Specchi sullo schermo: il cinema come riflesso dell’identità di genere

Riflessioni nate dall’incontro con il Prof.Bocchi (Università di Pavia) nell’ambito del Progetto Cinema

di Francesco Canepa, 2d

L’incontro in Aula Magna con il Prof. Bocchi, che all’Università di Pavia insegna “Scrittura critica nei media contemporanei”, ci ha invitati a guardare il cinema con occhi diversi: non solo come intrattenimento, ma come specchio — e a volte come gabbia — dell’identità di genere. Da quella conversazione è nata la riflessione che provo a condividere qui. Già prima degli anni ‘70 si partì nel cinema con un’idea di “gabbia tradizionale”. Nella scena il soggetto che compiva l’azione e la volontà era l’uomo.
La figura della donna invece era una figura passiva, spogliata della sua volontà e soprattutto non era libera di scegliere, aveva il compito di essere solo guardata dallo spettatore, non poteva agire.

Ne è un esempio la testimonianza del caso di Marilyn Monroe  nel film “Niagara”  (1953), in cui l’attrice oltre ad essere una forza della natura, è anche un evento visivo. La regia si sofferma sul suo corpo, perché conta la sua esibizione visiva per il piacere dello sguardo esterno.

Niagara (1953)

Nel corso degli anni, specialmente nei ‘70, erano presenti persone che si identificavano al di fuori della gabbia eteronormativa. Queste venivano completamente emarginate, trattate come figure eccentriche e pericolose o addirittura messe in una scena per essere derise. Perché come ci ha ricordato il Prof.Bocchi: ”Il corpo era una prigione, l’immagine una condanna.”

Per fortuna verso la fine degli anni ‘70 ci furono i primi atti di sovversione, anche grazie a manifestazioni, alla nascita del Pride e del Coming Out. Alcune persone hanno il coraggio di uscire allo scoperto senza aver paura di essere giudicate e soprattutto nel cinema inizia una sovversione culturale.

Ad esempio in “The Rocky Horror Picture Show “( 1975) e in “Il Vizietto” (1978) l’omosessualità viene portata al centro dello schermo. Si nota anche un cambiamento sul fatto che la virilità tradizionale non è più vera, ma comicizzata o usata come maschera.

Vizietto (1978)

Finalmente nei primi anni ‘90 esplode il New Queer, ossia i personaggi che venivano emarginati diventano i protagonisti della loro storia. Un film interessante che, pur essendo successivo a quella stagione, ne raccoglie l’eredità  è  “Brokeback Mountain(2005)” , in cui due Cowboy applicano una tecnica di narrazione diversa. Dimostrano che i ruoli di genere non sono leggi o costrutti rigidi, ma possono essere riscritti o sfidati.

Brokeback Mountain (2005)

Riguardo ai giorni nostri invece, purtroppo ci sono ancora persone che non hanno il coraggio di esternare la propria identità per la paura di essere prese in giro. Per questo ci sono associazioni disposte per far interagire tra di loro queste persone e far costruire una corazza che serva per un contesto sociale ancora non sempre accogliente. Ad esempio lo stesso cinema è diventato una forma di comunità e riconoscimento per chi fatica a trovare il proprio spazio.

Perciò è importante ancora porci questa domanda:

In che modo le rappresentazioni dell’identità di genere nel cinema contribuiscono a ridefinire i confini tra norma sociale e libertà individuale?”.

 

UICI: L’Unione che fa la forza

di Mario Zingirian, 2D

Leggere un libro o fare sport, azioni spesso date per scontate, sono traguardi impegnativi per chi non vede e richiedono supporti specifici e soprattutto il sostegno di un gruppo. Infatti la collaborazione permette molto spesso di arrivare a risultati che individualmente sarebbero irraggiungibili. Questo è il caso dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti (UICI), fondata a Genova nel 1920 come iniziativa indipendente. Oggi è diventata un vero baluardo per le persone con difficoltà visive, che l’associazione sostiene assiduamente e coinvolge in attività differenti e stimolanti. Infatti l’Unione si impegna a garantire agevolazioni finanziarie e aiuti di ogni genere, ad esempio i Cani Guida, agli associati. Allo stesso tempo, offre a membri e volontari la possibilità di usufruire di iniziative di vario genere e parteciparvi, tra cui la stesura di un giornale online e di più riviste e la messa in onda di una radio (SlashRadio) con annesso canale youtube.

Queste sono autentiche sfide rese decisamente più complicate dalla cecità, ma proprio per un desiderio di rivalsa, la soddisfazione nel momento della riuscita è ancora più grande.

Inoltre alcune delle 107 sezioni dell’UICI presenti in tutta Italia organizzano concorsi per le scuole di ogni grado e indirizzo, per esempio le sezioni liguri bandiscono il concorso “Ascoltami: ti racconto una storia” che consiste nel produrre un elaborato audio che racconti parola per parola un testo precedentemente prodotto dall’alunno stesso. La composizione deve contenere tre parole che l’Unione sceglie ogni anno. Tra i partecipanti ricorrenti ci sono anche alcune classi del Liceo Andrea D’Oria.

