La nuova sezione del Museo del Mare di Genova rivela dettagli e curiosità sul famoso navigatore ligure
di Leonardo Scarrone, 1B
Nella giornata di venerdì 5 Dicembre 2025 al Museo del Mare Galata è stata inaugurata una nuova sezione dedicata a Cristoforo Colombo. L’esposizione racchiude in un’unica grande sala numerosi cimeli, fonti e innovativi strumenti per scoprire e approfondire la storia di Colombo e l’enorme impatto che le sue scoperte hanno avuto per il mondo.
L’esposizione può essere suddivisa in due parti: le riproduzioni ed i reperti storici. All’interno della mostra sono presenti diverse accurate riproduzioni inerenti le spedizioni di Colombo: tra tutti spiccano quelle delle tre caravelle, la Nina, la Pinta e la Santa Maria, ricreate fedelmente in miniatura e accompagnate da brevi descrizioni che aiutano a capirne la storia in maniera più dettagliata.
Ma possiamo trovare anche altre riproduzioni, come i diversi tipi di prodotti alimentari che vennero scoperti durante le spedizioni e, successivamente importati, come pomodori, cacao, mais e tuberi.
Per quanto riguarda invece i reperti e i cimeli relativi al famoso navigatore genovese, la sezione del museo è dimora di alcuni tra i più famosi e preziosi conosciuti, tra questi spicca il ritratto di Cristoforo Colombo di Ridolfo Ghirlandaio (1520 circa) protetto, proprio per il suo valore immenso, da una teca in vetro anti-proiettile.
Un altro eccezionale reperto è l’ampolla contenente le ceneri di Colombo, creata da un anonimo artigiano genovese, molto tempo dopo la sua morte. Infatti, sebbene Colombo sia morto il 20 maggio del 1506, il suo corpo venne trasferito successivamente da Valladolid a Siviglia, per poi passare da Santo Domingo e Cuba per essere sepolto “definitivamente” in Spagna. Ma nel 1877 il nunzio di Santo Domingo, aprendo il sarcofago dove un tempo era seppellito lo storico navigatore, scoprì che il corpo era ancora lì, e che i resti spostati prima a Cuba e poi a Siviglia erano del figlio, Diego Colombo.
Un altro cimelio di rilievo che possiamo trovare è il Codice dei privilegi di Cristoforo Colombo. Prodotto nel 1502 da un copista della corte spagnola, contiene i privilegi concessi a Colombo dai reali di Castiglia e Aragona sulle terre scoperte. Di questo libro esistono in tutto quattro copie: una venne affidata al convento di Las Cuevas di Siviglia, un’altra al suo procuratore a Santo Domingo, mentre le altre due copie vennero affidate all’ambasciatore genovese in Spagna, Nicolò Oderico, affinché le portasse a Genova e le affidasse al Banco di San Giorgio. Mentre i primi due volumi andarono dispersi (ne rimane solo un estratto a Providence, negli USA), le due copie genovesi furono rubate dagli emissari napoleonici: una è rimasta a Parigi, mentre la seconda è conservata alla Biblioteca Berio a Genova.
L’esposizione permette di conoscere il navigatore e le sue imprese, ma anche gli strumenti e le tecniche disponibili al tempo che gli permisero le sue scoperte in un percorso approfondito che cattura l’interesse del visitatore.
Questa nuova sezione impreziosisce la già ricca offerta del Museo Galata, il più grande museo marittimo dell’area del Mediterraneo, che è diventato negli anni meta di migliaia di visitatori.
L’opinione di Laura Gazzolo sul futuro del turismo marittimo, balneare e sostenibile a Genova
di Magenta Verna 1B
Genova è una città di mare caratterizzata da una storia e una cultura molto importante, che si collega in maniera imprescindibile al turismo, in particolare a quello marittimo. Tuttavia, se da un lato crociere e traghetti contribuiscono alla visibilità della città, dall’altro pongono interrogativi importanti sul reale impatto economico e ambientale.
Laura Gazzolo
Ne parliamo con Laura Gazzolo, General Manager dell’AC Hotel Genova e vicepresidente e coordinatrice regionale turismo di Confindustria Genova, che offre una visione critica ma costruttiva sul futuro del settore.
Come il turismo marittimo, per esempio navi da crociera, traghetti, influenza l’economia di Genova e come secondo lei può essere sviluppato?
Il turismo marittimo ha una ricaduta molto bassa sul territorio. Cosa significa? Significa che è uno di quei turismi in cui il turista lascia molto poco dal punto di vista di potere di spesa sulla città, perché alla fine una persona che va sulla nave da crociera o su un traghetto, praticamente a Genova non lascia niente, perché sale o scende dal traghetto e va al massimo a fare le escursioni o a prendersi un gelato, però dal punto di vista della ricaduta non è un turismo che comunque apprezzo. Non credo che si debba sviluppare più di tanto, un po’ perché ha un impatto negativo sul mare e un po’ perché non ha una grossa ricaduta economica sulla città. Ci porta solo tanta coscienza, cioè il fatto che, quando una persona prende una nave da crociera a Genova, fa sì che la conosca parzialmente, così fa una piccola vista di Genova e poi magari torna perché vuole vederla. E’ forse l’unica cosa buona che vedo nel turismo marittimo, poi mi rendo conto che è importante perché comunque i trasporti dei traghetti sono importanti, però io non investirei più di tanto sulle navi da crociera e su questo tipo di turismo.
Come si possono limitare le eventuali conseguenze negative del turismo, in particolare di quello marittimo?
