Un nuovo capitolo nell’eterna storia dell’Uomo e della Luna

di Chiara Bottino, Giovanni Porceddu, Francesco Repetto, Emma Riciputi, 4B

 

C’è una tensione primitiva che lega l’uomo alla Luna. Fin dalle prime comunità di uomini, il nostro satellite non è stato solo una luce nel buio, ma l’orologio cosmico che scandiva il tempo, le maree e i cicli della vita. L’11 aprile 2026, con il rientro della navicella Orion, siamo tornati a guardare il cielo con la meraviglia e la curiosità che provavano i nostri antenati. Come riportato da Elena Dusi (Artemis, il ritorno dalla Luna – Repubblica), i quattro astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen hanno superato indenni un rientro a 2.700 gradi, dopo dieci giorni di viaggio e un’orbita intorno alla Luna, spingendosi dove mai nessun essere umano era mai arrivato e aggiungendo un altro tassello nella ricerca primordiale di ciò che siamo e di ciò che ci circonda.

Anticamente, questa tensione si placava nella religione: i Greci la chiamavano Selene, una divinità d’argento che attraversava il cielo su un carro. La Luna era il confine tra l’umano e il divino. Per secoli poeti l’hanno celebrata e citata nei loro scritti:

«È tramontata la luna / insieme alle Pleiadi

la notte è al suo mezzo  il tempo passa / io dormo sola.»   Saffo

Si aprì un nuovo capitolo nel rapporto con il nostro satellite quando Galileo Galilei, puntando verso il cielo il proprio cannocchiale, descrisse un pianeta “scabro e diseguale”, fatto non di etere, ma di valli e montagne. Improvvisamente quel mondo lontano divenne molto più vicino a noi.

La Luna divenne poi uno specchio delle passioni umane, quando il Romanticismo cercava in essa  una risposta al dolore dell’esistenza. Caspar David Friedrich la dipinse come l’unica testimone della solitudine, come una lucUn uomo e una donna davanti alla luna - Wikipediae malinconica che eternizza l’eredità umana. In Italia, Giacomo Leopardi diede voce a questa stessa tensione: la sua Luna è distante, una confidente a cui rivolgere domande che non hanno risposta, che evoca nel poeta il ricordo del passato e della giovinezza.

Il primo a portarci sulla Luna fu, nel 1902, Georges Méliès. Il regista realizzò Le Voyage dans la lune, il primo film di fantascienza della storia, basato sui racconti di Jules Verne. Méliès immaginò una capsula sparata da un cannone

che si conficca nell’occhio di una Luna antropomorfa, ancora una volta personificata. Le voyage dans la lune - PressInBag - Testata GiornalisticaQuel fotogramma è diventato il simbolo dell’avanguardia umana. Il regista francese ci avvertiva che lo stesso progresso che lo aiutò a realizzare il film a breve ci avrebbe portato a conoscere da vicino la nostra “sorella” del cielo, come la chiamava San Francesco.

Nel XX secolo, la Luna divenne l’arena della Guerra Fredda. La tensione si trasformò in competizione geopolitica tra USA e URSS. Quello che innumerevoli artisti avevano sognato e rappresentato divenne realtà il 20 luglio 1969. Neil Armstrong descrisse la “magnifica desolazione” del suolo lunare e noi ci conoscemmo un po’ meglio.

Oggi, la missione Artemis II non è più solo una corsa per la bandiera, ma il risultato di uno studio profondo. I dati della cronaca del 2026 sono chiari, tra i traguardi principali spicca il record di distanza dalla Terra per un essere umano, con il raggiungimento di oltre 406.711 km durante il sorvolo del lato nascosto della Luna. Il successo della navicella Orion ha confermato l’efficacia dello scudo termico nel proteggere l’equipaggio durante un rientro atmosferico a 2.700 gradi e a una velocità di 38.000 km/h, validando inoltre l’integrazione con il modulo di servizio europeo dell’ESA e garantendo la sicurezza dei sistemi di supporto vitale per le future missioni di allunaggio previste dal 2028.

Nel frattempo, per la seconda metà del 2026, la Cina ha previsto un allunaggio per testare robot che, muovendosi con passi e salti, possano esplorare i crateri permanentemente in ombra del pianeta. Il direttore della NASA Jared Isaacman sostiene che “Siamo di nuovo nel business della Luna”, mentre Trump avverte che il prossimo passo sarà Marte.

La triste verità è che la civiltà umana, oggi come sempre nella propria storia, progredisce solo per guerre e per ottenere soldi e potere. La riuscita della missione Artemis II riguarda tutta l’umanità, presente e passata: dalla notte dei tempi guardiamo al cielo sopra di noi con curiosità mista a terrore, colti dall’insondabile fascino dei suoi astri. Purtroppo però non siamo e probabilmente mai saremo in grado di apprezzare questi traguardi, troppo intenti a contare e goderci i proventi dei nostri successi, o a invidiare e tentare di superare quelli degli altri.

 

Il film queer “La più piccola” subisce la censura.

La visione vietata ai minori di 14 anni scatena le polemiche

di Gilda Agosti e Anita Corsi, 3B

Dopo pochi giorni dall’uscita nelle sale, l’Italia è mossa da un caso che sta facendo discutere critica e istituzioni. “La più piccola”, l’ultimo film della regista Hafsia Herzi, è stato segnalato dalla Commissione per la Classificazione delle Opere Cinematografiche del Ministero della Cultura, mettendo un rigido divieto ai minori di 14 anni.