I progetti dell’associazione hanno origine dal sentimento di resilienza e dallo spirito di collaborazione tra persone con le stesse difficoltà, aiutate da volontari. Questo può essere uno spunto di riflessione, infatti le grandi imprese nascono da rivincite, un esempio è il Servizio Civile Universale adibito dall’UICI, che include la partecipazione di volontari per un aiuto nell’accompagnamento e più in generale nel supporto degli associati. Abbattersi è umano e comprensibile, ma è rialzandosi che si arriva ai traguardi, in qualsiasi ambito, proprio come hanno fatto i ciechi e gli ipovedenti italiani nella storia e soprattutto come fanno adesso.

Come comprendere meglio la storia del nostro paese? Semplice, al Museo della Rai!

di Ludovica Dolcini, 2D

«La RAI − Radiotelevisione Italiana inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive.»

La televisione ha da sempre fatto parte della nostra vita quotidiana: la troviamo nei bar, nelle case, nei centri sportivi. Guardarla è un’occasione per stare in compagnia con amici e parenti, oppure per dedicare tempo a se stessi. Dopo la sua invenzione, sono nati i primi canali ed è proprio il 3 gennaio 1954 che da uno studio televisivo a Torino, va in onda il primo canale della Rai.

La sua missione

Lo scopo della Rai è di unire le persone con uno strumento di intrattenimento, perciò sono nati programmi come La Domenica Sportiva, il più longevo della storia della Rai dedicato allo sport, tra cui prevalentemente il calcio. Inoltre molte trasmissioni sono state create con fini istruttivi ed educativi: la televisione ha aiutato la diffusione della lingua in un’Italia con tanto analfabetismo e meno ‘unita’ dal punto di vista linguistico. Infatti la Rai ha proposto programmi che sono passati alla storia: Telescuola e Non è mai troppo tardi.
Entrambi sono programmi televisivi sperimentali realizzati con il sostegno del Ministero della Pubblica Istruzione rivolti ai ragazzi impossibilitati a frequentare la scuola obbligatoria e agli adulti analfabeti, aiutando così nel secondo caso, circa un milione e mezzo di italiani ad ottenere la licenza elementare. Tutto ciò è stato merito del maestro Alberto Manzi, della professoressa Maria Grazia Puglisi e di molti altri che hanno saputo insegnare e allo stesso tempo intrattenere gli spettatori e i loro piccoli grandi alunni.

Un nuovo modo di trasmettere: la televisione a colori

Nel 1977 comincia una nuova epoca per la storia della televisione, ovvero le trasmissioni televisive a colori. Quest’innovazione comporta maggiore coinvolgimento, rendendo l’esperienza visiva molto più realistica, e permettendo così a scenografi e costumisti di sbizzarrirsi con le più particolari composizioni di colori.

È anche grazie a ciò che esordiscono e ottengono grande successo conduttori come Raffaella Carrà, Corrado, Johnny Dorelli e molti altri ancora, esibendosi con costumi accattivanti e iconici.

L’evoluzione della televisione in un edificio: il Museo della Rai

”Abbracciamo il presente, valorizziamo il passato, ci apriamo al futuro.”
Il Museo della Radio e Televisione Rai, situato a Torino, è il luogo in cui sono concentrati i 70 e passa anni della Rai. L’ingresso accoglie i visitatori con un’imponente struttura blu, il famosissimo Albero Azzurro, del canale per bambini Rai Yoyo e i vari personaggi e oggetti di scena del programma Melevisione. Qui ci si perde immediatamente nei ricordi della propria infanzia e senza dubbio anche nella nostalgia: non è un caso vedere adulti, anziani e anche ragazzi farsi scattare foto vicino al proprio personaggio preferito di quando si era bambini.
Proseguendo la visita, si entra in una grande stanza dove innumerevoli strumenti come il telegrafo, le prime trasmissioni senza fili, telecamere raccontano l’evoluzione della televisione fino ai giorni nostri. Nella parte centrale della stanza, attira l’attenzione il famoso pianoforte rosa degli anni trenta di Fred Buscaglione; il pubblico ha inoltre la possibilità di sedersi e mostrare le proprie abilità utilizzando uno strumento che ha segnato un’intera epoca. Ai lati della stanza sono presenti i costumi utilizzati dai più famosi conduttori della Rai ed è interessante notare quanto sia cambiata la cultura dello spettacolo dagli anni ’80 ad oggi, semplicemente guardando su diversi schermi i programmi del passato, ad esempio il celeberrimo Canzonissima in confronto ai festival contemporanei come Sanremo 2026.
Il Museo della Rai non è un luogo in cui la storia della televisione si apprende passivamente, ma al contrario mette a disposizione del visitatore tutti gli strumenti necessari per assumere il ruolo del giornalista, dell’intervistato e addirittura del regista. Questa guida perciò permette di osservare da più punti di vista la parte che conosciamo meglio dalla TV, ovvero quella in scena, ma anche l’ambiente a noi più sconosciuto: la zona dietro le quinte.

