Luci in aula, silenzio in corridoio, ciak… azione!
I libri di testo sono chiusi, i banchi disposti al centro dell’aula sono diventati i tavolini di un ristorante, alcuni alunni sono diventati attori, altri fonici e tecnici del suono, altri videoperatori e assistenti di produzione.
Durante le ultime ore scolastiche di venerdì 30 gennaio, la classe 2B ha avuto l’opportunità di partecipare a un coinvolgente laboratorio di cinema in collaborazione con i ragazzi della scuola di teatro e cinema ZuccherArte, Marco e Leonardo. L’iniziativa si è rivelata un’esperienza formativa e originale, capace di unire apprendimento e divertimento in modo efficace. L’obiettivo dell’incontro era quello di illustrare agli studenti, in modo immersivo e dinamico, le principali tecniche cinematografiche oggi in uso e di creare un vero e proprio set per la realizzazione di un breve filmato.
Strumenti e inquadrature
Per prendere dimestichezza con i termini tecnici e con le apparecchiature utilizzate durante le riprese, il laboratorio è iniziato con una parte introduttiva dedicata agli strumenti del mestiere. Marco e Leonardo hanno mostrato diverse attrezzature professionali, spiegandone il funzionamento e soffermandosi sull’importanza di dettagli spesso sottovalutati, come il paravento per il microfono – chiamato in gergo “gatto morto” – fondamentale per ridurre i rumori esterni e migliorare la qualità dell’audio.
Successivamente, l’attenzione si è concentrata sulle diverse tipologie di inquadrature. Gli studenti hanno scoperto la differenza tra campo lungo, figura intera, primo piano e primissimo piano, facendosi aiutare da estratti di film o serie-TV famose, come Mystic River, Adolescence e Kill Bill. Non si è trattato solo di definizioni teoriche, ma di un vero e proprio viaggio nel linguaggio cinematografico, fatto di scelte visive capaci di raccontare una storia ancora prima delle parole. Per mettere alla prova gli alunni, a fine spiegazione hanno fatto qualche domanda di comprensione, dove si dovevano distinguere le varie riprese, come il dettaglio e il particolare.
La ripresa del cortometraggio
Dopo la parte teorica, la classe è passata alla fase pratica, sicuramente la più attesa. L’aula è stata trasformata in un ristorante improvvisato e gli studenti hanno partecipato alla realizzazione di una breve scena: un appuntamento tra un ragazzo e una ragazza che, al termine della cena, si accorgono con sorpresa che nessuno dei due ha il portafoglio. Di fronte alla situazione imbarazzante, i due decidono di scappare, dando vita a una scena ironica e dinamica.
La sequenza è stata girata più volte, utilizzando le diverse inquadrature apprese in precedenza, per comprendere concretamente come cambia l’effetto finale a seconda delle scelte registiche. Gli studenti si sono alternati nei vari ruoli: registi, attori, fonico e comparse, sperimentando in prima persona il lavoro di squadra necessario per realizzare anche una scena apparentemente semplice. È emerso quanto il cinema sia un’arte collettiva, in cui ogni ruolo contribuisce in modo essenziale al risultato finale.
Il laboratorio si è rivelato un’occasione preziosa per avvicinarsi al linguaggio cinematografico in modo diretto e coinvolgente, trasformando per qualche ora la quotidianità scolastica in un’esperienza creativa e diversa dal solito. Oltre ad aver appreso nuove conoscenze tecniche, la classe ha potuto mettersi in gioco, collaborare e osservare la realtà con uno sguardo più attento, scoprendo che dietro ogni film si nasconde un lavoro accurato fatto di studio, passione e cooperazione.
Quanto la tutela prevista dalla legge riesce davvero a tradursi nella vita quotidiana?
Uno degli articoli della Costituzione Italiana che più si applica alla vita di tutti i giorni è sicuramente l’articolo 6, spesso considerato di minore importanza rispetto agli altri solamente perché riguarda un numero di regioni ristrette: la Valle d’Aosta, il Trentino Alto Adige e il Südtirol.
L’articolo in questione cita: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”: ma è davvero così?
Dalle diverse interviste che abbiamo rivolto agli abitanti di queste regioni a statuto speciale emergono diverse opinioni, spesso in contrasto tra di loro, il che sottolinea come il bilinguismo possa influenzare in modi differenti se non addirittura opposti le vite degli stessi abitanti.
Dal Südtirol, il giovane studente locale di diciassette anni, Paolo Marino, ha chiarito la storia della regione sottolineando come l’attuale convivenza sia pacifica, aiutata anche dalla concessione dell’autonomia all’Alto Adige, nonostante le tensioni terroristiche degli anni Sessanta e Settanta.
Ha inoltre spiegato che durante il fascismo la minoranza germanofona è stata duramente repressa, con l’aiuto anche di rigide leggi che comportavano, per esempio, il divieto di parlare la lingua tedesca, che veniva insegnata di nascosto nelle “Katakombenschule”, catacombe, utilizzate come vere e proprie scuole sottoterra.
Nonostante Paolo abbia parlato di una convivenza pacifica e serena, ci sono purtroppo numerosi esempi di razzismo: l’esempio più eclatante è sicuramente il caso di Sinner, il tennista che ha guadagnato sempre più l’ammirazione di gran parte degli italiani, ma anche l’odio ostinato da parte di una minoranza della popolazione.
Molto recententemente il giornalista Bruno Vespa ha pubblicato su X un post molto offensivo nei confronti dell’atleta, proseguendo poi con un elogio al tennista spagnolo Alcaraz, che gioca: “per la sua Spagna”, sbagliando però il nome di quest’ultimo e ignorando che l’atleta denigrato abbia vinto ben due coppe Davis.
Un’altra voce, questa volta proveniente dalla Valle D’Aosta, offre un’altro dato per analizzare meglio la situazione: Matteo Bal, maestro di sci, afferma di aver seguito a scuola solamente due ore di inglese a settimana e quattro di francese, mostrando come a questa venga data preminenza rispetto all’inglese.
Dalla sua testimonianza emerge un vero e proprio bisogno di dare più importanza all’inglese, lingua ormai universale, che si rivela essere molto più utile, anche per gli abitanti del Südtirol e della Valle d’Aosta. In Valle da Aosta, infatti, non si parla francese tra locali, bensì il Patois, dialetto locale misto tra italiano e francese, come sottolinea il proprietario di un negozio di artigianato tipico valdostano, Mattia Cretier. Non sempre il bilinguismo è apprezzato dagli autoctoni: per esempio Adelina Chatel, proprietaria di un albergo, esprime la difficoltà per gli esterni a queste regioni di inserirsi all’interno, anche per il fatto che chi ha un impiego pubblico ha un’indennità di bilinguismo. Per concludere Alessandra, proprietaria di una gioielleria in Valle d’Aosta, ne ha evidenziato i non pochi svantaggi: soprattutto il fatto di non avere alcune professionalità qualificate, per esempio medici competenti, a causa dell’obbligo di sapere il francese, che elimina dai possibili candidati tutti coloro che non lo parlano correntemente.
