NOI MARE. Da Quarto al Vespucci: il racconto di un genovese cresciuto guardando l’orizzonte.

Dal piccolo quartiere di Quarto ai porti internazionali: il percorso di Andrea Venturi, sottufficiale della Marina Militare italiana.

di Asia Di Calogero, 1B

Genova non è soltanto una città: per il marinaio Andrea Venturi è casa, identità. È cresciuto a Quarto respirando salsedine tutto il giorno e proprio per questo il mare non è stato per lui un semplice panorama, ma una presenza costante, un compagno di vita.

“Sono nato sul mare e sono sempre stato vicino all’acqua: dalla mattina alla sera respiravo aria di mare” racconta. È proprio lì che, grazie a suo padre, ha imparato ad amare tutti gli angoli di Genova: dai caruggi a tutto il centro storico, dalla storia fino alla cultura marittima. Venturi non ci ha messo infatti molto a comprendere che il suo legame con quella città era qualcosa di speciale, di intenso. Una volta cresciuto ha così deciso di realizzare il suo sogno d’infanzia, entrando nella Marina Militare Italiana: “Ancora non ci credo di aver realizzato il mio sogno…Ogni tanto pensandoci ho paura che sia tutto una finzione”.

Non finisce però qui: grazie alla sua determinazione Venturi è riuscito a diventare addirittura sottufficiale, iniziando così a ricoprire un ruolo molto importante; inoltre da ormai quattro anni naviga senza sosta da un porto all’altro sull’Amerigo Vespucci (nave scuola che simboleggia l’Italia all’estero). Svolge il suo lavoro con passione, contribuendo al mantenimento della nave in tutto il suo splendore: “Lavorare sul Vespucci è qualcosa di magico. Sapere di rappresentare il proprio paese su una delle navi più belle del mondo è una situazione impagabile, soprattutto per il me bambino; mi sento molto fortunato a riguardo”.

Tra uno scalo e un altro: lo scalo al porto di Genova

Venturi ha visto porti in ogni continente, ha visitato numerose località ed è entrato in contatto con culture lontane,  ma, nonostante ciò, le sensazioni che prova quando la nave sta per attraccare al porto di Genova sono imparagonabili a qualsiasi altra. “Qui è diverso…l’aria, la tramontana, il profumo della focaccia. Appena scendi senti qualcosa che nessun altro porto ti dà”.

Il Vespucci che fa rotta verso Genova.
Infatti tutti i rientri verso il porto della sua città gli regalano emozioni fortissime: “Quando il Vespucci entra a Genova, è come tornare dalla propria famiglia. Mi sembra sempre di essere aspettato, come se la città stessa mi abbracciasse”.

Ogni rientro a casa è speciale e unico e permette ad Andrea di “riconnettersi” al suo posto del cuore, dopo esserci stato lontano per svariato tempo, e di passare momenti in compagnia di parenti e amici di vecchia data. “Quando torno e mi metto sulla ringhiera a Priaruggia a guardare il mare, capisco che quello è il mio posto. È casa. Non posso fare a meno di pensare che la mia vita finirà lì, dove tutto è iniziato”.

 La nostalgia del mare

Celebre saluto militare del “Veliero”

Durante i periodi a casa però c’è sempre un vuoto difficile da colmare: manca l’odore del mare aperto, il ritmo della vita a bordo del vascello, la complicità con l’equipaggio, le guardie in plancia, le notti insonni, i raggi del sole sulla pelle…Tutte cose di cui Venturi non può fare a meno. “Adoro passare del tempo a casa con la mia famiglia, ma quando non sono in mare aperto mi manca tutto, anche i dettagli più insignificanti. Mi mancano i miei amici, tutte le risate e i sorrisi fatti con loro, le notti trascorse a osservare le stelle, le giornate passate con la nausea a causa delle troppe onde…So che è strano, ma solo chi vive il mare con passione può comprendere davvero”.

 Se non fosse nato a Genova… 

Deposizione del berretto sul Tricolore

Secondo Venturi, il suo legame tanto speciale con il mare è da attribuire alla sua città natale, Genova. “Se non fossi nato qui, forse non avrei preso questa strada: magari sarei un veterinario, un autista o chi lo sa, magari uno scrittore. Ma è merito di questa città se sono chi sono oggi e se ho trovato la mia strada. Qui i pescatori, gli amici, la vita sul mare ti trasmettono un amore profondo per quell’enorme cosa blu: questo amore incondizionato ti cambia per sempre.”

Questa non è una semplice storia: è la storia di un uomo che porta ovunque vada la sua città, con amore, ambizione e soprattutto passione. Genova non è solo la città che ha dato inizio al suo viaggio, ma è la luce che continua a dargli l’ispirazione per proseguirlo al meglio e il suo punto di riferimento: “Per me è come una specie di bussola…Mi aiuta a orientarmi e qualsiasi cosa succeda, so di poterci sempre tornare. È il mio porto sicuro”.

Oggi, mentre l’Amerigo Vespucci solca gli oceani, Andrea osserva l’orizzonte, con la consapevolezza che il mare prima o poi lo riporterà a casa: “Il mare è magico: è quella cosa che può allontanarti ma che allo stesso tempo ti lega a ciò che ami”.

Andrea ogni giorno con il suo lavoro e il suo viaggiare porta l’amore incondizionato per la sua terra in tutto il mondo, mostrandoci come è possibile trasformare la passione in professione. Una testimonianza di impegno, dedizione, amore per il mare e orgoglio per la Marina Italiana.