Questo è sempre un po’ un discorso delicato perché è pieno di contraddizioni, ci vuole un equilibrio, ci vuole tanto rispetto del territorio, di chi ci abita principalmente, in modo che questo turismo non vada poi a peggiorare le condizioni generali del territorio. Quindi si deve fare una buona politica su come preservarlo al meglio, legata alle persone che ci abitano e ai turisti che arrivano.
Il turismo balneare di Genova può essere rinnovato e reso più competitivo? In che modo?
Diciamo che il turismo balneare è cambiato molto negli ultimi anni, nel senso che le persone non vivono più la vacanza esclusivamente balneare: Genova è molto adatta, perché tu, quando vieni a Genova, puoi fare la tua giornata d’arte, la tua giornata di mare. Purtroppo adesso siamo in una situazione un po’ particolare perché le strutture dove si fa balneazione stanno subendo dei cambiamenti di tipo legislativo, quindi stiamo vivendo un po’ una situazione di stallo dove i balneari non stanno investendo molto in questa innovazione. Tuttavia intorno a noi, si stanno muovendo dei sistemi innovativi di balneazione che noi dovremmo assolutamente attuare e che sono la prenotazione online, disporre di un vero e proprio menù della balneazione, cioè sapere per esempio dov’è la spiaggia dove posso portare il bambino, la spiaggia dove posso portare il cane, la spiaggia più sabbiosa, la spiaggia più di sassi. Quindi credo che ci voglia proprio tantissima innovazione tecnologica e digitale anche per le spiagge.
Ci sono delle iniziative che gli hotel e Confindustria Genova stanno prendendo per promuovere la responsabilità ambientale nei confronti del nostro mare?
In Confindustria mi occupo solo di turismo, ma abbiamo notato che il turista ha sempre più sensibilità per la sostenibilità e quindi noi stiamo cominciando più che altro a essere strutture turistiche sostenibili, in cui il cliente quando arriva trova un’attenzione nel confronto dell’ambiente e del territorio. Cerchiamo quindi anche di suggerire per esempio di non utilizzare la macchina, proponendo delle alternative, ed essendo noi specialisti dell’accoglienza dobbiamo essere preparati ad accogliere le persone con le loro nuove tendenze, le nuove idee che sono sicuramente tante, e quindi si può dire che queste siano delle iniziative che prendiamo nei confronti del turismo sostenibile.
Genova ha tutte le carte in regola per valorizzare il proprio rapporto con il mare in modo nuovo e più consapevole. Dalla diversificazione dell’offerta turistica all’innovazione nel settore balneare, fino a una crescente attenzione alla sostenibilità, il futuro passa da scelte mirate e condivise. Il turismo marittimo può essere solo un punto di partenza: il vero obiettivo resta quello di costruire un modello turistico capace di generare valore per la città, per chi la vive ogni giorno e per chi la sceglie come destinazione.
Lo chef stellato Marco Visciola spiega come mare, tradizione e innovazione hanno plasmato l’identità gastronomica di Genova
di Emma Zitta, 1B
Genova indubbiamente non sarebbe la stessa senza la sua tradizione culinaria, resa unica dallo scarso benché raffinato sfruttamento del pesce e dall’utilizzo principalmente di vegetali, ma negli anni questa particolarità è stata una scelta o una necessità? e soprattutto ha reso migliore la nostra cucina? Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato Marco Visciola chef del ristorante stellato “Il Marin” di Genova che, con la sua rinomata esperienza, è riuscito a renderci più chiara la questione e a farci veramente comprendere l’identità della cucina genovese e ligure.
Chef stellato Marco Visciola
Per lo chef Visciola, infatti, la maggior fonte di ispirazione in cucina “è il territorio nel quale viviamo”, che infatti comprende mare e terre che è perciò “suddiviso in produttori come contadini, pescatori e allevatori, i quali ci permettono di avere materie prime da tutto il territorio”.
Consumare un pasto nel suo ristorante è più che una semplice degustazione quasi un incontro con la forza del mare di Genova che lo chef è riuscito a portare nei piatti “attraverso la tradizione, il legame con il territorio e il mare, e con la conoscenza delle specie marine” dimostrando non solo la bravura nel suo mestiere ma anche la passione che utilizza per praticarlo, proprio per questo alla domanda su quale fosse l’elemento più importante nei suoi piatti ha risposto che” non c’è ne uno in particolare perché la cosa più importante di un piatto è che ci sia equilibrio tra gli ingredienti per soddisfare in pieno il palato dei clienti e far assaporare la vera identità ligure e genovese”.
Interno del ristorante “Il Marin”
Marco Visciola descrive il mare come “quella forza in più senza la quale non sarebbe mai riuscito a raggiungere gli obiettivi che si è posto” come se descrivesse il mare come un amico con il quale ha condiviso il suo percorso lavorativo traendone ispirazione e vantaggi.
Riguardo alla scarsa presenza del pesce nella tradizione culinaria genovese ha invece dato una risposta storica in quanto “Nel passato il pesce veniva venduto come merce di scambio sulla via del sale la quale collegava la Liguria al basso Piemonte. Lungo questa via avveniva uno scambio tra pescatori liguri e contadini piemontesi, perciò il pesce veniva trattato principalmente come merce di scambio da barattare con altre materie prime le quali venivano utilizzate maggiormente”. Infatti anche i piatti cardine della nostra tradizione sono principalmente a base vegetale (trofie, minestrone, pansoti). Tuttavia lo chef ritiene che “nonostante il mare non fosse sfruttato come fonte di pesce è stato comunque fondamentale nella tradizione in quanto a grazie al suo porto più grande d’Europa riceveva fondamentali materie prime da altri paesi e continenti, come spezie” . Perciò lo chef sottolinea il ruolo fondamentale che il mare ha avuto e continuerà ad avere nella nostra tradizione.
