“Adotta uno scrittore”: il nostro incontro con “La ragazza d’aria”

di Carola Caruso e Margherita Fabrizio, 2 E

Il progetto “Adotta uno scrittore” è un’iniziativa promossa dal Salone del libro di Torino che coinvolge diverse regioni italiane come il Piemonte, la Liguria, la Basilicata e la Calabria.

Attraverso tre incontri in classe ed uno a Torino, gli studenti e le studentesse delle classi partecipanti hanno l’occasione di conoscere lo scrittore o la scrittrice che hanno “adottato” e di approfondire diverse tematiche.

La nostra classe II E, partecipando al progetto, ha “adottato” la scrittrice Andreea Simionel e, in modo particolare, ha avuto modo di leggere il suo ultimo romanzo “La ragazza d’aria”.

Il romanzo racconta la storia di Aryna, una giovane ragazza molto brillante, nata in Romania, che si è da poco trasferita con i suoi genitori in Italia. Aryna si sente molto distaccata dal mondo che la circonda: vive tra la scuola, la famiglia e i rapporti con i coetanei, ma fatica a sentirsi davvero parte di qualcosa. Con i genitori ha un rapporto molto difficile, mentre a scuola, nonostante sia la più brava della classe, si sente spesso inadeguata e si vergogna del suo nome straniero e delle sue origini.

L’elemento centrale della storia è il rapporto della protagonista con il proprio corpo e con il cibo. Aryna attraversa un periodo segnato da un disturbo alimentare: inizia ad allenarsi e fare diete per provare a perdere peso, ma la situazione ben presto le sfugge di mano. La ragazza si rifiuta di mangiare e non accetta l’aiuto offerto dalla sua famiglia e dai suoi amici. Per affrontare questo momento critico, è costretta a ricoverarsi in ospedale per un lungo periodo di tempo.

Durante il periodo trascorso in clinica, Aryna, lontana da casa e dagli affetti, si sente sola, in una condizione di profondo disagio e spaesamento. È in questo momento che emerge la figura di Anna. Questa ragazza rappresenta un punto di riferimento importante: attraverso il suo ruolo di guida e sostegno, aiuta Aryna a confrontarsi con sé stessa e con le proprie difficoltà. Non si limita a offrirle aiuto pratico, ma cerca di instaurare un dialogo, spingendola ad aprirsi con lei e a riflettere sulle sue fragilità.

Anche grazie all’amicizia con Anna, Aryna reagisce e prova a guarire, per poter finalmente “stare bene”

Il tema centrale del romanzo è senz’altro la costruzione dell’identità. Questo percorso non è lineare, ma fatto di difficoltà, ricadute e piccoli progressi, che rendono la storia realistica e vicina all’esperienza di molti giovani. Aryna, dopo la sua dimissione dall’ospedale, capisce il valore della famiglia, dell’amicizia e dell’amore. Scopre il mondo della boxe e diventa più consapevole, forte e responsabile.

Un aspetto particolarmente significativo, che abbiamo avuto modo di scoprire durante gli incontri del progetto “Adotta uno scrittore”, è che il romanzo ha una forte componente autobiografica. Come ci ha raccontato la stessa Andreea Simionel, il personaggio di Aryna è in gran parte ispirato a se stessa: anche l’autrice ha vissuto in prima persona un periodo difficile legato all’anoressia. Per questo motivo, la storia risulta ancora più intensa e autentica, perché nasce da un’esperienza reale. La scrittura diventa quindi non solo un modo per raccontare, ma anche uno strumento per elaborare il proprio vissuto e dare voce a emozioni profonde.

Durante gli incontri in classe con la scrittrice abbiamo svolto varie attività. In primo luogo, l’autrice ci ha raccontato alcuni fatti relativi alla sua vita personale: il suo trasferimento in Italia, il modo con cui ha iniziato ad avvicinarsi alla scrittura, come mai ha deciso di scrivere questo romanzo. Siamo riusciti così a conoscerla meglio e a comprendere le sue idee e i suoi sentimenti.

Andreea Simionel ha deciso di svolgere con noi una sorta di “gioco” che ci avrebbe coinvolto maggiormente nel corso della lettura. Leggendo insieme vari brani tratti dal romanzo, ci siamo focalizzati sulla descrizione di personaggi e luoghi e sul modo con cui veniva resa sulla carta. Abbiamo analizzato gli “oggetti” che delineano i protagonisti e i suoni che caratterizzano ambienti e situazioni: in tal senso, abbiamo compreso più a fondo alcune scelte stilistiche della scrittrice e abbiamo apprezzato il romanzo anche sotto questo specifico punto di vista.

Inoltre, durante gli incontri si è tenuto anche un laboratorio di scrittura creativa: seguendo gli spunti dell’autrice, sono stati stesi diversi testi, come dialoghi e storie. Andreea ci ha aiutato a svolgere al meglio i compiti assegnati, fornendoci consigli per migliorare il nostro stile di scrittura.

Il progetto “Adotta uno scrittore” è dunque un’esperienza molto interessante e coinvolgente. Il romanzo “La ragazza d’aria”, insieme alla sua autrice, è stato parte integrante di questo percorso. Con questa iniziativa, abbiamo riflettuto su varie tematiche e abbiamo allargato i nostri orizzonti, grazie al confronto attivo con idee e visioni diverse dalle nostre. In conclusione, “La ragazza d’aria” è un romanzo di formazione che affronta temi importanti e attuali come la solitudine, il rapporto con il proprio corpo, la fragilità e la ricerca di sé. Attraverso il percorso di Aryna, il libro mostra quanto sia difficile, ma anche possibile, imparare a conoscersi, accettarsi e trovare la propria forza.