Una decisione che ha immediatamente fatto scattare una lunga discussione tra la distribuzione e gli organi di controllo. Al centro della pellicola c’è Fatima, una ragazza diciassettenne che vive il difficile passaggio all’età adulta in bilico tra due mondi. Da un lato, le tradizioni di una famiglia musulmana; dall’altro, i desideri personali e la ricerca di un’identità libera e senza etichette. È un viaggio intimo, tra i corridoi dell’università di filosofia a Parigi, dove Fatima cerca di trovare il giusto equilibrio tra il suo cuore e la devozione, che secondo la critica internazionale, viene raccontato con estrema sensibilità. Nonostante il valore artistico venga riconosciuto, la Commissione ministeriale è stata irremovibile. La motivazione ufficiale parla di “riferimenti sessuali dettagliati” che, nonostante non siano pornografici, potrebbero limitare lo sviluppo emotivo dei ragazzi più giovani. Ma ciò che ha lasciato più sconvolti coloro che si occupano dei lavori sono le tematiche aggiuntive: nel verbale si legge infatti di “turpiloquio” e di “incitamento all’odio”, ovvero accuse pesanti per un’opera che nasce con l’intento di abbattere barriere, non di costruirne. Il paradosso è chiaro guardando a livello internazionale il successo del film. l’Italia mette restrizioni ma il resto del mondo promuove l’opera di Hafsia Herzi.

Il film ha ricevuto grandi riconoscimenti come il Queer Palm a Cannes, per il suo valore nel raccontare le tematiche LGBTQ+, il premio César 2026 alla protagonista Nadia Melliti come miglior attrice emergente e il premio per la miglior regia al BIF&ST di Bari. Questa differenza mette in evidenza una difficoltà del nostro sistema culturale nell’accettare temi legati all’identità di genere e alla religione quando si intrecciano in modo non convenzionale. La risposta della casa di distribuzione Fandango è stata immediata sostenendo che l’Italia sia un paese arretrato e definendo il provvedimento una forma di “censura preventiva”, la società ha annunciato ricorso d’urgenza. Secondo Fandango, vietare il film ai minori di 14 anni è il sintomo di un’Italia “arretrata quando si tratta di affrontare il tema dell’educazione sessuoaffettiva”. La regista Hafsia Herzi si è definita “profondamente rattristata” ricordando come il libro da cui è tratto il film non sia mai stato censurato in alcun Paese.

“La Coscienza di Zeno” rivive sul palco con Alessandro Haber

di Anita Corsi e Luca Mangini, 3B

Il teatro Ivo chiesa di Genova ha ospitato dal 19 al 22 febbraio lo spettacolo “La coscienza di Zeno”, adattamento teatrale del celebre romanzo di Italo Svevo curato da Monica Codena e da Paolo Valerio, che ne è anche il regista. Lo spettacolo ha debuttato per la prima volta con successo a Trieste, città natale di Svevo.

Alessandro Haber, nei panni di Zeno ormai anziano, ci guida nel suo diario introspettivo, passando in rassegna e raccontando i momenti salienti della sua vita: il difficile rapporto con il padre e la sua morte, l’amore per Ada Malfenti e la proposta di matrimonio da lei rifiutata, le nozze con Augusta Malfenti, il difficile rapporto con il cognato Guido Speier interpretato da Emanuele Fortunati, il suo suicidio e funerale, ed infine il tradimento della moglie durante il fallimento della attività commerciale aperta con Guido. Sulla scena, in modo del tutto inedito,  si muove anche l’ alter ego giovane di Zeno, interpretato da Francesco Godina, occupato in un dialogo espressivo e dinamico con gli altri personaggi e  con Zeno stesso con frequenti rotture della quarta parete.

La scenografia ed i costumi di Marta Crisolini Malatesta in bianco e nero vogliono riportare il pubblico nell’ ambiente mitteleuropeo di Trieste di fine 800. I numerosi e rapidi cambi di scena mettono ordine tra i flashback rendendo lo spettacolo ancora più dinamico. Ma è l’ interpretazione di Haber a dare una marcia in più allo spettacolo: infatti la sua narrazione frenetica e imperfetta, che talvolta sfocia nell’ isteria, calza perfettamente con il personaggio di Zeno, sebbene talvolta sia di difficile comprensione per gli spettatori. L’ attore stesso recita con estrema espressività anche il monologo finale, riflettendo sull’intelletto umano e sull’ambivalenza dagli “ordigni” costruiti dagli uomini.

Il lato oscuro di Telegram

di Chiara Bottino, Giovanni Porceddu,Francesco Repetto, Emma Riciputi , 4B

Il 30 marzo 2026 a Perugia è stato arrestato un ragazzo di diciassette anni con l’accusa d’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. Lo studente stava progettando una strage che avrebbe compiuto in un liceo artistico di Pescara.

Il ragazzo frequentava gruppi web neonazisti e odiatori e aveva contatti con il vertice del gruppo Telegram
Werwolf Division“. Dall’ispezione del contenuto della memoria del cellulare da parte delle forze di polizia, oltre al materiale terroristico e alla ricerca di potenziali armi, è risalito che il giovane non fosse solo ma avesse contatti con altri ragazzi del centro-nord Italia. L’indagine, avviata nel mese di ottobre 2025 dalla Sezione Anticrimine di L’Aquila, originata dalla pregressa attività antiterrorismo (indagine “IMPERIUM”) conclusa nel luglio 2025 dalla Sezione Anticrimine
Carabinieri di Brescia e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo è una delle ultime strategie attuate per contrastare il fenomeno di diffusione dell’odio, di fanatismo e di incitazioni alla violenza da parte di forum e comunità online estremiste e indottrinanti.
Telegram è uno dei principali veicoli per questo tipo di criminalità, e non solo: l’app è diventata I’hub principale per la diffusione di materiale pornografico non controllato e per il narcotraffico 2.0.