Il bilinguismo, quindi, può essere un’arma a doppio taglio, sia con agevolazioni per gli autoctoni sia con svantaggi, come ci sottolineano i nostri testimoni.
In un mondo circondato dalla violenza e dall’indifferenza, il teatro non resta in silenzio.
“Otello” nasce proprio dal bisogno di smuovere la coscienza delle persone. È una tragedia scritta da William Shakespeare nel 1603, riadattata poi in chiave moderna da Dacia Maraini, con la regia di Giorgio Pasotti. La rappresentazione è stata messa in scena il 20 e il 21 Gennaio 2026 al Teatro Ivo Chiesa di Genova.
La tragedia parla della vendetta di Iago, adirato perché Otello, un generale moro di Venezia, ha promosso a tenente Cassio a sue spese. Iago insinua nella mente del moro che l’amata moglie Desdemona lo tradisca proprio con Cassio. Per dimostrare ciò, ruba un fazzoletto rosso che Otello aveva regalato alla moglie, e lo fa ritrovare fra gli averi di Cassio. Otello, accecato dalla gelosia, uccide Desdemona sul loro letto nuziale, ma quando si accorge di essere stato manipolato, decide di togliersi la vita.
Quando Shakespeare scrive la trama, dà particolare rilievo al tema del razzismo. Otello è infatti un uomo molto ricco e potente, un abile condottiero ammirato per le sue doti militari, ma, nonostante ciò, è considerato diverso in quanto moro. Il suo matrimonio con l’amata Desdemona è dunque visto come un’unione non solo sentimentale, ma anche politica.
Nella riscrittura della Maraini, invece, emerge un altro tema, quello della violenza sulle donne. Lo spettacolo non parla infatti di un omicidio scatenato solo dalla manipolazione, ma anche dalla mutazione dell’animo di Otello che, corroso dalla gelosia, diventa possessivo e malato. Desdemona non viene uccisa solo da un coltello, ma dall’ossessione autodistruttiva del marito.
La scena con cui si conclude lo spettacolo non è più la morte di Otello, ma un momento di rottura della quarta parete. Durante tutta la rappresentazione è stato utilizzato uno specchio che rifletteva ciò che veniva proiettato sul palcoscenico, in modo da poter giocare con effetti visivi, ricreando i luoghi in cui era ambientata la storia. Alla fine, lo specchio è stato ruotato verso la platea e i riflettori sono stati rivolti sul pubblico, in modo che ogni spettatore fosse in grado di vedere la propria immagine riflessa per alcuni secondi. Anche grazie alla musica di sottofondo, si è creato un momento di tensione e di forte emozione, spezzato dall’entrata in scena del Doge. Il Doge, per tutta la durata dello spettacolo è sempre stato un personaggio dallo stampo comico, sempre pronto a strappare un sorriso nei momenti di maggiore drammaticità. Ma alla fine della rappresentazione pronuncia un discorso molto intenso rivolto alla platea. L’uomo sottolinea che il femminicidio non è un semplice raptus isolato, ma un fatto che dilania l’intera società, che molto spesso rimane indifferente o finge di non vedere ciò che sta accadendo. Accusa lo spettatore di essere rimasto a guardare mentre si consumava la tragedia, diventando colpevole tanto quanto Otello.
Questo messaggio è stato accompagnato da una messa in scena cinematografica. Sono stati utilizzati infatti effetti speciali e musiche che incorniciavano scene da grande schermo. Anche lo stile recitativo è atipico per il teatro, dato che risente della formazione televisiva della maggior parte del cast. Sul palco sono saliti infatti Giacomo Giorgio nei panni di Otello, Giorgio Pasotti in quelli di Iago, Claudia Tosoni in quelli di Desdemona, Salvatore Rancatore in quelli di Cassio, Gerardo Maffei in quelli di Brabanzio, Dalia Aly in quelli di Emilia, Andrea Papale in quelli di Roderigo e infine Diego Migeni nel ruolo del Doge.
La scelta stilistica di portare un vero e proprio film sul palco, oltre che dare l’occasione di immergersi ancora di più nella trama, è pienamente azzeccata. Infatti, il pubblico era composto per lo più da adolescenti, che erano completamente stregati dalla messa in scena, oltre che ad essere molto attenti.
Ciò che la Maraini, Pasotti e tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione dello spettacolo sono riusciti a fare è creare un modo per riscoprire e far apprezzare una delle opere più iconiche della letteratura inglese anche ad un pubblico di giovanissimi, oltre che a far uscire “trasformato” dal teatro ogni spettatore.
“Bussola blu. Genova, la porta d’Europa” è il titolo dell’incontro dedicato all’inserimento dei giovani nell’economia del mare, meglio specificato dalla definizione “uno strumento per orientarsi nel futuro marittimo”. Il convegno è stato promosso dal Centro Europe Direct del Comune di Genova: un’iniziativa europea per avvicinare i giovani studenti alla blue economy, in collaborazione con la Regione Liguria.
“Ai miei tempi i giovani non avevano modo di inserirsi nell’ambito marittimo in modo pratico fino a dopo l’università” spiega Massimiliano Giglio, segretario di Assagenti, Associazione Agenti raccomandatari e Mediatori marittimi, che rappresenta 115 agenti nei diversi settori delle attività marittime. Giglio ricorda ai presenti che Assagenti ha un occhio di riguardo anche per il mondo dei giovani e mette in contatto domande e offerte di lavoro, segnalando laureandi e laureati alle aziende associate. Oggi l’inserimento dei giovani nell’ambito portuale viene promosso già dalle scuole superiori, attraverso alcune iniziative destinate a far scoprire “l’oro blu” della nostra città anche alle nuove generazioni.
Il Liceo D’Oria è fra i promotori dell’iniziativa, con l’apertura di un nuovo indirizzo di studio del Liceo Classico D’Oria presentato dal professor Ivo Spallasso. Il professore ha spiegato i motivi dietro a questa scelta e le novità proposte dal nuovo indirizzo: “Si tratta di uno sviluppo naturale per gli studi classici, infatti la storia ci insegna che i greci erano navigatori e la cultura ellenica è il fondamento della civiltà occidentale. In questo modo, il liceo classico genovese, che ha l’obiettivo di insegnare la storia e i valori delle civiltà antiche, mantenendo i piedi ben saldi nel contesto locale, volge la barra verso il mare”.
Il nuovo percorso scolastico prevede incontri con professionisti del settore, viaggi di istruzione nei luoghi della civiltà mediterranea e del mare, laboratori a tema, attività di educazione civica e ambientale e approfondimenti sulla storia marittima locale. Da settembre 2026 il liceo D’Oria partirà a vele spiegate con il Progetto Mare, rafforzando il concetto espresso dal nome della città di Genova, Giano Bifronte che guarda i monti e il mare oppure Ianua, vera Porta del Mediterraneo.
La nascita dei fondi ESA (Empowerment Scholarship Account) per l’istruzione
Doug Doucey, governatore dell’Arizona dal 2015 al 2023.