Inoltre, è stato fatto notare allo chef che nella tradizione genovese si utilizzano principalmente gli scarti del pesce. Tuttavia, per lui non è corretto chiamarli scarti, in quanto, se preparati con una buona tecnica, possono essere molto più pregiati delle parti del pesce che vengono definite più nobili. Grazie a questi ingredienti, nei secoli è aumentato il prestigio della nostra tradizione.
Vista dal Marin
Inoltre, lo chef ha inventato sul momentouna ricetta che, secondo lui rappresenta in pieno la nostra tradizione:cavolo navone(ortaggio antico che si sta riscoprendo, miccio e ravacou in dialetto genovese) in sfoglia con la pasta matta servito con un pesto delle sue foglie e un fondo vegetale.
Lo chef Visciola ha inoltre dimostrato le sue eccellenti doti nel rivisitare i piatti tipici liguri mostrando due piatti: cappon magro che al “Marin” non è servito come tradizione insegna (con salsa verde, le verdure bollite condite con sale olio aceto e pesce bollito) ma utilizza per le verdure la tecnica di fermentazione coreana, rendendo un piatto tradizionale, moderno e accessibile a tutti; il tortello ripieno di pesto, invertendo i ruoli degli ingredienti nel piatto e giocando con i loro gusti ha reso una semplice pasta al pesto una vera e propria esperienza culinaria.
Inaugurazione di “Nonno Giuan”
Lo chef possiede altri due locali molto noti : “L’Ortica” e “Nonno Giuan” che si distinguono dal Marin per le loro proposte specifiche. Il Marin vuole valorizzare gli imprenditori del territorio e il mare, L’Ortica si concentra più sulla tradizione vegetale e tutti i piatti passano su una griglia, accomunati dal retrogusto di brace, mentre nonno Giuan è una bottega nella quale non solo si vendono prodotti tipici da degustare a casa ma si serve una delle tradizioni più iconiche della Liguria, ovvero le focaccette al formaggio.
La nostra città è unica e speciale grazie alla sua storia e dobbiamo imparare a conservare le sue tradizioni e a rinnovarle così da renderle accessibili a tutti e durature nel tempo, proprio come fa lo chef Marco Visciola.
Dall’emozione del primo imbarco alla responsabilità della sicurezza della flotta: il racconto di 22 anni tra rimorchiatori, grandi manovre e passione per il mare.
di Andrea Bolioli, 1B
Da oltre un secolo i Rimorchiatori Riuniti rappresentano una presenza fondamentale nel Porto di Genova, garantendo sicurezza, efficienza e continuità operativa in uno degli scali più importanti d’Europa. In un contesto in costante trasformazione, segnato dal gigantismo navale, dall’aumento dei traffici e da infrastrutture sempre più complesse, il ruolo dei rimorchiatori si è evoluto senza mai perdere la propria centralità.
In questa intervista, attraverso il racconto diretto di chi vive il porto ogni giorno, emergono la passione per il mare, la responsabilità del lavoro svolto e l’orgoglio di far parte di una realtà che accompagna, spesso in silenzio, le grandi manovre che tengono in movimento Genova. A raccontarlo è il Comandante (CLC) per il Servizio di Rimorchio Portuale e d’Altura, Responsabile della Sicurezza della Navigazione Flotta Sociale e Responsabile della Sicurezza Antiterrorismo Mezzi Sociali (CSO) dei Rimorchiatori Riuniti, Maurizio Iannetti.
Qual è il suo ricordo più bello legato al mare e al suo lavoro?
“Il giorno che mi sono imbarcato per la prima volta. Ravenna, 13 settembre 1990, M/C ONDA AZZURRA, in qualità di Allievo Ufficiale di Coperta. Avevo la certezza di aver iniziato a costruire il mio futuro. La mia determinazione aumentava per il raggiungimento del mio obbiettivo finale. Mi ritengo fortunato, sapevo dove volevo arrivare e sono arrivato”.
Come sono cambiati i quartieri portuali di Genova e i “Rimorchiatori Riuniti” nel corso degli anni?
Nave cargo nel Porto di Genova
“L’evoluzione del Porto di Genova è, da anni, in continuo sviluppo. Alcune calate sono state tombate e alcuni moli sono stati accorciati o allungati. Negli anni non si è mai arrestato l’adattamento al traffico ed alle nuove navi, sempre più grandi, che arrivavano e arrivano in porto. Di conseguenza, con l’aumento dei volumi di traffico merci e passeggeri, la viabilità ha condizionato, non poco, la fisionomia dei quartieri limitrofi al porto e la trasformazione è tutt’ora in corso”.
In che modo il Porto di Genova, essendo uno dei Porti più grandi d’Europa, influisce sul suo lavoro quotidiano?
“Costantemente. Come detto, le navi sono diventate sempre più grandi e il porto, di conseguenza, sempre più piccolo, nonostante gli adeguamenti. Oggi, con la nuova diga in costruzione, si è fatto un grosso passo avanti per le sovrastrutture portuali. Forse siamo indietro sul retroporto, ancora in affanno a ricevere l’incremento cospicuo di merci e passeggeri sempre in aumento. Da parte mia, cerco sempre di mantenere alto il livello di prontezza dei rimorchiatori a me affidati per la sicurezza della navigazione e la sicurezza antiterrorismo”.
Qual è il ruolo dei rimorchiatori oggi, nell’era delle navi sempre più grandi e delle moderne tecnologie?