Video — L’incontro con l’autrice al Salone Internazionale del Libro di Torino:

 “Il mio corpo è arrivato, finalmente. Ha percorso i chilometri che ci separavano, ha oltrepassato i confini. Siamo diventati tutt’uno. Sono un oggetto affilato. Se mi tocchi, taglio.”

                                          

Dalla scuola al palcoscenico: gli studenti protagonisti a Siracusa

di Chiara Bottino, Giovanni Porceddu, Francesco Repetto (Classe 4B) — Redazione Acta Diurna

Un viaggio di istruzione in Sicilia offre l’opportunità di vedere con i propri occhi, dal vivo, il teatro che si è studiato per l’intero anno scolastico. Significa vivere una giornata intensa — com’è stato per noi giovedì 21 maggio — trascorsa tra il teatro di Palazzolo Acreide e quello di Siracusa, per assistere a rappresentazioni teatrali adeguate e messe in scena da studenti provenienti da tutta Italia, fino ad arrivare a una tragedia interpretata da attori professionisti alle luci del tramonto siracusano.

A Palazzolo Acreide, in occasione del Festival Internazionale del Teatro Classico dei Giovani, abbiamo assistito alla “Pace” di Aristofane (portata sul palco proprio dai nostri compagni di classe), ma anche alle commedie “Lisistrata” e “Le Nuvole” e alla tragedia “Antigone”, allestite da altre scuole d’Italia. I diversi istituti hanno optato per differenti modalità di rappresentazione: alcuni hanno scelto testi originali, altri degli adattamenti; alcuni hanno caratterizzato i personaggi in modo tradizionale, altri hanno preferito una messinscena corale (scelta condivisa anche dal nostro gruppo).

Per approfondire il lavoro dietro le quinte, abbiamo intervistato Anna, una delle studentesse-attrici protagoniste del festival.

Come vi siete preparati a questo spettacolo e come avete strutturato la messinscena?

«Le professoresse incaricate di seguire il progetto, Laura Dolcino, Ambra Tocco e Raffaella Pansardi, si sono occupate della traduzione del testo originale. Siamo rimasti molto fedeli all’opera, introducendo solo piccole variazioni per valorizzare le caratteristiche interpretative di ognuno di noi. Il regista Enrico Campanati ha deciso di applicare le modifiche più consistenti con l’eliminazione dei ruoli singoli e la divisione netta delle battute in cori maschili e femminili.»

Qual è stato il momento più complesso da gestire?

«Durante la messinscena a Palazzolo abbiamo riscontrato alcune difficoltà tecniche nella sequenza che precedeva la pace: la coreografia prevedeva l’uso di corde che avremmo dovuto attorcigliare intorno ai nostri corpi. Purtroppo alcuni di noi si sono impigliati, ma siamo stati bravi a gestire l’imprevisto e a non darlo troppo a vedere al pubblico.»

Cosa vi lascerà un’esperienza di questo tipo, sia a livello personale che scolastico?

«Nonostante il percorso sia stato a tratti molto faticoso, poiché i flussi di prove coincidevano con i numerosi impegni scolastici della fine dell’anno, sono davvero entusiasta di questo viaggio. Si è trattato di un’esperienza altamente formativa: d’altronde non capita tutti i giorni di avere l’opportunità di recitare su un vero palcoscenico greco!»

La sera dello stesso giorno, le classi si sono dirette al teatro greco di Siracusa, all’interno del parco archeologico della Neapolis, per assistere alla messinscena dell’“Alcesti” di Euripide, per la regia di Filippo Dini. La rappresentazione ha colpito per il contrasto visivo tra i gradoni millenari della struttura a una scenografia decisamente contemporanea, caratterizzata da una riproduzione di una villa design e installazioni moderne che hanno reinterpretato lo spazio antico senza snaturarlo, accompagnando il dramma fino al tramonto.

Il diario del viaggio: tra storia, mito e barocco

Il nostro itinerario nell’isola è iniziato via mare: siamo arrivati a Palermo in traghetto e da lì, a bordo di un pullman, ci siamo diretti verso Agrigento. Nella mattinata di mercoledì 20 maggio abbiamo visitato la suggestiva Valle dei Templi e abbiamo camminato lungo la via sacra tra i maestosi resti del Tempio della Concordia e del Tempio di Giunone, mentre nel pomeriggio ci siamo spostati a Noto, universalmente riconosciuta come il cuore pulsante e la capitale del barocco siciliano, con le sue caratteristiche facciate in pietra dorata adornate dai balconi a petto d’oca; in entrambi i siti siamo stati accompagnati da una guida professionista.

Estate 2025 al Teatro di Taormina: concerti, spettacoli e tanto altro |  Citymap SiciliaVenerdì 22 maggio, prima di tornare a Palermo per imbarcarci sul traghetto di ritorno, abbiamo visitato Taormina in autonomia, dall’ora di pranzo fino al tardo pomeriggio. Molti di noi hanno scelto di accedere alla splendida cornice del teatro antico, situato nel punto più panoramico della cittadella, da cui si gode contemporaneamente della vista dell’Etna e del Mar Mediterraneo. Dal punto di vista storico-architettonico, l’impianto attuale risale in realtà all’età romana, epoca in cui la struttura ha perso parte della sua originaria autenticità greca a causa della costruzione della monumentale scena retrostante il palcoscenico.