Grazie a sistemi di messaggistica criptata, canali a tempo e ľuso di criptovalute, i vendor operano in un semi anonimo quasi totale, la droga viene ordinata tramite semplici bot e consegnata direttamente a domicilio o tramite “dead drop” (punti di ritiro nascosti). Telegram si promuove come libero dai controlli delle chat, per questo viene utilizzata da milioni
di utenti che si sentono più protetti nell’uso rispetto ad altre app di messaggistica come Whatsapp. Ma questa “libertà” lascia spazio all’utilizzo da parte di criminali in totale anonimato, per questo Pavel Durov, fondatore e CEO di Telegram, è stato arrestato la sera del 24 agosto 2024 all’aeroporto di Le Bourget, nei pressi di Parigi, appena sbarcato dal suo jet privato proveniente dall’Azerbaigian. L’arresto è scaturito da un mandato di ricerca emesso dalle autorità francesi nell’ambito di un’indagine preliminare gestita dall’ufficio per la violenza sui minori (OFMIN). Le accuse principali riguardano la mancata moderazione dei contenuti sulla piattaforma e la scarsa collaborazione con le forze dell’ordine: secondo la magistratura francese, Telegram sarebbe diventato un porto sicuro per attività criminali quali pedopornografia, traffico di stupefacenti
frode e apologia di terrorismo, proprio a causa del rifiuto di Durov di fornire dati o intercettazioni
previste dalla legge. Dopo alcuni giorni di custodia cautelare, I miliardario è stato incriminato e rilasciato sotto cauzione di 5 milioni di euro, con l’obbligo di risiedere in Francia e di presentarsi periodicamente in commissariato. Telegram è attualmente sotto indagine nell Unione Europea per sospette violazioni del Digital Services Act (DSA). Le autorità di Bruxelles sospettano che la piattaforma abbia sottostimato ili numero di utenti (dichiarando meno di 45 milioni) per evitare i
rigidi controlli previsti per le grandi piattaforme. Inoltre, Ila Commissione contesta a Telegram l’insufficienza dei sistemi di moderazione dei contenuti illegali e la mancata cooperazione con i regolatori, inadempienze che potrebbero costare alla società multe fino al 6% del fatturato globale.

L’inquietante vicenda dello studente di Perugia dimostra come il radicalismo digitale possa trasformarsi in minaccia reale per la comunità. Il caso evidenzia l’urgenza di colmare il vuoto normativo che ha permesso a Telegram di operare per anni al di fuori dei radar istituzionali: senza una moderazione incisiva e una cooperazione diretta con le forze dell’ordine, la promessa di libertà della piattaforma rischia di rimanere un pericoloso paravento per il fanatismo e la pianificazione del terrore tra i giovanissimi.

“La Lingua Greca nel parlare quotidiano”, il greco dall’epoca classica ad oggi

Di Alexandra Delrio, 3B

“Arrivato in Italia dalla Grecia ho capito che non sarebbe stato difficile imparare la lingua, perché l’italiano è greco!” Così il consigliere di supporto della Comunità Ellenica di Genova e Liguria ha concluso il convegno “La Lingua Greca nel parlare quotidiano“, tenutosi il 9 febbraio 2026 presso il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi, in occasione della Giornata Internazionale della Lingua Greca. 

Giornata che nasce proprio in Italia, in particolare a Napoli, da un’iniziativa dell’ex Presidente della Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche in Italia, il Prof. Giannis Korinthios. Si tenne per la prima volta nel 2015 e coinvolse licei classici, comunità greche in Italia, università ed associazioni filelleniche. Dato il grande successo che riscosse, nel 2017 fu ufficialmente riconosciuta dal governo ellenico e nel 2025 fu proclamata dall’UNESCO. Il Prof. Korinthios scelse la data del 9 febbraio in onore dell’anniversario di morte del poeta Dionysios Solomos, autore dell’”Inno alla Libertà” (1823), da cui è tratto l’inno nazionale greco.

I relatori del convegno hanno parlato dell’importanza della lingua greca in ambiti come quello della medicina, dell’arte e della comunicazione: il greco infatti non appartiene al passato, si è evoluto insieme all’uomo e vive ancora oggi in centinaia di lingue; l’italiano ha ereditato oltre ottomila termini di origine greca pur derivando dal latino. Gran parte della terminologia scientifica e del linguaggio tecnico musicale utilizza prefissi, radici o suffissi greci, i quali conferiscono una precisa sfumatura di significato ad ogni parola. Nel corso della conferenza si sono esibiti i maestri Emiliano Calamaro e Matteo Bariani con un brano tradizionale greco, il “Syrtaki”, ed un brano tratto dalla “Cavalleria rusticana”, in omaggio alla musica greca e italiana. 