“Le navi sono diventate più grandi. Di conseguenza, negli anni, ho visto aumentare la potenza dei rimorchiatori necessari per le manovre. E’ raddoppiata la forza di tiro, è incrementata la manovrabilità, è aumentato il numero di rimorchiatori necessari per portare a termine ed in sicurezza le manovre di arrivo e partenza. Fondamentale è l’assistenza dei rimorchiatori alle manovre in porto. Il gigantismo navale e l’aumento del traffico ci sottopone a giornate di lavoro veramente importanti”.
Da quanto tempo lavora nel Porto di Genova e come è cambiato il suo lavoro nel tempo?
Porto di Genova visto dall’alto
“Sono stato assunto alla Rimorchiatori Riuniti Porto di Genova Srl, il 4 marzo 2003. Sono ormai 22 anni. E’ stato una continua evoluzione, seguendo lo sviluppo del porto e del suo traffico. Dopo un periodo di tirocinio, ho comandato il mezzo antinquinamento, ho fatto le sostituzioni a bordo ed infine l’incarico attuale che svolgo da 17 anni, ovvero, la Sicurezza della Navigazione e la Sicurezza Antiterrorismo della Flotta Sociale, non dimenticando di andare a bordo a fare qualche rimorchio qua e là. Mi riferisco quotidianamente con la Capitaneria di Porto, il Rina, il Ministero delle Infrastrutture ed i vari provveditori tecnici, per il mantenimento in linea dei mezzi”.
Come si svolge una giornata tipica di un rimorchiatore a Genova?
“Rimorchiando. I sette mezzi in turno, più tre, lavorano intensamente. La nostra Torretta Operativa organizza i rimorchi con i Piloti per tutta la giornata e la nottata, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno.
Nave cargo che viene trainata dai rimorchiatori
Alla chiamata, il rimorchiatore si presenta sotto la nave e il Comandante, coadiuvato dal Direttore di Macchina e dal Marinaio, all’ordine del Pilota, esegue la manovra richiesta per l’ormeggio o il disormeggio della nave. Il tutto si svolge via radio. Sembra semplice, ma in realtà è un po’ più complesso….le condizioni meteorologiche hanno un peso importante sulla manovra, che deve essere sempre svolta in sicurezza per il personale e per i mezzi coinvolti”.
Quali sono le prospettive future per il Porto e per i rimorchiatori di Genova?
“Sarà una continua evoluzione. Il porto sarà più grande, le navi saranno sempre di più e noi saremo sempre più presenti per la sicurezza delle navi e del porto. I rimorchiatori, a lungo termine, cambieranno, come sono cambiati da 22 anni ad oggi. E’ necessario per adeguarsi ai tempi. Vedremo come funzionerà il “nuovo”Porto di Genova”.
Quali sono i suoi ricordi più importanti legati al mare di Genova?
Il relitto della Costa Concordia, naufragata all’Isola del Giglio nel 2012
“Sono tre. Il mio primo arrivo a Genova, di notte. Vedere Genova dal mare di notte, è straordinario. LaLanterna domina il porto con la sua sicura presenza. Il faro di Punta Vagno ti guida all’imboccatura…
La mareggiata del 30 ottobre 2008, in assistenza, con il rimorchiatore Giappone, al traghetto Fantastic in entrata durante la tempesta. Una manovra impegnativa non senza preoccupazioni.
Il rimorchio del relitto della Concordia da Voltri a Genova. Eravamo tre rimorchiatori: Messico, Genua e Norvegia, con i Piloti a bordo del Concordia. Per tutta la notte l’abbiamo rimorchiata. In silenzio. Con attenzione. Una manovra complessa ma perfettamente riuscita”.
Quali consigli darebbe ad un giovane che vuole intraprendere una carriera legata al mare?
“Di andare. Se sente dentro di sé determinazione, certezza, e passione, non si pentirà della scelta. Più andrà avanti e più si sentirà realizzato e sicuro di aver fatto bene. Sarà molto impegnativo e non facile, ma se certo di sé e dei suoi valori, arriverà”.
Il racconto di una carriera trascorsa nel Porto di Genova restituisce l’immagine di un lavoro poco visibile, ma essenziale, dove ogni manovra richiede attenzione, esperienza e spirito di squadra. I Rimorchiatori Riuniti operano ogni giorno, in ogni condizione, per garantire la sicurezza delle navi, delle persone e dell’intero scalo portuale.
In un porto che cambia, cresce e si rinnova, il ruolo dei rimorchiatori rimane centrale: un equilibrio costante tra tradizione e innovazione, tra forza e precisione. È una professione che non si improvvisa, ma si costruisce nel tempo, guidata dalla passione per il mare e dalla consapevolezza di svolgere un servizio fondamentale per Genova e per il suo porto.
C’è un porto che tutti conoscono, quello fatto di navi, gru e container che si muovono incessantemente. E poi ce n’è un altro, più silenzioso, quello dove si prendono decisioni, si gestiscono flussi, si risolvono problemi e si costruisce giorno dopo giorno il funzionamento di un sistema complesso.
Assiterminal un’associazione portuaria
Questo “porto dietro le quinte” ce lo racconta Alessandro Ferrari, direttore diAssiterminal, l’associazione nazionale che rappresenta i terminalisti portuali italiani e che svolge un ruolo cruciale per l’intera filiera della logistica marittima.
Assiterminal, spiega il dott. Ferrari, è molto più che un‘associazione a carattere nazionale. Si occupa di aiutare le aziende per gli aspetti operativi, quindi per tutto ciò che riguarda l’attività che l’azienda svolge all’interno del porto, ma svolge anche consulenza nei rapporti tra lavoratori, sindacati e il territorio. L’ingressodi Ferrari nel settore non è stato programmato: per anni ha lavorato come direttore del personale, ed era per lui un bellissimo lavoro però l’azienda stava cambiando, e quindi ha iniziato a guardarsi intorno per cercare un’attività diversa: «Cercavano una figura come la mia, proprio nel momento in cui stavo guardando altrove» ricorda «Il mondo dello shipping mi ha sempre affascinato e così ho deciso di provarci. È stato un incontro felice».
