui si dedicavano, si rinchiudevano negli scriptoria nelle ore più luminose del giorno per trascrivere migliaia di testi antichi che ritenevano di grande importanza per il nostro patrimonio culturale. A questo periodo risale anche il più grande manoscritto del mondo, il Codex Gigas, creato in un monastero benedettino in Boemia attorno al XIII sec. d.C..
Il Codex Gigas è conservato a Praga nella Biblioteca Nazionale Ceca.Il codice Gigas è anche conosciuto col nome di Bibbia del Diavolo per la grande illustrazione del demonio in esso contenuta e per la leggenda riguardo al fatto che l’autore, per scriverlo, abbia richiesto l’aiuto del demonio.
Prima dell’invenzione della stampa, arrivata con Gutenberg, la circolazione dei testi scritti era molto limitata, a tal punto che i pochi che avessero voluto possedere un certo libro, avrebbero dovuto chiederlo in prestito ad altri per poi copiarlo a mano o delegare il lavoro ad uno scriba. Lo stesso accadeva agli studenti nelle università, i quali, per possedere un libro di testo, erano costretti a farselo dettare dai propri professori.
Inoltre a partire dall’alto medioevo compaiono anche i primi manoscritti miniati, ovvero decorati con pitture ornamentali. In origine il termine miniatura indicava esclusivamente l’immagine realizzata per decorare le lettere iniziali dei capitoli in un manoscritto, tradizionalmente di colore rosso. Successivamente iniziano a diffondersi illustrazioni di piccolo formato e il sostantivo “miniatura” passa ad indicare dipinti, oggetti e forme di dimensioni ridotte.
Dunque i manoscritti sono documenti estremamente preziosi non solo per il loro contenuto testuale, da cui emerge la nostra identità culturale, ma perché mostrano anche le procedure più o meno travagliate tramite le quali i nostri avi si misuravano nella scrittura e nel difficile ma fondamentale compito di tramandarla.
di Gabriele Coli, Greta Mumolo, Marta Uva e Riccardo Olivieri, 5 B
Il 23 Gennaio 2025 la professoressa Sandra Macchiavello, docente di Paleografia dell’Università di Genova, ha fatto fare un salto nel passato agli studenti del liceo classico Andrea D’Oria, introducendoli al mondo della Codicologia. La codicologia è la disciplina storica che studia il manoscritto. Il termine manoscritto, dal latino manu scriptus, indica un qualsiasi documento scritto a mano. Esso può trovarsi in forma di codice ma anche di libro o pergamena. La codicologia nasce a partire da altre due discipline, la paleografia e la filologia. La prima consiste nello studio delle caratteristiche e dell’evoluzione delle prime forme di scrittura, la seconda si occupa anch’essa di studiare testi di varia natura per ricostruirne la loro forma originaria con l’analisi critica e comparativa delle fonti.
Nello specifico la codicologia non si concentra sullo studio del contenuto e del valore storico dei manoscritti, ma del mezzo utilizzato. Si delinea quindi un viaggio a partire dal Papiro, passando per la pergamena, per arrivare infine alla carta. Oggi protende verso una probabile transizione digitale che eliminerà, come successo in passato durante tutte le transizioni, il mezzo precedente.
I primi supporti scrittori quali le tavolette di argilla, terracotta o metalli come il bronzo, erano inorganici e la scrittura era scolpita o a sgraffio. In epoca classica si utilizzavano molto gli ostraka, cocci di vaso che venivano utilizzati per prendere veloci appunti sfruttando la loro trasportabilità. Inoltre erano anche adibiti al voto al fine di indicare chi esiliare dalla città perché ritenuto un pericolo. Successivamente si passa ad utilizzare supporti organici, come foglie, pelle, ossa e seta, su cui si scriveva con l’inchiostro.
A partire dal III millennio a.C. invece, inizia ad essere utilizzato il papiro, ricavato da una pianta acquatica presente in abbondanza in Egitto, sul delta del Nilo. Raggiunge la sua massima diffusione nel IV sec. a.C., per poi essere sostituito dalla pergamena nel II secolo a.C.. La pergamena è una membrana ricavata dalla pelle di animale, solitamente agnello o vitello. Plinio il Vecchio, nei suoi scritti, racconta che la Pergamena prende il nome dalla città di Pergamo, in Asia Minore. Questa città vantava la presenza di una biblioteca al pari di quella di Alessandria D’Egitto. A causa della concorrenza tra il sovrano egiziano e il re di Pergamo gli egizi smisero di esportare papiro e Pergamo inventò la pergamena lavorando le pelli di animali.
Il supporto scrittorio di uso corrente è invece la carta, ottenuta per la prima volta in Cina nel II secolo a.C. dalla corteccia degli alberi. La carta viene creata sciogliendo della cellulosa in acqua, che è poi raccolta con una rete metallica e fatta asciugare. Gli Arabi hanno il merito di averla portata in Europa intorno al XI secolo d.C. Tuttavia la produzione industriale che ne ha consentito l’uso su larga scala è iniziata solo nell’Ottocento.