Il problema si è posto per la prima volta nel 2022, quando Doug Doucey, governatore dell’Arizona, ha approvato l’estensione del progetto ESA a tutte le famiglie dello Stato che volessero usufruirne. ESA è l’acronimo di Empowerment Scholarship Account, un sistema gratuito che consiste nella distribuzione annuale di alcuni fondi ai genitori dei bambini in età scolare. Grazie a questi sussidi gli americani possono gestire personalmente l’istruzione dei propri figli, senza doverli necessariamente affidare alla scuola pubblica.
L’idea è nata nel 2011 per agevolare i ragazzini con bisogni educativi speciali, ma in alcuni Paesi federati si è allaragata a tutti gli studenti. Inizialmente la stampa non ha dato troppo peso all’argomento, ma l’enorme e improvvisa diffusione del progetto non può essere più ignorata.
Al giorno d’oggi gli ESA e iniziative simili servono oltre 75.000 alunni in dieci Stati della federazione: dall’Indiana al Mississippi, dalla North Carolina alla Florida. Così adesso l’educazione di migliaia di giovani statunitensi è completamente regolata dai loro genitori, che possono utilizzare il denaro in diversi modi. Molti scelgono di iscrivere i figli negli istituti privati, altri pagano insegnanti che forniscano lezioni aggiuntive a casa, oppure investono i fondi in attività extracurricolari.
Il dibattito internazionale sugli ESA, anche nelle scuole italiane.
Una protesta americana che richiede più cura nell’organizzazione della scuola pubblica.
La questione all’apparenza potrebbe apparire semplice e vantaggiosa, ma in realtà è decisamente controversa. Dall’entrata in vigore del progetto non mancano certo discussioni fra i sostenitori e gli americani che invece preferiscono l’istruzione pubblica. I cittadini che si oppongono al utilizzo di voucher e sussidi temono infatti che questo nuovo sistema possa portare alla chiusura definitiva della scuola statale.
Esperti, politici, genitori: tutti hanno la propria opinione e la esprimono confrontandosi online oppure con vere e proprie proteste. Sono infatti frequenti le manifestazioni contro gli ESA, specialmente da quando il presidente Donald Trump ha firmato un provvedimento per smantellare il dipartimento dell’ istruzione.
Il banco della giuria durante il dibattito della classe 2B.
La controversia ormai è talmente importante che adesso viene approfondita anche in altre nazioni, come l’Italia. Se infatti non esiste ancora un progetto simile all’ESA nel nostro Paese, non possiamo escludere che in futuro la stessa iniziativa possa svilupparsi anche qui. Per fare chiarezza sull’argomento la classe 2B del liceo Andrea D’Oria a Genova ha organizzato un dibattito.
Gli studenti si sono divisi in due gruppi: il primo favorevole all’utilizzo dei fondi ESA , il secondo a sostegno degli istituti pubblici. Sei alunni invece hanno svolto il ruolo di giudici, stilando una scheda di valutazione per assegnare un punteggio a ciascuna squadra.
I ragazzi hanno appreso le prime nozioni sul nuovo sistema educativo americano attraverso un articolo della rivista Internazionale. Il pezzo, scritto da un giornalista statunitense, riportava la sua esperienza personale come insegnante in una scuola cattolica dell’Arizona, presso Waddell. L’autore, Chandler Frizt, fornisce molti spunti interessanti sull’argomento, eppure non prende una vera e propria posizione, mostra aspetti positivi e negativi di un piccolo istituto privato, il Refresh Learnig Centre. Dopo aver raccolto ulteriori materiali da siti attendibili, venerdì 5 dicembre 2025, è andato in scena il dibattito, con tanto di oratori e banco della giuria.
I fondi ESA come simbolo di istruzione innovativa e migliore
Il gruppo a favore del progetto ESA.
Nel corso della discussione sono emerse argomentazioni particolarmente interessanti. Il gruppo a favore del sistema fondato sui voucher ha dimostrato come gli ESA permettano ai contribuenti di risparmiare più denaro rispetto a quello che impiegherebbero per pagare le tasse sulla scuola pubblica.
Secondo un’indagine del Goldenwater Institute per di più, le rette degli istituti privati sono generalmente più basse del tipico sussidio, che è di circa 7.500 dollari. In questo modo anche i ragazzini con famiglie meno abbienti possono accedere ad un’istruzione di qualità, e utilizzare il capitale rimasto per attività ricreative e sport. La formazione pubblica al contrario è molto diversificata per i bambini provenienti da contesti economici opposti. I ragazzini benestanti abitano nei quartieri con le scuole migliori, invece nelle zone più povere i programmi di studio pubblici appaiono scadenti e inadatti.
Il Refresh Learning Centre, piccola scuola cattolica dell’Arizona
Il nuovo progetto educativo favorisce anche l’homeschooling, cioè le lezioni a casa, per il 3% della popolazione studentesca che ha bisogno di impare con ritmi diversi. Anche le scuole private risultano più tranquille rispetto a quelle statali: le classi sono infatti più piccole e gli
insegnanti possono concentrarsi sull’apprendimento di ogni singolo bambino. Si approfondiscono temi di educazione civica che talvolta gli istituti pubblici omettono di introdurre,perchè troppo controversi. Si sviluppa il pensiero critico e la collaborazione. Inoltre in queste strutture i bambini sono meno stressati, perchè non svolgono molti test attitudinali per misurarne la performance. In definitiva, la libertà decisionale dei genitori, che conoscono le esigenze educative dei loro figli, permetterebbe ai ragazzi di sviluppare conoscenze maggiori all’interno delle scuole private oppure a casa propria, in ambienti rilassati ed educativi.
L’inadeguatezza del sistema voucher e la scomparsa della scuola pubblica
Il gruppo contro i sussidi statali per l’istruzione dei bambini americani.
Il secondo gruppo ha invece sollevato molti dubbi riguardo all’efficienza del progetto basato sui sussidi statali. In primo luogo, il diffondersi di istituti privati, lezioni online e micro-schools a carattere religioso sta comportando numerosi danni alle tradizionali scuole pubbliche, su cui la federazione investe di meno. Nei quartieri poveri e nell’ambito dei bisogni educativi speciali si verifica già un grande regresso. Il diffondersi del sistema ESA non aggiunge competitività al settore dell’istruzione, ma al contrario provoca la decadenza dell’educazione pubblica.
Greg Abbott, attuale governatore del Texas.
Dal punto di vista economico-sociale i vocher vengono spesso accordati alle famiglie di classe media piuttosto che ai poveri ed emarginati che ne necessitano maggiormente. I benefici per i bambini di colore o meno abbienti si vedono soprattutto nelle scuole pubbliche, che l’idea dei sussidi statali sta distruggendo. Il progetto ESA è legato principalmente alle battaglie politiche. Ad esempio in Texas, il governatore Greg Abbott, lo ha sfruttato per ridurre gli oppositori e ottenere il consenso dei cittadini.