 

 

 

 

NOI MARE. Alcide Ezio Rosina: L’amore per il mare che ha influenzato le sue scelte di vita

“Con il mare è stato amore a prima vista”. La storia di un decano degli armatori italiani

di Pietro Barbieri, 1B

Alcide Ezio Rosina, classe 1931, attualmente Presidente Onorario di Premuda S.p.A. ha vissuto una vita ricca ed emozionante, di cui il mare è parte dominante. Genovese di nascita, cresce in una famiglia contadina che lo sprona a lavorare in banca per ottenere un lavoro stabile. Dopo gli studi in ragioneria, si laurea in economia nell’Università di Genova. Dal 1952 in poi Rosina occupa posizioni manageriali sempre più importanti: Presidente di Costa Crociere, Amministratore Delegato di Finmare (finanziaria dell’IRI), Amministratore Delegato e Azionista di riferimento di Premuda, fra le più rilevanti. Nel 2006 Rosina è stato insignito dal Presidente della Repubblica dell’Onorificenza di Cavaliere del Lavoro.

Cavalier Rosina, qual è il suo rapporto con il mare? C’è un ricordo particolarmente emozionante collegato al mare?

Con il mare è stato amore a prima vista. Ai tempi del liceo ogni tanto marinavo la scuola e andavo su a Carignano, dove c’era lo sbocco per il porto. Successivamente andavo sulle banchine, mi sedevo e guardavo le navi entrare e uscire”.

Quanto ha inciso l’essere nato a Genova, città di mare, nelle sue scelte professionali?

“Il legame con Genova è sempre stato molto forte, ancor più quando, durante i bombardamenti del ‘44,  fui allontanato con la mia famiglia e sfollato nelle campagne venete. Il ritorno in città ha rafforzato l’amore per il mare e il desiderio di fare un mestiere ad esso collegato”.

Quali sono le innovazioni tecnologiche che hanno contribuito maggiormente allo sviluppo dell’industria marittima?

Le innovazioni più significative riguardano i dettagli strutturali delle navi commerciali. Tutte le innovazioni sono sempre state finalizzate a rendere le navi adatte a nuovi traffici, nuovi carichi e nuovi mercati. Potrei ricordare l’ottimizzazione degli spazi: mezzo secolo fa le navi erano due o tre volte più grandi di oggi a parità di portata. Un altro enorme cambiamento è stata la costante riduzione degli equipaggi, dovuta prima alla motorizzazione e poi alla progressiva automatizzazione delle apparecchiature di bordo. Oggi su una nave commerciale da 50.000 tonnellate di portata lorda lavorano non più di 20 persone”. 

Quali sono state le intuizioni che hanno determinato il suo successo nella sua carriera?

“La più grande intuizione fu capire che il mondo si stava preparando a un grande cambiamento e che era necessario uscire dai confini non solo italiani ma anche europei. Già cinquant’anni fa mi prodigavo per fare affari e collegarmi con gli Stati Uniti e l’Asia. Oggi la globalizzazione è un fatto assodato e tutti sono al corrente di tutto, in tempo reale, ma cinquant’anni fa chi aveva previsto questa tendenza aveva un chiaro vantaggio competitivo”.

Premuda è stata fondata nel 1907 a Trieste. Come mai la sede è stata portata a Genova e cosa rappresenta per un’azienda la scelta della sede?

“Il cambio di sede avvenne per causa mia. Quando diventai azionista di Premuda decisi di tornare qui dove si trovava la mia famiglia e dove c’era ampia disponibilità di personale altamente specializzato nel business shipping”.

Cosa ne pensa sul futuro dell’industria marittima genovese? 

“Oggi penso che il mare sia una risorsa sottoutilizzata. Purtroppo le aziende armatoriali presenti a Genova sono molte meno rispetto a quando ho cominciato la mia attività. Tuttavia la città ha un grande potenziale inespresso e per esempio spero che i lavori che interesseranno la nuova diga foranea possano rimettere la città al centro di traffici che oggi non sono possibili per evidenti limiti strutturali. In ogni caso, Genova continua a esprimere importanti talenti nel settore shipping. Molti genovesi lavorano all’estero in grandi aziende di logistica e armamento, a riprova del fatto che la città continua ad essere una “capitale” dello shipping mondiale” 

Il Cav. Alcide Ezio Rosina è il decano degli armatori italiani e la sua esperienza di vita è un patrimonio inestimabile perché unisce competenze tecniche, qualità umane e successi professionali. Il suo legame con il mare e con la città di Genova è fortissimo. Cosa mi rimane di questa intervista? Una persona che, nonostante sia nata, cresciuta, e abbia sviluppato i suoi principali successi imprenditoriali in un’epoca molto diversa dalla mia, dimostra una grande comprensione del mondo di oggi. E soprattutto trasmette ai giovani una grande fiducia nel futuro. 



NOI MARE. Un viaggio nel tempo nel porto di Genova

Quando i camalli scaricavano a spalla e papà andava al porto in tram

di Bianca Alvarado, 1b

Giancarlo Razeto, nasce a Sori il 17 agosto 1942 da una famiglia di imprenditori che decide di chiudere il negozio di pasta fresca e aprire una fabbrica produttrice di accessori per il settore navale. La guerra, la fame e la laboriosità segnano la sua infanzia. Oggi è amministratore delegato della società F.lli Razeto e Casareto S.p.A. di Sori. La sua vita, i suoi ricordi, le sue passioni sono legate al mare e al porto di Genova.

Parlando con Giancarlo Razeto riesco a immaginare un porto di altri tempi. Quando gli chiedo dei cambiamenti che ha visto, intravedo nei suoi occhi emozioni e malinconia: “Quando ero bambino le navi trasportavano prevalentemente passeggeri. Tra questi c’era un numero consistente di migranti che dall’Italia andavano a cercare lavoro nelle Americhe (del nord e del sud). Tutto era più lento e anche le navi viaggiavano tranquille in mezzo al mare. Per quanto riguarda le merci non esistevano i container, infatti, la merce veniva scaricata attraverso sistemi di imbragature dai cosiddetti “camalli” che la movimentavano a spalla senza l’aiuto di nessuna macchina. Mi ricordo quando per la prima volta ho assistito alla chiamata dei camalli. Quando arrivava una nave, la persona incaricata li radunava spiegando loro cosa avrebbero dovuto scaricare. A quel punto chi era disposto ad effettuare il  lavoro alzava la mano. Nel momento in cui era raggiunto il numero richiesto dei lavoratori, l’incaricato provvedeva a illustrare loro le pratiche di scarico”. Alla domanda se  la lontananza della fabbrica dal porto abbia causato criticità, risponde di no, la lontananza dal porto non li ha particolarmente penalizzati. Ricorda che quando era un bambino, suo padre si recava al porto in cerca di lavoro. Andava a contrattare direttamente con i cantieri navali e per lui era un viaggio, infatti, prendeva il treno fino a Nervi e poi il tram.