Questo viaggio di istruzione ha dimostrato e fatto emergere il valore più autentico del liceo classico. Vedere i testi di Aristofane o Euripide uscire dalle righe delle versioni pomeridiane per riprendere la loro funzione originaria — quella di parlare a una comunità riunita in un teatro — ha dato un senso concreto e tangibile a mesi di studio formale. L’esperienza non si è configurata come una semplice parentesi di svago, ma come la naturale e ideale prosecuzione delle ore passate sui banchi, rivelandosi uno dei momenti più stimolanti ed emozionanti dell’intero quinquennio.

 

“A stare fermi non succede niente”: Alex Zanardi, la forza di vivere due volte

La storia di Alex Zanardi inizia da un kart messo in vendita nell’officina di paese a Castel Maggiore (provincia di Bologna), dove un ragazzino magro e determinato sognava la velocità guardando con suo padre Dino le gare del suo idolo Ayrton Senna. Già da giovanissimo Alex mostra di che pasta era fatto: nel 1982, a 16 anni, Zanardi è terzo nel campionato italiano di kart, l’anno successivo debutta all’estero e nel 1985 domina la stagione nazionale, vincendo quasi tutte le gare. In pista si confronta con i migliori talenti della sua generazione, tra cui Michael Schumacher, che poi ritroverà in Formula 1. Non aveva i mezzi dei suoi rivali, ma aveva una fame diversa. Quella fame lo portò a 25 anni, dopo qualche anno di gavetta, in Formula 1, dove esordì nel 1991 con la Jordan, passando poi per scuderie come Lotus e Williams. Tuttavia, il suo vero regno furono gli Stati Uniti. Nel campionato CART, Alex divenne un fenomeno globale: vinse due titoli mondiali nel 1997 e nel 1998, incantando l’America con sorpassi che sembravano violare le leggi della fisica. Il più celebre, al Cavatappi di Laguna Seca, resta ancora oggi il sorpasso più folle della storia dell’automobilismo: un tuffo nel vuoto fuori pista che dimostrò il suo credo assoluto: “Se un buco non c’è, io me lo creo”.

Ma la vita di Alex è stata un’altalena tra il trionfo e la tragedia. Il 15 settembre 2001, sul circuito del Lausitzring, la sua carriera di pilota subì un colpo che avrebbe ucciso chiunque altro. Un impatto a 300 km/h gli tranciò le gambe, lasciandolo con meno di un litro di sangue in corpo. Eppure, in quell’ospedale di Berlino dove lottò tra la vita e la morte, Alex compì il suo primo vero miracolo. Invece di piangere la fine del pilota, celebrò la nascita dell’uomo nuovo. Con una forza d’animo sovrumana e un filo di ironia, dichiarò: “Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato quel che era rimasto, non quel che era andato perduto”. Da quella tragedia nacque una seconda carriera sportiva ancora più incredibile. Alex salì sulla handbike e, con la stessa tenacia e forza di volontà con cui pennellava le curve a 300 all’ora, iniziò a macinare chilometri. Il risultato fu leggendario: quattro medaglie d’oro olimpiche tra Londra 2012 e Rio 2016 e ben dodici titoli mondiali. Zanardi non era più solo un campione di sport; era diventato l’ambasciatore della speranza, l’uomo che ricordava a tutti che “i limiti, come le paure, spesso sono solo un’illusione” e che ha sempre spinto se stesso e gli altri a superarli (“Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più”)

Il destino, però, tornò a bussare alla sua porta con una ferocia inaudita. Il 19 giugno 2020, durante una staffetta solidale in Toscana, un nuovo schianto contro un tir gli procurò gravissime lesioni cerebrali. Da quel momento è iniziata la sua gara più lunga e silenziosa: anni di interventi, riabilitazione estrema e una lotta quotidiana combattuta lontano dai riflettori, protetto dall’amore della moglie Daniela e del figlio Niccolò. Alex ha lottato con la dignità di un leone, riprendendo a comunicare con gli occhi e a muovere i primi, faticosi passi verso la vita, dimostrando ancora una volta che “la vita è come il caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi far diventare dolce devi girare il cucchiaino. A stare fermi non succede niente.”

Oggi, a pochi giorni dalla sua scomparsa avvenuta il 1° maggio 2026 all’età di 59 anni, il mondo intero si inchina davanti a un’eredità che non ha eguali. Se n’è andato nello stesso giorno che nel 1994 portò via il suo idolo Senna, quasi a voler riunire sotto lo stesso cielo due dei piloti più amati e sfortunati di sempre. Ma Alex ci lascia qualcosa di diverso: non solo il ricordo di un motore ruggente o di una medaglia d’oro al collo, ma la prova vivente che l’essere umano può essere più forte della sfortuna, del dolore e della disabilità stessa. Piangiamo la perdita di un campione infinito, ma celebriamo il traguardo di un uomo che ha vinto la gara più importante: quella contro l’impossibile.

Eliminare il fast fashion per comprare in modo più consapevole

di Maria Sole Venturino, 2B

Al giorno d’oggi molte persone sono vittime del fast fashion, del desiderio cioé di essere sempre alla moda e al passo con i tempi, anche rinunciando alla qualità di tagli e tesuti. Ma è davvero necessario comprare vestiti dalle grandi industrie per riuscire in questo intento? O ci sono molti altri metodi più sostenibili e meno dannosi per il nostro pianeta?