Ferrari affronta anche un tema spesso oggetto di pregiudizi: quello dell’impatto ambientale delle navi petrolifere. «Le navi che trasportano petrolio» dice «non inquinano il mare.Una nave può inquinare il mare nel momento in cui subisce un danno, quindi per esempio ha una falla, e allora c’è dispersione del carburante in mare. Ma la nave, se è intatta, mentre viaggia, l’unica forma di inquinamento che può causare è quella dei fumi. Perché il processo di combustione è più o meno analogo a quello di un’auto.
Merci alla rinfusa, foto di ubestshipping.com
Va detto, però, che le navi costruite negli ultimi quindici anni sono dotate di avanzati sistemi di filtraggio che riducono drasticamente le sostanze nocive, come previsto dalle normative internazionali. Quando si parla di merci, il dott. Ferrari sfata un’altra idea comune: la presunta marginalità delle rinfuse. Ci spiega che per “merci alla rinfusa” si intendono tantissime cose. Le rinfuse possono essere liquide, per esempio il petrolio di cui noi abbiamo ancora tantissimo bisogno perché diversamente le auto non si muoverebbero, a volte non riscalderemo le case, non si muoverebbero gli autobus, non avremo la luce nelle case; o solide, come il carbone. Ci svela poi un segreto, dal porto di Genovapassa quasi tutto l’olio di palma utilizzato dalla Ferrero.
Guardando ai prossimi due anni, Ferrari mantiene aspettative realistiche: «Tendenzialmente sarà poco diverso da oggi perché tutti i grandi cambiamenti avvengono in periodi medio lunghi. Nel nostro porto si stanno eseguendo grandissime opere come la Diga foranea, ossia lo spostamento di 50 metri verso il mare della Diga dalla Focefino a Sampierdarena e oltre, quasi a Cornigliano, che però difficilmente da qui ai prossimi due anni sarà realizzata. Un’altra opera importante sarà l’ampliamento del collegamento per le merci, via ferrovia, che da Genova si sposteranno in Lombardia. Queste opere infrastrutturali rappresentano investimenti strategici per il futuro della logistica italiana ed europea, aumentando la capacità del porto e migliorando i collegamenti con l’entroterra.
Dopo 25 anni di esperienza con le navi, Ferrari ha un momento preferito della giornata portuale: «La sera, perché le luci sono completamente diverse». Un’osservazione poetica che rivela il legame profondo con un ambiente che molti vedono solo come luogo di lavoro e commercio.
A conclusione della nostra intervista, abbiamo chiesto al dott. Ferrari dove porterebbe qualcuno per mostrargli l’anima del porto. Non ha dubbi: lo condurrebbe a Sampierdarena in un weekend estivo. «In quei giorni transitano decine di migliaia di passeggeri diretti in Sardegna, in Sicilia, in Tunisia, in Marocco e, magari, accanto c’è una nave portacontainer. Quindi stiamo parlando del bacino di Sampierdarena, dove arrivano merci dalla Cina, dall’India, dal Vietnam, oppure partono verso gli Stati Uniti o altri paesi. Nel porto si muovono cose che arrivano e vanno ovunque.»
È in questa dimensione, dove l’umano e il mercantile si intrecciano, dove i viaggi delle persone si affiancano ai percorsi delle merci, che il porto rivela la sua vera essenza: un crocevia globale che connette continenti, economie e destini.
Un progetto giornalistico della Classe 1B sul legame tra Genova e il mare
Il mare di Genova non è solo acqua che lambisce il porto: è vita, storia, lavoro e sogni. È il filo invisibile che unisce la città, raccontato attraverso le voci di chi lo vive ogni giorno.
Con “Noi Mare“, un progetto nato tra i banchi di scuola, vi portiamo in un viaggio tra le onde della città: interviste e storie che svelano come il mare definisce l’identità genovese, tra tradizioni, mestieri, leggende, sport e luoghi che custodiscono secoli di vita portuale.
Abbiamo raccolto le voci di chi il mare lo vive davvero: chi ne porta i sapori sulle tavole, chi ne custodisce le spiagge, chi ne attraversa le rotte. Chi lo governa dalle istituzioni e chi lo trasforma in cura e speranza. Ogni storia è un pezzo di Genova che prende forma.
Ogni articolo è frutto della nostra curiosità di giovani reporter e delle storie che abbiamo raccolto sul campo: dal porto che pulsa di attività, alle spiagge che custodiscono ricordi, fino alle iniziative di chi reinterpreta il mare ogni giorno.
E’ un invito a guardare con occhi nuovi questa distesa blu che ci accompagna da sempre: gli occhi di una classe che ha deciso di raccontarne il ruolo nella nostra identità e di scoprire che, in fondo, il mare siamo anche noi.
La prima nazionale dello spettacolo “Il lutto si addice ad Elettra”
di Alexandra Delrio, Giulia Portalupi, Bianca Stefanelli, Federica Tanca e Chiara Torazza, 3B
La prima nazionale dello spettacolo‘Il lutto si addice ad Elettra’ di Eugene O’Neill, con la regia di David Livermore, propone un racconto che racchiude in sé temi come il complesso di Edipo e la riflessione sull’inevitabilità del destino, rievocando le stesse emozioni che muovevano gli eroi antichi.