La situazione è migliorata quando hanno comprato la prima macchina aziendale, la 1100 FIAT-E, una giardinetta in dotazione anche alla Polizia, che aveva i sedili posteriori ribaltabili. Avrò avuto tredici anni. Salire su quella macchina è stata per me un’esperienza che non dimenticherò mai. Era l’unica in tutto il paese e la prima sulla quale fossi mai salito. Le prime consegne nel porto di Genova sono avvenute con questa auto. Sono dovuti passare quasi dieci anni per trasportare i nostri prodotti al porto con un  autotrasportatore. Al tempo ricordo che un carpentiere di  Sori detto “il Gamba” ha deciso di cambiare vita. Ha comprato un piccolo camion e ha iniziato a fare le consegne per noi e per altre aziende del luogo.

All’inizio in che modo la società teneva i contatti e riceveva gli ordini dai cantieri navali di Genova?

Al porto, mio padre andava direttamente negli uffici acquisti dei cantieri navali, portava con sé campioni e faceva preventivi. Intanto l’azienda cresceva e si adattava alle esigenze del mercato. Le grandi commesse per i transatlantici le abbiamo prese direttamente dall’Ansaldo proprio così ed è stata proprio l’Ansaldo a farci decollare. Oggi purtroppo le cose sono cambiate perché le grandi navi vengono costruite tutte a Monfalcone dalla Fincantieri e Genova ha perso il suo ruolo di leader in questo settore”.

Gli chiedo poi se la produzione della sua azienda sia cambiata molto dall’inizio dell’attività e mi risponde di sì, tantissimo: “siamo passati dall’attrezzatura rudimentale dell’inizio del ‘900 alle macchine a controllo numerico attuali che sono quelle che oggi mandano avanti la produzione”.

Alla domanda se secondo lui la generazione di oggi sia legata al mare come lo era la sua, la risposta negativa non sorprende. Giancarlo spiega che il tipo di lavoro che si svolge all’interno del porto è sicuramente meno attraente rispetto ad altre professioni più remunerative e meno faticose.

Che effetto gli ha fatto vedere una città di portuali e pescatori trasformarsi in una città turistica? Con voce tremante risponde: “Visto che non sono giovanissimo avrei preferito vedere il porto funzionante come un tempo. Oggi le navi da crociera invadono e portano turisti. Probabilmente la città è diventata turistica anche grazie al porto. Anche le persone che abitano nel centro storico non sono più quelle di un tempo. La prima volta che con mio padre ci siamo addentrati nel centro storico, mi ha portato a vedere la cattedrale di Genova e sono rimasto esterrefatto. La cosa che mi ha colpito di più sono state le statue dei leoni e il colore della facciata che solo successivamente ho scoperto essere tipica della nostra terra. Ai tempi i genovesi vivevano, lavoravano e godevano della bellezza del centro storico. Oggi purtroppo molte zone sono degradate”.

Qual è il ricordo più bello legato al porto?

E’ il fatto che ci andavo con mio padre. Per me lui è stato più che un padre. Tutte le cose che ho imparato sul lavoro me le ha insegnate lui. Penso di poter affermare che sono la persona che sono, grazie a lui e lo dico in senso positivo. Quando penso al porto di un tempo penso a lui”.

Se una delle sue nipoti le chiedesse consiglio, le consiglierebbe di lavorare nel settore marittimo oggi?

I tempi sono molto cambiati e fortunatamente all’interno del porto molte cose sono migliorate, per esempio le donne oggi ci lavorano, cosa impensabile ai miei tempi, quindi, direi di sì, se piace il settore. Io ho avuto la fortuna di amare il mio lavoro e per questo penso che si debba fare un lavoro che piaccia”.

NOI MARE. Storia di un lupo di mare

Intervista all’ex marinaio e istruttore di vela del Circolo Vele Vernazzolesi

di Alessandro Bega, 1B

Emanuele “Mauro” Bonamano al Circolo Vele Vernazzolesi

La nostra amata città, Genova, è per sua natura da sempre legata al mare. Molti genovesi, soprattutto in passato, vissero una vita tutt’uno con esso; il signor Emanuele Bonamano, che tutti i soci del Circolo Vele Vernazzolesi da sempre chiamano Mauro, è uno di essi.

Ex marinaio e istruttore di vela, appassionato in particolare alle regate, Mauro si avvicinò al mare sin da bambino, all’età di 12 anni, prima pescando e andando in barca per diletto, poi decidendo di voler rendere questa passione il lavoro della sua vita. 

Una vita in mare non può che essere ricca di esperienze interessanti e, alla mia domanda su quale fosse quella a lui più cara, Mauro ha risposto che trent’anni fa, o forse qualcosa in più, mentre navigava in alto mare, durante una tempesta un fulmine colpì l’imbarcazione mettendone fuori uso l’attrezzatura. Grazie a una bussola in suo possesso, Mauro e il resto dell’equipaggio riuscirono a tornare a casa; questa è tra le avventure da lupo di mare quella che il signor Bonamano ama ricordare e raccontare maggiormente. 

Regata in mare, vista dal circolo vele

Con minor entusiasmo e partecipazione parla del suo periodo in marina, durante il quale non potè imbarcarsi, dovendo lavorare per ben due anni – che a lui sembravano non passare mai – da dietro una scrivania, cosa dolorosa per lui, dato che riteneva la possibilità di navigare la parte migliore della sua vita, dimostrando davvero di essere innamorato del mare.