La Rai: cos’è al giorno d’oggi?

In una società in cui tutto cambia velocemente, le notizie della televisione ci permettono di stare sempre aggiornati su ogni cosa che ci circonda. La Rai, grazie ai suoi numerosi inviati, ci fornisce 24 ore su 24 informazioni aggiornate sulla situazione mondiale, utile in un periodo di continue guerre in cui viviamo. Inoltre ha una gamma di trasmissioni davvero vastissima: da telegiornali a radio, includendo anche programmi televisivi culturali che si basano sulla società odierna, sull’antropologia, sulle città e le loro storie, ma che approfondiscono anche arte, letteratura, filosofia, storia e musica contemporanea.
La Rai mostra una continua evoluzione tecnologica delle trasmissioni, inizialmente solo uditive con le prime radio, successivamente visive e cariche di notizie provenienti da ogni parte del pianeta. In conclusione è la prova che uno strumento possa unire una comunità, informandoci in qualsiasi ambito possibile e creando una rete d’informazioni che ci renda tutti partecipi e coinvolti.

Corso Dante, Torino: qui è iniziata la storia della FIAT

La Fiat: un nome, una storia secolare

di Lorenzo Verga, 2d

Il marchio che ha accompagnato l’Italia e gli Italiani dal 1899 nasce in una via traversa di corso Dante, presso il parco del Valentino a Torino, come tante piccole realtà di costruttori automobilistici che stavano sbocciando in quel periodo.

Molte di queste erano destinate ad appassire e la Federazione Italiana dell’Automobile non aveva niente di diverso da altre case nell’anno della fondazione.

Grazie ai primi investimenti, di Giovanni Agnelli, Cesare Gatti e il Conte Emanuele di Bricherasio la Fiat iniziò a farsi spazio sviluppandosi.

La sede di corso Dante, inaugurata ufficialmente nel 1900, diventa un museo nel 1961 per volere di Vittorio Valletta, allora Presidente della Fiat.

Presenta un archivio di inestimabile valore, al cui interno compaiono documenti ufficiali, ma anche schizzi di modelli che avrebbero fatto la storia del marchio.

O pubblicità storiche che rimangono nella mente di chi le vide per la prima volta e contribuiscono alla leggenda di un modello.

La storia si costruisce con l’arte

Lo storico marchio fondato nel 1899 si racconta da oltre un secolo attraverso design e arte pubblicitaria. Proprio le pubblicità mostrano come l’azienda si sia evoluta nel corso della sua storia. Fondata negli anni caratterizzati da un crescente nazionalismo, la Fiat cerca di sfruttare quest’ultimo a proprio vantaggio.

È infatti dopo la Prima Guerra Mondiale, che la società europea spinge per ridare lustro ai caratteri classici mentre l’Italia veleggia verso l’epoca fascista.

La Fiat si adatta ingaggiando artisti di fama del tempo per disegnare i propri manifesti, come Plinio Codognato, Giuseppe del Bava, Marcello Dudovich e molti altri, mostrandosi come la prima scelta di gente altolocata e abbiente, con l’intento di diventare oggetto di desiderio anche delle classi sociali più basse.

Manifesto pubblicitario della Fiat 509, disegnato da Plinio Codognato

All’interno di questi manifesti sono raffigurati elementi della cultura classica, che esaltano l’operosità e la produttività delle fabbriche Fiat, e l’eleganza dei nuovi modelli, che inizieranno a fondersi anche nelle pubblicità con l’arte celebrativa del regime fascista.

Durante la guerra, la pubblicità diventa un mezzo per promuovere le forniture militari, e su questo il marchio torinese non fa eccezione; al MAUTO, sempre a Torino, sono presenti moltissimi modelli Fiat di vetture dedicate all’ambito militare.

Uscendo dalla guerra, la Fiat cambia per sempre, e cambia anche l’informazione: con l’arrivo del televisore, le pubblicità letteralmente esplodono, diffondendosi a macchia d’olio.

Storici gli spot con la Vitti, quello della Fiat Uno (di cui al museo è possibile vederne lo schizzo su carta) e della Fiat Panda.

Un altro emblema dell’evoluzione della struttura è il suo logo: durante tutta la sua storia la Fiat lo cambia ben 25 volte.

Tutti i cambi di logo della Fiat, dal 1899 ad oggi
Le automobili, un patrimonio storico

Il marchio italiano fondato nel 1899 in Corso Dante guida da sempre il cambiamento dell’automobile.