Uno studio del 2025 ha dimostrato che i finanziamenti alle famiglie contribuiscono alla segregazione razziale e non migliorano affatto i risultati conseguiti dagli studenti. I ragazzini che frequentano le scuole private non sono sottoposti a test standarizzanti e hanno conoscenze ridotte. Nel 2019 l’Università dell’Arkansas ha spiegato che in Louisiana gli alunni che si avvalgono del progetto ESA hanno una preparazione inferiore ai loro compagni della scuola pubblica. La causa potrebbero essere le moltissime scuole cristiane, dove gli insegnanti sono incompetenti e non molto spesso non hanno veri titoli di studio. Alcuni di loro sfruttano le loro lezioni per fare pubblicità ad aziende e prodotti alimentari. Trasformano un’esperienza istruttiva come una lezione di cucina in una strategia di maketing, senza curarsi delle nozioni apprese dai ragazzi.
Perfino i genitori gestiscono male i fondi a loro affidati, acquistando biglietti per Disney World, costosi set lego, dispositivi informatici…tutti oggetti che hanno ben poco a che fare con l’educazione dei figli. Un’indagine dell’Oklahoma Watch ha dimostrato che in Florida sono stati acquistati 548 televisori del valore di quasi 191.000 dollari, interamente con i sussidi ESA. Parte di tutto il denaro speso in maniera impropria non viene rimborsato al governo degli USA. Vi sono anche alcuni casi di frode, rari ma eclatanti, che hanno causato danni economici assai gravi. Ad esempio nel 2024: due cittadini del Colorado si sono appropriati di circa 100.000 dollari, fingendo di richiederli per l’istruzione di 43 bambini inesistenti. Il progetto ESA dunque non rappresenterebbe la scelta educativa corretta, ma causerebbe la scomparsa di un sistema pubblico funzionante, a favore di uno che invece è malgestito e scadente.
La vera libertà educativa, da cui dipende il futuro dei giovani.
Donald Trump dopo aver firmato l’Education Act, con cui smantellerà il dipartimento dell’istruzione.
Valutando criteri come professionalità, capacità di confutazione e organizzazione del discorso i giudici hanno dato la vittoria alla squadra contro il progetto ESA. La questione è stata risolta in classe ma è ancora ampiamente discussa in America. Trump ha affermato “E’ l’ora della scelta scolastica universale” mentre firmava la legge con cui eliminare l’istruzione pubblica.
Con la scomparsa degli istituti statali efficienti non ci può essere alcuna libertà decisionale. Il governo degli USA deve evitare che si verifichi questa circostanza e risolvere le problematiche nell’iniziativa dei voucher, ad esempio controllando l’uso che ne fanno le famiglie.
Perché, al di là di ogni motivazione economica, a contare più di tutto è l’istruzione dei giovani. Devono poter crescere e apprendere sempre di più sul mondo circostante. Solo in un sistema scolastico adatto a loro possono sviluppare le competenze necessarie a diventare cittadini consapevoli e adulti responsabili. Il loro futuro è nelle mani del governo e dei genitori. C’è soltanto da sperare che non venga barattato con il consenso politico o con qualche costoso televisore.
La citazione non si riferisce all’evoluzione della lingua, nel dizionario del tempo queste parole esistevano ed erano ben conosciute. Eppure evitarle significava essere dalla parte dei “liberatori”, perché questi vocaboli erano adoperati dai fascisti, rappresentavano pienamente il loro ideale nazionalista e col tempo erano divenuti di fatto un identificativo. Era sufficiente pronunciarne uno per essere etichettato come uno di loro. Infatti proprio come ogni disciplina ha un linguaggio tecnico, ogni gruppo di individui ha un vocabolario specifico di cui si appropria. L’identità di qualsiasi persona, scienza e persino di qualsiasi tempo è contraddistinta da un codice linguistico diverso.
Dopo la liberazione, utilizzare il gergo degli oppressori sconfitti era visto come un atto di cattivo gusto, una rievocazione di un male sepolto. Dunque nell’immediato dopoguerra si sviluppò il fenomeno inverso all’identità di linguaggio.
Ma tra gli intellettuali del tempo c’era anche Cesare Pavese, che a causa del suo mestiere, non riusciva a sopportare che certe parole fossero evitate per non richiamare i ricordi del fascismo. Perciò nei suoi scritti di quel periodo, tra cui si ricorda la poesia “Tu non sai le colline”(1945) e l’articolo “Ritorno all’uomo” (1945) l’autore sottolineava volontariamente questi vocaboli, proprio come se tentasse di riconquistare una parte della lingua che un’enorme parte del popolo stava provando a seppellire.
All’inizio Pavese fu molto criticato, anche dai suoi stessi colleghi, che non capivano perché nel mezzo di quella nuova speranza egli stesse risvegliando di fatto la triste epoca appena conclusa. A ciò contribuì anche l’altra intenzione dello scrittore stesso di denunciare tutti coloro che non avevano fatto nulla per ostacolare il regime; anche Pavese si riconobbe in questo insieme e ne prese atto pubblicamente. Proprio dal debito che sentiva di avere con l’Italia, nacque il desiderio di aiutare in qualche maniera la ricostruzione del Paese e lo fece nel suo settore, adoperando parole disprezzate come terra, sangue, patria, nazione, stirpe, disciplina e molte altre. Le immise nelle sue opere come se avessero lo stesso peso degli altri vocaboli, il suo fine era ottenere questo risultato.
Così facendo, lo scrittore ha avviato un processo di recupero che ha gradualmente reintegrato i termini, proprio come se nulla fosse accaduto, esattamente come voleva lui. All’operazione piano piano aderirono altri autori che compresero l’importanza di conservare la lingua. Tra costoro si possono citareBeppe Fenoglio, Elio Vittorini e Vasco Pratolini. Progressivamente la gente smise di vedere il fascismo in quelle parole, gli intellettuali erano stati capaci di ricontestualizzarle e di pulire una macchia della storia che le corrompeva.
Per cui se il vocabolario italiano dispone nuovamente di certe parole, libere dal loro ingombro ideologico, restituite alla lingua comune come se nulla le avesse mai contaminate, è soprattutto merito di un uomo incompreso da molti, ma con un obiettivo ben chiaro per se stesso: restituire alla nazione ciò che sentiva di non aver dato negli anni precedenti.
“Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro”
Conversazione con Demetrio Paolin su Cesare Pavese e la figura di Corrado nel romanzo “La casa in collina”
di Alice Crosa di Vergagni, 2d
«Non sei mica fascista» mi disse. Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. «Lo siamo tutti, cara Cate» dissi piano. «Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista».
Nel racconto di Cesare Pavese il protagonista è Corrado, professore di Torino durante la Seconda Guerra Mondiale che scappa dai bombardamenti sulla città trasferendosi in collina. È un personaggio che durante la narrazione riesce a colpire il lettore con i suoi atteggiamenti distaccati e freddi risultando agli occhi di molti come una figura antipatica ed egoista. Pavese ha infatti cercato di creare un personaggio, simile alla sua persona, lontano da ogni possibile comprensione da parte del pubblico, una figura che è indifferente davanti alla sofferenza di quel periodo.