Ormai in pensione, da vero lupo di mare, conserva ancora oggi la sua grande passione, trascorrendo le sue giornate, che sia estate, che sia inverno, al circolo di vela scrutando l’orizzonte.

La sua opinione su Genova e sulle città in generale è invece meno sentimentale. Quel che è certo è che non gradiva tornare a terra, preferendo i periodi in mare; criticando aspramente l’inquinamento e lo sfruttamento, cosa a dir poco sofferta dal signor Bonamano, egli infatti sostiene che il mare non sia più rispettato come un tempo.

Ci vuole molta passione per fare questo lavoro” ha dichiarato Emanuele Bonamano, consigliando caldamente a chiunque ami il mare di abbracciare la vita da marinaio, una vita senz’altro difficile ma altrettanto appagante e che riassume perfettamente il rapporto dell’uomo con il mare.

NOI MARE. Il porto è ancora il cuore economico di Genova?

120.000 posti di lavoro e 12,8 miliardi di euro: un’intervista all’Autorità Portuale per scoprire perché il porto resta il motore di Genova.

di Thomas Bergamo, 1B

Il mare costituisce da sempre l’anima dell’economia di Genova. Quando si pensa alla nostra città il pensiero va subito al porto e al legame tra la città, i suoi abitanti e il sistema portuale, per questo motivo mi sono rivolto all’ Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, che gestisce questa grande realtà.
Ho contattato via e-mail Ports of Genoa e ho potuto rivolgere le mie domande alla Dottoressa Silvia Martini, Responsabile Ufficio Relazioni con il Pubblico.

Negli ultimi 10 anni ci sono stati cambiamenti significativi nei traffici di merci e passeggeri?
Sì, negli ultimi dieci anni il sistema dei Ports of Genoa ha vissuto trasformazioni molto rilevanti con un grande impatto occupazionale ed economico. Oggi il porto è il primo in Italia per volumi complessivi, grazie a oltre 63 milioni di tonnellate di merci movimentate, 2,8 milioni di TEU e più di 5 milioni di passeggeri in un anno. Il traffico container è cresciuto in modo costante, diventando una componente centrale dei traffici marittimi. Il traffico passeggeri, sia traghetti sia crociere, ha avuto un andamento più movimentato: è cresciuto fino al 2019, ha subito un forte calo durante la pandemia, ed è poi tornato a crescere tra il 2022 e il 2023, anche se con alcune flessioni dovute ai lavori in corso sulle infrastrutture. Parallelamente, il porto è stato interessato da grandi interventi infrastrutturali, come la nuova diga foranea, l’ampliamento dei terminal e l’aumento dei fondali, che hanno migliorato la capacità di accogliere navi sempre più grandi. In sintesi, il porto è diventato più moderno, più efficiente e sempre più orientato alla containerizzazione e all’intermodalità.

Le merci sono cambiate per tipologia e quantità?
Sì, sia la tipologia sia la quantità delle merci sono cambiate in modo significativo. La crescita più evidente riguarda le merci containerizzate, che oggi rappresentano una componente fondamentale dei traffici. Le merci alla rinfusa, sia liquide sia solide, mostrano invece un andamento più variabile, fortemente influenzato dalle dinamiche dei mercati energetici e dai cicli produttivi delle industrie. Accanto a questi segmenti, continuano a crescere le merci convenzionali, tra cui le automobili nuove e il traffico ro-ro, per cui l’area di Savona–Vado è particolarmente rilevante. Nel complesso, il sistema portuale movimenta più di 63 milioni di tonnellate all’anno, con una forte diversificazione merceologica.

Il porto è ancora una risorsa per l’occupazione diretta e l’indotto?

Sì, e molto più di quanto spesso si immagina. Il sistema dei Ports of Genoa genera oggi circa 71.000 posti di
lavoro in Liguria e altri 50.000 nel resto d’Italia, contribuendo in modo decisivo all’economia nazionale. Il suo impatto economico complessivo è stimato in circa 12,8 miliardi di euro di produzione e 5,3 miliardi di euro di valore aggiunto. Dal punto di vista occupazionale, il porto è un vero e proprio “distretto produttivo” che comprende:

  • circa 700 ettari di aree portuali;
  • 100 accosti operativi e 35 terminal;
  •  oltre 300 case di spedizione;
  • circa 65 aziende di costruzione e riparazione navale, un settore altamente specializzato che dà lavoro a migliaia di persone tra operai, tecnici e ingegneri.

Negli ultimi vent’anni è stato fatto anche un grande lavoro su sicurezza e formazione:  gli infortuni sul lavoro in porto si sono ridotti da circa 500 a meno di 100 all’anno;· ogni anno vengono rilasciati centinaia di attestati di formazione professionale a lavoratori portuali e addetti alla logistica.

Il porto svolge anche una funzione sociale e culturale, avvicinando le nuove generazioni a questo mondo: nel solo 2023 più di 840 studenti hanno partecipato a visite guidate e iniziative educative dedicate alla portualità e alla logistica.

Chiudo l’intervista con una certezza: il porto di Genova è ancora – e lo sarà anche in futuro – una risorsa fondamentale per l’occupazione diretta, per l’indotto e per la vita economica e sociale della città e del territorio. Ora so che il porto siamo anche noi: i nostri genitori che ci lavorano, le aziende che ne dipendono, gli studenti che lo visitano per capire il proprio futuro. Il mare resta l’anima di Genova, e questa anima batte più forte che mai.

NOI MARE. L’evoluzione dei transatlantici dagli anni 50 a oggi.