E poi ci sono loro, le vetture. In ogni angolo del museo sono sparse auto di ogni epoca, dalle pioneristiche del primo ‘900 a quelle contemporanee, che accompagnano il visitatore lungo il percorso.

Incanta la 508 Spider/Sport, con le fitte branchie situate nella zona inferiore della scocca, tra le prime vetture da competizione della casa, vincitrice della Mille Miglia.

La Fiat 508S, al Centro Storico FIAT di corso Dante

Salendo un piano, il museo cambia completamente; al secondo livello del museo sono presenti ricostruzioni di imponenti velivoli, modellini, ma soprattutto motori, dalla stazza impressionante.

In un angolo si prende la scena una piccola stanza, al cui interno il tempo si è fermato; lo studio di Dante Giacosa, grandissimo ingegnere e designer della FIAT, padre di celeberrimi modelli come la 500, la 600 e la 128.

Al di là della teca si trovano una scrivania, documenti e schizzi, mobili d’altri tempi e un tecnigrafo, culla dei progetti di Giacosa.

Questi ultimi, disseminati in ogni dove nella stanza nella loro eleganza, completano l’atmosfera.

Lo studio di Giacosa, al Centro Storico Fiat
Impressioni finali

Entrato nel Museo, ho subito percepito un clima particolare. Ho sentito fin dai primi passi l’importanza del luogo in cui mi trovavo. Ho potuto vivere un’esperienza che ha fuso le mie più grandi passioni, la storia e l’automobilismo, con un percorso dedicato al nostro indirizzo giornalistico. Proprio quest’ultimo mi ha affascinato particolarmente, poiché ho potuto ascoltare dalla nostra guida i metodi che un’azienda usa per promuovere i suoi prodotti, oppure, come ha fatto la Fiat, per influenzare e plasmare una società. 

Bisagno: comandante ma soprattutto uomo giusto

Chi era Aldo Gastaldi e perché il suo “Codice Cichero” rappresenta ancora oggi una lezione di giustizia e di fede per noi giovani.

di Noa Braggio, 2D

Lo chiamavano Bisagno, un uomo che sapeva guardare lontano e lottare per i propri ideali, per la propria libertà. Attraverso l’incontro avvenuto giovedì 23 aprile con il nipote Aldo e attraverso lo splendido lavoro delle studentesse e degli studenti della classe 5^ I del liceo classico D’Oria, Aldo Gastaldi è tornato a vivere tra i banchi di scuola per raccontare la propria esperienza e i propri valori. Le sue parole riemergono attraverso la presentazione curata dagli studenti che ha ripercorso le tappe fondamentali della sua vita, dalla nascita a Genova, all’arruolamento, fino ad arrivare alla coraggiosa scelta di salire sui monti.  Un momento della presentazione

Un aspetto importante però è stato il ricordo dell’uomo dietro alla divisa. Nonostante infatti fosse il comandante della divisione “Cichero”, Gastaldi interpretava il comando come un servizio: era il primo a farsi carico dei compiti più complicati e l’ultimo a sedersi a tavola, assicurandosi che ogni suo uomo avesse ricevuto la propria parte prima di pensare a se stesso. 

Questo suo modo di pensare fu alla base del famoso “Codice Cichero”, un insieme di regole etiche che Gastaldi impose ai suoi uomini per disciplinare la vita partigiana. Il codice è ciò che lo differenzia da tantissimi altri comandanti proprio perché grazie a questo la popolazione locale non vedeva nei partigiani dei ribelli allo sbaraglio, ma dei liberatori. 

 Però giovedì 23 aprile, in Aula Magna, Aldo Gastaldi non è stato l’unico partigiano a ritrovare la propria voce. Insieme a lui, attraverso le parole degli studenti e delle studentesse, molti altri compagni d’armi, come Scrivia e Bini, hanno offerto un ritratto collettivo, hanno riportato parole importanti e frasi che rappresentano dettagliatamente la figura di Bisagno:

Bisogna capire che per combattere il falso, lo sgradevole, il disonesto e l’ingiusto è necessario essere leali, onesti e giusti.” 

Ora però è importante capire cosa significhi quel codice oggi. Quali sono i valori che devono caratterizzare le nostre scelte e le nostre azioni? È possibile che in un mondo come il nostro questi valori ci permettano di costruire un futuro migliore? Da che cosa dobbiamo partire se non da noi stessi?

Bisagno ci ha fatto capire come a volte la fede e la misericordia siano tutto ciò che serva a un uomo per combattere per ciò in cui crede, anche nei momenti più difficili dove l’egoismo umano e l’istinto di sopravvivenza superano la sensibilità. 