Molti dei manoscritti che sono stati conservati fino ai giorni nostri risalgono al Medioevo. I monaci infatti, chiamati amanuensi proprio per l’attività di copiatura a cui si dedicavano, si rinchiudevano negli scriptoria nelle ore più luminose del giorno per trascrivere migliaia di testi antichi che ritenevano di grande importanza per il nostro patrimonio culturale. A questo periodo risale anche il più grande manoscritto del mondo, il Codex Gigas, creato in un monastero benedettino in Boemia attorno al XIII sec. d.C..
Il Codex Gigas è conservato a Praga nella Biblioteca Nazionale Ceca.Il codice Gigas è anche conosciuto col nome di Bibbia del Diavolo per la grande illustrazione del demonio in esso contenuta e per la leggenda riguardo al fatto che l’autore, per scriverlo, abbia richiesto l’aiuto del demonio.
Prima dell’invenzione della stampa, arrivata con Gutenberg, la circolazione dei testi scritti era molto limitata, a tal punto che i pochi che avessero voluto possedere un certo libro, avrebbero dovuto chiederlo in prestito ad altri per poi copiarlo a mano o delegare il lavoro ad uno scriba. Lo stesso accadeva agli studenti nelle università, i quali, per possedere un libro di testo, erano costretti a farselo dettare dai propri professori.
Inoltre a partire dall’alto medioevo compaiono anche i primi manoscritti miniati, ovvero decorati con pitture ornamentali. In origine il termine miniatura indicava esclusivamente l’immagine realizzata per decorare le lettere iniziali dei capitoli in un manoscritto, tradizionalmente di colore rosso. Successivamente iniziano a diffondersi illustrazioni di piccolo formato e il sostantivo “miniatura” passa ad indicare dipinti, oggetti e forme di dimensioni ridotte.
Dunque i manoscritti sono documenti estremamente preziosi non solo per il loro contenuto testuale, da cui emerge la nostra identità culturale, ma perché mostrano anche le procedure più o meno travagliate tramite le quali i nostri avi si misuravano nella scrittura e nel difficile ma fondamentale compito di tramandarla.
Il 19 novembre 2024 a Palazzo Ducale si è tenuto un evento formativo, rivolto a tutte le professioni del ruolo sanitario, alle scuole e a tutta la cittadinanza. Il titolo dell’incontro era “Spiritualità, gentilezza, consapevolezza. In cammino verso uno stile di vita etico e sano”.
Uno degli ultimi interventi, “Spiritualità, un concetto universale”, è stato quello di Monsignore Giacomo Martino, parroco delegato regionale e membro di diritto del Consiglio Nazionale Cappellani dell’Amministrazione Penitenziaria.
Martino ha parlato della spiritualità come di un’entità immisurabile, incalcolabile. Gli standard di vita oggi pongono come fine ultimo la carriera, anziché la felicità, che sembra solo un mezzo nella vita dell’uomo, per ottenere successo. Il risultato di questa operazione è un mondo infelice e pieno di rabbia.
Per fortuna però esiste qualcosa capace di andare oltre i modelli e risistemare i valori, riportando i mezzi come tali e il fine al suo posto: la spiritualità. Il maestro di spiritualità è una persona fragile, perché la fragilità è il luogo della spiritualità. Infatti davanti alla fragilità cadono le maschere del mondo moderno. La fragilità invita a riscoprire ciò che è davvero importante.
Nella relazione si osserva proprio la capacità di andare oltre la fragilità. Nell’incontro con i più fragili ci si ricostruisce reciprocamente. Se si riesce a vivere in relazione con tutti, superando le diversità, allora si vive in armonia. È importante ricostruire la propria vita basandola su valori corretti.
La persona spirituale è quella capace di rallentare, guardare, avvicinarsi, toccare e prendersi cura dell’altro. Tutti necessitano di essere uomini spirituali perché conoscendo l’altro conosciamo noi stessi.
Un elemento importantissimo per giungere alla spiritualità è quindi la gentilezza, la parola stessa viene da gens che significa “famiglia nobile, stirpe”. Questo termine in letteratura cambia accezione con il Dolce Stil Novo, “gentile” diventa infatti non più chi lo è per stirpe, ma per virtù.
La gentilezza può perciò essere coltivata per entrare in relazione con l’altro. La gentilezza è ancora oggi, e tale resterà sempre, una necessità.
La nostra vita è fatta di relazioni e un uomo senza gentilezza è un uomo solo.
Un’esperienza che rimarrà per sempre impressa nella mia memoria è il concerto a cui ho assistito ad Olbia, in Sardegna. È stata una serata straordinaria, piena di musica e forti emozioni, che hanno trasformato la mia idea su ciò che un concerto dal vivo possa offrire.