Alla Fondazione Ansaldo per una chiacchierata con una storica della navigazione

di Alessandro Ponte, 1B

Claudia Cerioli

Claudia Cerioli è una storica navale, che si occupa degli archivi storici della Fondazione Ansaldo. Il suo compito è quello di preservare e divulgare il patrimonio storico fotografico e librario legato all’industria italiana in particolare all’industria genovese.
Ci spiega che la società Ansaldo nasce nel 1853, creata da Giovanni Ansaldo.
L’azienda (Ansaldo Energia) si occupa ancora oggi di fabbricare impianti e macchinari per la produzione di energia elettrica, come turbine e generatori.
Claudia Cerioli tiene anche a raccontare la storia di uno dei personaggi più significativi per la società Ansaldo: “Ferdinando Maria Perrone nasce in Alessandria nel 1847 da una famiglia umile, giornalista di professione non aveva nessun legame con il mare. Nel 1884 va in Argentina, dove continua a fare il suo mestiere e nel 1895 senza avere alcuna esperienza riesce a vendere al presidente dell’Argentina Julio Roca l’incrociatore corazzato “ Garibaldi “. Così nel 1902 gli viene dato l’incarico di rappresentare l’ Ansaldo in Sud America; diventerà poi proprietario dell’ Azienda dando inizio all’ Ansaldo Energia. Muore nel 1908 a Genova”.
La storica Claudia Cerioli afferma che “l’ Ansaldo e in particolare Genova, ha dimostrato anche di saper ripartire da zero. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, infatti, si cominciava a utilizzare l’aereo per spostarsi dall’ Europa all’ America e i transatlantici non venivano quasi più utilizzati. Per risolvere questo problema vennero inventate le navi da crociera, nei primi anni ’50: non si viaggiava più per raggiungere un punto b ma per divertimento. Genova divenne una delle principali produttrici di queste navi in Italia e lo è ancora oggi, si è infatti adattata al cambiamento che ha subito l’industria navale”.
Il metodo di costruzione delle navi è cambiato molto negli anni: fino agli anni sessanta le navi venivano costruite in darsena e non in bacino protetto, inoltre venivano varate quando ancora non erano terminate, mancavano infatti gli allestimenti e gli interni.
Ma il cambiamento più significativo è stato l’ automazione, molti passaggi della costruzione  delle navi non erano più gestiti dall’uomo, questo provocò più sicurezza e meno infortuni.

Transatlantico Andrea Doria in costruzione

Continua raccontando che “i transatlantici vennero adattati per attirare clienti: divennero dei veri e propri musei galleggianti allestiti con opere d’arte e statue.
Uno dei transatlantici Genovesi più belli e famosi era l’Andrea Doria comandata da Piero Calamai.

Interni del transatlantico Andrea Doria

La nave divenne famosa in tutto il mondo dopo il naufragio che si verificò dopo che la nave svedese Stockholm la speronò. In quell’occasione più di 1660 persone vennero tratte in salvo, il comandante fece tutto il possibile ma morirono comunque 46 persone. A seguito dell’incidente Calamai non poté più navigare, morì poi a Genova nel 1972”.

Transatlantico Rex
Nave da crociera moderna

La dottoressa conclude dicendo che il porto è una struttura molto importante per Genova, è un simbolo che la caratterizza da sempre e sarà fondamentale per l’economia genovese negli anni a venire.

Dalle sale della Fondazione Ansaldo, dove si conserva questa memoria, fino ai cantieri ancora attivi, si respira la stessa passione per il mare. Una storia che continua a scriversi ogni giorno e che merita di essere conosciuta.

Chi volesse approfondire, può visitare la Fondazione Ansaldo e immergersi in questo straordinario patrimonio di immagini, documenti e storie di mare.

NOI MARE. Quattro generazioni di pescheria: storie di un Mediterraneo che cambia”

La titolare della pescheria storica del Mercato Orientale racconta come il riscaldamento e la sovrapesca stanno trasformando il nostro mare

di Martino Piana, 1B

La storia di Pescherie Conti Genova risale alla fine dell’Ottocento e nonostante diverse difficoltà resiste ancora oggi.

Nata nel centro storico di Genova, in quella che un tempo si chiamava Ciappa Vegia (oggi Piazza della Raibetta), l’attività è stata proseguita dalla famiglia, di generazione in generazione, con le donne al banco e gli uomini dediti all’ingrosso. 

La sede storica della pescheria in piazza della Raibetta

Oggi l’attività continua nel Mercato Orientale (via XX Settembre) e al mercato di Piazza Scio alla Foce, dove un banco storico come quello di Pescherie Conti offre quotidianamente pesce di qualità da specie pregiate fino al “pesce povero”.

Alla domanda se la gente incontrata ogni giorno sia diversa da quella di una volta, Caterina risponde che con il passare del tempo inevitabilmente cambiano anche le persone che contrastano molto con ricordi del passato legati a una vita più semplice, a una clientela cresciuta con la tradizione del pesce e del mercato.

 

Cambiamenti in mare: inquinamento e riscaldamento mettono a rischio il pescato

Non solo le persone sono cambiate. Anche il mare e le sue creature risentono profondamente delle trasformazioni ambientali. «Il fenomeno più importante adesso, oltre l’inquinamento, è il riscaldamento delle acque del Mediterraneo… questo sta cambiando il nostro mare

Secondo Caterina, l’aumento delle temperature ha alterato l’equilibrio marino: alcune specie che erano comuni un tempo quasi non esistono più, mentre ne arrivano di nuove, non autoctone, che spesso compromettono la vita delle specie locali. Ad esempio, spiega, «i muscoli stanno soffrendo tantissimo di questo cambiamento»: quest’anno è stata vietata la raccolta di una varietà tipica, perché ormai troppo rara.

Il risultato è una rottura dell’armonia del mare: l’equilibrio che regnava prima viene turbato da un ecosistema che si adatta a fatica ai mutamenti continui.

Metodi di pesca e danni all’ambiente

Caterina spiega che a nuocere all’ambiente non è il cambiamento dei metodi di pesca che si mantengono sempre uguali (strascico, traino, circuizione…) ma a cambiare è la potenza tecnologica e l’intensità eccessiva con cui la si applica che non permette alla fauna marina di riprodursi adeguatamente.