Non possiamo definire questo spettacolo un adattamento del mito nel senso stretto del termine: scenografia, ambientazione temporale e sottotrame sono state completamente rielaborate, al punto da trasformare la tragedia classica in una vicenda parallela, ambientata in un contesto moderno, ma carico dello stesso πάθος dell’antichità.Colpisce come il mito si rifletta in questa nuova narrazione, capace di fondere l’antico pensiero classico con le dinamiche della società moderna.
Trama Il racconto è incentrato sul tradimento di Christine Mannon nei confronti di Ezra Mannon, che muore assassinato dalla sua stessa moglie.
Lavinia, figlia di Christine ed Ezra, e la madre hanno sempre avuto un rapporto conflittuale dovuto principalmente a due ragioni: il complesso di Elettra da cui è affetta Lavinia e la repulsione che Christine prova nei confronti del marito Ezra. Lavinia è invidiosa della madre e non sopporta di vederla tradire il padre con il capitano Adam Brant, il quale finge di essere innamorato della figlia per rendere la relazione tra i due ancora più insospettabile.
Christine, innamorata di Ezra da giovane, comincia a provare ripugnanza per lui dopo il matrimonio e i gesti che il marito considerava affettuosi venivano percepiti da lei come oppressivi, in alcuni casi perfino violenti. Lei detesta Lavinia poiché la vede soltanto come frutto di una violenza. Predilige invece il fratello Orin, nato in assenza di Ezra, il quale ha un rapporto morboso con la madre, tanto da anteporre i suoi desideri alla propria felicità in molte situazioni. Orin, ignaro di quello che sta accadendo nella sua famiglia, non ascolta Lavinia, nonostante i suoi continui avvertimenti su chi fosse realmente sua madre, completamente soggiogato dalle parole manipolatorie di Christine, disposta a tutto pur di fargli credere che la sorella stia mentendo e proteggere la sua relazione segreta con Adam Brant.
Rappresentazione teatrale O’Neill illustra l’influenza di queste dinamiche familiari opprimenti sulle relazioni amorose dei due fratelli Mannon: Lavinia si rifiuta di sposare Peter, innamorato di lei da molto tempo, e Orin considera fondamentale l’opinione di sua madre su Hazel, giovane follemente innamorata di lui.
Questi due personaggi, che rappresentano il coro, sembrano essere gli unici a riconoscere il malsano rapporto tra i membri della famiglia. Infatti i figli dei Mannon, in particolar modo Lavinia, diventano sempre più come i genitori. Il regista David Livermore rappresenta scenograficamente questa trasformazione: alla morte di Christine, Lavinia indossa un vestito quasi identico a quello della madre e Orin manifesta gli stessi desideri di avventura e, in parte, di libertà del padre. In uno dei momenti di crollo di Orin, Lavinia prova a calmarlo ricordandogli la natura malvagia della madre ma il fratello sembra stare per rivelare tutto alla fidanzata Hazel: scatta tra i due un bacio, metafora che racchiude tutta la disperazione e la rabbia dei personaggi. In quel momento sembra essere presente tutta la famiglia Mannon sul palco ed è sicuramente una delle scene più intense di tutta l’opera. Ripensando all’accaduto, Orin scrive tutta la storia dei Mannon con lo scopo di pubblicarla e rendere nota la colpevolezza della sorella. Inizialmente affida la storia a Hazel Niles, ma Lavinia, rimasta sola, si appropria del fascicolo, ritrovandosi schiacciata dal peso della maledizione familiare e decidendo di rinchiudersi nella casa dei Mannon per il resto dei suoi giorni, accettando il lutto come un destino inevitabile.
La psiche dei protagonisti è stata notevolmente approfondita rispetto all’Orestea: nei personaggi creati da O’Neill è presente una complessità psicologica strutturata. E’ stato interessante trovare le corrispondenze tra i componenti della famiglia Mannon e i personaggi eschilei. Lavinia, la figlia prediletta del padre e la più grande rivale della madre, è ispirata ad Elettra, mentre Orin riprende la figura di Oreste, Ezra Mannon quella di Agamennone, Christine quella di Clitemnestra e il capitano Brant quella di Egisto.
Attorierecitazione I due ruoli principali, Christine ed Ezra Mannon, sono interpretati rispettivamente da Elisabetta Pozzi e Paolo Pierobon. Entrambi hanno recitato in maniera avvincente, coinvolgendo tutto il pubblico sia con le parole che con i gesti. La figura di Christine è forse quella che rimane più impressa, proprio perché non offre spiegazioni facili: si muove tra desiderio, colpa e solitudine senza mai risultare del tutto trasparente. La sua lotta interiore tra dolore, rabbia e desiderio di libertà la rende un personaggio complicato e indimenticabile.
Paolo Pierobon offre un’interpretazione di grande potenza drammatica quando, in punto di morte, indica Christine come sua assassina. La recitazione migliore è stata senza alcun dubbio quella di Linda Gennari, nel ruolo di Lavinia, il cuore tormentato della tragedia: a fine spettacolo ha interpretato in modo eccellente la trasformazione della protagonista nella persona che più odiava, sua madre, imitando in modo quasi perfetto i gesti e persino la risata del personaggio di Elisabetta Pozzi.
La recitazione meno autentica è stata quella di Marco Foschi nel ruolo di Orin, appena tornato dalla guerra. L’attore ha recitato il ruolo di Oreste con molta foga, ma poca espressività, spesso in modo troppo dinamico e con toni che sembravano inadeguati al contesto.
“Il lutto si addice a Elettra” presenta un’atmosfera tesa che si respira dall’inizio alla fine. Non si può non restarne coinvolti: gli attori non si limitano ad interpretare una tragedia, la vivono. I personaggi non sono mai semplici da comprendere, non si lasciano classificare come “giusti” o “sbagliati”: ognuno porta con sé un peso di cui non riesce a liberarsi e proprio questa complessità li rende realistici. Anche quando vengono urlati, il dolore, il rancore e le dinamiche familiari non trovano mai davvero sfogo: restano irrisolti, come se nessuna voce fosse abbastanza forte da liberarli davvero.