Dopo la pubblicazione di questo romanzo, alla fine della guerra, Pavese venne criticato proprio per la principale connotazione del suo protagonista che rispecchiava indirettamente l’atteggiamento di tanti che hanno vissuto durante quell’epoca. In un momento in cui si cercava di dimenticare il dolore passato, Cesare Pavese con questo personaggio ricorda alle persone una delle più gravi colpe della gente davanti a tante ingiustizie, la grande indifferenza che sicuramente è nata in un primo momento a causa della paura che riempiva gli animi e che ha continuato però ad invadere le case di tutti. Dopo il ’45 molta gente che si era salvata dopo aver fatto un sospiro di sollievo ha comunque dovuto far fronte ad un problema tutt’altro che semplice da ignorare, la propria coscienza: chiunque alla fine di tutto si sarà infatti chiesto cosa avrebbe potuto fare in più per salvare qualcun altro. Corrado apre gli occhi a tutti gli indifferenti durante il conflitto mostrando loro un atteggiamento che hanno avuto per tutta la durata dello scontro ma di cui solo ora si rendono conto e di cui si vergognano.
Possiamo, quindi, biasimare Corrado? Possiamo odiare una persona che rimarca gli atteggiamenti di molti in situazioni tanto difficili? La risposta è certamente affermativa, si può infatti, ma si deve essere consapevoli del fatto che probabilmente l’indifferenza è una delle più diffuse risposte dell’uomo al pericolo, a causa del timore o di un persistente sentimento di impotenza, e che solo in pochi riescono a non provare.
Demetrio Paolin
Demetrio Paolin, scrittore e professore, durante l’incontro avvenuto il 6 febbraio al Liceo Classico A. D’Oria di Genova ha condiviso con gli studenti delle classi seconde del percorso Umanistico la sua passione per Cesare Pavese descrivendo la sua scrittura come “pastosa” e capace di donare al pubblico tante emozioni. Si appassiona ai racconti dell’autore quando ancora aveva sedici anni trovando come protagonisti dei libri di Pavese i luoghi in cui è cresciuto, le parole all’interno dei componimenti lo accompagnano ancora oggi dopo avergli regalato una carriera da scrittore e un amore verso i significati e le riflessioni della letteratura.
Paolin riconosce infatti l’antipatia che noi proviamo verso Corrado mostrandoci però un altro punto di vista, quello della comprensione. Spesso preferiamo infatti personaggi eroici, fieri ed empatici che vivono con uno scopo o agiscono per un bene comune, ma quanti possono dire di assomigliare a qualcuno così? Solo pochi. Giudichiamo invece personaggi distaccati, freddi ed egoisti, ma chi invece è simile a questi?Tanti.
In un mondo caratterizzato da odio e antipatie nei confronti dell’altro, Paolin ci ricorda che non siamo così diversi dalle persone che ci circondano. Le cose vanno viste e capite da più punti, non solo da uno. Possiamo giudicare le persone, ma dovremmo sempre chiederci cosa avremmo fatto di diverso, e imparare a essere comprensivi riconoscendo le azioni degli altri e le nostre.
Pavese riesce quindi a descrivere tanto di una persona nell’atteggiamento di un uomo comune portando però la gente ad odiare il personaggio che spiega molto dei loro biasimevoli sentimenti.
Sorprende, infine, la capacità di Demetrio Paolin di appassionarsi a una figura che molti non apprezzano. Paolin non scarta la vergogna che Corrado ci provoca, ma la trasforma in uno spunto di riflessione: sulla coscienza, sulla comprensione, sul giudizio che spesso rivolgiamo agli altri. Un giudizio che a volte pronunciamo sapendo, in fondo, che avremmo agito allo stesso modo; ma confessarlo fa paura: è più facile vergognarsi di Corrado che riconoscerci in lui.
Come l’ex meteorologo di Nervi racconta della fotografia della seconda onda più alta mai scattata in Liguria.
di Giulia Maria Campodonico, 1B
Il protagonista di questa storia è Vittorio Dentoni, nerviese, classe 1964, un esperto meteorologo che fin da bambino nutre una passione per le onde e per le mareggiate.
Dal maggio 2020 ha aperto un profilo Facebook chiamato “Meteo Vitto” in cui condivide molte fotografie di mareggiate e prevede il meteo della nostra città in maniera precisa e affidabile.
Durante il nostro incontro gli ho posto le seguenti domande:
Che studi ha fatto da ragazzo?
“Io mi sono diplomato in ragioneria, dopo sono andato in aeronautica militare e sono diventato meteorologo”.
Da quanto tempo è appassionato di mareggiate?
“Sono appassionato di mareggiate da quando avevo otto anni”.
Le sue previsioni del tempo partono sempre dall’osservazione del mare?
“No, la previsione del tempo è una cosa, la previsione del mare è un’altra. La previsione del mare e l’altezza delle onde sono molto più attendibili rispetto alle previsioni del tempo. Le previsioni delle onde si basano principalmente su questi tre fattori: il fetch, ovvero lo specchio di mare coperto dal vento, l’intensità del vento e la durata del vento”.
Il negozio di souvenir in passeggiata a Nervi racchiude tutte le sue passioni?
“No, il negozio di Nervi mi piace molto perché è un lavoro bellissimo e perché ho a che fare con persone che vengono da tutto il mondo. Però la mia passione rimane la meteorologia”.
Ha qualche ricordo di lei da bambino legato al mare da condividere?
“Ne ho tantissimi. Il mare è sempre stato il mio ambiente, sono canoista e ho fatto 20 anni di gare di kayak. Facevo anche surf e mi ricordo che andavo spesso con i miei amici a prendere le onde. La mia passione per tutti questi sport l’ho tramandata a mio figlio che adesso fa l’istruttore di surf”.
Ho scelto di intervistare Vittorio Dentoni perché mi ha colpito il fatto che lui abbia passioni molto diverse rispetto al lavoro che svolge tutt’oggi a Nervi. Infatti, sottolinea il fatto che le sue passioni siano rimaste le stesse di quando era un bambino e che non siano state condizionate o rivoluzionate dal suo lavoro.
Il contributo al libro “Wave Watching”
WAVE WATCHING
Vittorio ha partecipato alla stesura del libro “Wave Watching” che tratta di mareggiate, contribuendo con informazioni tecniche e fotografie. Tra queste spicca in particolare una foto riferita alla storica mareggiata del 1989.
La mareggiata del 1989: un record ligure
In quell’anno la nostra riviera fu colpita da una violenta mareggiata. Vittorio riuscì a fotografare la seconda onda più alta mai ripresa in Liguria. Grazie al fatto di aver potuto indicare l’esatto punto di scatto, fu possibile calcolare la sua altezza in maniera piuttosto precisa utilizzando i calcoli trigonometrici. L’altezza calcolata fu di poco più di 13 metri.
Il record del 1955
La foto della più alta onda registrata in Liguria risale alla mareggiata del 1955 e fu scattata alleCinque Terre. Non conoscendo l’esatto punto di scatto, non è stato possibile risalire con precisione all’altezza dell’onda, che venne comunque stimata tra i 17 e 18 metri.
Un dato impressionante che testimonia la potenza del mare Ligure durante le grandi mareggiate.