Il concetto di fast fashion, che è chiamato anche moda veloce, è caratterizzato da una produzione e un consumo molto rapidi con la realizzazione di capi di abbigliamento in grandi quantità e a basso costo, di conseguenza con un ciclo di vita molto breve. Le aziende creano nuove collezioni quasi ogni settimana e meno dell’1% dei vestiti vecchi viene riciclato.

Il fast fashion comporta a gravi impatti ambientali creando quindi inquinamento per il nostro pianeta. In questo modo fare shopping non si basa su bisogni reali, ma su una continua ricerca della novità, infatti molti dei vestiti prodotti da queste grandi industrie, anche se inizialmente possono sembrare entusiasmanti, in poco tempo perdono il loro fascino.

Proprio per questo l’obiettivo di abbandonare il fast fashion nasce dal desiderio di comprare vestiti che duri nel tempo, che non impattino sul pianeta e che siano creati con materiali di buona qualità, perché molti dei vestiti delle grandi industrie sono spesso in poliestere, cioé un materiale molto dannoso perché impiega diversi anni a decomporsi.

Lo slow fashion è la risposta 

Scegliere lo slow fashion significa comprare in modo più consapevole: per esempio recandosi nei negozi che rivendono vestiti di seconda mano, oppure in negozi vintage, dove si possono trovare moltissimi articoli differenti tra loro. Si può anche comprare su siti web che adottano pratiche più sostenibili, come per esempio  ECOALF, un marchio che propone alternative eco-friendly come l’uso di materiali riciclati. ECOALF propone inoltre un progetto innovativo e molto ambizioso: ovvero quello di recuperare i rifiuti marini del mare, con l’aiuto dei pescatori, e dargli una seconda vita. È un progetto nato in Spagna nel 2015, ma che ad oggi si è esteso a diversi paesi come Thailandia, Grecia, Italia, Francia ed Egitto. Oltre a dare una seconda vita ai rifiuti riescono anche a contribuire nella pulizia degli oceani. I rifiuti vengono recuperati, poiché rimangono incastrati nelle reti dei pescatori, vengono poi depositati e trasportati negli impianti appositi, in cui vengono convertiti in materiali riutilizzabili.

Questi sono solo alcuni degli esempi su come si possa fare shopping in modo più responsabile.

Se ognuno di noi mette in pratica diverse abitudini, come comprare solo ciò di cui si ha veramente bisogno, riciclare e riutilizzare i vestiti si riuscirà comunque ad avere un abbigliamento alla moda, preservando il pianeta.

Tra paura e ragione: da Manzoni alle pandemie contemporanee

di Amelia Verrini, 2B 

Alessandro Manzoni racconta nei Promessi Sposi la peste del 1630 a Milano, descrivendo un clima di terrore e follia, dominato da disinformazione. A distanza di quasi quattro secoli ci si ritrova nelle parole disperate e angosciose della folla milanese del ‘600; infatti l’ultimo decennio è stato caratterizzato da epidemie e pandemie che hanno devastato e terrorizzato l’umanità moderna.

Manzoni scrive dell’incredulità e dell’incertezza delle autorità che, per l’incapacità di comprendere la gravità del pericolo, l’hanno sottovalutato, contribuendo così a un grave disastro politico e sociale. Nel 2019, quando scoppiò la pandemia globale COVID-19, le istituzioni, ma anche la popolazione trascurarono inizialmente il problema, cercandolo di minimizzare e preferendo credere che si trattasse di una semplice influenza. Come sappiamo, non fu cosi. Questa convinzione e la conseguente sottovalutazione portarono a numerose morti, fino ad arrivare al culmine, con 228 mila nuovi contagiati in sole ventiquattro ore. Fortunatamente l’Italia fu uno dei primi paesi a redigere normative di sicurezza per tutelare i propri abitanti, a costo di essere criticata da diversi media che definirono tali provvedimenti dannosi per l’economia e troppo radicali.

Il romanzo manzoniano, oltre a descrivere i sentimenti del popolo, introduce il lettore alle scarse condizioni igieniche che aumentarono e diffusero di più l’epidemia. Lo stesso problema è stato all’origine dell’epidemia di Ebola in Africa; tale virus provoca febbre alta ed emorragie interne e venne scoperto nel 1976, ma gli anni peggiori furono quelli del 2014-2016, quando un bambino, Emile Ouamouno, si infettò a causa di una colonia di pipistrelli nel suo villaggio che diffusero il male. Tutti coloro che interagirono con Emile furono contagiati e, a causa del degrado ambientale del villaggio, il virus si diffuse ancora più velocemente.

Nelle ultime settimane si è divulgata la notizia di una nuova possibile epidemia ovvero l’Hantavirus, trasmesso attraverso roditori in una nave da crociera.

La peste del ‘600 scoppiò a causa di un batterio, la Yersinia pestis, trasmesso dalle pulci dei ratti. Manzoni aggiunge inoltre che l’epidemia fu anche causata dai movimenti delle truppe imperiali, i lanzichenecchi, che partendo dalla Germania, attraversando le Alpi, diffusero la malattia nei paesi nord-italici. In questi giorni si stanno cercando di prendere  misure di sicurezza per contenere la trasmissione del virus. Nei Promessi Sposi, Manzoni racconta che inizialmente i malati venivano “murati” in casa, così da non propagare ulteriormente la peste; successivamente furono condotti in luoghi di isolamento, ovvero il lazzaretto, dove in un ambiente sudicio e disumano, morivano ogni giorno migliaia di persone. Ancora oggi misure preventive e isolamento sono spesso indispensabili.