Quest’opera diventa quindi un ponte tra due mondi, quello classico e quello contemporaneo, perché certi conflitti, quelli che interessano le relazioni più intime, possono essere comuni a tutti.Il lutto, in questo caso, non è solo perdita, ma una trasformazione per chi lo affronta, che può addirittura cambiare una persona radicalmente. “Il lutto si addice ad Elettra” è uno spettacolo che fa riflettere anche dopo che il sipario è stato calato.
Il 3 ottobre 2025, due classi del percorso umanistico del Liceo Classico Andrea D’Oria hanno partecipato al BookPridedi Genova e hanno incontrato il giovane poeta genovese Simone Biundo, per una conferenza che ha risposto a una domanda che molti adolescenti si pongono: come vive un poeta al giorno d’oggi?
La risposta è stata chiara: oggi un poeta non può vivere solo di poesia, la poesia è considerata da molti lettori qualcosa di lontano e per questa ragione il comporre versi non genera molte entrate economiche. Proprio per questo motivo, Biundo lavora come insegnante e come editor perché i proventi della scrittura poetica non sarebbero sufficienti per mantenersi.
Nonostante la risposta possa sembrare dura, Biundo ha raccontato molti aspetti interessanti della vita di un poeta moderno. Ha voluto sottolineare come scrivere durante la tragedia umanitaria in corso a Gaza a suo dire significhi rendere e rendersi consapevoli di ciò che sta avvenendo, citando la frase del celebre scrittore tedesco Theodor Adorno, il quale disse: “Scrivere poesia dopo Auschwitz è barbarie“, paragonando così le due situazioni.
“La lingua della poesia è la lingua dell’impegno umano e dell’attenzione”.
Il poeta ha poi parlato di un disagio esistenziale che lo affligge, ovvero l’idea dell’accelerazione tecnologica che si sta facendo sempre più ingombrante nella nostra quotidianità. Per lui, è stata proprio questa voglia di esprimere un dissenso, questa voglia di sfidare questa assurdità del tempo che accelera, a spingerlo a scrivere la sua ultima opera, un testo poematico, un racconto in poesia: “Così”.
L’opera può sembrare quasi senza alcun senso al primo impatto: essa è scritta con un susseguirsi di parole legate l’una all’altra, senza punteggiatura, seppur nella ricerca di un ritmo della tradizione che alla fine crea un vortice capace di travolgere e quasi alienare il lettore.
Chi ascoltava nella sala cercava un filo logico nei versi. Proprio questo effetto, che ha colpito anche noi, ci ha spinto a porre una domanda al poeta: “Cosa dice a coloro che non comprendono la sua opera?”.
La risposta è stata illuminante: “In realtà la confusione che avete sentito era una cosa volontaria. Volevo che il lettore si sentisse confuso per capire il mio stato d’animo. Anche la mancanza di punteggiatura è qualcosa di volontario: volevo fare qualcosa che non avesse un senso preciso dal punto di vista logico”.
Biundo ha aggiunto che potrebbe continuare il suo poemetto, ma se lo facesse sarebbe più per se stesso che per un pubblico, perché scrivere poesia è anche una necessità di vita personale.
Il poemetto termina con una semplice parola: così.
Una parola apparentemente banale che, presa singolarmente, diventa affascinante. Può avere infinite varietà di significati, può essere piena o vuota, concreta o astratta. Ed è proprio per questo che il poeta l’ha scelta, lasciando a noi il compito di interpretarne il significato.
Il suo stato d’animo, in un momento storico che ha definito decisivo si può rappresentare con quattro lettere dopo il fiume di parole che scorre tra le pagine del suo racconto in versi: così.
Storicamente, Atene, l’attuale capitale della Grecia, si poteva definire tranquillamente il centro del mondo, si parla ovviamente di quando ad abitare questa zona erano i migliori marinai, mercanti, filosofi, scienziati e comandanti del tempo e di quando Alessandro Magno rese la città il cuore della cultura del suo vasto impero. Nonostante questa base importante, Atene ha perso gradualmente importanza nel corso della storia, fino a diventare una caserma dell’Impero Ottomano, cadendo nell’anonimato. Riacquistò parte della sua importanza solo nel 1834, quando divenne capitale del Regno di Grecia che aveva appena ottenuto l’indipendenza dagli stessi Ottomani. Da questa data in poi, si ricominciò a valorizzare le tradizioni dell’età classica e si inaugurò nel 1896 la prima edizione delle Olimpiadi moderne proprio ad Atene.
Nel XX secolo, la città iniziò ad espandersi vertiginosamente a causa dei molti immigrati che arrivavano dagli stati limitrofi. Il fenomeno fu talmente massiccio che si dovettero costruire abitazioni molto rapidamente e questo causò una grande sovrappopolazione e un notevole disagio. Questo causò un aumento ingente di crimini e vaste aree divennero nidi per spacciatori e per residenti abusivi e uno smisurato incremento di povertà. Per questo in molti ritenevano che Atene non fosse divisa in più quartieri, ma in più mondi.
Attualmente la situazione è sensibilmente migliorata, ma non si può decisamente dire che tutto sia stato sistemato, alcuni distretti sono ancora pericolosi e la povertà continua a dilagare disumanamente. Il recente default finanziario di certo non ha aiutato, ma grazie all’abbondante turismo si stanno attuando diversi progetti di riqualificazione.