La scienza dietro le onde
Il lavoro di Vittorio Dentoni rappresenta un esempio perfetto di come la passione personale possa arricchire la conoscenza scientifica. Le sue fotografie non sono solo suggestive dal punto di vista estetico, ma costituiscono anche documenti scientifici preziosi per lo studio delle mareggiate e dei fenomeni meteorologici marini. Lameteorologia marina, come ci spiega Vittorio, si basa su parametri precisi e misurabili, rendendo le previsioni sulle onde più affidabili rispetto a quelle meteorologiche generali.
E mentre le onde continuano a infrangersi sulla costa di Nervi, Vittorio rimane lì, con lo stesso sguardo del bambino di otto anni, sempre in attesa dell’onda perfetta.
Intervista alla storica e archivista Giustina Olgiati sull’influenza del mare a Genova
di Lucilla Lisciotto, 1B
L’indissolubilità del legame tra Genova e il mare permane nei secoli, riflettendosi nell’economia, nella cultura, nel commercio e nella società e si esprime in una storia costellata di maestà e dolore. L’ Archivio di Stato di Genova ne è eterno custode, ne porta al suo interno i secoli gloriosi, anche i suoi lati inediti, celati sotto il velo del tempo, che la dottoressa Giustina Olgiati ci racconta con passione e trasporto.
A Genova è sempre stato presente un porto naturale, senza il quale non sarebbe potuta esistere poiché rappresentava l’unico orizzonte di sviluppo per i Genovesi, un “mezzo di comunicazione liquido”, che consentì loro anche di entrare in contatto con altre popolazioni e culture.
Reliquario del braccio di Sant’Anna.Cristo Moro di Santa Maria di Castello
Il mare per i Genovesi rappresentava un elemento familiare che nei secoli “le ha dato e portato via qualcosa”. Il mare “evocava immagini di Santità”, poiché portò a Genova diverse reliquie, come il braccio di Sant’Anna e il Cristo di Santa Maria di Castello, contribuendo all’incremento della devozione religiosa. Purtroppo però attraverso il mare giunsero nei secoli i pirati, che con le loro scorrerie portarono via da Genova molte ricchezze e dignità.
L’influenza del mare sull’economia genovese
Dal punto di vista economico il mare, motore dell’economia genovese, data la scarsa produzione agricola, rappresentava l’unico mezzo di sostentamento. Questo portò i Genovesi ad affinare le abilità di mercanti e a sviluppare le competenze in materia di navigazione, dal momento che non erano ancora stati inventati i mezzi a vapore costituiva la principale via di comunicazione. Il porto di Genova attualmente è gestito dalla Camera di Commercio, ma il suo funzionamento dipende anche dai movimenti interni dei sindacati , e ancora oggi assolve un ruolo cruciale nell’economia della città poiché deve garantirne la prosperità commerciale.
La mancanza di sicurezza nel lavoro al porto in epoca medievale
Il porto tuttavia in passato fu anche teatro di tragedie, poiché non era garantita la sicurezza delle persone che vi lavoravano, nonostante i consoli delle Corporazioni di Arti e Mestieri tentassero di limitare le sciagure. Questo è attestato dalla scarsa presenza di documenti che ne certificano l’avvenimento e dal fatto che a partire dal 1340 i “camalli”, i facchini storici del porto, godessero di una corsia riservata costituita da sette letti presso l’ospedale di Santa Maria Maddalena. Inoltre all’epoca non erano garantiti rimborsi alla famiglia della vittima, sebbene esistessero fondi per offrire sostegno alle vedove.
A Genova in età medievale erano presenti anche altri lavori che comportavano rischi considerevoli per la vita delle persone.
Il rischio del lavoro dei marinai; le vite inghiottite dal mare
Il fatto che la prosperità economica di Genova fosse strettamente legata al mare portò molti uomini a praticare il mestiere di marinai o di mercanti, mettendo a rischio le loro vite, data l’imprevedibilità del mare. Infatti, nonostante le diverse precauzioni, come navigare soltanto in determinati periodi dell’anno per evitare venti contrari, o costruire navi la cui struttura fosse volta a prevenirne l’affondamento, spesso si verificavano dei naufragi. Inoltre, bisogna pensare che in molti casi le scialuppe di salvataggio non erano sufficienti a salvare tutti coloro che si trovavano a bordo della nave , e molte volte ci si accorgeva di un naufragio vedendo pezzi della nave o anche cadaveri portati in braccio dalle onde, quando ormai era troppo tardi per poter prestare soccorso. Fu così che il mare avvolse tra le sue onde molte vite che la città sacrificò al suo splendore.
Le assenze dei marinai e le conseguenti modificazioni sociali e legali legate all’emancipazione femminile
La lunga assenza dei marinai provocò anche dei cambiamenti dal punto di vista sociale, poiché permise ai Genovesi, consapevoli del fatto che il ritorno di coloro che si imbarcavano non era assicurato, di organizzarsi dal punto di vista legale, ideando un sistema di leggi che permetteva alle mogli di coloro che erano partiti di disporre dei beni finanziari e materiali in caso di difficoltà economiche e provvedere a riguardo per il benessere della famiglia, ma l’indipendenza che assicuravano alle mogli dipendeva molto spesso dal tipo di rapporto che avevano instaurato. Questo perché all’epoca i matrimoni molto spesso non avvenivano per volontà degli interessati, ma erano il frutto delle macchinazioni ordite dalle rispettive famiglie allo scopo di assicurarsi prestigio, influenza politica e vantaggi economici. Inoltre la donna doveva sottostare all’autorità del marito, dopo essere stata sottomessa per tutta la vita a quella del padre o di un’altra figura maschile. Egli poteva disporne liberamente e lei non aveva potere sul suo destino, e veniva semplicemente costretta ad essere una semplice spettatrice dello spettacolo della sua vita. A testimonianza di ciò, la dottoressa Olgiati ci illustra dei documenti presenti all’interno dell’Archivio che custodiscono la storia del matrimonio del XVII secolo, avvenuto tra una Spinola e un D’Oria, durante il quale lei subì continuamente la sua ira, che spesso si manifestava con atti di violenza, e si concluse con un divorzio. Dal documento che lo testimonia ci giunge il respiro dell’oppressione che le donne dovettero subire in tali condizioni, portando alla luce storie intrise di dolore che ci implorano di essere raccontate.
Tuttavia, a volte tra gli sposi si sviluppava un rapporto basato sul rispetto e sulla stima reciproca, che spesso poteva evolversi in amore, e in questi casi l’uomo poteva assicurare alla moglie una maggiore indipendenza economica poiché nutriva una maggiore fiducia nei suoi confronti, consegnandole lo scettro per governare sulla sua vita.
L’Archivio di Stato di Genova
Ad esempio è questo il caso di Buscarello Ghisolfi, considerato “la versione genovese di Marco Polo”, il quale viaggiava spesso per mare, nelle cui mani affidò la sua vita, sapendo che probabilmente l’avrebbe scagliata negli abissi oscuri o trasportato verso terre lontane. Egli concesse a sua moglie in sua assenza la piena custodia e la massima libertà di gestione dei beni finanziari e il documento che attesta la sua volontà in merito è attualmente custodito all’interno dell’Archivio di Stato di Genova.