 

Sono stati approfonditi anche i temi della politica, della religione e della storia rispettivamente da una docente universitaria, la professoressa Serena Perrone, dal Coordinatore Ufficio Cultura e Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici ed Edilizia di Culto, Padre Mauro de Gioia, e da un giornalista professionista, Paolo Zerbini, i quali hanno analizzato più dettagliatamente il rapporto tra la lingua e la cultura greca e l’influenza che quest’ultima ha avuto nel corso degli anni sulle altre civiltà. 

Tra il pubblico si contavano più di un centinaio di ospiti che hanno assistito alla presentazione con entusiasmo, a dimostrazione del fatto che nel corso dei secoli il greco non ha mai smesso di brillare di vitalità. L’ellenista Francisco Rodríguez Adrados infatti sosteneva che “tutte le lingue sono segretamente considerate greche, prese in prestito dalla madre delle lingue, il greco.”

 

Inferno in villa: la Commedia diventa una tragedia

Genova, Villa Pallavicino delle Peschiere si trasforma in un palco per l’Inferno dantesco. L’iniziativa, promossa da Palazzo Foundation, ha scelto gli studenti del Liceo D’Oria come destinatari di un progetto nato dalla volontà di coniugare storia, arte e cultura per renderle vive e accessibili alle nuove generazioni.

di Emma Benvenuto, Elisa Candelo e Ilaria Canobbio, 3d.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Così inizia la Commedia di Dante e così inizia lo spettacolo “ItinerDANTE-Siamo Inferno” di Eugenio Di Fraia, attore e realizzatore del progetto insieme ad Angelo Marrone, ideatore ed esecutore della colonna sonora che accompagna l’intera performance. La rappresentazione “ItinerDANTE” porta in giro per l’Italia, tra teatri, palazzi e luoghi naturali, l’esecuzione teatrale di alcuni canti presi dall’opera più importante della letteratura italiana.

Come fece lo stesso Dante per le sue opere, questo spettacolo non parla ad ogni pubblico nello stesso modo: canti, interpretazioni e location variano per poter arrivare direttamente e con forza allo spettatore.

Eugenio Di Fraia nel percorso che ha intrapreso con “ItinerDANTE” si è trovato a contatto con un pubblico sempre diverso, fino a quello reduce dalla pandemia, per il quale ha deciso di esibirsi all’aperto per la volontà di rivedere le stelle che in qualche modo il covid ci aveva negato. Così attraverso un’opera che dà molta importanza agli astri ha fornito al suo pubblico la possibilità di stare all’aperto e rivedere il cielo.

Allo stesso modo, in base alla situazione in cui porta il suo spettacolo, sceglie canti diversi, in diverso ordine e diverso numero. Per l’occasione dell’esibizione a Villa Pallavicino delle Peschiere, parte di un progetto che tende ad avvicinare i giovani al teatro e far conoscere questa storica villa genovese, Eugenio Di Fraia afferma di aver scelto in base alla popolarità dei canti come spesso fa quando si trova in contesti scolastici.

Solitamente il pubblico si aspetta di vedere i canti più famosi come il V di Paolo e Francesca, il XXVI di Ulisse,  il XXXIII del conte Ugolino e ovviamente il primo canto, proemio dell’intera opera: i quattro che non si possono non far vedere in uno spettacolo sull’Inferno.

L’attore spiega poi di aver aggiunto altri canti meno famosi ma a cui lui è particolarmente affezionato come il venticinquesimo, dedicato alle metamorfosi dei ladri nella settima bolgia. Qui le anime si fondono con i serpenti e scambiano forma umana e bestiale in un turbine di trasformazioni grottesche e violente. Un canto reso visivamente potentissimo dall’abilità recitativa di Eugenio Di Fraia e capace di sorprendere proprio perché estraneo alle aspettative di chi conosce la Commedia solo nei suoi episodi più celebri.

Lo stupore che tende a suscitare nei presenti è un altro elemento chiave delle sue esibizioni, per questo ha curato con particolare attenzione un impatto visivo diverso da quello a cui ci si aspetterebbe di assistere in una rappresentazione teatrale con Dante Alighieri come protagonista: vestiti grigi lacerati, anziché la toga rossa.

Particolare attenzione quindi è fornita anche ai personaggi: nonostante ci sia un solo attore in scena, Eugenio Di Fraia dà voce e corpo a tutti: Dante, Virgilio e le anime dannate. È proprio nel passaggio da un personaggio all’altro che emerge con più forza il dinamismo dell’Inferno: ogni anima ha la sua postura, la sua voce, la sua disperazione.

Le parole dei vari personaggi vengono interpretate con tragicità, la quale viene spesso a mancare nella lettura dell’opera, che nella maggior parte dei casi avviene in ambito scolastico. Le urla, il contatto con il pubblico, gli sguardi, il movimento convulsivo o rassegnato di un’anima in balia della sua pena diventano sensazioni tanto forti e vere da permettere allo spettatore di sentirsi parte della vicenda narrata da Dante.

Il coinvolgimento, sostenuto dalla colonna sonora di Angelo Marrone, è tale da far dimenticare che si tratta di un poema secolare. Questa chiave di lettura dà giustizia ai versi infernali di Dante, che spesso vengono letti dimenticandosi che per le anime dannate non è una commedia, come è per Dante, ma una tragedia eterna.

Anche la conclusione dello spettacolo è una sorpresa e per l’occasione è stato proposto il trentatreesimo canto del Paradiso, la cui interpretazione, oltre ad instillare un forte senso di solennità, va al di là del sentimento religioso e riesce a trasmettere un messaggio di speranza, perché qualsiasi sia la selva, l’essenziale è ritrovare la via.