Le pandemie ed epidemie sembrano ricorrere inesorabilmente, accomunando ogni epoca storica, ma grazie all’intervento della scienza questi virus non sono più sottovalutati per ignoranza. La ricerca approfondisce le proprie conoscenze ogni giorno. E la peste manzoniana rimarrà sempre una grande testimonianza del degrado sociale e politico a cui si può giungere quando politica e società rinunciano alla ragione, alla scienza, alla responsabilità.

Michael: ciò che i fan vogliono vedere o la realtà dei fatti?

di Margherita Manzone, 2B

Il mese scorso nelle sale di tutto il mondo è uscito il film “Michael”, la biografia del cantante Michael Jackson. Solo dopo pochi giorni sono sorte alcune perplessità, se non addirittura una sorta di sgomento riguardo alla pellicola. Il pubblico si divide: chi dice che è un film spettacolare e celebrativo; chi dice che non parla del vero Jackson.

locandina del film

Con un punteggio di 7,7/10 (con oltre 95mila voti) su IMDb, uno dei siti più noti riguardo alle recensioni cinematografiche, Michael sembra essersi meritato un posto nella top 100 dei film più popolari del momento, ma anche nei cuori di molti fan. È Jaafar Jackson (nipote del cantante) a interpretare il Re del pop. Negli ultimi anni è diventato una figura emergente nel panorama musicale e cinematografico, attirando crescente attenzione mediatica.

La trama della pellicola 

Michael è un bambino pieno di sogni e di talento. Balla e canta in modo unico, si esibisce con i fratelli nel gruppo Jackson 5 e interpreta la musica come un meraviglioso strumento per cambiare il mondo. Cresce con il mito di Peter Pan e sogna di fare del bene attraverso la musica, ma si trova a crescere con un padre opprimente, che non esita a tirare fuori la cinta per imporre il suo volere. Ma Michael è destinato a diventare un’icona, la sua ascesa da solista va di pari passo con l’intima urgenza di avere sempre maggiore emancipazione dalla figura paterna, fino al “divorzio professionale” decretato via fax dal suo nuovo avvocato Branca, che gli starà accanto tutta la vita e oltre. Nel frattempo, tra un animale esotico e l’altro nella sua villa, il suo successo non si arresta, anzi spicca il volo: Off the Wall, Thriller e Bad, il resto è storia.    

Jaafar Jackson

Il commento dei critici 

Tuttavia, il film ha ricevuto non poche critiche: riguardano la mancanza di approfondimento sulle reali lotte e la complessità di Michael Jackson, risultando a tratti simile a una santificazione piuttosto che a un documentario veritiero. Molti ritengono che il film si concentri troppo sulla somiglianza fisica e sui movimenti di Jaafar Jackson, quasi come uno spettacolo di Las Vegas, piuttosto che esplorare la profondità del personaggio. La narrazione è vista come una semplificazione estrema, che evita di approfondire i lati oscuri, le pressioni e le complesse vicende personali. La critica nota una mancanza di coraggio nel mostrare la vera storia, preferendo una versione edulcorata che non soddisfa chi cercava un ritratto intimo del genio e della fatica di Michael. 

Tuttavia, il problema più grande secondo la critica riguarda la mancanza di riferimenti e eventi molto rilevanti nella vita del cantante: i capi di accusa per pedofilia, in particolare relativamente al caso di Jordan Chandler.

L’opinione dei fan 

Numerose sono state le persone a ribattere alle accuse dei critici, specialmente sui social, dove coloro che non hanno rilievo nell’ambito della critica possono esporre le loro idee. Si rivolgono ai fatti: nel 1993 il padre di Jordan è stato registrato mentre diceva, testuali parole, “Vincerò contro Michael e avrò tutto ciò che voglio, la sua carriera sarà finita”. Successivamente, con un accordo di 23 milioni di dollari pagato dall’assicurazione di Michael, trenta bambini sono stati interrogati e hanno tutti quanti negato un qualsiasi tipo di abuso e Chandler ha rifiutato di presentarsi a testimoniare al processo penale. Nel 2005, il cantante è stato assolto da tutti e quattordici i capi di accusa e si è scoperto che la famiglia che lo accusava aveva una storia documentata di frodi e cause false intentate a personaggi milionari. L’FBI ha indagato sulla questione per tredici anni, ma nulla che lo potesse mettere in una situazione di colpevolezza è mai stati trovato.

 

“Non si diventa Michael Jackson solo perché si è talentuosi, come vuol far credere il film. Lo si diventa perché quel tipo di successo è l’unica cosa che può lavar via l’angoscia esistenziale di essere una nullità.”  

 

Michael Jackson

 

Michael nel 2002 ha accusato pubblicamente Sony e Tommy Mottola di cospirare contro gli artisti, definendoli cattivi, razzisti e molto diabolici. La sera prima della morte del cantante hanno intercettato una sua chiamata col figlio Prince in cui diceva che molte persone lo volevano morto. Il giorno dopo è deceduto per mano del suo stesso medico personale (che ha avuto come pena solo quattro anni di carcere, di cui solo due scontati). Dopo la sua morte, la Sony ha comprato tutto il catalogo musicale, dal valore di miliardi di dollari.  