Genova e gli scambi culturali e commerciali: apertura mentale e ricchezza culturale
Qui la dottoressa Olgiati ci racconta un’altra storia affascinante legata a Buscarello Ghisolfi, e i documenti che si riferiscono a essa ci permettono anche di comprendere come i Genovesi in età medievale fossero dotati di una particolare apertura mentale nei confronti di altre culture e religioni, abituati a viaggiare e ad interfacciarsi con persone appartenenti a civiltà aventi usi e costumi differenti dalle loro, con cui intrattenne estremamente moderna, poiché non rifiutano ciò che è diverso, ma lo accolgono. Dalle testimonianze di Jacopo D’Oria, ultimo annalista genovese, emerge il fatto che i Genovesi fossero abituati al contatto con gli stranieri, poiché quando l’ambasceria dei Tartari, guidata da Buscarello Ghisolfi, sostò a Genova, che all’epoca costituiva il punto d’incontro tra diversi fronti culturali, prima di essere condotta dal Pontefice, dal re di Francia e dal re d’Inghilterra, lo storico nelle sue testimonianze non si soffermò sulla sua descrizione.
I Genovesi si sospinsero fino al Mar Nero, al Mar Egeo, navigarono per tutto il Mediterraneo, sospingendosi al confine del mondo conosciuto, e nella città si intrecciano in un mosaico complesso e variopinto elementi importati da altre nazioni con cui Genova intratteneva rapporti diplomatici e commerciali. Genova alla fine è come il mare, in essa sfociano la gloria e lo splendore delle altre culture, che ne arricchiscono la corona di spuma.
L’influenza proveniente da altre culture si legge soprattutto nella lingua, poiché i Genovesi appresero durante i viaggi le lingue delle loro destinazioni, come la Turchia o l’Arabia, dal cui linguaggio derivarono alcuni vocaboli del dialetto parlato in Liguria. Anche i Genovesi esportarono in tutto il Mediterraneo termini relativi alla navigazione. A Genova furono particolarmente importanti le influenze dei paesi esteri dal punto di vista del costume e dell’artigianato. Si utilizzavano infatti anche stoffe provenienti dall’oriente, e i gusti dei cittadini in fatto di vasellame avevano subito l’influsso della Spagna islamica. Genova nel corso dei secoli intrattenne spesso rapporti pacifici con le altre civiltà, come fece anche a partire dalla Seconda Crociata, instaurando rapporti commerciali con i Turchi.
Genova, il monopolio commerciale sul Mediterraneo e le colonie commerciali
I Genovesi fondarono diversi insediamenti nel corso dei secoli allo scopo di instaurare un monopolio commerciale sul Mediterraneo, i quali erano controllati dalla città attraverso varie forme di governo. Mentre in Corsica, data l’ostilità dei suoi abitanti, fu addirittura attuato un governo di tipo militare, nel Mar Nero, i Genovesi mantenevano un controllo diretto sul Sud della Crimea, dove intorno al 1300 sorse una colonia fortificata che in seguito assunse grande prestigio: Caffa. Alcune colonie dell’Egeo furono governate dalla dinastia dei Gattilusio, a cui erano state donate dall’imperatore bizantino, l’isola di Chio fu posta sotto il controllo di un Comitato di Investitori a cui veniva inviato un podestà proveniente direttamente da Genova.
Le colonie furono mezzi di importanti scambi culturali, che arricchirono enormemente l’identità di Genova, il che fu possibile anche grazie ai fenomeni di migrazione veicolati dallo Stato. Ad esempio se un mercante voleva andare ad abitare a Caffa, per pagare tasse inferiori, avrebbe dovuto sposare una donna indigena, il che favorì anche l’integrazione culturale tra Genova e gli abitanti delle colonie. Per Genova era vantaggioso avere mercanti originari della città all’interno delle colonie del Mar Nero per mantenere un’influenza della cultura latina a oriente e pertanto incoraggiavano l’emigrazione attraverso la prospettiva di tasse meno care. Viceversa, giunsero a Genova molti uomini provenienti da altre colonie, che spesso erano stati acquistati dai Genovesi come schiavi, che all’epoca rappresentavano simboli di ricchezza e potere, che però potevano acquisire la cittadinanza genovese e sposare persone originarie di Genova, e in tal modo entrare in possesso della piena libertà. Abbiamo testimonianza per esempio di un giovane schiavo cinese che sposò una ragazza genovese di 23 anni, e fu adottato dalla città come suo cittadino. Tutto ciò conferì alla società genovese un carattere multietnico.
Il mare come mezzo di diffusione della peste nera
Domenico Fiasella, La peste di Genova. Pinacoteca della Fondazione Franzoni
Il mare tuttavia non fu sempre un mezzo attraverso cui Genova ottenne prosperità economica e ricchezza dal punto di vista culturale, infatti cavalcando le onde giunse nel 1348 la sciagura della peste nera, probabilmente attraverso gli scambi commerciali, che squarciò la quiete della città funestando le vite dei suoi abitanti, scatenando sentimenti di paura e atroce dolore che inflissero ferite cocenti alla città, il cui grido sofferente echeggia nei secoli di storia. Di questo periodo oscuro, della paura dei Genovesi a riguardo, abbiamo conservati all’interno dell’Archivio i testamenti risalenti all’epoca, che erano stati dettati da persone sotto l’effetto della paura della peste, che come un angelo dalle ali nere ogni giorno strappava e sfigurava vite umane, il che è testimoniato dalla presenza all’interno dei documenti della frase “metu pestis”, ossia “per paura della peste”. La città reagì istituendo un lazzaretto, dove i malati di peste venivano isolati, e istituì delle leggi che specificavano l’obbligo dei cittadini di denunciare un malato di peste affinché non diffondesse la malattia.
Genova al vertice dello splendore economico e culturale
Genova raggiunse l’apice dello splendore e della prosperità economica nel Medioevo, epoca in cui era immersa nel fulgore della gloria. Il suo splendore economico e culturale è ritratto in un’ode scritta da un poeta anonimo intorno al 1200, custodita nell’Archivio Storico del Comune di Genova, che canta ad un mercante di Brescia che non ha mai visto Genova e la bellezza eterna della città, dove anche le donne appartenenti a ceti inferiori rifulgevano di un nobile splendore, il che significava che Genova colmava ogni cosa della sua bellezza luminosa. Questo scritto racchiude in sé l’orgoglio di Genova, canta la forza del suo cuore pulsante, del suo spirito ardente, città eterna sposa del dio azzurro, da cui fu amata e tradita, benedetta e ferita, e che conserviamo ancora oggi nella nostra identità con orgoglio e passione.
«Zenoa è ben de tal poer «Genova ha una grande forza, che no è da maraveiare non c’è da meravigliarsi se voi no lo poei savere se voi non la potete valutare per da loitam oir contar: sentendone parlare da lontano:
che e’ mesmo chi ne son nao io stesso che ci sono nato no so ben dir pinnamente non saprei dire adeguatamente ni distinguer lo so stao né descrivere la sua condizione tanto è nobel e posente.» tanto è nobile e potente.»