Il nipote di Aldo GastaldiInfine ascoltare  le parole del nipote Aldo ha reso tutto più vicino. Ha trasformato questo incontro in una testimonianza viva. Ci ha ricordato che Bisagno non sognava gloria o potere ma un’Italia pulita e libera. Un’Italia che lo ha ringraziato conferendogli la medaglia d’oro per la Resistenza e definendolo “Primo Partigiano d’Italia”. Ora è per lui in atto un processo di beatificazione iniziato nel 2019 che, come ci ha tenuto a sottolineare il nipote Aldo, ha reso tutta la famiglia orgogliosa e onorata. In questo processo  Bisagno è stato definito “Servo di Dio“. Per concludere il proprio discorso il nipote ha anche ammesso di essere stato profondamente influenzato dalla fede del nonno che lo ha spinto a vedere la vita in  un modo del tutto diverso.  

In conclusione l’eredità di Bisagno non deve restare un concetto astratto. Deve spingerci a credere e a difendere i nostri ideali e a chiederci cosa siamo disposti a fare per la nostra libertà. Perché la libertà non è un regalo del passato ma un impegno continuo da portare a termine ogni giorno cercando di essere, prima di tutto, persone giuste. 

“La Lingua Greca nel parlare quotidiano”, il greco dall’epoca classica ad oggi

Di Alexandra Delrio, 3B

“Arrivato in Italia dalla Grecia ho capito che non sarebbe stato difficile imparare la lingua, perché l’italiano è greco!” Così il consigliere di supporto della Comunità Ellenica di Genova e Liguria ha concluso il convegno “La Lingua Greca nel parlare quotidiano“, tenutosi il 9 febbraio 2026 presso il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi, in occasione della Giornata Internazionale della Lingua Greca. 

Giornata che nasce proprio in Italia, in particolare a Napoli, da un’iniziativa dell’ex Presidente della Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche in Italia, il Prof. Giannis Korinthios. Si tenne per la prima volta nel 2015 e coinvolse licei classici, comunità greche in Italia, università ed associazioni filelleniche. Dato il grande successo che riscosse, nel 2017 fu ufficialmente riconosciuta dal governo ellenico e nel 2025 fu proclamata dall’UNESCO. Il Prof. Korinthios scelse la data del 9 febbraio in onore dell’anniversario di morte del poeta Dionysios Solomos, autore dell’”Inno alla Libertà” (1823), da cui è tratto l’inno nazionale greco.

I relatori del convegno hanno parlato dell’importanza della lingua greca in ambiti come quello della medicina, dell’arte e della comunicazione: il greco infatti non appartiene al passato, si è evoluto insieme all’uomo e vive ancora oggi in centinaia di lingue; l’italiano ha ereditato oltre ottomila termini di origine greca pur derivando dal latino. Gran parte della terminologia scientifica e del linguaggio tecnico musicale utilizza prefissi, radici o suffissi greci, i quali conferiscono una precisa sfumatura di significato ad ogni parola. Nel corso della conferenza si sono esibiti i maestri Emiliano Calamaro e Matteo Bariani con un brano tradizionale greco, il “Syrtaki”, ed un brano tratto dalla “Cavalleria rusticana”, in omaggio alla musica greca e italiana. 

 

Sono stati approfonditi anche i temi della politica, della religione e della storia rispettivamente da una docente universitaria, la professoressa Serena Perrone, dal Coordinatore Ufficio Cultura e Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici ed Edilizia di Culto, Padre Mauro de Gioia, e da un giornalista professionista, Paolo Zerbini, i quali hanno analizzato più dettagliatamente il rapporto tra la lingua e la cultura greca e l’influenza che quest’ultima ha avuto nel corso degli anni sulle altre civiltà. 

Tra il pubblico si contavano più di un centinaio di ospiti che hanno assistito alla presentazione con entusiasmo, a dimostrazione del fatto che nel corso dei secoli il greco non ha mai smesso di brillare di vitalità. L’ellenista Francisco Rodríguez Adrados infatti sosteneva che “tutte le lingue sono segretamente considerate greche, prese in prestito dalla madre delle lingue, il greco.”

 

“Come fare cose con le parole”: il Certamen Classicum Philosophicum

di Giovanni Porceddu, 4^B

 

Nel mese di aprile ho partecipato alla V edizione del “Certamen Classicum Philosophicum”, ospitato dal Liceo Classico e Musicale Cavour di Torino ed organizzato  dal professor Luca Pucci, affiancato dal collega Francesco Pelliccio.  Si tratta di una competizione nazionale che si incentra, di anno in anno, su diversi argomenti di carattere etico-comportamentale, sociale ed esperienziale, divisa nelle categorie di greco, latino e filosofia/cultura. Il tema di quest’anno, “Come fare cose con le parole. I poteri del linguaggio tra retorica, filosofia e sociologia”, deve il proprio titolo all’omonima raccolta di lezioni tenute da J.L. Austin ad Harvard nel 1955, un testo fondamentale per la filosofia del linguaggio del Novecento.