 

Aristotele e il senso della polis: quando la ricerca diventa vita

Ciclo di letture filosofiche — Liceo Classico Statale Andrea D’Oria  Il pensiero politico di Aristotele — 12 marzo 2026 — Prof. Letterio Mauro

di Paolo Picollo, 3D

Dalla conferenza tenuta dal Professor Mauro presso l’Aula Magna è emersa una profonda riflessione sulla “Politica” di Aristotele, che ha invitato i presenti a riscoprire l’attualità di un pensiero che trascende la dimensione puramente scolastica. L’ opera aristotelica, quindi, non deve essere intesa come un trattato sistematico e concluso, poiché essa rappresenta la testimonianza diretta di un’esperienza intellettuale dinamica e collettiva. I testi giunti fino a noi appartengono infatti al corpus delle opere esoteriche: si tratta di dispense ad uso interno, usate come base di discussione, sulle quali Aristotele fondava le proprie lezioni,  motivo per cui la struttura frammentaria di questi scritti riflette fedelmente la natura stessa della scuola antica.

Il Liceo era infatti un centro di ricerca dove il sapere scaturiva dal dialogo costante tra Aristotele e i suoi allievi. Un passaggio nodale della conferenza ha riguardato la ridefinizione del concetto di polis, superando le traduzioni convenzionali che la riducono a semplice “città” o “stato” moderno e facendola emergere come una realtà spirituale e organica, rappresentata come il culmine di un processo naturale di aggregazione che vede l’essere umano unirsi dapprima nella famiglia e successivamente nel villaggio.

La città costituisce la comunità perfetta in quanto capace di raggiungere l’autarkeia, un’autosufficienza che non è meramente economica, ma soprattutto morale e finalistica. Il fine dell’organizzazione politica non risiede nella semplice sopravvivenza o nella gestione delle risorse, ma mira alla realizzazione della “vita buona”, cioè il raggiungimento della felicità attraverso l’esercizio delle virtù. Tale vocazione sociale si fonda sulla distinzione tra la phoné, la voce atta a segnalare piacere o dolore, e il logos, la parola che permette all’uomo di discernere e discutere il giusto e l’ingiusto, ponendo le basi per una convivenza civile basata sul confronto razionale tra i cittadini.

Inoltre, il Professor Mauro ha evidenziato una tensione insolubile riguardante la giustificazione della schiavitù naturale, definita come un vero “vicolo cieco” logico. La qualifica di “strumento animato” che Aristotele attribuisce allo schiavo genera infatti un ossimoro filosofico: se l’uomo è definito dal possesso del logos, come può un essere umano esserne privo per natura? Questa aporia svela il tentativo forzato di piegare l’antropologia alle necessità dell’oikos e della produzione materiale. Si crea così una frattura insanabile tra la teoria della razionalità e la realtà della sottomissione. Anche la visione della donna conferma tale chiusura e segna una distanza netta dalle aperture di Platone: nella “Repubblica”, infatti, Platone aveva ipotizzato ruoli politici inclusivi per il genere femminile. E’ proprio questo che porta la gerarchia sociale aristotelica a scontrarsi con la sua stessa definizione di essere razionale.

In conclusione, si è evidenziato come il valore della “Politica” risieda nella sua capacità di interrogare la modernità e le sue logiche spesso burocratiche. Aristotele esorta a intendere l’impegno civile come una “risposta dell’anima”, elevando la partecipazione pubblica a un atto di consapevolezza etica superiore. Rispondere alle domande del presente richiede un impegno profondo, poiché solo attraverso il confronto l’uomo può dirsi pienamente realizzato. La lezione del Professor Mauro ci restituisce così un Aristotele vivo, il cui pensiero agisce ancora oggi come uno stimolo per la nostra coscienza critica.

Una nota spagnola al Liceo D’Oria

di Ludovica Dufour, 2B

Vi siete mai chiesti come varino i sistemi scolastici tra un Paese e l’altro? Le differenze sono molteplici e di vario genere e anche Stati vicini all’Italia ne presentano alcune. Mercoledì 25 febbraio abbiamo incontrato Marta Queralt Romero, studentessa universitaria spagnola che sta frequentando il suo dottorato in Scienze dell’educazione qui in Italia.

Abbiamo avuto quindi la possibilità di rivolgere a Marta domande riguardo al sistema scolastico spagnolo e alla sua futura professione, utili da un lato per avvicinarsi a una realtà diversa dalla nostra, quella spagnola, e dall’altro per affacciarsi al mondo del lavoro di cui anche noi a breve faremo parte.