(Tratto dal componimento De condicione civitate Ianuae, loquendo con quedam domino de Brixa, trad. F. Toso)
Il direttore generale racconta la sua visione per il Waterfront Genovese e lancia un appello per il Mediterraneo.
di Alice Johnston, 1B
Vincenzo Monaco è il direttore generale del Porto Antico di Genova. In questa intervista ci svela alcuni progetti per l’area del Waterfront genovese e richiama la nostra attenzione alla migliore tutela del Mediterraneo.
Può raccontarci il suo percorso professionale e come è arrivato a diventare direttore generale del Porto Antico?
“Ho avuto la fortuna di lavorare sempre sul mare. Ho iniziato con dieci anni nel settore della navigazione: prima con TOREMAR, poi sono passato a Tirrenia a Napoli. Dopodiché è arrivata l’esperienza più lunga e formativa: sedici anni a Venezia con Vela, la società che si occupa di turismo e marketing della città. Lì vendevamo i biglietti per i vaporetti, eravamo proprietari delle aziende di trasporto pubblico e organizzavamo le grandi manifestazioni veneziane come il Carnevale. Gestivamo anche spazi per attività congressuali e fieristiche, un po’ come facciamo qui al Porto Antico. Dopo Venezia ho fatto cinque anni come direttore della Confcommercio di Treviso, poi è arrivata l’opportunità del Porto Antico. Stavano cercando un direttore generale, ho fatto la selezione, l’ho vinta e sono qui da un anno e mezzo. Oggi il mio ruolo è quello di coordinare l’attività degli uffici e fare da cuscinetto tra questi e il consiglio di amministrazione. Il Porto Antico è stato riqualificato da Renzo Piano nel 1992 e comprende l’area del padiglione turistico e delle darsene nel Waterfront di Levante. Gestiamo un’ampia gamma di attività: il centro congressi, l’affitto di posti barca, spazi per l’Acquario, eventi, realtà commerciali come Eataly, The Space Cinema, Old Wild West, e attività corporate come Iliad e Carstream. I ricavi da queste attività vengono reinvestiti nella manutenzione dell’area“.
Come ha plasmato la sua visione sul legame tra Genova e il mare?
“Io ho avuto la fortuna di essere sempre sul mare, quindi questo legame è comunque legato alla mia persona. Qui a Genova l’ho ritrovato, avendo la fortuna di gestire quest’area iconica e bellissima. Uno dei miei obiettivi è farla conoscere di più, perché spesso si hanno delle sensazioni ma non delle certezze su quello che avviene dietro a queste aree. Questo legame è indissolubile e straordinariamente affascinante.”
Secondo lei, questo legame ha la stessa importanza oggi come in passato?
“Sono qua da un anno e mezzo, quindi so poco del passato. Secondo me è un legame indissolubile, c’era ieri, c’è oggi e ci sarà per sempre. Genova è il primo porto d’Italia, questo rapporto è economico ma anche di vita. Indissolubile.”
C’è un modo in cui le persone di Genova potrebbero aiutare a dare vita al Porto e al legame tra Genova e il mare?
“Il modo migliore è venire da noi. Il Porto Antico è un luogo che viene frequentato per vari eventi, attività sportive, i giochi dei bambini, fare una passeggiata, prendere un aperitivo, leggere un libro… Tutte le volte che si viene al Porto Antico si riaccende vivo il rapporto con il mare e le emozioni che ti trasferisce! Vedendo le statistiche, il 70% dei nostri frequentatori è genovese, una buona percentuale.”
Quanto è importante l’Acquario di Genova?
“ Senz’altro è molto importante per la città da un punto di vista economico e di promozione turistica. Tra l’altro è l’acquario con il maggiore volume d’acqua d’Europa. Però l’Acquario non è solo divertimento: è anche studio, ricerca. È un piccolo sacrificio che viene chiesto a questi pesci per un progetto più ampio che è quello di salvare il mare e il pianeta. L’Acquario non è soltanto un luogo di attrazione ma anche un luogo di studio, di crescita culturale, di crescita della sensibilità nei confronti del mare e del pianeta. Credo che il percorso scientifico sia indissolubile accanto al lato di meraviglia e stupore che crea”.
Secondo lei, dato che il Mar Mediterraneo viene ogni giorno inquinato come il resto dei mari e questo è un problema a livello sia genovese che nazionale, ci sono dei modi in cui potremmo aiutare a diminuire l’inquinamento del Mediterraneo?
“Ci sono tantissimi modi. C’è la famosa diminuzione della plastica con la raccolta differenziata. L’abbiamo introdotta anche noi recentemente in Porto Antico. L’inquinamento dipende anche dal riscaldamento globale e da tutta una serie di azioni. Quindi ci sono tantissime cose da fare; dipendono dai paesi europei ma anche da ciò che facciamo tutti noi con gesti quotidiani: consumo dell’acqua, uso della plastica, riciclo, corretto smaltimento dei mozziconi di sigaretta, delle lattine, della plastica stessa… insomma piccoli gesti quotidiani che però possono aiutare moltissimo. Quando vado in una spiaggia o vado sott’acqua con la maschera cerco di portare via qualsiasi spazzatura che trovo in giro. Potremmo organizzare più attività tramite le associazioni di volontariato per la pulizia delle spiagge. Ci sono veramente tantissimi modi. Anche voi giovani avete una sensibilità maggiore rispetto a quella che avevamo noi alla vostra età. Purtroppo vi stiamo consegnando un pianeta che ha molti più problemi rispetto a quello che ci è stato consegnato a noi.”
Ci sono delle nuove idee o nuovi modi in cui potremmo sfruttare la risorsa del mare e del Porto Antico negli anni futuri? Ci sono nuovi progetti per l’area del Porto Antico?
“In generale dobbiamo affrontare e iniziare un percorso legato all ESG (Environmental, Social e Governance) mi riferisco ai criteri di sostenibilità ambientale, sociale e di gestione di queste attività. Quindi stiamo provando a capire come misurare l’impatto che la società Porto Antico ha nei confronti dell’ambiente e della società. Stiamo facendo un piano investimenti che dovrà rispettare determinati parametri di sostenibilità ambientale come rendere gli eventi sempre più sostenibili. Vogliamo allargare il progetto della raccolta differenziata a tutti i nostri conduttori e stiamo introducendo dei sistemi per favorire la mobilità pubblica rispetto a quella privata.”
Se potesse lasciare un messaggio ai giovani del liceo D’Oria e di Genova, quale sarebbe?
“Quello che dico ai miei figli: seguire le proprie passioni perché non c’è nulla di più bello, perché sono spesso legate a cose che ci riescono meglio; confrontarsi con il mondo, perché è molto arricchente. Io vedo purtroppo molte persone che nascono, vivono e rimangono nello stesso luogo creando un legame molto forte con il territorio ma anche perdendosi molte esperienze formative. Secondo me, è molto bello il confronto non solo nazionale ma anche internazionale. Bisogna cercare questo confronto e viverlo sempre come un’opportunità”.