Raccolta di lezioni tenute da Austin ad Harvard nel 1955

Chi sceglie di cimentarsi con greco e latino traduce una versione e scrive un breve commento. Chi, invece, affronta la prova di filosofia/cultura, produce un elaborato piuttosto libero, a partire dal commento di alcuni passi scelti fra i più importanti testi filosofici dalla Grecia classica all’età umanistico-rinascimentale.

 

Nei mesi precedenti la competizione si è svolto un ciclo di lezioni tenute da professori universitari e di laboratori relativi. Ho apprezzato soprattutto la conferenza dello storico della filosofia Federico Maria Petrucci (UniTo), dal titolo: “Un discorso policefalo: filosofia e persuasione nel mito di Platone”. Il professore ha evidenziato la presenza, all’interno di alcune opere del filosofo greco, di discorsi di carattere retorico, contenenti messaggi tecnici rivestiti di un mantello letterario. L’analisi si è incentrata in particolar modo sul dialogo “Timeo”, nel quale, alla luce dell’inevitabile scissione esistente fra linguaggio e realtà, non si esclude l’ipotesi che il filosofo, per parlare a chi non è in grado di cogliere il vero, possa addirittura utilizzare la menzogna. In questa prospettiva viene meno la superiorità del λόγος rispetto al μῦϑος, dal momento che l’obiettivo del parlante non è la totale aderenza alla realtà, irrealizzabile per i limiti strutturali del linguaggio stesso, ma la trasmissione efficace di conoscenze e valori, secondo metodi discorsivi adatti all’interlocutore.

Io ho partecipato nella sezione di filosofia/cultura. I brani proposti erano estratti del “Fedro” di Platone, della “Retorica” di Aristotele, delle “Lettere a Lucilio” di Seneca e delle “Confessioni” di Sant’Agostino. Ho individuato un processo di progressivo svincolamento del linguaggio dalla realtà: se in Platone le parole devono contenere almeno in parte la verità per poterla rievocare, per il padre della patristica il linguaggio è un semplice sistema di segni che il bambino impara ad associare ad oggetti fisici per poter entrare a far parte del mondo degli adulti. Nel libro I delle “Confessioni” Agostino attribuisce anche rilevanza al contesto in cui avviene la comunicazione: tale riflessione mi ha permesso di collegarmi all’attualità, evidenziando come spesso si verifichi il processo contrario, per cui la parola modifica la realtà sociale in cui viene proferita.

Sono stato accompagnato dalla professoressa Dolcino il giorno precedente le prove, che abbiamo sostenuto nell’Aula Magna del Liceo Cavour il mattino del 14 aprile. Il pomeriggio stesso alcuni studenti ci hanno guidato in una visita del centro di Torino, e alla sera abbiamo potuto assistere ad un concerto degli alunni delle sezioni musicali del liceo ospitante.

Il 15 aprile, prima delle premiazioni, si è tenuta una “Tavola rotonda”: sulla questione del linguaggio sono intervenuti tre esperti dagli interessi e campi d’indagine più disparati, stimolando le domande e le osservazioni del pubblico. Per primo, il neuroscienziato Andrea Marini (UniUd) ha analizzato la comunicazione umana dal punto di vista neurale. Poi il professore di filosofia e teoria dei linguaggi Alessandro Prato (UniSi) ha indagato l’origine della retorica, facendo particolare riferimento ad Aristotele. Infine la docente di greco e latino del Liceo Parini di Milano Laura Suardi ha dimostrato la simultanea eleganza e forza tagliente della politica retorica classica, concentrandosi soprattutto sulla figura di Pericle.

A prescindere dal primo posto ottenuto, la partecipazione al “Certamen Classicum Philosphicum” è stata un’importante esperienza culturale e umana, oltre che un’occasione di confronto con ragazzi provenienti da realtà molto diverse. Ho potuto inoltre fare esperienza del metodo accademico, sia durante la “Tavola rotonda”, sia nel corso dei mesi precedenti la competizione.

Ho apprezzato molto la possibilità di affrontare argomenti nuovi e approfondire la conoscenza di filosofi già studiati, nonché la costante richiesta di una rielaborazione critica dei contenuti, all’interno del loro contesto storico-culturale ed in chiave contemporanea.

 

 

Creature di un sol giorno: filosofia, Grecia e modernità nell’incontro con Mauro Bonazzi

di Matias Di Giacomo, Maria Giovanna Lauria, Eleonora Malatesta, Alice Moscatelli, Beatrice Pincelli, Giulia Portalupi, Chiara Ravaschio, 3B

In un’epoca segnata da grandi cambiamenti e da un rapido sviluppo tecnologico, può sembrare che le domande più profonde sull’esistenza passino in secondo piano. Eppure, proprio nei momenti di incertezza, torna il bisogno di confrontarsi con i classici e con la filosofia, discipline che da secoli indagano la condizione umana. L’incontro con il professor Mauro Bonazzi, autore del saggio “Creature di un sol giorno. I Greci e il mistero dell’esistenza ”, ci ha offerto l’occasione per riflettere su questi temi, partendo dal mondo greco fino ad arrivare alle sfide del presente.