Le sono state poste moltissime domande, ad esempio come è organizzata la scuola in Spagna, che, inaspettatamente, ha un sistema scolastico assai diverso dal nostro. I cicli si dividono in scuola dell’infanzia, fino ai 6 anni, scuola primaria, fino ai 12 anni, scuola secondaria, fino ai 16 anni, e “bachillerato”, che dura solo due anni ed è paragonabile in parte al nostro liceo. La differenza più sostanziale però sta nella distribuzione delle materie: fino alla scuola secondaria compresa, non vengono distinti diversi indirizzi ma tutti gli studenti seguono gli stessi corsi. Il “bachillerato” invece presenta diversi orientamenti, tra cui quello scientifico, quello umanistico e quello artistico. Secondo Marta uno degli aspetti migliori della scuola spagnola è proprio il fatto che gli studenti non debbano fare una scelta così importante come la decisione del percorso liceale troppo presto; anche se in Italia questo è quasi un rito di passaggio, dal suo punto di vista quando i ragazzi arrivano al momento di scegliere la scuola superiore non sono abbastanza maturi e ciò potrebbe portare a ripensamenti in futuro. Il “bachillerato”, secondo la sua opinione, è più efficace perché gli studenti, in media, sanno già che professione o percorso universitario vogliono intraprendere in seguito. Tuttavia Marta rimpiange la mancanza in Spagna di un indirizzo analogo al nostro liceo classico, da cui è affascinata. Bisogna infatti sapere che l’Italia è l’unico Paese in cui questo tipo di liceo esiste: in Spagna Marta si è limitata a studiare il latino alla scuola secondaria e non ha mai avuto un approccio al greco; in altri paesi non viene studiata nessuna delle due lingue. 

 Un’altra domanda che le è stata posta è se nel suo Paese ci sono differenze nel rapporto che hanno i professori con gli studenti rispetto a quello che ha notato esserci in Italia. “They are closer to the students” (“loro sono più vicini agli studenti”) ci ha detto Marta, che è rimasta stupita all’inizio dalla formalità che è invece tipica del rapporto che hanno alunni e docenti in Italia. 

Marta ha anche parlato del corso di laurea a cui è stata affiancata, motivo della sua presenza a Genova: “Scienze dell’educazione” è una facoltà poco conosciuta, che tra gli sbocchi professionali ha la figura dell’educatore nei servizi per l’infanzia (dagli 0 ai 6 anni) e quella dell’educatore socio-pedagogico (che si occupa di tutte le fasce di età). Si sta inoltre occupando di un tema attualmente assai importante, ovvero come le tecnologie e l’intelligenza artificiale possano essere adottate costruttivamente nell’ambito dell’educazione. 

In seguito le è stato anche chiesto come si sta trovando qui in Italia: Marta ha risposto che fin da subito è rimasta affascinata dalle forti tradizioni che sono ancora presenti nella nostra cultura. 

Viva quindi la cultura italiana e il liceo classico!

“Negli occhi la bellezza” di Tommaso Sacchi, fra arte ed umanità.

di Virginia Sabatini e Riccardo Veneziani, 3d

Il 20 febbraio Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura di Milano, ha presentato la sua ultima pubblicazione, “Negli occhi la bellezza. 16 esperienze tra arte e natura da vivere prima dei 16 anni”, al Museo Diocesano di Genova, , dialogando con lo storico dell’arte Claudio Sagliocco e l’assessore alla Cultura di Genova Giacomo Montanari.

Il libro, pubblicato nel 2025 da Mondadori, propone un itinerario originale alla scoperta di 16 tappe scelte tra i patrimoni dell’Unesco in Italia che l’autore ha ritenuto fondamentali per un adolescente.

Ad aprire la conferenza è stato Claudio Sagliocco che ha condiviso una citazione di Franco Maria Ricci, grafico ed editore ideatore della rivista d’arte FMR: ”Certamente FMR sarebbe riuscita diversamente se io non fossi cresciuto in una città come Parma avendo negli occhi i miracoli dell’Antelami e del Correggio, e sfogliando nella Biblioteca Palatina l’edizione di Giambattista Bodoni; se non fossi figlio di un paese che fu grande e universalmente ammirato nelle epoche in cui l’amore per la bellezza era considerato una virtù civica.” La citazione sottolinea come la bellezza sia un’esperienza formativa e come crescere circondati da essa segni profondamente nell’animo le persone. L’obiettivo di Tommaso Sacchi è quello di invitare i giovani alla ricerca della bellezza tramite il viaggio inteso da lui come una commistione tra aspetto naturalistico, storico, artistico e  fattore umano, e questa caratteristica personale è ciò che trasforma quella che in apparenza potrebbe sembrare una guida turistica in un vero e proprio quaderno sentimentale.

La dimensione emotiva si riscontra già nella scelta della prima tappa: Milano, città dove l’autore è cresciuto e dove insieme al nonno all’età di 15 anni visitò il Castello Sforzesco. È qui che Tommaso Sacchi vide per la prima volta la Pietà Rondanini, scultura che Michelangelo Buonarroti non riuscì a terminare prima della morte. Davanti ad essa l’adolescente si è emozionato per la prima volta al cospetto dell’arte. La statua ha avuto un’importante influenza sull’assessore tanto che una volta divenuto tale ha deciso di riservarle un’intera stanza, in modo da permettere ai visitatori di girare intorno alla Pietà per apprezzarne i dettagli.

L’assessore Montanari ha colto l’occasione per sottolineare come la soggettività dello sguardo umano che ammira l’opera sia il vero veicolo dell’arte e prevalga sulla mera bellezza oggettiva. L’appello dei due assessori è lo stesso: bisogna lasciarsi travolgere dalla meraviglia che contraddistingue l’Italia e che troppo spesso si dà per scontata.

L’incontro ha permesso a Sacchi di raccontare anche due figure molto importanti per la sua vita, entrambe legate a Genova.

La prima è quella di Mario Dondero, fotografo e fotoreporter milanese, che aveva ricevuto l’incarico di un servizio fotografico sul Porto Antico. Dondero aveva scelto di raccontare il quartiere attraverso le persone che lo abitavano e lo animavano ogni giorno: fu lui a portare Sacchi nel caveau di Palazzo San Giorgio, dove i negativi e i provini conservati divennero per il giovane una lezione autentica sulla vita del luogo.