Proprio per questo motivo, continua, sono stati istituiti i “fermi pesca”: nei periodi stabiliti, in certe zone a seconda dei cicli naturali si sospende la pesca per permettere ai pesci di riprodursi. Attualmente ,spiega, stiamo vivendo un fermo pesca dalla Liguria fino alla Sicilia che sarebbe dovuto concludersi a fine mese, ma in alcune zone è stato prorogato, per volontà degli gli esperti che monitorano i mari. I fermi pesca sono utili per salvaguardare la fauna ma vanno applicati con criterio anche per tutelare i lavori che, come il suo, dipendono molto dal mare “sono mestieri antichi che ci permettono di mangiare il pesce locale

Cambiamenti nei gusti e nella domanda

Un altro cambiamento evidente rispetto al passato riguarda le richieste dei clienti.

Per esempio quando iniziò a lavorare con la madre aveva circa 15 anni e sul banco non c’erano pesci come il salmone.

Oggi, invece, il salmone è spesso richiesto, spinto dalla moda del sushi e del pesce “esotico”. Ma per lei questa tendenza ha poco senso. «È un pesce che vive tra mare e fiume, ma i salmoni che mangiamo noi non sono originari di queste zone… e gli omega-3 che ci sono in un pesce di mare non ci sono in un pesce di allevamento

Secondo la sua esperienza, il pesce allevato perde gran parte del valore nutrizionale e ambientale rispetto al pescato locale. Per questo continua a consigliare l’acquisto di specie tradizionali e di stagione, come l’orata e il branzino, evitando di seguire mode momentanee.

Caterina Conti nella sede del Mercato Orientale

Tanti sono i pesci che rispetto a una volta si vedono molto meno in vendita, o addirittura scompaiono. Tra questi, Caterina cita il “bronco”, le “bughe”, gli sgombri (detti “i laĝerti”) e il pesce azzurro piccolo, ricco di sapore e nutriente, ma spesso trascurato dalle nuove generazioni perché richiede pulizia e attenzione.

«Bisogna imparare a conoscere i pesci per conoscerne le proprietà».

Un tempo, i bianchetti i piccoli delle acciughe o sardine erano regolarmente pescati e venduti. Oggi, invece, una legge europea blocca del tutto quella pesca in alcuni paesi come il nostro, rendendo queste specie pressoché introvabili nei mercati italiani.

Un consiglio per i consumatori: variare e scegliere “pesce povero”

Concludendo, Caterina lancia un appello al buon senso del consumatore. Mai mangiare sempre lo stesso tipo di pesce. Consumare poche specie in grandi quantità danneggia la biodiversità marina e, di riflesso, la nostra salute. Prediligere il pesce “povero”, cioè quello locale, di stagione, poco costoso e nutriente. Alternare tipi diversi di pesce: seppie, polpi, triglie, piccoli pesci azzurri e pescato del giorno.

«La natura ve ne provvede, è quello che costa poco. È quello da mangiare di più».

La famiglia di Caterina deve tutto al mare, dall’apertura della pescheria alla pesca quotidiana e per questo lo rispetta molto. Ogni giorno da più di un secolo gli fornisce una fonte di guadagno ma anche molto altro come il venire a contatto con persone nuove e lavorare nel posto che amano, dove sono cresciuti.

NOI MARE. Archeologia subacquea: quando un piatto di ceramica racconta secoli di storia

Dall’amore per il mare alla tutela del patrimonio sommerso: l’archeologa subacquea genovese Valentina Brodasca spiega perché ogni reperto è un tassello insostituibile della nostra storia.

di Beatrice Puppo, 1B

Sotto la superficie del Mar Ligure si nascondono moltissimi tesori che rendono le nostre acque ancora più affascinanti e piene di storia. Sono i testimoni di secoli e secoli di commerci e attraversamenti, dei quali la città di Genova è esperta.

Valentina Brodasca è una delle custodi di questa memoria subacquea. Classe 1975, è cresciuta tra le onde del Mediterraneo grazie alle uscite in barca con suo padre e da genovese amante di tutti gli aspetti della sua città ha trasformato la sua passione in un’interessante carriera.

Dopo il liceo classico, Valentina ha frequentato l’Università di Lettere a Genova, ma, una volta laureata, “ha costruito viaggiando, il vero bagaglio culturale”. Ha avuto infatti la possibilità di aggiungere al suo percorso letterario un’esperienza in California, nella quale si è letteralmente immersa nel mondo dell’archeologia subacquea e ha imparato l’inglese, poi, a Barcellona, ha ottenuto un master di archeologia nautica mediterranea. La sua tesi ha trattato argomenti di archeologia subacquea, nella quale si è specializzata in seguito a Genova, con particolare riguardo a delle ceramiche trafugate a Vado Ligure da un piemontese.

Valentina in un’immersione

Proprio nell’intervista Valentina tiene a specificare quanto qualsiasi reperto archeologico abbia un valore inestimabile agli occhi giusti, mentre alcuni pensano ad un valore economico, come nel caso del trafugamento di Vado Ligure. La vera preziosità del reperto, tuttavia, sta nei dati storici che riporta e nella sua contestualizzazione. Quest’ultima “è fondamentale per un archeologo al fine di risalire alle origini di ciascun ritrovamento’’ e deve essere sempre molto specifica.

Valentina non cerca reperti spettacolari ma si occupa principalmente di archeologia preventiva, la disciplina che studia e salvaguarda il patrimonio archeologico prima e durante i progetti di costruzione. Una delle leggi di questa materia che ogni cittadino dovrebbe rispettare è la “Legge del mare”, ovvero ciascun relitto disperso in mare è di chi lo trova, ma non se si tratta di un reperto archeologico. Infatti, “la decontestualizzazione rende un rinvenimento nudo, fa in modo che  si perdano tantissime informazioni uniche” che nelle mani di un bravo archeologo, come Valentina, avrebbero potuto ricostruire eventi storici. Anche perché spesso il reperto non è solo, e, nelle vicinanze, si potrebbero trovare altri rinvenimenti che, oltre ad essere preziosissimi, potrebbero chiarire dubbi sull’oggetto iniziale.