La domanda sorge quindi spontanea: quali accuse avrebbero dovuto introdurre nel film, se non ci sono mai state delle accuse fondate?  

Il “critico-fan”: Alessio de Santa 

Alessio de Santa

Critico cinematografico che espone il suo parere sui social, Alessio de Santa trova un compromesso tra l’idea dei critici e del pubblico. In un video, dice di essere stato da ragazzo un fan di Michael, di conseguenza per lui il film è perfetto: ci sono le canzoni, Jaafar Jackson è molto credibile; il film conferma la sua idea che il Re del Pop fosse una leggenda.  Tuttavia, se deve dare un giudizio più critico, afferma che questo non è il film adatto per raccontare il vero Michael. Questo ce lo dice anche la figlia del cantante, dove in un video esorta il pubblico ad andare a vedere la pellicola, ma che quello non è suo padre. Questo perché nel film mancano molte cose controverse della vita del cantante, ma de Santa giustifica tale assenza dicendo che non si possono raccontare trent’anni di vita in due ore di film. Questo problema si riscontra spesso nelle biografie di personaggi importanti (si è visto nel film dedicati a Bob Marley e Freddie Mercury). Vedere cosa decide di tagliare il regista della vita del personaggio è importante per capire l’intento del film.

 

La prima pagina di giornale col soprannome dispregiativo di Jackson

Il regista trova il tempo di mostrare duecento canzoni cantate dal vivo, ma decide di non raccontare i lati negativi del cantante: se durante un concerto Michael  non riusciva a stare sulle punte lo si vedeva piangere dietro le quinte; ha deciso di sottoporsi a decine di interventi chirurgici al viso, dovute sicuramente al Lupus, ma anche alla sua insicurezza. I giornali all’epoca lo chiamavano “Wacko Jacko” (Michael lo strambo). Secondo de Santa, dopo vent’anni dalla morte del cantante ci meritavamo di sapere di più di queste tematiche. Era una persona estremamente sola, quindi ossessionato dall’idea di piacere agli altri. Auto costretto ad essere sempre performante, timido ma egomaniaco, egoista e drammaticamente insicuro. Alessio De Manca avrebbe voluto vedere questo.  Il regista infatti trova il tempo di mostrare duecento canzoni cantate dal vivo, ma decide di non raccontare i lati negativi del cantante: se durante un concerto Michael  non riusciva a stare sulle punte, lo si vedeva piangere dietro le quinte; ha deciso di sottoporsi a decine di interventi chirurgici al viso,

“Non si diventa Michael Jackson solo perché si è talentuosi, come vuol far credere il film. Lo si diventa perché quel tipo di successo è l’unica cosa che può lavar via l’angoscia esistenziale di essere una nullità.”  

 

 

L’uomo è un animale sociale

Educazione all’affettività: l’importanza di parlare di emozioni nell’era dei social

di Sveva Berchielli, 2B

Un incontro intenso e attuale ha coinvolto gli studenti del liceo Andrea D’Oria in un dibattito sulle emozioni, le relazioni e l’adolescenza nel mondo digitale.

Il dibattito, condotto lo scorso 20 aprile in Aula Magna da Cristina Villa, psicologa e psicoterapeuta, ha affrontato temi centrali: dalla distinzione tra emozioni primarie – rabbia, paura, gioia, tristezza – alle emozioni secondarie, fino al concetto di ambivalenza affettiva, cioè la presenza di sentimenti opposti  come amore e odio, nelle relazioni umane.

La conferenza ha inoltre affrontato il tema dell’aggressività tossica, che non è solo qualcosa di distruttivo, ma ha anche una forza che, se gestita in modo corretto, può trasformarsi in autodeterminazione e crescita personale.

Nell’adolescenza, inoltre, è fondamentale essere all’interno di un gruppo, definito una vera e propria “palestra di vita”. Il gruppo aiuta i giovani a essere più autonomi, a confrontarsi e anche a convivere con le difficoltà. Per questo non è mancato un richiamo filosofico, con la celebre frase di Aristotele “L’uomo è un animale sociale”, per sottolineare quanto siano fondamentali le relazioni nella vita umana. Grande attenzione è stata riservata anche al tema dei social media. Tra i temi più discussi, la dipendenza dai like, che rappresentano una ricerca tossica dell’ approvazione esterna e  hanno un forte impatto sull’autostima dei giovani. Non solo: i giovani si focalizzano sul confronto continuo della loro vita con quella mostrata sui social, che è apparentemente perfetta. I social, inoltre, alimentano la solitudine dell’individuo e compromettono la capacità di costruire relazioni nella vita reale.

È mio, è mia”, è stato aperto in questo modo il tema dell’amore tossico. La relatrice ha spiegato come i sentimenti di gelosia e di diffidenza molto spesso possano trasformarsi in comportamenti ossessivi e violenti. È stata posta molta importanza sul riconoscere questi atteggiamenti tossici, che spesso vengono scambiati erroneamente per prove d’amore, ma che in realtà rappresentano forme di manipolazione e di oppressione. L’incontro è stato educativo e ha trasmesso messaggi molto forti e attuali, è stato un momento di confronto e di crescita personale, che ha fatto riflettere i giovani.

In un’epoca dominata dai social comprendere le proprie emozioni è fondamentale quanto il confronto.