Come le foglie”. L’incontro si è aperto sulla visione omerica della vita umana: Omero considera l’essere umano  fragile, come si evidenzia nella metafora delle foglie presente nel libro VI dell’Iliade: il confronto tra Glauco e Diomede diventa anche occasione per una riflessione esistenziale sulla precarietà della condizione umana e le generazioni degli uomini sono paragonate alle foglie che cadono dagli alberi dopo aver vissuto una vita breve, effimera, e di stagione in stagione si succedono incessantemente. E allora come dare valore alla nostra esistenza?

La ricerca di senso. Per i Greci agire era fondamentale poiché rappresentava il modo per dimostrare il proprio valore e conquistare con la fama una forma di immortalità,  sconfiggendo simbolicamente la morte. A primo impatto gli eroi omerici sembravano combattere per il bottino di guerra, ma in realtà quello era solo un mezzo per misurare la propria τιμή, l’onore. Il fine ultimo nella cosiddetta “civiltà della vergogna”  era, invece, la conquista del κλέος, la gloria. Ma perché? Perché la gloria permetteva di dare un senso alla loro vita: non rendeva immortali o incorruttibili, ma consentiva loro di essere ricordati, dimostrando che la propria esistenza non era stata vana. Tutta la civiltà greca, da Omero a Pericle, è attraversata da questo desiderio di affermarsi attraverso l’azione. Achille, che avrebbe potuto vivere una vita lunga e tranquilla, scelse invece di combattere a Troia per ottenere la gloria e dimostrare il proprio valore. Quindi, l’obiettivo che ciascuno doveva perseguire era trovare un modo per non essere dimenticato: solo così la propria esistenza avrebbe acquisito un significato. In epoche successive i Greci hanno riflettuto sull’esigenza di comprendere la realtà “Agire o conoscere?” si chiedevano. E riconoscendosi nella propria incompletezza, hanno continuato a farsi domande: in questo, secondo il nostro autore, “sta la cifra più autentica del mondo antico”.

L’importanza delle “humanae litterae”. Al professore è stato poi domandato da uno degli studenti quale ruolo abbia oggi la filosofia nel mondo della digitalizzazione e se studiare le materie umanistiche abbia ancora un senso. Il vero quesito da porsi, secondo Bonazzi, è un altro: una società può permettersi di vivere senza studi umanistici? Queste materie si occupano di qualcosa che non si può comprendere studiando solo altre discipline: la capacità di distinguere il  Bene e dal Male. Viviamo in un’epoca caratterizzata da una potenza e uno sviluppo tecnologico, scientifico e informatico mai visti prima, eppure pochi sembrano porsi il problema di dove stia il limite e di chi debba stabilirlo. Il professore ha citato numerosi esempi di innovazioni, come la chirurgia plastica o l’editing genetico, nati originariamente con lo scopo di curare malattie ma che, con il passare degli anni, sono stati utilizzati anche a fini estetici e commerciali. Può questo essere considerato giusto o sbagliato? Non c’è una risposta univoca. Vale però la pena discuterne, perché ormai si dà per scontato che il progresso scientifico sia sempre positivo e necessario.

Grazie a questo lettura e a questo incontro abbiamo compreso che le domande spesso sono più importanti delle risposte e che proprio nella nostra mortalità risiedono la forza e il senso della nostra esistenza.

Siamo eroici proprio nella nostra fragilità ostinata, per questa capacità di non arrenderci, di continuare a porci domande, tentando di fare ordine nel mondo e in noi stessi, con le azioni e con i pensieri”.

 

“Un’ala soltanto non basta”: ‘Supereroi’ saluta la XII Notte Nazionale del Liceo Classico

Liceo Andrea D’Oria: il profondo significato di “Supereroi”

di Magenta Verna, 1B

Il 27 marzo 2026 è stata celebrata la dodicesima edizione della Notte Nazionale del Liceo Classico: serata che valorizza la cultura classica, mostrando la bellezza di questo Liceo, che purtroppo negli ultimi anni ha avuto sempre meno iscrizioni. Il tema di quest’anno è stato l’humanitas, cioè l’insieme delle qualità morali, intellettuali e sociali che rendono l’uomo veramente tale. Dopo diversi spettacoli nelle varie aule del liceo D’Oria, gli spettatori si sono tutti riuniti in  aula magna per la conclusione di questa magica nottata.