Era la seconda settimana di agosto, e passavo le mie vacanze estive nell’incantevole isola sarda assieme alla mia famiglia. Olbia, con le sue acque cristalline e le strade piene di turisti, si è rivelata il palcoscenico ideale per ospitare il grande evento musicale Red Valley. Il concerto si è svolto in un’enorme piazza che offriva un panorama già di per sé mozzafiato, accompagnato da un tramonto pieno di colori vivaci.
L’attesa per gli artisti principali italiani tra cui l’artista napoletano Geolier, la cantante Anna Pepe e il più acclamato, Sfera Ebbasta, era palpabile. Gli organizzatori avevano preparato il palco con cura e ogni dettaglio era pensato per far risuonare al meglio l’emozione per la serata. Mentre il pubblico si raduna, i gruppi di persone si mescolano, creando un’atmosfera che solo la musica sa generare.
Quando finalmente il concerto inizia, con le canzoni degli artisti più acclamati, l’energia del pubblico esplode. Ogni canzone è speciale e racconta una storia. Impossibile rimanere immobili: tutti saltano, cantano e si lasciano trasportare dalla musica. Ricordo un momento particolarmente emozionante, quando Sfera Ebbasta ha iniziato a cantare “Bottiglie privè”, il suo pezzo più famoso, nonché il mio preferito. Gli occhi illuminati del pubblico, le mani alzate in aria, le urla di emozione della gente, hanno creato un momento di pura magia. Mi sono sentito parte di qualcosa di più grande.
La luce delle stelle cominciava a brillare sopra di noi, mentre il ritmo della musica continuava incessante ormai da ore, a tal punto da far sparire tutto quello che esisteva al di fuori di quella piazza.
Alla fine del concerto nel pieno della notte, mentre il pubblico applaudiva, ho capito che quella serata non era solo un evento da ricordare, ma un’esperienza che aveva arricchito la mia anima. La musica ha il potere di unire le persone, di farci sentire tutti parte di una cosa sola, e quella notte a Olbia mi ha insegnato il valore di vivere il momento e apprezzare la bellezza delle esperienze vissute.
Tornato a casa, porto con me non solo i ricordi delle canzoni, ma anche il calore, la felicità di quella serata e l’adrenalina che la musica ha saputo offrirmi. Essendo la mia prima volta ad un evento musicale così importante, rimarrà certamente per sempre tra i ricordi indimenticabili di questa mia estate in Sardegna.
Un’esperienza che rimarrà per sempre impressa nella mia memoria è il concerto a cui ho assistito ad Olbia, in Sardegna. È stata una serata straordinaria, piena di musica e forti emozioni, che hanno trasformato la mia idea su ciò che un concerto dal vivo possa offrire.
Era la seconda settimana di agosto, e passavo le mie vacanze estive nell’incantevole isola sarda assieme alla mia famiglia. Olbia, con le sue acque cristalline e le strade piene di turisti, si è rivelata il palcoscenico ideale per ospitare il grande evento musicale Red Valley. Il concerto si è svolto in un’enorme piazza che offriva un panorama già di per sé mozzafiato, accompagnato da un tramonto pieno di colori vivaci.
L’attesa per gli artisti principali italiani tra cui l’artista napoletano Geolier, la cantante Anna Pepe e il più acclamato, Sfera Ebbasta, era palpabile. Gli organizzatori avevano preparato il palco con cura e ogni dettaglio era pensato per far risuonare al meglio l’emozione per la serata. Mentre il pubblico si raduna, i gruppi di persone si mescolano, creando un’atmosfera che solo la musica sa generare.
Quando finalmente il concerto inizia, con le canzoni degli artisti più acclamati, l’energia del pubblico esplode. Ogni canzone è speciale e racconta una storia. Impossibile rimanere immobili: tutti saltano, cantano e si lasciano trasportare dalla musica. Ricordo un momento particolarmente emozionante, quando Sfera Ebbasta ha iniziato a cantare “Bottiglie privè”, il suo pezzo più famoso, nonché il mio preferito. Gli occhi illuminati del pubblico, le mani alzate in aria, le urla di emozione della gente, hanno creato un momento di pura magia. Mi sono sentito parte di qualcosa di più grande.
La luce delle stelle cominciava a brillare sopra di noi, mentre il ritmo della musica continuava incessante ormai da ore, a tal punto da far sparire tutto quello che esisteva al di fuori di quella piazza.
Alla fine del concerto nel pieno della notte, mentre il pubblico applaudiva, ho capito che quella serata non era solo un evento da ricordare, ma un’esperienza che aveva arricchito la mia anima. La musica ha il potere di unire le persone, di farci sentire tutti parte di una cosa sola, e quella notte a Olbia mi ha insegnato il valore di vivere il momento e apprezzare la bellezza delle esperienze vissute.
Tornato a casa, porto con me non solo i ricordi delle canzoni, ma anche il calore, la felicità di quella serata e l’adrenalina che la musica ha saputo offrirmi. Essendo la mia prima volta ad un evento musicale così importante, rimarrà certamente per sempre tra i ricordi indimenticabili di questa mia estate in Sardegna.