Foto di un’immersione di Valentina

Cosa fare quindi se ci si imbatte in un reperto archeologico sommerso? La procedura corretta prevede di contattare immediatamente le autorità competenti (Guardia di Finanza o Soprintendenza). “Se però l’oggetto si dovesse trovare in grave e imminente pericolo è decisamente consigliato recuperarlo e metterlo in salvo, ma solo per metterlo in sicurezza in attesa dell’intervento delle autorità” .

Foto di un’immersione di Valentina

L’archeologo però non cerca il bello, come si faceva nell’Ottocento, quando è nata l’archeologia, ma anche un piatto di ceramica o addirittura un coprolite, delle feci decomposte, possono dire tante cose.

 

Copertina del libro “Archeologia subacquea”

Valentina Brodasca ha anche scritto un libro insieme ad altri due colleghi (V. Salaris e H. De Santis) intitolato Archeologia Subacquea (2009) che aiuta a immergersi  nel profondo di questa interessante disciplina e fa luce su molti aspetti del mondo sottomarino. Purtroppo il libro non è più in stampa ma io sono stata fortunata ad aver ricevuto una copia direttamente dalla nostra archeologa

Estratto del libro “Archeologia Subacquea” nel quale Valentina suddivide i materiali

La sezione da lei scritta ci illustra le varie tecniche di recupero e conservazione del materiale e insegna i metodi di suddivisione dei reperti recuperati. Infatti, un rinvenimento può essere inorganico (minerali, rocce, ceramiche…) o organico, a sua volta facente parte del regno vegetale (papiri, carta, tessuti…) o di quello animale (ossa, avorio, pelle, coprolite…).

 

 

logo del Posidonia Green Festival

Oggi, Valentina sta lavorando insieme a suo fratello Edoardo Brodasca, un esperto di sostenibilità marina e divulgatore ambientale, al Posidonia Green Festival , un evento internazionale che promuove la conservazione del Mar Mediterraneo e la salute dell’ecosistema marino.

Posidonia oceanica

Al centro del festival c’è la Posidonia oceanica del Mediterraneo, una pianta endemica, ovvero che cresce esclusivamente in un’area geografica ben definita e limitata, non trovandosi in nessun’altra parte del mondo.

Questa pianta è fondamentale per l’ambiente costiero: le sue praterie sottomarine non solo ospitano biodiversità, ma proteggono le coste dall’erosione e assorbono CO₂ (anidride carbonica), fungendo da veri e propri “polmoni blu” del nostro mare.

Un impegno che unisce archeologia e sostenibilità, passato e futuro. Perché, come ci insegna Valentina, proteggere il mare significa proteggere la memoria che custodisce e la vita che sostiene. Oggi, come duemila anni fa, il Mediterraneo continua a essere crocevia di storie, culture e biodiversità che meritano di essere salvaguardate per le generazioni future.

NOI MARE. Dragonjeans: pagaiare insieme significa ricominciare a vivere

L’associazione Dragonjeans di Genova aiuta le donne operate di tumore al seno a rientrare nel mondo attraverso lo sport

di Alessandro Delaini Viscoli, 1°B

Natalia Fiori è la presidentessa dell’associazione Dragonjeans, un gruppo che nasce con lo scopo di supportare le donne operate di tumore al seno che vogliono ricominciare o iniziare a fare sport. Il dragonboat in questo caso è perfetto perché il movimento che serve per praticare questo sport aiuta la riabilitazione dopo l’operazione. Infatti dopo alcuni studi svolti in questo campo i ricercatori hanno scoperto che svolgere un determinato tipo di movimento aiuta le donne operate a riprendersi dall’intervento.

La nascita dell’associazione

Questa associazione è nata sotto l’intervento di Francesca Gallino, che grazie al gruppo delle Dragonette di Torino ha scoperto il dragonboat, una disciplina acquatica di origine cinese che si svolge su una barca lunga 12 metri e con 20 posti per i vogatori. Nel 2023 ha quindi fondato l’associazione del Dragonjeans a Genova.

Unisono: la forza del gruppo

Per Natalia essere su un dragone o barca da dragonboat significa essere parte di un gruppo perché per fare avanzare l’imbarcazione bisogna remare tutte alla stessa velocità per poter raggiungere le distanze che la federazione italiana dragonboat fissa per le gare. Lo scopo del Dragonjeans non è però quello di vincere le gare perché, come dice Natalia, “ognuna deve raggiungere gli obiettivi del gruppo con i suoi tempi a seconda della propria capacità e forma fisica”.

Il canale di Prà dove il Dragonjeans si allena.

Il dragonboat è uno sport sociale con benefici sia psichici, perché aiuta a sentirsi parte di un gruppo, sia fisici dato che è uno sport completo che coinvolge tutti i principali gruppi di muscoli. E nel caso delle donne del Dragonjeans aiuta la prevenzione del linfedema e fa tornare le donne operate alla vita normale dopo l’operazione. Infatti pagaiare insieme è un atto di sinergia che aiuta a ritrovare la fiducia in se stesse che dopo un’esperienza come il cancro è messa a dura prova: il Dragonjeans serve anche a supportare psicologicamente le donne che hanno subito l’operazione, infatti sentirsi parte di un gruppo aiuta a reintegrarsi nella vita di tutti i giorni perché Quello che vogliamo è che la nostra associazione diventi un posto sicuro”.

In Italia ci sono 57 squadre di dragonboat con lo scopo di promuovere questo sport tra le donne operate di tumore al seno.

Il posto della coccola

Le donne del Dragonjeans si impegnano anche a supportare le loro compagne che magari un giorno non possono pagaiare portandole con loro sul dragone e facendole

Il gruppo Dragonjeans con la presidentessa del Soroptimist Maria Clelia Galassi

 sedere su un posto chiamato da loro “posto della coccola” dove la donna interessata si può sedere e uscire insieme alle sue compagne, però, anche senza pagaiare può aiutare le sue compagne a mandare avanti il dragone con un semplice movimento del busto.