La seconda figura è quella di Don Andrea Gallo. Il loro primo incontro avvenne nella sacrestia di San Benedetto al Porto: Sacchi, ancora giovane,  con un amico, si era presentato per organizzare un intervista in vista di un evento artistico. Dovettero aspettare diverse ore, finché, ormai a notte fonda, da una porta uscì un ragazzo tossicodipendente in stato di disperazione, e dietro di lui Don Gallo, che si rivolse ai due giovani stremati dall’attesa: ”Vi assicuro che ne è valsa la pena di aspettare.” Sacchi riporta quest’episodio per mostrare come Don Gallo ritenesse decisamente le persone in difficoltà più importanti rispetto a qualsiasi progetto culturale.

Con queste due storie l’assessore ha ricordato al pubblico come il valore di una città non risieda soltanto nei suoi monumenti e nei suoi paesaggi quanto nelle persone che la abitano. Montanari ha fatto eco a questo pensiero, aggiungendo che la bellezza significa saper stare bene in un luogo, coglierne le sfumature e accompagnarne i cambiamenti: il bello, in fondo, non è una dimensione assoluta, ma qualcosa di profondamente soggettivo che varia da persona a persona.

Esercitiamo il pensiero critico: Darwin e le radici (non inevitabili) della guerra

Di Benedetta Lorenzon e Ginevra Venturi, 5D.

Come ormai è tradizione da quattro anni a questa parte, il 12 febbraio il Liceo Classico Andrea d’Oria ha organizzato una conferenza volta a ricordare l’importanza che Charles Darwin ha avuto nel delineare una nuova concezione dell’essere umano, e, in generale, di tutte le specie viventi.

La celebrazione annuale della nascita di Darwin (il cui compleanno cade proprio il 12 febbraio), tuttavia, non è finalizzata a mantenere vivo il ricordo di un grandissimo scienziato, ma costituisce un’occasione per riflettere su come l’essere umano si sia evoluto dal punto di vista sociale, un tema col quale l’uomo, in quanto ζῷον πολιτικόν (cioè “animale sociale”, come lo aveva definito Aristotele nella Politica), è chiamato costantemente a confrontarsi. A tal proposito è bene sottolineare che, nonostante ogni anno il Darwin Day si concentri su un tema specifico, c’è un elemento che accomuna ogni incontro: l’impiego dell’approccio scientifico adottato da Darwin stesso per ragionare su temi di profonda attualità, spesso banalizzati dai luoghi comuni.

Locandina Darwin Day 2026

Tra questi temi sicuramente rientra quello della guerra, sviscerato e analizzato da Domenico Saguato del Centro di Documentazione Logos, primo relatore di questa conferenza, che prova a offrire al pubblico interessanti e fondati spunti di riflessione per orientarsi al meglio in un periodo in cui tale argomento è spesso oggetto di retorica “spiccia” e strumentale.

Saguato inizia il proprio intervento distinguendo i vari tipi di violenza esistenti. In particolar modo, si concentra sulla violenza reattiva, quella che ci fa reagire in maniera istintiva e violenta a una minaccia fisica o a una situazione di pericolo: si attiva il sistema simpatico che, producendo adrenalina e aumentando il battito cardiaco, provoca una reazione aggressiva. Questo è un meccanismo biologico comune a molte specie animali, ma l’uomo riesce a controllare questi impulsi grazie a una corteccia prefrontale sottilissima (3 mm). A questo punto Saguato fa notare l’apparente paradosso evolutivo che tale caratteristica umana sembra rappresentare: l’evoluzione non dovrebbe favorire l’individuo più forte e aggressivo, quello più violento nel difendersi dalle minacce esterne? Tale paradosso era già stato individuato da Sigmund Freud, il quale, pur non conoscendo ancora la corteccia prefrontale, aveva comunque provato a individuarne le cause. La conclusione più convincente alla quale giunse fu quella secondo cui l’uomo si sarebbe civilizzato attraverso un processo di auto-domesticazione. L’uomo, infatti, vivendo in società via via sempre più complesse, avrebbe iniziato ad allontanare, condannando inevitabilmente a morte o, perlomeno, a mancata riproduzione, tutti gli individui aggressivi e inadatti a vivere in una dimensione comunitaria. Questa congettura freudiana è tuttora accettata dalla maggior parte della comunità scientifica.

Dopo aver chiarito come l’uomo sia diventato il meno violento degli esseri viventi, Saguato si concentra su alcuni dati: su un campione di 600.000 persone, in Italia ne vengono uccise 30 all’anno, negli Stati Uniti 558 e in Danimarca 2. È chiaro, dunque, che la propensione alla violenza sia legata anche all’ambiente in cui si vive: il cervello umano è plastico e si modella in relazione al contesto culturale e sociale. Dunque, nonostante sia incontrovertibile che dal punto di vista biologico esista un’unica specie umana, è anche indiscutibile il fatto che il contesto in cui una persona vive modifichi il suo cervello e, dunque, il suo modo di agire e pensare.