Supereroi

Il brano “Supereroi” di Mr. Rain è stato suonato e cantato da Benedetto Salanitro, Ginevra Trigoni, Aurora Sabbia, e Rebecca Vaccari subito prima dei saluti e dei ringraziamenti, coinvolgendo il pubblico in un clima di forte partecipazione e fratellanza. Il brano descrive il dolore e il coraggio e sottolinea come l’unione permetta di superare gli ostacoli, evidenziando l’importanza del sostegno reciproco e dell’accettazione delle proprie imperfezioni per affrontare le difficoltà senza fuggire o sottrarsi, nella lotta contro il dolore che riflette l’animo umano, coinvolgendo il pubblico grazie al suo testo emozionante.  Centrale è anche il tema della crescita personale, attraverso cui ciascuno può costruire una nuova versione di se stesso. Per essere di aiuto agli altri è necessario riconoscere la propria fragilità, chiedere sostegno e comprendere di non essere soli, imparando a ritrovare se stessi negli altri. Il testo sottolinea inoltre che il superamento delle difficoltà quotidiane avviene grazie al contributo degli altri, i quali arricchiscono la personalità e rendono possibile la costruzione di un legame che sostiene l’intera umanità. Siamo “un angelo con un’ala soltanto” e per spiccar il volo abbiamo bisogno di un compagno, cioè dell’ala mancante: un’immagine potente che racchiude il messaggio dell’intera serata, il legame indissolubile tra musica e valori umani. L’interpretazione ha valorizzato il testo, trasmettendo il vero significato di esso al pubblico, emozionato dalle voci angeliche delle cantanti e dal dolce suono del violino e del pianoforte.

Benedetto Salanitro (violino), Ginevra Trigoni (voce), Aurora Sabbia (voce), e Rebecca Vaccari (pianoforte).
Saluti finali

Dopo una serata intrisa di magia, in cui esibizioni suggestive e spettacoli coinvolgenti hanno saputo incantare ogni sguardo e toccare ogni emozione, i Rappresentanti d’Istituto Carlotta Berni, Francesco Chiavassa, Francesco Crosio e Alberto Gazzano hanno preso la parola per congedarsi con gli spettatori. Con sincera ammirazione hanno ringraziato gli alunni che si sono esibiti, gli artisti, veri protagonisti della scena, e in particolare il pubblico, entusiastico e partecipe, che ha reso l’atmosfera ancora più indimenticabile. Tra applausi e sorrisi, si è così chiusa la XII Notte Nazionale dei Licei Classici, destinata a restare impressa nei ricordi di tutti come un momento genuino, travolgente e memorabile.

Chi siamo davvero? due spettacoli una sola risposta

Dalla carità dei “figli della Superba” alla morale dei Promessi Sposi, gli studenti del D’Oria hanno portato in scena l’humanitas.

di Emma Zitta, 1b

Nella notte del 27 marzo, la Notte Nazionale dei Licei Classici, al D’Oria si è affrontato un valore più attuale che mai, quello dell’humanitas, l’essere umani nel mondo di oggi tra le strade di Genova e fra le pagine dei classici.

Progetto “I figli della Superba”

Il progetto realizzato dalle classi 2C, 2F, 2H, 3C, 3F, 5C, sotto la guida della professoressa di religione Maria Letizia Borello ha fatto riscoprire i volti di chi ha reso grande Genova attraverso l’altruismo. Sei studenti hanno esposto al pubblico della notte un viaggio tra figure fondamentali della nostra amata città: dalla dedizione di Bianca Costa e della partigiana Mirella Alloisio, fino all’ingegno di Giacomo Boero e all’intelligenza di Nicolò Garaventa, storico docente del nostro liceo.

Inoltre i ragazzi e la professoressa hanno anche annunciato che nell’ottobre 2026 i nomi di tutti i “figli della Superba” verranno incisi su un muro del liceo, trasformando la memoria in qualcosa di tangibile ed eterno che accompagnerà la nostra scuola negli anni che verranno.

Rivisitazione dei Promessi Sposi

Poco distante, nella classe adiacente, la letteratura si è trasformata in spettacolo grazie agli studenti di 2C e 5F i quali hanno messo in scena una reinterpretazione dei “Promessi Sposi“, dividendo il romanzo in dieci atti non cronologici. Al centro della rappresentazione, naturalmente l’humanitas e il contrasto tra chi nelle scene la incarna, come Fra Cristoforo e Lucia, e chi invece la ripudia, come Don Rodrigo e l’avvocato Azzeccagarbugli (anche se quest’ultimo viene rappresentato in un momento di pentimento).

Egidio e la Monaca di Monza

Attraverso queste rappresentazioni i ragazzi hanno dimostrato che il romanzo di Manzoni non è solamente un obbligo scolastico, ma piuttosto uno strumento fondamentale per portare l’humanitas nel mondo di oggi il quale sembra averne dimenticato il significato.

La serata ha infatti dimostrato che l’humanitas non è un concetto astratto ma continua a vivere nei secoli, nei gesti di chi ha fatto del bene e nelle scelte dei famosi personaggi della letteratura, con l’obiettivo di diventare un valore concreto per questo mondo e per quello che sarà.