“Una questione privata” di Beppe Fenoglio: tra tormenti di guerra e d’amore

di Maria Roccella, 2B

Quanto si può essere disposti a dare per amore? Un interrogativo che spesso assilla la mente di molti e che, in “Una questione privata” , Beppe Fenoglio chiarisce attraverso le vicende di Milton, un giovane partigiano disposto a dare la vita stessa per un amore, forse mai davvero corrisposto.

Ambientato nelle Langhe, durante la Resistenza, il romanzo si apre con la visione desolata della casa di Fulvia, la donna amata da Milton. L’incipit del libro è carico di nostalgia e lascia già capire quanto sia immenso il sentimento di Milton nei confronti di Fulvia. Infatti non appena scopre la possibilità che Fulvia abbia avuto una relazione con il suo amico Giorgio, quella diventa la sua priorità assoluta. Il conflitto principale non è quello mondiale, bensì quello che avviene nell’animo del protagonista. La guerra passa in secondo piano e Milton parte alla ricerca, quasi disperata, di Giorgio, per sventare ogni dubbio.

Questa ricerca, però, non consiste unicamente nel movimento fisico attraverso le colline: si tratta di un percorso interiore che Milton affronta, dominato non soltanto dall’amore per Fulvia, ma principalmente da dubbio e ossessione.

La guerra descritta da Fenoglio non è solo quella con i fascisti e i tedeschi, ma mette in contrapposizione i molteplici sentimenti di Milton, che combatte soprattutto contro le proprie paure, la gelosia e il costante bisogno di conoscere la verità.

Fenoglio racconta la guerra per come è realmente, senza idealizzarla mostrando i personaggi come eroi, ma evidenziando anche le imperfezioni di ciascuno di essi. Uno dei punti di forza del romanzo infatti sono proprio i personaggi, che con le loro sfaccettature appaiono più “umani” e creano un legame con chi legge, che si riconosce nelle loro debolezze e nelle loro emozioni.

Uno dei temi fondamentali del romanzo, anche uno dei più interessanti, è quello dell’ossessione amorosa. Milton infatti non si dà pace e abbandona perfino la guerra per riuscire a scoprire la verità.

Il comportamento del protagonista ricorda molto dinamiche attuali, che si verificano anche attraverso i social. Purtroppo infatti non è raro che in una relazione, a causa del costante bisogno di sapere tutto l’uno dell’altro, il sentimento sia alimentato da ansia e ciò è chiaramente pericoloso.

Fenoglio attraverso Milton descrive un sentimento che, nonostante la distanza temporale, rimane ancora estremamente attuale. Anche oggi, infatti, il bisogno di conferme continue e il timore di non conoscere tutta la verità, possono rendere l’amore un sentimento dannoso.

“Una questione privata” non è solo un magistrale racconto di guerra, e non parla solo di un amore irraggiungibile;  la battaglia di cui si parla è più complessa del conflitto mondiale: è quella contro i propri dubbi e le proprie ossessioni.

Papato nell’era dei social: il Vaticano tra caos mediatico e tensioni globali

Passato un anno dalla morte di papa Francesco e la successiva elezione del nuovo pontefice, non mancano le speculazioni online riguardo alle posizioni del papa e il confronto tra le due linee di pensiero.

Le polemiche sulla morte di Papa Francesco. Papa Francesco è morto il 21 aprile 2025. Quest’anno è stato commemorato il primo anniversario della sua dipartita con celebrazioni nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, dove è sepolto. Il decesso, avvenuto a causa di un ictus dopo una polmonite, si è verificato durante il Giubileo, proprio il giorno dopo Pasqua. Online sono sorte molte teorie del complotto riguardo alla data così particolare della morte: Papa Francesco infatti è scomparso durante l’Anno Santo, da lui stesso inaugurato il 24 dicembre 2024. La sua morte è avvenuta precisamente il Lunedì dell’Angelo, subito dopo le celebrazioni pasquali. Molte persone nella rete hanno avanzato ipotesi di teorie del complotto, che circolavano già da settimane riguardo al reale stato di salute del Pontefice. Alcune tra le fake news più note che circolavano sul web in quel periodo riguardavano in particolare i suoi problemi di salute e i ricoveri al Policlinico Gemelli tra febbraio e aprile 2025. Secondo alcune analisi una parte significativa dei contenuti falsi è stata diffusa da profili falsi o bot. La maggior parte dei complottisti sosteneva che il papa fosse già morto mesi prima dell’annuncio ufficiale. Persino dopo che il papa riapparì in pubblico dopo il ricovero, durante alcune apparizioni pasquali, molti cospirazionisti continuarono a sostenere questa tesi diffondendo la voce infondata che la persona affacciata dal balcone di Piazza San Pietro fosse un sosia del papa. Secondo molti la Chiesa ha nascosto la morte del pontefice per gestire la “sede vacante” e la scelta del successore lontano dagli occhi del pubblico. Alcune teorie proponevano addirittura la possibilità di una morte decisa a tavolino o di un prolungamento artificiale della vita. In seguito all’improvvisa popolarità sui social media in merito a queste notizie, numerosi Influencer e complottisti hanno tentato di fare irruzione al Policlinico Gemelli durante i ricoveri del Papa, diffondendo video virali su presunti insabbiamenti.