Dopo aver affrontato il tema della violenza in relazione alla natura biologica dell’essere umano, Saguato passa a parlare della guerra. Nel corso dei secoli sono state elaborate varie teorie su come potesse essere mantenuta la pace nel mondo (che, chiaramente, dipendevano dal contesto sociale e dalla mentalità dominante del tempo: l’ambiente modifica il nostro modo di ragionare). Nel Medioevo, in Occidente, si credeva che fosse necessario instaurare un ordine universale: Dante Alighieri, voce emblematica di quel periodo, riteneva che, come esiste un solo Dio, dovesse anche esistere un’unica autorità politica universale. Simili concezioni si ritrovano nella storia del popolo islamico dopo Maometto e nella tradizione imperiale cinese: la pace poteva essere assicurata soltanto da un grande impero. Si ebbe un cambiamento di prospettiva soltanto con la pace di Vestfalia, la quale stabilì che diversi Stati sovrani potevano coesistere in un ordine multipolare pacifico, purché nessuno raggiungesse un peso relativo soverchiante rispetto agli altri (politica dell’equilibrio) .

Terminata la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti, usciti dal conflitto nel ruolo di prima potenza mondiale, si autoattribuirono  l’onore e l’onere di mantenere l’equilibrio mondiale. Tale concezione è sopravvissuta a lungo ma oggigiorno, essendosi indebolita l’egemonia statunitense ed essendo di conseguenza venuta meno la Pax americana, si sta verificando una crisi del sistema mondiale. A tale crisi tutti gli Stati stanno rispondendo tramite il riarmo e le classi dominanti cercano di convincerci del fatto che tale reazione sia giusta e necessaria.

In questo contesto dobbiamo ricordarci che il nostro cervello è suscettibile di modifiche in base al contesto in cui viviamo. Solo partendo da tale consapevolezza, dunque, possiamo mantenere, nonostante le circostanze esterne, un pensiero critico e autonomo: il contesto ci influenza, ma sicuramente non ci determina.

Per rispondere alla domanda di partenza, Perché la guerra? dobbiamo ricordare che i conflitti non esisterebbero senza la violenza, ma che allo stesso tempo la violenza non ne costituisce la causa, ma soltanto il mezzo. La guerra, infatti, non è frutto della violenza reattiva (che coincide con un istinto), ma di quella proattiva, quella che deriva da una scelta, in questo caso politica, e che, in quanto tale, è evitabile.

Dobbiamo rifiutare risolutamente la retorica di tutti quelli che vogliono convincerci che la guerra sia espressione necessaria ed inevitabile dell’essenza umana. Saremo vincenti fino a quando, come scrive Levi in Se questo è uomo, non daremo la nostra approvazione: “una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso”.

Se l’uomo oggi è portato a vivere in società con una corteccia prefrontale particolarmente sottile è poiché tali caratteristiche sono sopravvissute ad un processo di selezione naturale, le cui modalità sono state individuate da Darwin. Della vita di quest’ultimo e della portata rivoluzionaria della sua scoperta ha parlato Fabio Contu, segretario della Società Dante Alighieri.

Charles Darwin

Dopo aver compiuto un viaggio alle Galapagos e dopo aver “conosciuto il mondo per esperienza” come voleva lui, Darwin ha acquisito “virtute e canoscenza” (come direbbe Dante Alighieri e come ha affermato anche il relatore) e, trasformandosi “da un barbaro primitivo a un uomo civile”, ha tratto gli spunti fondamentali per elaborare la sua teoria evoluzionistica per selezione naturale. Osservando la grande differenza tra individui della stessa specie da un’isola all’altra, infatti, Darwin si è chiesto da cosa fosse determinata tale varietà e come fosse compatibile con il processo evolutivo. Dopo 20 anni di studi, Darwin pubblica la sua opera più importante, L’origine delle specie, nella quale afferma che la variabilità tra individui della stessa specie è dovuta al caso, che contemporaneamente esistono individui più o meno adatti alla sopravvivenza e che le caratteristiche di questi ultimi sopravvivranno alla selezione naturale venendo ereditate dalle generazioni successive.

Questa secondo Freud è stata una delle più grandi “umiliazioni” che sono state inflitte all’umanità nel corso della storia. In particolare, il grande scandalo suscitato dalla teoria di Darwin sta nell’elemento casuale che egli ha posto alla base della storia evolutiva umana. In tal maniera, infatti, Darwin ha negato l’esistenza di un qualsiasi disegno provvidenziale. Inoltre Darwin mette in chiaro il fatto che la selezione naturale sia dolore poiché implica che individui incolpevoli siano destinati a morire per caratteristiche poco adatte all’ambiente di appartenenza. Dunque, se è inaccettabile che il caso stia alla base della storia umana, non dovrebbe esserlo altrettanto il fatto che Dio abbia posto la sofferenza come componente fondamentale dell’esistenza?

Contu, infine, termina il proprio intervento chiarendo un concetto importante: la teoria evoluzionistica non è una teoria nel senso colloquiale del termine (un insieme di idee ritenute pressoché fondate), ma una teoria dal punto di vista scientifico. Essa, infatti, è un modello interpretativo della realtà (un paradigma), un sistema che spiega i dati osservati e li lega tra loro con leggi tali da poter essere provate in ogni momento fino a quando non si giunge a una contraddizione ed è necessario apportare delle modifiche.

Anche quest’anno il Darwin Day ci ha dato la possibilità di analizzare il processo biologico e sociale cui l’essere umano è soggetto, chiarendo come il nostro cervello lavori e si modifichi a seconda delle dinamiche esterne. Di nuovo, come ogni anno, ci ha procurato la consapevolezza e i mezzi necessari per essere un po’ più padroni di noi stessi in un mondo spaventoso e spesso altrimenti incomprensibile.