L’associazione Dragonjeans ha collaborato anche con la sezione genovese del Soroptimist, quest’ultima ha sostenuto l’associazione e la presidentessa del Soroptimist Club di Genova 2 Maria Clelia Galassi ha partecipato ad una delle sedute di allenamento del gruppo.

L’associazione Dragonjeans è un gruppo che si impegna a migliorare la vita delle donne operate di tumore al seno attraverso uno sport di squadra: il dragonboat ci riesce includendo tutte le donne operate o meno che possono sostenere l’associazione, dentro e fuori dalla barca, sostenendo il gruppo moralmente ed economicamente.

Un messaggio di speranza

Una parte importantissima del dragonboat è la capacità di creare uno spirito di gruppo che lega tutte quante le vogatrici e le aiuta a superare le loro paure e insicurezze e che le fa sentire al sicuro perché “Pagaiare su un dragone significa raggiungere l’unisono”.

Per avere informazioni su come sostenere questa magnifica iniziativa potete contattarle visitando il loro sito o attraverso il loro canale social.

NOI MARE. Liquidatore di avarie: 34 anni a proteggere il cuore marittimo di Genova

La testimonianza di chi vive il porto dall’interno e affronta ogni giorno le avarie marittime con professionalità e passione.

di Margherita Giachero,1B

Il porto di Genova è un mondo in continuo movimento: navi in costruzione, che arrivano e partono, merci che si spostano da un continente all’altro, operai che lavorano sul traffico marittimo. Ma in questo complesso contesto opera una figura spesso poco conosciuta, ma fondamentale: il liquidatore di avarie marittime.

Il Dott. Paolo Carbone svolge questa professione da ormai 34 anni, affrontando ogni giorno imprevisti e danni a navi mercantili, che si verificano quando qualcosa non va secondo i piani.

Perché ha deciso di intraprendere questo lavoro?

Da sempre il mio sogno era lavorare nel campo marittimo e quello che sin da ragazzo desideravo fare era lo ship broker / mediatore marittimo, ovvero chi si occupa di noleggi e/o compravendita di navi.
Poi, però, mi sono scontrato con la realtà: tramite alcuni familiari, ho potuto verificare come lavorano gli ship brokers e sono arrivato alla conclusione che è un lavoro estremamente stressante, perché non vi è mai un momento di pausa, dato che si intrattengono rapporti di affari con clienti e  professionisti di ogni parte del  mondo.
Tuttavia, grazie alla passione ed all’incentivo di un mio compagno di scuola, ora collega, il Dott. Stefano Cavallo, sono riuscito a iniziare la mia carriera come liquidatore di avarie marittime.

Cosa si intende per avaria marittima?

 Ci sono due principali tipi di avarie marittime: quelle che riguardano la nave, il nostro lavoro principale, e quelle che riguardano il carico trasportato sulla nave. L’avaria marittima è un danno che colpisce una nave per una serie di possibili cause, che possono essere causate dal mare oppure occorse sul mare.
Le avarie causate dal mare sono, ad esempio, il cattivo tempo, l’urto con ghiacci o un incaglio: eventi naturali che provocano un’avaria.
Le avarie occorse sul mare sono principalmente due:

  •  un vizio occulto, ovvero un difetto intrinseco di una parte delle macchine (ad esempio, i motori), che non si sa di avere e che provoca, quindi, un danno;
  • la negligenza dell’equipaggio che, non operando “a regola d’arte”, fa male qualcosa che andava fatta in un altro modo oppure non fa qualcosa che invece andava fatta.
Qual è stata la situazione più brutta a cui ha dovuto porre rimedio?

La situazione più brutta in cui ho dovuto lavorare è stata quando la nave è affondata e l’equipaggio è andato giù con essa. In questo caso si parla di perdita totale effettiva, quindi niente di recuperabile. Per noi liquidatori è una delle circostanze più complesse, perché oltre ad aver  perso una nave di un certo valore e tutte le merci che vi erano a bordo, abbiamo anche perso l’equipaggio.

Secondo lei, la nostra città sarebbe la stessa senza il mare?

Assolutamente no. Non riesco nemmeno a immaginare cosa potrebbe essere Genova senza il suo mare. Il mare non è soltanto un elemento geografico: è la nostra storia, la nostra economia, la nostra identità culturale.
Il porto, il commercio, i legami internazionali … tutto nasce da lì. Senza il mare Genova non avrebbe avuto lo stesso sviluppo, né la stessa personalità.
La bellezza della città sta proprio nel contrasto tra le montagne che la proteggono e l’apertura verso il mare. Quel confine tra terra e mare crea un fascino particolare, che si riflette anche nel carattere dei genovesi: un po’ chiusi, ma pronti a partire, ad aprirsi quando serve.
Io ho un rapporto di amore / odio con Genova, come credo molti di noi. A volte ti fa arrabbiare, ma poi basta guardare l’orizzonte dal porto per ricordarti perché è impossibile non amarla.

Nella vita privata, che rapporto ha con il mare?  

Un rapporto di amore vero, direi. Il mare per me è sempre stato un punto di riferimento, una palestra sia dal punto di vista sportivo, che umano, un posto dove andare quando ho bisogno di staccare o di rimettere le idee in ordine.

Da ragazzo ho iniziato con un po’ di canottaggio, poi sono passato alla vela e ci sono rimasto per diciotto anni. Lo sport sul mare ti cambia: impari a rispettare l’acqua, a capire i suoi tempi, a non dare mai nulla per scontato.

Per me il mare è casa, ma anche sfida. È dove mi sento libero, ma anche dove ho imparato a conoscere i miei limiti. Senza il mare sarei una persona diversa.

Mentre il Dott. Carbone ripercorre la sua vita e la sua esperienza lavorativa, si capisce che per lui questo non è solo lavoro, ma un vero stile di vita. Racconta ciò che fa come se lo spiegasse al se stesso bambino mostrando con orgoglio quello che è diventato grazie al suo impegno. Dalle sue parole, emerge chiaramente che il lavoro può essere molto più di un mestiere: può diventare un motivo di orgoglio.