Corteo di sciopero ad Atene
Ciò non deve assolutamente disincentivare la visita in questa città, che rimane un affascinante polo culturale tra i più ragguardevoli d’Europa. In questo luogo si possono vedere certi posti degni di nota, non solo in ambito storico, ma anche in quello sportivo, folkloristico, architettonicoe in molti altri. In fin dei conti, Atene merita senza dubbio di essere vista, ma è importante comprendere le ragioni dei molteplici scioperi degli abitanti, dell’eccessivo concentramento di edifici, dei molti ruderi e dei numerosi cantieri.
Al giorno d’oggi l’America è ancora il sogno di una buona parte di europei poiché, grazie ai social, si ha la possibilità di osservare tutto – apparentemente – proprio come se ci si trovasse lì. Dal momento che l’immagine che ci viene trasmessa ci piace, essa suscita in noi la volontà di scoprire un altro mondo.
Un viaggio e un soggiorno sul posto possono però aiutarci a comprendere meglio alcuni aspetti di una realtà molto complessa.
“Il sogno americano”, vivo ancora oggi, è il sogno di una vita felice e di successo in America, raggiungibile con molti sacrifici e impegno. L’America è sempre stata meta di emigrati proprio perché, come sintetizzato dall’ex presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden, è “un luogo di possibilità”.
Rispetto al passato il sogno americano non è cambiato poi molto, ma sembra sia sempre più necessario mettere in conto un possibile fallimento, nonostante tutta la speranza impiegata. L’America è un Paese che offre molte opportunità poiché c’è tanto lavoro e tutto lì sembra più facile. Il desiderio di trasferirsi dall’altra parte del mondo è tutt’ora realizzabile. e, forse anche a causa dei social, che idealizzano questo continente come se fosse perfetto, le persone incominciano a fantasticare senza prendere in considerazione molti problemi: disparità razziali, obesità, sanità, libero accesso alle armi.
Un paese senza apparente equilibrio
In America sembra non esistere un equilibro, a partire dal semplice esempio dell’alimentazione a quello del sistema sanitario, fino alle dimensioni degli edifici e ciò si nota quando si esce fuori dalla Grande Mela o semplicemente ci si addentra nella sua periferia.
Entrando nei fast food e osservando le persone che mangiano ai tavoli, si nota che la maggior parte di loro sono gravemente obese, una situazione diffusa e in continua crescita tra la popolazione americana.
I palazzi a Manhattan sono immensi e scintillanti – il quartiere è conosciuto infatti per i suoi grattacieli – ma andando in altre zone notiamo che le costruzioni sono molto più basse, su un unico livello, addirittura spesso prefabbricate.
Ma la mancanza di equilibrio più evidente riguarda le disparità sociali: infatti c’è chi possiede patrimoni immensi, paragonabili al prodotto interno di uno stato intero, e chi invece muore di fame e vive per strada, i cosiddetti “homeless”. Un’altra situazione scioccante è il fatto che se una persona è malata e non ha l’assicurazione sanitaria non può essere curata e di conseguenza muore. Inoltre l’America è lo Stato con il più alto tasso di crimini e omicidi del mondo, dal momento che le armi sono di libero acquisto per chiunque.
Il razzismo: filo rosso tra passato e presente
Il razzismo ha caratterizzato la storia americana: dalla schiavitù, alle pesanti discriminazioni e all’apartheid, fino alle lotte per l’emancipazione. Ma ancora adesso non si può parlare di una vera integrazione degli afroamericani e delle altre etnie. L’attuale presidente degli USA, Donald Trump, promuove una politica che condanna l’immigrazione clandestina e ha spesso condiviso messaggi razzisti durante le sue elezioni.
Una diversa considerazione del lavoro, delle relazioni, del bene pubblico.
Molti americani quando scelgono il proprio lavoro, pensano solamente a fare molti soldi, quindi non sempre scelgono la loro attività perché ne sono veramente appassionati. Sono anche abituati a cambiare lavoro, casa, città… molto più spesso di quanto accada in Europa.
Vi sono diversi aspetti positivi della popolazione americana, come il loro essere gentili (ad esempio, nei supermercati, i cassieri chiedono sempre al cliente “come va?”), patriottici, infatti è sufficiente osservare quante case espongano fuori la propria bandiera, leali verso il sistema e dinamici, anche a causa della continua competizione. Questa popolazione è molto rispettosa verso l’ambiente, infatti potrebbe capitare di camminare tra i grattacieli e di ritrovarsi in mezzo ad un parco e attraversandolo ci si accorge di quanto sia pulito, per il fatto che gli americani lo reputano un bene collettivo da rispettare.
Un paese “senza passato”
L’Europa rispetto all’America lascia al visitatore una traccia più profonda, forse perché è ricca di storia, di letteratura e di cultura: edifici, strade, chiese, centri storici, ogni pietra quasi trasmette la bellezza del passato. Questi aspetti in America sono molto meno visibili. Quando andiamo a Manhattan e facciamo la foto alle strade con i taxi gialli e i famosi grattacieli non ci rimane nessun messaggio, se non quello della modernità e della velocità, mentre in Europa, se ci soffermiamo per esempio a fotografare il muro di Berlino – ma il discorso vale per moltissimi elementi architettonici – ci viene trasmessa la storia e la passione di chi ha vissuto, sofferto, lottato in quel luogo.
Un paese imperfetto
L’America non è perfetta: come qualsiasi altro luogo ha i suoi difetti. L’immagine mediatica, trasmessa da social, film, canzoni, idealizza questo continente come se fosse il paradiso, ma naturalmente la realtà è molto più complessa. E’ un paese in cui si può vivere bene, ma per ottenere una buona qualità di vita è necessario studiare e sperare in un buon lavoro.