Il nuovo pontefice. L’8 maggio 2025 è stato ufficialmente eletto Papa Leone XIV come successore di Francesco. Ormai è passato un anno da quando è emerso il fumo bianco dal camino della cappella Sistina, simbolo della decisione del conclave, e non mancano certo sulla rete persone che tentano di confrontare i diversi approcci e atteggiamenti delle due figure religiose. Molti hanno notato come sia evidente una transizione tra uno stile pastorale e informale ad un approccio più istituzionale e tradizionale, pur mantenendo continuità su temi sociali e di dialogo. Leone XIV mantiene una apparenza più formale nell’abbigliamento, riscoprendo i paramenti tradizionali, rispetto alla semplicità di Bergoglio, avendo indossato ad esempio la mozzetta rossa e paramenti tradizionali fin dalla prima apparizione, distanziandosi dallo stile più sobrio di Francesco, che scelse una semplice veste bianca. Nonostante le differenze nel vestiario, Leone XIV si presenta come un continuatore del percorso di dialogo e apertura pastorale di Francesco, inclusa l’attenzione alle donne nella Chiesa. Leone XIV appare inoltre più orientato di Francesco verso un ruolo istituzionale e una maggiore centralità dei simboli tradizionali della fede. Entrambi hanno ribadito dai primi giorni in seguito alla loro elezione l’importanza della pace, soprattutto in questo periodo, sebbene Leone XIV abbia assunto posizioni più nette su questioni internazionali, come quelle sulla NATO.

Rapporto tra la Chiesa e gli Stati Uniti. Passato un anno, la maggior parte delle persone riconosce in Papa Leone stile e pensieri già apprezzati in Papa Francesco. Non è facile però dimenticare le preoccupazioni generali sorte un anno fa durante il periodo di decisione del Conclave: l’elezione di Papa Leone XIV, primo papa statunitense della storia, ha immediatamente suscitato nelle persone (fedeli e laiche) dubbi e preoccupazioni di natura geopolitica e simbolica: la sua origine americana, in un tempo in cui i rapporti tra l’America e il resto del mondo sono tesi e incrinati, avrebbe influito sulle sue azioni? Dentro e fuori il Vaticano è sempre esistita infatti una certa cautela verso l’idea di un pontefice americano. Per decenni si era ritenuto improbabile che la Chiesa eleggesse un papa proveniente dalla principale superpotenza mondiale, per evitare di ampliare il potere del continente americano anche in ambito religioso. Nel caso di Leone XIV, questa preoccupazione è stata un po’ attenuata dalla sua biografia “internazionale”: pur essendo nato a Chicago, ha vissuto come missionario per molti anni in Perù, con una forte esperienza latinoamericana e un profilo considerato più ecclesiale che politico. All’inizio, Trump ha accolto l’elezione con sorpresa ma anche con orgoglio nazionale, parlando di “grande onore” per gli Stati Uniti. Con il passare dei mesi, le tensioni sono diventate più esplicite. Leone XIV ha insistito pubblicamente sulla necessità di “costruire ponti”, dichiarando anche di non avere paura di sollevare questioni delicate con Trump se necessario. 

Il punto di rottura è arrivato nell’aprile 2026, quando Trump ha attaccato duramente il papa sui social, definendolo “debole” e “troppo liberale”, soprattutto dopo gli appelli del pontefice contro la guerra e contro l’uso della religione per giustificare conflitti internazionali.

Trump è arrivato persino a sostenere che l’elezione di Leone XIV fosse legata alla sua stessa presenza alla Casa Bianca, dichiarando: “Se non fossi presidente, Leone non sarebbe in Vaticano”. Dal canto suo, Leone XIV ha evitato in ogni modo uno scontro personale diretto, ma ha mantenuto una linea ferma: ha continuato a parlare in favore della pace, contro il “delirio di onnipotenza” e contro l’“idolatria della forza”. Anche parte dell’episcopato americano ha preso in merito al dibattito con il pontefice le distanze dagli attacchi di Trump, ricordando che “il Papa non è un rivale politico, ma il Vicario di Cristo”. Non bisogna dimenticare, inoltre, le foto controverse che Donald Trump aveva pubblicato sui siti ufficiali della casa bianca su Truth: immagini create con l’intelligenza artificiale ritraevano il presidente americano agghindato con le vesti papali. Queste foto sono state pubblicate un anno fa, durante il periodo tra la morte di Papa Francesco e le elezioni dell’attuale pontefice. A causa di questa mossa migliaia di persone sono insorte sui social a discutere: sebbene la maggior parte criticasse l’aspetto blasfemo e irrispettoso delle immagini, considerando anche il momento in cui sono state pubblicate, alcune persone hanno difeso il presidente definendo le foto “scherzi innocenti” o spiritose battute.

Papato nel mondo del cinema. Queste tensioni tra fede, comunicazione e potere ricordano molto anche il modo in cui il cinema contemporaneo ha iniziato a raccontare il Vaticano negli ultimi anni. Un esempio significativo è “Conclave”, thriller politico ambientato durante l’elezione di un nuovo pontefice e tratto dal romanzo di Robert Harris. Il film, il cui attore protagonista è Ralph Finnies, mostra un Vaticano attraversato da giochi di potere, divisioni ideologiche e pressione mediatica, mettendo in scena una Chiesa costretta a confrontarsi con il peso dell’opinione pubblica e delle tensioni globali. Pur essendo un’opera di finzione, molte delle dinamiche raccontate nel film richiamano le paure e le discussioni nate realmente dopo la morte di Papa Francesco e durante l’elezione di Leone XIV: il timore dell’influenza politica internazionale, il ruolo dei Social e la conseguente difficoltà della Chiesa nel mantenere un equilibrio tra tradizione e modernità nell’epoca dei social network.